Giorno: 8 Marzo 2016

La salute della donna, mercoledì 9 marzo incontro presso la sede di Cna Ferrara

da: ufficio stampa Cna Ferrara

“Proteggere meglio la salute della donna – Nuovo programma di prevenzione del tumore del collo dell’utero”, è il titolo dell’incontro, rivolto alle imprenditrici, collaboratrici e dipendenti della Cna, che si svolgerà mercoledì 9 marzo, alle ore 17,30, presso la sede provinciale dell’Associazione, in via Caldirolo 84. Interviene il dott. Aldo De Togni, direttore dell’Uo di Organizzazione Oncologica dell’Ausl di Ferrara, coordina i lavori Raffaella Toselli, presidente provinciale di Cna Impresa Donna.

Riapre al traffico il ponte sul fiume Reno a Traghetto

da: ufficio stampa Provincia di Ferrara

Riapre al traffico questa sera dopo le 18 il ponte sul fiume Reno a Traghetto, lungo la Sp7 Zenzalino.
Dopo cinque giorni di lavori decisi dalla Provincia, con un costo di circa 60mila euro, il legname trasportato dalla corrente del fiume, e accumulato nei giorni scorsi attorno ai piloni che sorreggono la struttura, è stato rimosso.
Con la rimozione di tronchi, rami e fogliame, che rappresentavano un pericoloso ostacolo al deflusso delle acque, la Provincia ha così provveduto al ripristino delle condizioni di sicurezza anche per quanto riguarda la circolazione stradale.

Oscar De Pellegrin alla Città del Ragazzo

da: ufficio stampa e comunicazione Camilla Ghedini

Oscar De Pellegrin, Presidente A.S.SI. Onlus, associazione che promuove lo sport come forma di integrazione sociale, nonché portabandiera dell’Italia alle Paraolimpiadi di Londra 2012, sarà oggi (mercoledì), alla Città del Ragazzo. Paraplegico dall’età di 21 anni a causa di un incidente sul lavoro, il bellunese De Pellegrin, classe 1963, ha partecipato a molte competizioni vincendo medaglie in tiro a segno con carabina ad aria compressa e tiro con l’arco, l’unica disciplina che non contempla distinzioni tra sportivi normodotati e disabili. A Ferrara, come spiega Giuseppe Sarti, Direttore della Città del Ragazzo, «incontrerà i formatori ed educatori di Cooperativa 81 e Centro Perez». Visiterà anche la Cooperativa Sociale Integrazione Lavoro di Baura per poi approdare al Centro di Riabilitazione San Giorgio, dove alle 15.45 incontrerà operatori e comitato paraolimpico. Alle 16.30, nelle palestre, seguirà un incontro con sanitari, pazienti e famigliari in un evento aperto al pubblico.

Chi dice donna dice… / 1

In “Intervista a Il mondo” del 10 maggio 1975, Simone de Beauvoir affermò che “Essere donna non è un dato naturale ma il risultato di una storia. Non c’è un destino biologico e psicologico che definisce la donna in quanto tale. Tale destino è la conseguenza della storia della civiltà e per ogni donna la storia della sua vita”.
La storia della civiltà trova le sue tracce nella cultura dei popoli, ossia quel “complesso di conoscenze e credenze proprie di un’età, di una classe o categoria sociale, di un ambiente o dell’intera umanità”. La parola cultura viene dal latino ‘colĕre’, coltivare: come si coltiva la terra così si coltiva la mente dell’uomo e della donna. La storia della civiltà deriva quindi dall’arte di coltivare le menti, di condensare la conoscenza e l’esperienza mettendole a frutto della crescita sociale di una comunità.

