Giorno: 7 Agosto 2016

IL DOSSIER SETTIMANALE
Gente così… Questa volta la notizia siete voi

Fin dall’inizio l’avventura di Ferraraitalia ha voluto uscire dai confini del web, cercando di costruire una rete di relazioni non solo virtuali con le persone, per diventare comunità, spazio pubblico di incontro fra i collaboratori, ma anche e soprattutto con e fra voi lettori. In questi mesi Ferraraitalia si è qualificato anche come movimento d’opinioni e luogo di incontro fra diverse generazioni di ferraresi e non solo, che interpretano la città dall’interno e dall’esterno, per esempio con gli incontri “Chiavi di lettura” nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea.

Immaginiamo Ferraraitalia come laboratorio aperto alla partecipazione, capace di orientare il proprio lavoro in un’ottica di autentica condivisione comunitaria. Non a caso abbiamo denominato la nostra campagna di crowdfunding, conclusasi con successo giusto un anno fa, “Una redazione condivisa”: Ferraraitalia è una redazione con la porta sempre aperta verso il territorio, la città e i cittadini che li vivono o li hanno vissuti.
Per questo non poteva mancare un numero del settimanale che fosse dedicato ai cittadini ferraresi, più o meno illustri, più o meno famosi, e più in generale alle persone che abbiamo incontrato in questi anni lungo il nostro cammino e di cui abbiamo narrato le storie, perchè crediamo che in questo nostro mondo di individui è necessario rimettere al centro le persone, le comunità, e ritornare ad ascoltare.

Quella che vi proponiamo è solo una selezione delle tante conversazioni e narrazioni: anche l’archivio, proprio come la redazione di Ferraraitalia, è aperto e pronto a farvi conoscere tante altre storie e persone.

Gente così – Leggi il sommario

ariosto

L’ironia dell’Ariosto prologo all’arte del romanzo

(Pubblicato il 15 dicembre 2013)

LUDOVICO ARIOSTO
a 480 anni dalla morte

Ludovico Ariosto (1474-1533) nacque a Reggio Emilia, primo di dieci figli, da famiglia di nobili origini. Si applicò prima alla grammatica e poi (svogliatamente) studiò legge, quindi il padre Nicolò gli concesse di dedicarsi esclusivamente alle lettere. Alla morte di questi, l’Ariosto ebbe sulle spalle la responsabilità della sistemazione dei quattro fratelli e delle cinque sorelle, sicché fu costretto a passare al servizio di Ercole I e successivamente del cardinale Ippolito d’Este. Nel 1517 il cardinale partì per l’Ungheria ma Ludovico, forse anche per rimanere vicino alla donna amata (Alessandra Benucci), si rifiutò di seguirlo e Ippolito lo licenziò. L’anno dopo entrò fra gli stipendiati del duca Alfonso I, il quale lo inviò nel 1522 come Commissario ducale in Garfagnana. Ariosto tornò a Ferrara nel 1525, acquistò con i propri risparmi la sua “parva domus” in contrada del Mirasole (oggi via Ariosto), si sposò con la Benucci e attese con serenità alla revisione definitiva del suo capolavoro: l’Orlando furioso, pubblicato in quarantasei canti nell’ottobre del 1532.
«Le opere che precedono, accompagnano e seguono il Furioso, – scrive il filologo Marcello Turchi – convalidano l’asserzione critica che l’Ariosto è grande poeta di un sol libro, e che, negli altri che scrisse, in varia misura si manifestano tendenze del suo animo diversamente utili ad illustrare quell’opera che riassunse tutta la sua vita poetica e in cui in continuità riversò il senso della sua vita umana». Oltre al suo grande poema, Ludovico Ariosto compose le Liriche latine (1494-1504), le Liriche volgari (1493-1525): articolate in cinque canzoni, quarantun sonetti, dodici madrigali, ventisei capitoli e due egloghe, le sette Satire (1517-1525), le cinque commedie: Cassaria, Suppositi, Lena, Negromante e Studenti, le oltre duecento Lettere e i Cinque canti.
Strutturalmente derivato dall’Orlando innamorato del Boiardo ma impostato con diversa prospettiva ideologico/letteraria, l’Orlando furioso dell’Ariosto apparve in prima edizione di quaranta canti nel 1532. Tre linee di sviluppo sorreggono la trama del capolavoro: la pazzia di Orlando, la guerra fra cristiani e mori e le nozze di Ruggiero e Bradamante, su cui veleggiano episodi di geniale e inarrivabile lirismo come il viaggio lunare di Astolfo, l’amicizia e fedeltà di Cloridano e Medoro, l’amore di Fiordiligi e Brandimarte.
«La distanza e lo straniamento decisi dall’Ariosto – commenta il poeta Edoardo Sanguineti – sono distanza e straniamento operati, come del resto è noto, di fronte a un libro [l’Innamorato] in cui culminava, e non soltanto per l’ambito ferrarese, la metamorfosi cortigiana del poema cavalleresco in romanzo d’avventura. L’ironia tecnica dell’Ariosto è un’ironia che, con un solo movimento, liquida tutto il residuo cavalleresco, e instaura definitivamente l’avventura romanzesca».

Tratto dal libro di Riccardo Roversi, 50 Letterati Ferraresi, Este Edition, 2013

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L’INTERVISTA
Il vangelo di Magdi Cristiano Allam: “Basta con la retorica dei migranti, pensiamo a combattere l’Islam prima che ci distrugga”

(Pubblicato il 15 luglio 2015)

Controverso. E’ l’aggettivo che meglio si attaglia alla figura di Magdi Allam. Anzi, di Magdi Cristiano Allam, il “musulmano moderato” che per 56 anni ha fatto bandiera della sua moderazione e poi si è convertito al cattolicesimo e nel plateale rito di battesimo alla – per lui – nuova religione, celebrato nel 2008 in piazza San Pietro da Benedetto XVI, ha voluto assumere il nome di Cristiano, avvertendo evidentemente l’esigenza di mostrare al mondo la bandiera del suo nuovo credo.
Oggi spiega che i musulmani moderati non possono esistere perché è il Corano – testo sacro dell’Islam – a fomentare la violenza, ed essendo il Libro stesso ‘deificato’ – e perciò indiscutibile – chi dà prova di moderazione non è un buon fedele. Non mostra alcuna simpatia per papa Francesco, una sola cosa li accomuna: la condivisa convinzione che sia in atto una terza guerra mondiale strisciante.
Ieri sera era a Ferrara per un intervento programmato nell’ambito della rassegna “Autori a corte”. Lo abbiamo incontrato e intervistato. A tavola, perché al botta e risposta che secondo gli organizzatori avrebbe dovuto svolgersi sul palco, ha preferito la formula del monologo senza interruzioni né contraddittorio. Così il dialogo si è svolto a cena.

Lei è arrivato in Italia nel 1972 e ha intrapreso una serie di collaborazioni giornalistiche. Si può definire il suo percorso professionale quantomeno originale: dal Manifesto a Repubblica, poi al Corriere come vicedirettore e ora la collaborazione al Giornale. E’ stato un transitare da sinistra verso destra, polo entro il quale dal 2008 ha sviluppato la sua attività politica: prima nell’Udc, poi in contiguità con ambienti di Forza Italia e nel 2014 aderendo a Fratelli d’Italia. Affermare che non si tratta di una traiettoria lineare più che un giudizio è una constatazione…
“Parliamo di un arco temporale di 40 anni, se uno non cambiasse ci sarebbe da preoccuparsi… Sono arrivato in Italia dall’Egitto nel 1972 con la maturità scientifica dell’istituto Don Bosco e una borsa di studio del governo italiano, mi sono laureato in Sociologia alla Sapienza e ho iniziato a svolgere attività giornalistica, che è sempre stata la mia grande passione, con una piccola agenzia che si occupava della catena di giornali locali dell’Espresso e in seguito con la “Quotidiani associati”. E ho collaborato con qualche testata locale come l’Ora di Palermo. Il Manifesto ha pubblicato qualche mio commento, ma non ho mai lavorato con loro, compare nelle biografie ma è un po’ una forzatura quella di dire che ho lavorato al Manifesto….

…L’Ora di Palermo, il cui editore di riferimento – peraltro – era il Pci, Partito comunista italiano.
“Sì era un giornale di sinistra, ma negli anni Settanta io mi consideravo di sinistra. Come dire, allora era di moda essere di sinistra. Anche La Repubblica era di sinistra. Io ho cominciato a scrivere per Repubblica nel 1979 e ci sono rimasto sino al 2003 quando ero editorialista e inviato speciale. Poi dal 2003, dopo 25 anni, raccogliendo l’invito del direttore Stefano Folli passai al Corriere della Sera come vice direttore ‘ad personam’: Il che significa che della carica avevo gli onori ma non gli oneri! (ride, ndr).

Il massimo della vita.
Ero molto stimato, senza falsa modestia posso dire che ero fra i massimi esperti di islamismo in Italia. D’altronde conosco la lingua araba ho vissuto e frequentato quei Paesi, sono in grado di leggere dall’interno quelle realtà. Al Corriere interessavano i miei articoli e quella carica era una gratifica, un modo per allettarmi e sottrarmi a un giornale, La Repubblica, dove avevo un trattamento con fiocchi e un ottimo rapporto con Ezio Mauro: pur essendo minoranza in redazione sul piano delle idee, il direttore mi difendeva strenuamente, ben sapendo che Magdi Allam era in grado di garantire al giornale un’importante fetta di lettori… Questo per quanto riguarda la stampa.

E la politica?
Per quel che concerne i partiti, non ho mai avuto tessere, con l’eccezione di Fratelli d’Italia al quale ho aderito lo scorso anno per tre mesi, a cavallo delle elezioni europee, quando loro avevano prospettato la nascita di un soggetto politico nuovo. Poi non avendo riscontrato questa novità me ne sono uscito. Non ho mai fatto parte dell’Udc, ma nel 2009 ho partecipato alle elezioni come candidato indipendente nella lista Udc del nord-ovest. Mentre nel 2014 mi sono presentato alle europee nella circoscrizione Nord-est con Fratelli d’Italia.