Il ruolo delle donne in questa crescita è spesso sottovalutato, marginalizzato, per un’atavica abitudine a considerare la donna inferiore, meno capace, meno importante rispetto all’uomo. A indagare sulle ragioni di queste valutazioni sono impegnati sociologi, antropologi, storici; anni di lotte e conquiste hanno fatto sì che venisse sollevata nel tempo una ‘questione femminile’, della quale si dibatte ininterrottamente dal tempo delle suffragette, passando per gli incendi dei reggiseni negli anni Settanta fino alla recente problematica della ‘machizzazione’ del genere femminile. La lotta per l’eguaglianza di genere è un capitolo aperto per le organizzazioni femministe, i governi di tutti i Paesi del mondo, l’Unesco, il mondo politico, le associazioni, dovrebbe riguardare i cittadini tutti e tutte le istituzioni: le considerazioni per la Giornata internazionale delle donna, che si celebra oggi, 8 marzo 2016, le lasciamo quindi a tutti loro.

Noi oggi vi raccontiamo alcune storie, le storie della vita di donne alle quali riconosciamo il merito di aver contribuito alla storia della civiltà.

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, nata nel 1646, è la prima donna ad aver conseguito una laurea, in un’epoca in cui non era nemmeno preso in considerazione l’ingresso di una donna presso la comunità universitaria. Ed era italiana, di Venezia. Quinta di sette figli, fin da bambina dimostrò di avere delle capacità di apprendimento strabilianti, oggi l’avremmo definita un piccolo genio. Figlia di un mercante, ebbe la fortuna di essere incoraggiata agli studi dal padre e all’età di 19 anni prese i voti come oblata benedettina, il che le permise di proseguire i suoi studi in filosofia, teologia, greco, latino, ebraico e spagnolo. In breve tempo il suo nome divenne noto fra gli uomini di cultura italiani e venne accolta in numerose accademie italiane, dall’Accademia dei Ricoverati di Padova a quella degli Infecondi di Roma, mentre la sua fama arrivò anche all’estero. Il padre Giovan Battista, quando Elena tenne una disputa filosofica pubblica a Venezia in greco e latino, chiese allo Studio di Padova – così si chiamava allora l’università – di assegnarle una laurea in teologia. Questa richiesta scandalizzò il cardinale Gregorio Barbarigo, vescovo di Padova e cancelliere dello Studio, che sostenne fosse «uno sproposito dottorar una donna» e che sarebbe stato un «renderci ridicoli a tutto il mondo». Da queste affermazioni nacque una disputa fra lo stesso Barbarigo e il padre di Elena, che alla fine ebbe la meglio: il 25 giugno del 1678 Elena sostenne la sua dissertazione di fronte a una folla di studiosi e curiosi (si dice che persino Luigi XVI avesse mandato degli informatori a seguire la vicenda), si laureò in filosofia e non in teologia come richiesto, ed entrò a far parte del Collegio dei medici e dei filosofi dello Studio di Padova. Non poté mai insegnare perché donna.

Harriet Beecher Stowe è l’autrice di “La capanna dello Zio Tom”. Vissuta fra il 1811 e il 1896, passò i primi 12 anni della sua vita a Litchfield, nel Connecticut. Poi fu mandata a vivere a Hartford, dove la sorella Catrine aveva aperto una scuola. Qui venne inquadrata come una ragazza volubile e poco presente a se stessa, dai modi poco consoni, mentre in realtà era una studentessa capace e brillante, versata soprattutto nella composizione scritta. Nel 1832, il padre fondò un Seminario Teologico a Cincinnati e lei dovette seguire la famiglia in Ohio. Qui, 4 anni più tardi, Harriet sposò un professore universitario e cominciò a lavorare ai suoi primi scritti. Nel 1850 Harriet tornò in New England e fu mossa da una missiva della sorella a scrivere un’opera che raccontasse la condizione degli schiavi: “La Capanna dello zio Tom”. Il racconto fu pubblicato nel 1852 a puntate su un giornale di Washington, “National Era”, ed ebbe un successo tale che si ritiene abbia avuto un ruolo importante nel promuovere la causa abolizionista. Secondo un noto aneddoto, il presidente statunitense Abramo Lincoln, incontrando l’autrice, le avrebbe detto: “So, you are the little lady who caused this big war” (Quindi tu saresti la piccola donna che avrebbe causato questa grande guerra).