In precedenza aveva fondato il suo movimento…
Sì, nel 2008 ho fatto la follia di dimettermi da vicedirettore del Corriere, cosa che solo un pazzo può fare: avevo 56 anni, ero vicino alla pensione, forse potevo già andarci e invece decisi di cambiare vita. Mi ero da pochi mesi convertito al cristianesimo – il 22 marzo ricevetti battesimo, eucarestia e cresima da papa Benedetto XVI – e pensai che era venuto il momento di testimoniare i miei valori non soltanto tramite la scrittura ma anche attraverso le opere. Quindi a novembre fondai un’associazione che chiamai “Protagonisti per l’Europa cristiana”; l’anno successivo partecipai come capolista nella lista dell’Udc alle elezioni, andai bene, presi 40mila voti e per cinque anni sono stato parlamentare europeo. In questi cinque anni come giornalista ho continuato a operare scrivendo su Libero. Avevo anche una rubrica su Panorama, poi Sallusti mi ha chiamato e io sono passato a ‘Il Giornale’ (puntualizza l’articolo, tiene molto alla precisione, ndr). Con Sallusti mi trovo benissimo, lui come persona è ciò che si definisce un “gentleman”, molto corretto, perbene. Poi condividiamo le stesse idee e ha avuto il coraggio di difendermi quando sono sono stato brutalmente attaccato e addirittura sottoposto a procedimento disciplinare dall’Ordine dei giornalisti per “islamofobia”, un reato che non esiste nel nostro codice…

E poi arriva “Io amo l’Italia”, giusto?
Sì, nel 2009 ho costituito un movimento che si chiamava “Io amo l’Italia” con il quale abbiamo partecipato ad alcune elezioni locali e nel 2010 alle regionali in Basilica eleggendo un consigliere, nel 2011 di nuovo alle amministrative (io ero presente a Milano a sostegno di Letizia Moratti che purtroppo ha perso), nel 2013 ho fatto la follia di partecipare da solo alle elezioni politiche e l’esito è stato catastrofico: è stata la conferma del fatto che un soggetto politico se non ha soldi, organizzazione e visibilità mediatica non va da nessuna parte… In particolare oggi la crescita del consenso del leader si ottiene andando prevalentemente in televisione. Quindi chi veramente detiene il potere in Italia è chi gestisce le televisioni perché determina chi sarà il numero uno, il due, il tre e il quattro, sulla base degli spazi assegnati a ciascuno. Quindi se sul telegiornale a qualsiasi ora la prima notizia è sempre Matteo Renzi è evidente come si orienterà l’elettorato.
Per quanto mi riguarda, subito dopo ho ricevuto da Fratelli d’Italia l’invito a partecipare a quella che avevano definito ‘Officina per l’Italia’, con la prospettiva di dare vita a un nuovo soggetto politico (c’erano anche gli ex ministri Giulio Terzi, Antonio Guidi e Alemanno) ma poi quel progetto non si è concretizzato.

“Io amo l’Italia” oltre che il nome del movimento che ha fondato è un’espressione che lei usa spesso. Fra i concetti che sostanziano questo amore ci sono, declamati in una sorta di programma, lo stop alle moschee, all’immigrazione, l’esortazione a far nascere “più figli italiani”, l’affermazione di un diritto di “priorità agli italiani”. Non è discriminatorio tutto questo?
Vede, il Vangelo dice “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Non si limita ad esortare l’amore per il prossimo: prima di tutto dobbiamo il rispetto a noi. E poi dobbiamo intenderci su chi è il prossimo. Il prossimo è chi più ti è “prossimo”, cioè chi ti è vicino. Dobbiamo smetterla con la retorica dei migranti, il mio prossimo è prima di tutto mio figlio, che ha 31 anni ed è disoccupato. E’ di lui principalmente che io ho il dovere di preoccuparmi.

Ma lei che nutre sentimenti religiosi non avverte il senso di un’universale fratellanza?
Questo dell’universalità è un concetto che riguarda essenzialmente la Chiesa e che va sostanziato. L’universalità a mio avviso si riferisce alla dimensione dell’anima. La Chiesa non si occupa della gestione degli affari terreni, quella compete allo Stato. Quindi la Chiesa può certamente predicare la fraternità, ma io dico che questa ossessione di papa Francesco per l’accoglienza di tutti coloro che provengono dalle periferie povere del mondo sta scardinando gli assetti sociali perché si tende a immaginare che sia obbligo concedere agli altri, a prescindere dalle conseguenze. Per fare un esempio, dopo la visita del papa a Lampedusa nell’ottobre del 2013 e il suo reiterato grido “vergogna” l’Italia che allora investiva per operazioni di identificazione e salvataggio 1,5 milioni di euro al mese, ha aumentato la spesa a 10 milioni.

Ma mica può prendersela col papa, che in questo caso ‘fa il suo mestiere’. Casomai, per paradosso, dovrebbe accusare lo Stato che – stando alla logica del suo ragionamento – subisce il condizionamento della Chiesa e mostra così di non essere sufficientemente laico…
Guardi, a quei livelli nulla accade per caso. Il papa certe affermazioni non le butta lì, è tutto studiato: anche lui è un capo di Stato… Comunque io ribadisco il concetto: se l’Istat ci dice che ci sono in Italia 12 milioni di poveri e che dai 4 ai 6 milioni di italiani si mettono in fila alle mense dei poveri, noi abbiamo il dovere di preoccuparci prioritariamente di loro, degli italiani.