Marta Graham è stata una ballerina e coreografa statunitense (1894 – 1991). Considerata la “madre” della danza moderna, sosteneva che il movimento fosse la massima forma di espressione, atto a comunicare le più profonde emozioni dell’animo umano. Dopo aver studiato e danzato in importanti compagnie americane, nel 1927 aprì la “Martha Graham School of Contemoprary Dance” e qui ebbe modo di sperimentare le sue idee sulle potenzialità del corpo e della sua espressività. In principio le sue coreografie erano legate a temi sociali (ricordiamo i titoli “Immigrant”, “Revolt”), finché nel 1929 manifestò tutta la sua creatività e maturità artistica in “Heretic”, una composizione che aprì definitivamente la strada alla danza contemporanea per l’uso del corpo dei ballerini come uno strumento.

Palma Bucarelli è stata la prima direttrice donna di un museo pubblico in Italia e, più in generale, una delle più importanti direttrici di museo italiane del Novecento. Soprintendente della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma fra il 1941 e il 1975, in un panorama prevalentemente maschile e in un momento storico, il secondo dopoguerra, in cui la direzione di un museo assumeva caratteristiche del tutto nuove.
Forte, colta, volitiva, la Bucarelli si affidò nel suo operato alla grande apertura culturale e all’indipendenza che la contraddistingueva. In particolare si impegnò per la promozione e la diffusione dell’arte contemporanea, che ancora trovava resistenza negli ambienti elitari della cultura italiana, e volle fortemente aprire le sale del suo museo a queste forme nuove e stimolanti per l’immaginario del suo tempo. Capì quanto fosse importante favorirne la comprensione da parte del pubblico attraverso mostre didattiche e cicli di conferenze, scardinò il ruolo della galleria come ‘contenitore d’arte’, aprendolo al pubblico e alle contaminazioni, rese le sale – un tempo ritenute intoccabili – un punto di incontro e di informazione per gli addetti ai lavori, ma anche per il pubblico, grazie a mostre temporanee, manifestazioni ed eventi.

CONTINUA

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NOTA A MARGINE
Dopo Casa Minerbi ora si aspetta la riapertura alla cultura di Casa Cini

di Maria Paola Forlani

Era da più di vent’anni che i ferraresi aspettavano questo momento: finalmente Casa Minerbi riapre i battenti, accogliendo la cittadinanza tra le sue mura. La città ritrova un grande contenitore colmo di capolavori. Mentre resta nell’assoluto abbandono Casa Cini e il suo patrimonio di biblioteche e opere d’arte.
Oltre alla parte museale con il ciclo di affreschi trecenteschi, il palazzo ospita una sala conferenze, l’Istituto di studi rinascimentali con la prestigiosa biblioteca Ravenna e il nuovo Centro studi bassaniani, inaugurato in occasione del centenario della nascita del noto scrittore ferrarese.