Lei parla spesso di laicità, però da “musulmano moderato” sette anni fa ha deciso di abbracciare la fede cattolica: questo induce a pensare che consideri l’appartenenza religiosa un fattore fondante e imprescindibile. E’ così?
Io mi considero sempre coerente con me stesso, ho dei valori che sono sempre stati gli stessi: ho sempre creduto nella sacralità della vita di tutti, senza eccezione. Certo, prima di raggiungere la maturità, durante l’adolescenza e la gioventù, in epoca nasseriana in Egitto, credevo anch’io che Israele andasse distrutto… Però poi nella fase matura, dai 25-30 anni in poi ho sempre avuto ben chiaro che pari dignità e libertà di scelta delle persone sono pilastri che non possono essere in alcun modo messi in discussione, Benedetto XVI ha coniato l’espressione ‘valori non negoziabili’, io credo siano questi.
Quindi quando da musulmano mi sono reso conto che l’Islam come religione era in contrasto con questi valori ho preso atto che si può essere musulmani moderati come persone ma l’Islam come religione non può essere moderato. E quando da cattolico mi sono trovato una Chiesa che tende a legittimare l’Islam io ho cominciato ad esprimere le mie critiche, soprattutto dopo l’avvento di questo papa e in relazione a questa sua insistenza sull’accoglienza dei clandestini.

A proposito di laicità mi interessa capire se nella sua concezione la ‘verità’ è rivelata o se invece scaturisce empiricamente dalla ricerca condotta attraverso un percorso di continue verifiche fatto di congetture e confutazioni.
Non ho una concezione di verità trascendente ma razionale. Faccio un esempio: la famiglia naturale. La scienza ci dice che la procreazione può avvenire solo attraverso il sodalizio fra un uomo e una donna, quindi su base biologica si può affermare la naturalità della famiglia tradizionale. Così quando io condanno la famiglia omosessuale lo faccio su una base di verità.

Mi sembrano cose diverse e non consequenziali. Un conto è il ragionamento sulla procreazione, altro è riconoscere a ciascuno il diritto di manifestare la propria affettività come liberamente sceglie, o no?
Allora mi spiego ancora meglio. Mi trovavo seduto su una panchina a Milano in viale Buonos Aires. Mi passano accanto due uomini che si tengono per mano, si scambiano pubblicamente effusioni. A me fa molto senso vedere due uomini così, che si baciano…

E due donne, stesso effetto?
Sto parlando di una cosa che mi è capitata, non ho visto due donne. Mi sono domandato, se mio figlio più piccolo, che ha otto anni, fosse stato qui e avesse assisto alla scena questo figlio crescerebbe con l’idea che questo sia normale… Allora: noi di fatto siamo la prima generazione di genitori che deve spiegare ai figli che ci si sposa fra un uomo e una donna e che il rapporto fra uomo e donna è quello naturale perché permette la riproduzione. Ma quello vedi in televisione è altro e tutto ormai appare lecito. Si crea in seno alla società una cultura che fa venire meno il senso della famiglia naturale. E i giovani oggi non hanno la stessa spinta che c’era trent’anni fa a mettere su famiglia.

E questo la preoccupa?
Non è che preoccupa Magdi Cristiano Allam, è un problema. L’Istat dice che in Italia il saldo fra nati e morti è di meno centomila persona all’anno.

Siamo in tanti sul pianeta, forse un po’ di denatalità non è male…
No, no, no un attimo. Non posiamo ragionare in termini di pianeta. Gli africani starebbero molto bene in Africa, se potessero ci starebbe volentieri, nessuna ama sradicarsi, ognuno sta con piacere a casa propria. Ma noi in Italia non abbiamo problemi di sovrappopolazione, abbiamo il problema opposto, siamo un Paese in calo demografico e questo porta al fatto che la nostra civiltà si va esaurendo… Il calo di natalità è stato l’inizio del declino dell’impero romano. L’Italia ha il tasso di natalità può basso nel mondo: dobbiamo favorire la nascita di nuovi italiani se non vogliamo scomparire.
Ma vorrei tornare alla sua interessante domanda sulla verità dalla quale eravamo partiti e ribadire che il mio è un concetto di verità razionale. Così anche quando difendo la sacralità della vita (così come la dignità della persona o la sua libertà) lo faccio nella consapevolezza che se ammetti un eccezione spalanchi una voragine.

Mi sta dicendo dunque che è contrario all’eutanasia?
La vita è sacra e non si può deliberatamente buttarla per una depressione. Non possiamo introdurre il principio che la vita può essere tolta. Di recente una ventiquattrenne belga ha chiesto e ottenuto l’eutanasia per insofferenza alla vita. Se si afferma che la vita non è inviolabile metti a repentaglio l’anziano o il malato che diventano un peso e un costo per la società e non servono più.