L’edificio è stato edificato attorno alla metà del Trecento dalla famiglia Del Sale. L’identificazione della committenza con questa famiglia è stata resa possibile grazie al riconoscimento dell’impresa araldica, un leone rampante con testa d’elefante, scolpita nei capitelli del loggiato e affrescata nei clipei della sala degli Stemmi.
Fino all’Ottocento i documenti e le notizie storiche, emersi da archivi e da indagini svolte in occasione dei restauri, sono insufficienti a definire i diversi passaggi della proprietà di casa Del Sale che si succedono nel corso dei secoli. Dalla seconda metà del Novecento la casa ha assunto per la sua identificazione il nome degli ultimi proprietari che l’hanno abitata: Minerbi e Del Sale. Nel 1995 il Comune di Ferrara e il Demanio dello Stato hanno acquistato dagli eredi Minerbi la proprietà dell’intero immobile.
L’edificio ha una pianta a forma di quadrilatero irregolare ed è esposto su due livelli, tra loro un tempo comunicanti probabilmente attraverso scale di legno.
Il piano terra presenta in facciata un portico a tre arcate dove, nei capitelli dei pilastri, è scolpito il simbolo araldico della famiglia Del Sale. In una delle due grandi stanze, con soffitti lignei, all’interno di una nicchia semitamponata è stato rinvenuto un affresco che raffigura San Cristoforo. Al primo piano in corrispondenza del portico è situato il salone delle Allegorie delle Virtù e dei Vizi. Da questo salone si può accedere attraverso un arco, di recente riaperto, a due ambienti. Sulla sinistra si trova la sala degli Stemmi, mentre sulla destra è situata un’altra sala le cui decorazioni sono completamente scomparse e resta solo un timpano affrescato con specchiature a finto marmo.
Casa Minerbi-Del Sale, oltre che per gli affreschi, riveste particolare importanza anche come testimonianza architettonica. Gli esempi di edifici privati trecenteschi che si sono conservati nella città di Ferrara e in generale nell’Italia Settentrionale sono, infatti, abbastanza rari e spesso hanno subìto trasformazioni tali da renderne difficile la lettura. Questo vale, per esempio, per il poco edificante restauro voluto dalla Diocesi di Ferrara della splendida (e ormai deturpata) Casa Cini in via Boccaleone Santo Stefano.
Gli studi del Salone delle allegorie delle Virtù e dei Vizi di Casa Minerbi, dal punto iconografico, sono incentrati prevalentemente sul rapporto di dipendenza tra il ciclo ferrarese e quello realizzato agli inizi del Trecento da Giotto nello zoccolo della cappella degli Scrovegni a Padova.
Il maestro di casa Minerbi, così denominato da Carlo Ludovico Ragghianti, ma che oggi viene chiamato Stefano da Ferrara, non ha lavorato da solo nella loggia superiore. Giustizia, Carità e Speranza, in rapporto alle altre allegorie, pur nella tenuta poetica sempre elevata, tendono a declinare in accenti più popolari e ciò si può ritenere dovuto all’intervento di un aiuto, pur ben inserito, negli stilemi del maestro. Si tratta comunque di immagini e di stesure gentilissime, in una composizione nuova e fresca per l’affacciarsi occhieggiante delle frotte angeliche degli esili profili e dai diafani colori.
Ancora da indagare resta l’iconografia delle teste inserite nei quadrilobi mistilinei che affiancano le allegorie.
Per quanto riguarda l’aspetto strutturale, la vicina sala degli Stemmi ha subito nel corso dei secoli diverse modifiche dovute all’apertura di porte e finestre che hanno distrutto in maniera irreparabile ampie porzioni degli affreschi delle pareti. Il tetto della sala è a capanna con capriate a vista e nelle pareti nord e sud ci sono timpani affrescati. Nel primo sono visibili decorazioni a finto marmo, nel secondo una scena di lotta o di gioco tra due personaggi affiancati dai rispettivi cani.
La decorazione pittorica ricopre tutta la superficie delle pareti. Nella parte superiore si trovano specchiature rettangolari a finto marmo, al cui interno sono disposte tredici losanghe romboidali contornate da cornici colorate di bianco, scorciate prospetticamente dal basso verso l’alto, che racchiudono una serie di teste di uomini e di donne raffigurati prevalentemente di profilo. Nella parte inferiore tutta la sala è avvolta da un finto velario giallo con bordo rosso appeso per punti così da formare profonde e ampie ricadute delle pieghe. La fascia centrale delle quattro pareti è composta da un reticolato a intreccio geometrico che può essere suddiviso in tre registri. Il registro in alto e quello in basso racchiudono una teoria di clipei dipinti a chiaroscuro a eccezione di due colorati presenti nella parete ovest che raffigura busti di profilo. Il registro centrale riporta in maniera seriale l’impresa araldica della famiglia Del Sale. L’effetto coloristico delle pareti è di grande impatto visivo e non si può non apprezzare il gusto per l’uso del colore presente in questa sala.
Quando i locali in cui si trovano gli affreschi furono adibiti a solaio, in epoca non precisabile, iniziò il degrado del ciclo ferrarese. Solo intorno al 1950 Giuseppe Minerbi, la cui famiglia possedeva la Casa fin dal secolo precedente, raccolse la sfida costituita dal recupero di tutto l’insieme dell’edificio, per renderlo vivibile. Esistono foto in cui Minerbi è immortalato in quegli ambienti tornati degni di una reggia, con gli affreschi curati sebbene non guariti.
In tali testimonianze intorno a lui si vedono celebrità come Giorgio Bassani insieme a sua madre Dora Minerbi, Riccardo Bacchelli con la moglie Ada, e ancora colui che operò l’esemplare restauro di casa Minerbi, l’architetto Pietro Bottoni.

Ora Casa Minerbi è tornata ‘luogo di cultura’, si apriranno le biblioteche e gli spazi agli studiosi ma, soprattutto, ai giovani in quell’armonia che con la ‘bellezza’ apre il cuore alla solidarietà e alla ricerca.
Resta il rimpianto, nell’antica Ferrara, dell’abbandono di quella donazione che il conte Cini fece alla città: la sua dimora, Casa Giorgio Cini, un tempo tempio della cultura e dell’accoglienza, ora distrutta da indefinibili e ambigue affittanze e spregevoli restauri, mentre all’interno splendidi saloni, caminetti e biblioteche piangono per il degrado architettonico e umano.
Questa è stata una scelta scellerata della diocesi estense che ha portato un edificio così caro ai ferraresi, al silenzio sulla sua storia.
Resta la speranza che, sotto la spinta all’amore, alla solidarietà e alla cultura di Papa Francesco, si decida di ricominciare dalla presto interrotta sperimentazione culturale di un tempo e di imboccare il prima possibile la strada così colma d’attese del suo mecenate, che l’aveva donata “ai giovani e alla cultura”, accendendo anche qui quei fermenti di entusiasmo ora così vivi nella nuova Casa Minerbi.
“Credono infatti che la vergogna più infamante
consista nell’annotare nei pubblici registri che
la città, allettata da una somma di denaro, e per
di più da una somma modesta, ha venduto e trasferito
legalmente su altri la proprietà di oggetti
ricevuti dagli antenati”.
(Cicerone, Quarta orazione contro Verre, 70 a. C.)

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LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Europeana sulla strada dell’apprendimento digitale

La natura dell’apprendimento sta cambiando. Sempre più spesso l’apprendimento avviene al di fuori della classe o delle istituzioni formali. L’apprendimento analogico perde terreno, mentre cresce quello digitale. Scuole, università, insegnanti, necessitano di risorse didattiche innovative, affidabili e di alta qualità, facili da utilizzare, da adattare e sviluppare. Gallerie, archivi, musei e biblioteche di fama mondiale forniscono oggi a docenti e studenti l’accesso on line alle loro collezioni. Tuttavia pare che il mondo dell’istruzione ancora non sia in grado di ricavarne i vantaggi che sarebbe logico attendersi.
Perché? Cosa si può fare per migliorare i risultati del (ri)uso del patrimonio digitale in ambito educativo?