Beh i nazisti ragionavano più o meno così, ma quando parliamo di eutanasia parliamo di una libera scelta individuale non di un’eutanasia di Stato.
Ma è il principio che mi spaventa, introdotta l’eccezione hai aperto il varco. Così è pure per l’aborto, ora nella maggioranza dei casi è l’alternativa all’uso di sistemi anticoncezionali…

E sul divorzio qual è la sua opinione?
Il divorzio non c’entra niente (Allam è divorziato, ndr). Io sono per la libertà. Ci si sposa per scelta…

Sì, ma il matrimonio è anche un sacramento. E le scritture dicono “l’uomo non divida ciò che Dio ha unito”…
Va bene, ma parliamo laicamente in questo caso. Quando marito e moglie litigano e non vanno d’accordo stare insieme è sbagliato, anche per i figli.

E laicamente non è sbagliato imporre a un anziano che soffre o a un malato di continuare a vivere contro la sua volontà?
Se si apre un varco poi può passare di tutto, anche l’allucinazione del ragazzino che ha 14 anni e si vuole suicidare… Quante volte da adolescenti abbiamo fatto quei pensieri…

Lei è contro l’eutanasia ma non condanna la guerra. Gandhi ci ricorda però che dalla violenza – qualunque sia il presupposto – non potrai mi nascere nulla di buono. Lei non la pensa così?
Anche la chiesa ammette il principio della legittima difesa, la Chiesa in linea di principio non è contraria alla guerra, lo stesso papa Giovanni Paolo II definì “guerra giusta” quella dei Balcani (peraltro a difesa dei musulmani contro l’esercito serbo ortodosso cristiano comunista)

Comunista, appunto. Forse anche allora nelle affermazioni del papa c’entrava la geopolitica…
Forse…

Ma lei oggi ribadisce la necessità di combattere.
Quando uno ha visto sgozzare le persone si libera del relativismo religioso che trionfa sulla nostra sponda del mediterraneo. Di fronte alla minaccia del terrorismo islamico che sgozza dobbiamo combattere.

Non metaforicamente…
No, non metaforicamente, abbiamo il dovere di difendere la nostra civiltà e salvaguardare i suoi valori. Quella che ci attende va concepita come fase di emergenza, per non far morire la civiltà. Ci stiamo sottomettendo a un’ideologia che è agli antipodi della nostra civiltà.
Nei versetti 13 e 17 del Corano è scritto: “Getterò il terrore nei cuori dei miscredenti. Colpiteli fra capo e collo, non siete certo voi che li avete uccisi è Allah che li ha uccisi”.

Ma anche nell’Antico Testamento ci sono espressioni violente…
“Ma non ci sono ebrei che sgozzano e decapitano. E poi la differenza sostanziale è che Torah e Vangeli sono concepiti come testi sacri scritti da uomini e come tali contestualizzabili storicamente e interpretabili. Il Corano invece è archetipo celeste che c’è sempre stato, opera increata al pari di Allah, quindi divino esso stesso. Il Corano dice che cristiani e miscredenti devono essere uccisi e crocefissi, per i musulmani zelanti è letteralmente così e nessuno può metterlo in discussione perché significherebbe mettere in discussione Allah.

Per fortuna non tutti i musulmani sono zelanti.
Certo, ma nella disputa teologica hanno ragione loro. Il vescovo Emil Nona, arcivescovo cristiano di Mossul in Iraq, in un’intervista all’Avvenire dell’agosto scorso a proposito dei terroristi afferma che la loro ideologia è l’Islam perché è nel Corano che si prescrive uccisione di cristiani e infedeli e i terroristi appunto sono quelli che corrispondono più fedelmente al comando dell’Islam.

E lei di questo è certo. Il suo concetto razionale di verità non si spinge sino al punto di sottoscrivere l’opinione di Zagrebelsky il quale sostiene che amico della verità è chi coltiva il dubbio e non chi osserva il dogma?
No, questo è relativismo. Non sono d’accordo. Io cerco la corretta rappresentazione dei fatti per trovare la soluzione a problemi concreti. Sono molto più prosaico di quel che appaio.

E, prosaicamente, al Giardino della Duchesse presentando il suo libro “Il Corano spiegato da Magdi Cristiano Allam” (in quel che con un pizzico di autoironia egli stesso ha definito un “comizio”), l’autore ribadisce che i più fedeli interpreti del Corano sono i terroristi, che l’Occidente non può restare inerte a guardare, paventa l’islamizzazione di Roma e invoca una reazione decisa, prefigura il rischio della capitolazione della nostra civiltà colonizzata dalla maggioranza islamica e afferma la necessità di combattere.
Dimentica però la realtà di un miliardo e mezzo di musulmani che nel mondo vivono pacificamente e non avvertono l’urgenza né la necessità di praticare le truculente pratiche evocate dal Corano. Assimilarli agli estremisti e per questo ghettizzarli genera il rischio concreto che per reazione al senso di isolamento e di condanna i moderati reagiscano radicalizzando essi stessi le proprie posizioni, finendo per coalizzandosi con i fondamentalisti. La classica storia della profezia che si autoadempie.
Non si devono quindi trascurare gli effetti che possono derivare dall’evocazione di scenari di guerra e scontri di religione e civiltà. Invece di prefigurare orizzonti apocalittici, se il problema è il terrorismo ciò che appare sensato è affrontarlo concretamente, senza indugi e con ferma determinazione. Evitando però gli orrori e gli inutili massacri, di idee e di popoli, propri di ogni conflitto armato e di ogni guerra ideologica.