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Quesiti ai quali intende rispondere Europeana, la biblioteca digitale europea che raccoglie, dalle diverse istituzioni dei paesi membri dell’Unione europea, contributi digitalizzati in 30 lingue: libri, film, dipinti, giornali, archivi sonori, mappe e manoscritti. La sua piattaforma fornisce l’accesso alle collezioni digitali di oltre 3.300 istituzioni culturali di tutta Europa.
Molti sono ancora i problemi da risolvere in materia di reperibilità, di qualità delle fonti, del materiale fornito, dell’accesso alle sorgenti digitali, della replicabilità del materiale, di copyright e di interoperabilità tra le diverse piattaforme.
Poi ci sono quelli culturali: mentre le nostre società si fanno sempre più multietniche, i nostri sistemi educativi restano ancorati al tradizionale monoculturalismo nazionale, concentrati sulla propria storia piuttosto che sul legame tra le storie e le culture, una sorta di ‘sciovinismo normativo’ resistente, come lo definirebbe Martha Nussbaum.
Sono necessari significativi investimenti, occorre superare gli interessi spesso contrastanti dei soggetti coinvolti: i produttori di hardware e software didattici, i fornitori di apprendimento su carta stampata trovano che investire nelle risorse didattiche digitali non sia un affare.
Dopo la stagione della diffusione delle nuove tecnologie per l’apprendimento, non è sufficiente occuparsi di solo coding, è necessario e urgente preoccuparsi di come contribuire a qualificare quanto la rete offre all’apprendimento.
Le proposte formulate dalla Fondazione Europeana per l’istruzione e l’apprendimento meritano di essere prese in seria considerazione.
Per incominciare è necessario che le parti interessate inizino a dialogare, ma mancano strumenti e luoghi di incontro, innanzitutto perché tra le istituzioni culturali non c’è la necessaria consapevolezza dell’importanza formativa che i loro patrimoni rivestono per l’istruzione, mentre da parte degli educatori è scarsa la conoscenza del patrimonio culturale digitale disponibile.
La questione è dunque politica e investe i responsabili della cultura e dell’istruzione dei vari governi europei, le istituzioni culturali, le scuole e le università. Se questi soggetti non lavorano in rete, difficilmente potranno emergere le risposte da fornire ai bisogni educativi e dall’altra parte sarà più difficile qualificare gli strumenti accessibili per l’apprendimento, le risorse e i servizi digitali. Verranno meno gli sforzi per procurare finanziamenti pubblici e privati da destinare alla digitalizzazione, per fornire a scuole e università, a singoli e organizzazioni un accesso libero e di alta qualità.
Nell’epoca della società della conoscenza, delle cittadinanze fondate sui saperi, le politiche culturali non possono limitarsi alla sola promozione e tutela dei beni culturali e dei musei, quella della digitalizzazione dei propri patrimoni per la condivisione in rete è oggi divenuta una priorità, innanzitutto per metterli a disposizione dell’istruzione e dell’apprendimento, assicurandosi che i contenuti siano accessibili e diversificati, che i metadati ne consentano la ricerca on line.

La tecnologia apporta valore economico al settore del patrimonio culturale, ma occorrono finanziamenti europei, occorre l’impegno dei governi. Vanno risolte le questioni relative alle licenze, ai diritti d’autore, nel frattempo le istituzioni culturali possono già garantire che ciò che è di dominio pubblico in forma analogica lo sia anche in forma digitale.
Anche qui c’è da fare una piccola rivoluzione culturale, anche qui dobbiamo recuperare ritardi nell’iniziativa e nelle idee. Anche qui si tratta di compiere un altro passo verso la città della conoscenza, che non ha bisogno di istituzioni culturali che usano il web solo per mettersi in vetrina; servono biblioteche e musei che attraverso la rete mettano a disposizione di tutti, e in particolare della didattica, i patrimoni che conservano. Oggi Europeana è una delle opportunità che l’Europa ci offre.