DIALOGHI
Diario di un soldato: l’Afghanistan visto da un italiano/1

(Pubblicato il 29 marzo 2016)

La prima volta che l’ho visto è stato nel 2005. Gianni era in divisa blu con tanto di berretto, gradi e stellette. Se ne stava nel giardino dietro la villetta appena costruita a fianco a casa mia a parlottare con un tizio tutto accaldato che ascoltava in silenzio e si asciugava con un fazzoletto la fronte imperlata di sudore. Il tizio era sicuramente un giardiniere perché aveva appena parcheggiato una carriola carica di torba. Li osservavo dal mio terrazzo, erano a pochi passi da me, ci dividevano solo un muretto e una siepe. La scena me la ricordo bene perché mi è rimasta impressa la divisa da ufficiale, un genere d’abbigliamento che non si vede tutti i giorni.

“Dev’essere un pilota d’aereo” ho detto quella volta a mia moglie, “Un comandante” ha suggerito lei. C’eravamo andati vicini, anche se entrambi pensavamo a un pilota di linea.
Dopo qualche tempo ci siamo presentati, io, lui e le nostre rispettive mogli, e abbiamo scoperto che in effetti è un ufficiale dell’Aeronautica Militare e che lavora alla base di Poggio Renatico (quella del radar per intenderci): ha fatto il pilota d’elicottero e, diventato colonnello, è passato a incarichi più sedentari. Si sono trasferiti accanto a noi da poco e stanno finendo di sistemare casa e giardino.
Gianni è di Roma, dopo tre anni trascorsi a Tampa in Florida è tornato in Italia per stabilirsi proprio a Ferrara, città in cui vive ormai da una decina d’anni assieme a sua moglie Terese, una simpatica ragazza svedese (ovviamente alta, bionda e con gli occhi azzurri) che parla un italiano perfetto più altre quattro lingue. Decisamente una coppia interessante direi!

Nel frattempo siamo diventati buoni vicini, spesso ci si vede al parco a far correre e giocare i nostri cani e qualche domenica mattina ci si incontra in una pasticceria poco distante a fare due chiacchiere davanti a un cappuccino e una pasta. Gianni non dice molto del suo lavoro e io, del resto, non gli ho mai chiesto nulla al riguardo.
Poi, un anno fa, mi accorgo della sua assenza: ci metto un paio di mesi a rendermene conto, ma nei soliti posti dove regolarmente ci incontravamo, al parco, al supermercato, o più semplicemente affacciandoci dai nostri giardini, di Gianni nemmeno l’ombra. Fin da subito mi faccio prendere dal dubbio: che gli sia successo qualcosa? Che faccio se vedo Terese, glielo chiedo?
Ci pensa Cristina, mia moglie, a togliermi dall’imbarazzo: un giorno la incontra e si fa raccontare tutta la storia. Così veniamo a sapere che a gennaio 2015 Gianni è partito per l’Afghanistan e che dovrà starci per un bel po’. Intendiamoci, la notizia non ci ha rassicurato granché: tuttora in Afghanistan, nonostante i giornali non ne parlino, la situazione non è proprio tranquilla. Ogni tanto qualcuno spara, qualcun altro fa esplodere una bomba. In quel territorio, anche se la guerra aperta è ufficialmente cessata, rimane sempre l’ombra costante di una ripresa degli scontri armati. Una parte del paese, quella più impervia delle montagne del nord, è ancora saldamente controllata dai talebani, che, come sappiamo, sono maestri nella guerriglia e non hanno mai dato segnali di resa al nuovo corso democratico imposto dalla comunità internazionale.
Tuttavia Terese, con il pragmatismo tipico dei nordici, minimizza dicendo che quella di Gianni non è una missione di guerra. “È stato mandato là per gestire i lavori di ricostruzione. Adesso i militari internazionali sono solo un supporto logistico, non sono chiamati a combattere…” sostiene. Poi, quasi con pudore, aggiunge: “Certo non posso dire di essere tranquilla, ogni giorno controllo le notizie. Non è facile saperlo laggiù, ma lo devo accettare… è il suo lavoro!”
Poi finalmente, circa un paio di mesi fa, Gianni ha concluso il suo mandato ed è tornato a casa, si spera definitivamente. Al suo rientro, ci siamo rivisti quasi subito e io non ho potuto fare a meno di chiedergli se voleva raccontarmi qualcosa della sua esperienza. Lui ha accettato volentieri.
Così, dopo essermi preparato una lista di domande da sottoporgli, mi sono recato un pomeriggio a casa sua armato di taccuino e registratore ad ascoltare questa sua avventura in terra straniera durata circa un anno.

Com’è iniziato tutto? Voglio dire: come hai ricevuto l’incarico?
Circa un anno e mezzo fa, a luglio del 2014, ricevo una telefonata da un collega di Roma. Mi chiede se ho problemi ad andare laggiù a ricoprire l’incarico di coordinatore dello Stato Maggiore per uno dei Comandi Nato. Il luogo è Kabul e dovrei iniziare dal primo gennaio del 2015. Ovviamente la domanda presuppone che se non ho impedimenti pratici seri la risposta sia affermativa, del resto sono un militare, ho le stellette, per cui non ci sono dubbi che il mio dovere sia quello di accettare. Così rispondo ʻok, fammi sapere di che si trattaʼ. Dopo qualche tempo, una volta decisa la mia candidatura, ricevo istruzioni per l’addestramento alla missione, che nel mio caso è iniziato a settembre di quell’anno.

Base Aeronautica di Poggio Renatico
Base Aeronautica di Poggio Renatico

Di che genere di addestramento si è trattato?
Beh, a parte la solita preparazione di base a cui ogni militare di carriera viene sottoposto, nel caso specifico sono stato chiamato a fare una serie di corsi d’addestramento per l’uso di tutti quei mezzi e quelle apparecchiature che avrei trovato laggiù. Voglio dire, mi è stato insegnato per esempio come operare all’interno di un veicolo corazzato, a guidare i nostri quattro per quattro fuoristrada, poi un ulteriore ripasso sull’uso delle armi corte e lunghe. Un’attenzione particolare alle istruzioni per l’autoprotezione e il corretto utilizzo dell’equipaggiamento tattico.
Questo per quanto riguarda l’addestramento prettamente militare. C’è poi tutto l’aspetto dell’apprendimento culturale che riguarda il luogo delle operazioni, cioè i costumi, l’economia, la religione, eccetera. Il tutto è durato circa tre settimane, che frazionate nel tempo, mi ha fatto arrivare a finire la preparazione per dicembre.

Sbaglio o hai fatto un addestramento simile a quello di un soldato semplice?
In effetti è vero. Tutti quelli che vengono scelti per la missione devono conseguire lo stesso tipo di addestramento, in modo che ogni uomo, dagli ufficiali alla truppa, sia pronto ad affrontare ogni tipo di situazione, dalla routine quotidiana agli imprevisti, fino alle emergenze. È anche vero che in missioni del genere partono solo professionisti già provvisti di una solida esperienza, e si tratta di ufficiali e sottufficiali.

Immagino che, come colonnello con un incarico di alto profilo, il tuo addestramento non si limitasse a questo.
Dunque, le mie istruzioni operative riguardavano principalmente il comando e la gestione del personale, in termini militari il mio ruolo era quello di ʻchief of staffʼ. Comunque questo tipo di missioni, all’estero intendo, seguono delle procedure di apprendimento standard e poi una specializzazione ad hoc a seconda della destinazione e dei ruoli che si devono ricoprire. Faccio degli esempi: durante la preparazione ci sono sessioni specifiche dedicate ai vari teatri di pertinenza, cioè il Libano, l’Iraq o, come appunto nel mio caso, l’Afghanistan, e tutto questo sia in ambito Onu che Nato.

E questi corsi dove si fanno?
Il mio era un corso in ambito Nato ed era diviso in due parti. La parte italiana l’ho fatta qui a Poggio Renatico e su a Villa Franca, dove c’è uno stormo specializzato in operazioni ʻfuori areaʼ, fuori dai confini nazionali per intenderci. E queste sono state le tre settimane di addestramento standard di cui ti ho accennato prima. Poi c’è stata la parte internazionale di una decina di giorni che ho fatto presso il Comando Supremo Nato a Mons vicino a Bruxelles e presso il comando Operativo di Brunssum in Olanda. Lì ho ricevuto le istruzioni operative specifiche per la missione, cioè obiettivi, organizzazione, tempi, eccetera. Infine, a dicembre, sono stato mandato a Kabul una settimana per un primo ambientamento, sono tornato in Italia a trascorrere le feste di Natale. Poi, il 17 gennaio, era un sabato mattina, sono partito per la missione.

Quartier Generale Nato di Mons
Quartier Generale Nato di Mons

Raccontami un po’ del viaggio e dell’arrivo. Che impatto hai avuto?
Sono partito con un volo militare da Roma, ero con dei miei colleghi che mi hanno scortato dalla base di Poggio Renatico fino a Pratica di Mare dove mi sono imbarcato su un Boeing 767 militare. Oltre ai normali bagagli, avevo con me l’equipaggiamento tattico personale che in questi casi è obbligatorio portare: armi, munizioni, elmetto, mimetica, maschera anti-NBC, eccetera… quindi parecchia roba sensibile. E sono stato scortato proprio per ragioni di sicurezza. Da Roma poi abbiamo fatto scalo ad Abu Dhabi, che è praticamente il nostro centro internazionale di smistamento dei voli nei teatri operativi. Lì ci attendeva un C-130 che ci ha portato dritti fino a Kabul. Diciamo che in tutto ci sono voluti un giorno e mezzo: sono partito la mattina presto del 17 e ho messo piede in Afghanistan nel tardo pomeriggio del 18.

Da qui è iniziata la tua missione…
Esatto. Prima mi avevi chiesto che impatto ho avuto laggiù. Per la verità l’impatto vero l’ho avuto già a dicembre, quando sono andato là per la prima volta. Arrivi in un luogo distante qualche migliaio di chilometri, ma ti rendi conto che la distanza è molta di più: è come un vero e proprio salto spazio temporale! Dall’Europa all’Afghanistan, metti piede in un mondo radicalmente diverso, la sensazione è di straniamento… sì, lo chiamerei proprio così.