Consulta il portale Europeana

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Auguri donne saudite

Sembra incredibile che in alcune parti del mondo alle donne non sia ancora consentito votare. In Arabia Saudita le donne hanno ottenuto il diritto di voto e la possibilità di candidarsi nei consigli comunali solo nel settembre 2015. Per la prima volta nella storia, il 12 dicembre scorso, le elezioni hanno visto la partecipazione delle donne, anche se secondo Human Rights Watch la strada da percorrere è ancora lunga, perché i cambiamenti nel mondo e nella cultura araba avvengono molto lentamente. Il voto però è importante perché – come ha commentato Emma Bonino in quei giorni – potrebbe essere terreno fertile per altre conquiste, anche se piccole, come per esempio il diritto di guidare anche in assenza del permesso del marito.

Nota: negli ultimi anni il re saudita Abdullah ha fatto alcune concessioni alle donne: diritto di iscriversi all’Università (solo alla facoltà di giurisprudenza), diritto per 30 donne di entrare a far parte del Consiglio della Shura, diritto di girare in bicicletta solo in certe zone, etc.

 

 

mimosa

E’ una questione di genere

8 marzo: Giornata Internazionale delle donne. In questa giornata si ricordano le conquiste economiche, politiche, sociali ottenute e si fa il punto sui traguardi ancora da raggiungere e le discriminazioni ancora da abbattere. La data dell’8 marzo è stata ufficialmente sancita dalle Nazioni Unite solo nel 1975, Anno Internazionale delle Donne. La storia della celebrazione della Giornata delle donne però è molto più lunga e non inizia, come molti di noi pensano, con un incendio in una fabbrica. Al contrario è fatta di donne che lottano e scioperano per la propria emancipazione e non solo.

La prima giornata della donna fu celebrata negli Stati Uniti il 23 febbraio 1909, perchè il Partito socialista americano aveva raccomandato a tutte le sezioni locali “di riservare l’ultima domenica di febbraio 1909 all’organizzazione di una manifestazione in favore del diritto di voto femminile”. In novembre iniziò a New York iniziare un grande sciopero di ventimila camiciaie, che durò fino al 15 febbraio 1910. Il successivo 27 febbraio tremila donne celebrarono ancora il Woman’s Day.
Mentre negli Stati Uniti continuò a tenersi l’ultima domenica di febbraio, in Europa per scelta del Segretariato internazionale delle donne socialiste la Giornata delle donne si tenne per la prima volta il 19 marzo 1911.
E’ con la Prima Guerra Mondiale che iniziò la consuetudine di manifestare l’8 marzo: nel 1917 le donne russe scesero nelle strade della capitale San Pietroburgo gridando e scioperando al grido di “Pane e Pace”.
In Italia la Giornata internazionale delle donne fu tenuta per la prima volta soltanto nel 1922, per iniziativa del Partito comunista d’Italia. Nel settembre del 1944 a Roma nacque l’Udi, Unione Donne in Italia, per iniziativa di donne appartenenti al Pci, al Psi, al Partito d’Azione, alla Sinistra Cristiana e alla Democrazia del Lavoro: furono loro a prendere l’iniziativa di celebrare l’8 marzo 1945 la prima giornata della donna nelle zone dell’Italia libera. Con la fine della guerra, l’8 marzo 1946 fu celebrato in tutta l’Italia e per la prima volta comparve la mimosa.

Per saperne di più
Il programma dell’8 marzo a Ferrara e provincia
L’8 marzo al museo
La Un Women
Una speciale linea del tempo

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Oriana Fallaci

Essere donna è così affascinante. E’ un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida, che non finisce mai. (Oriana Fallaci)

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Cecilia

Metafora della donna libera, forte, capace di ribellarsi al mondo e combattere per la propria causa: è Cecilia, omonima protagonista di un grande brano di Antonello Venditti che oggi, Festa della Donna, compie 67 anni. Il cantautore romano ha dato voce a tante donne durante la sua carriera raccontandone storie, sofferenze e rivincite, tanto da chiamare proprio “Le donne” una raccolta delle sue migliori canzoni del 2009; a loro quindi dedichiamo oggi queste note, inno di purezza e libertà.

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

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L’occhio di periscopio

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