Un Boeing dell’Aeronautica Militare
Un Boeing dell’Aeronautica Militare

Spiegati meglio.
Voglio dire che durante il viaggio ci pensi: pensi a quello che troverai, alle prime cose che dovrai fare, ti organizzi mentalmente. Nel frattempo parli coi tuoi colleghi, ti prepari, avviene una vera e propria trasformazione: alla partenza sei con la tua divisa blu normalissima; all’arrivo a Kabul invece sei già in mimetica con anfibi, armi, giubbotto antiproiettile, elmetto e zaino in spalla. Cominci a sottoporti a tutta una serie di misure precauzionali e ti rendi anche conto che dovrai farlo, vestirti in questo modo, ogni giorno e per i tutti i mesi che dovrai stare lì! Entri in un mondo che fino al giorno prima hai visto solo in tv o nei giornali, e per motivi tutt’altro che piacevoli, drammatici direi. Spesso poi, noi in Occidente percepiamo le cose viste nei telegiornali, soprattutto quelle più lontane dalla nostra realtà di tutti i giorni, quasi come fossero dei film. Come se i morti e le bombe fossero irreali, non ci appartenessero. Quando poi ti trovi in quei posti, ne respiri l’aria, t’immergi in quel clima, cominci a sentire e vedere fisicamente quel mondo, senza necessariamente che debba capitarti chissà che, ti accorgi di colpo quanto sia tremendamente reale.”

Quindi giravi con giubbotto antiproiettile e armi tutto il giorno?
Guarda, io sono sbarcato all’aeroporto di Kabul che è sia militare che civile. L’aeroporto poi è collegato alla grande base militare in cui sono stanziati i comandi americani e Nato. Io dovevo lavorare e vivere all’interno di quella realtà. Si tratta di un impianto protetto da una serie di barriere – muri in cemento armato e reticolati – che di fatto isolano la base dall’esterno in maniera pressoché totale. La questione sta nel fatto che, anche all’interno della base, si rimane potenziali bersagli da attacchi esterni e non solo.

L’Aeroporto Internazionale di Kabul
L’Aeroporto Internazionale di Kabul

Cosa vuoi dire con ʻesterni e non soloʼ?
Intendo dire che, per esempio, sono stati frequenti gli attacchi dall’esterno a colpi di lanciarazzi e kalashnikov, in pratica alcuni combattenti talebani si sono spinti in missioni suicide nei pressi della base, a volte facendosi esplodere e a volte con vere e proprie azioni di guerriglia armata. Con attacchi del genere le barriere perimetrali sono senz’altro fondamentali, ma specie nel caso di utilizzo di razzi non garantiscono la piena sicurezza: per noi che alloggiavamo nel perimetro della base, quando si era sotto attacco, l’unica cosa da fare era ripararsi nei bunker. Però, in passato, è capitato pure che qualche soldato afghano abbia sparato a soldati americani proprio dentro la base stessa, questo fenomeno in gergo militare si chiama ʻgreen on blueʼ.”

Cavolo, addirittura!
Può capitare. Green e blue sono i colori in codice delle forze alleate, green per i soldati afghani e blue per quelli delle forze internazionali, poi c’è il red per i nemici. Si lavora a stretto contatto con i militari afghani e purtroppo sono successi episodi di attacchi suicidi commessi da alcuni di loro. I motivi possono essere vari: è capitato che qualcuno sia stato costretto perché la famiglia era stata minacciata o addirittura rapita, oppure che fosse stato pagato. La miseria è diffusa anche tra i militari, e la promessa di sistemare economicamente la propria famiglia può indurli a gesti estremi. Ma c’è anche l’eventualità assai probabile che qualcuno agisca mosso da motivi ideologici e religiosi.

Ma poi com’è finita col soldato afghano?
Non alludevo a un caso isolato, purtroppo di episodi ce ne sono stati parecchi: il ʻgreen on blueʼ è diventata una vera e propria minaccia da non sottovalutare. È successo proprio di recente che, nella base afghana in prossimità del mio comando, un militare afghano abbia aperto improvvisamente il fuoco contro tre contractor americani che stavano lavorando in un hangar, ne ha uccisi due, ferendo gravemente il terzo, prima di essere ucciso a sua volta da una guardia americana. Ma ricordo anche che tempo fa un soldato afghano ha sparato contro un gruppo di soldati americani facendo una vera strage e riuscendo poi a fuggire: fu nel 2012 mi pare, entrò con un M16 in un edificio dove era in corso un briefing, uccise nove militari americani e si allontanò facendo perdere le sue tracce. Di solito continuano a sparare finché non vengono uccisi o catturati, ma quella volta l’attentatore se la cavò. Adesso te ne ho raccontati due, ma ti assicuro che ce ne sono stati molti di più.

Parlami un po’ di questa base, dove si trova esattamente?
Come puoi immaginare, la base è abbastanza grande e, come dicevo, è collegata all’aeroporto. Rispetto alla città di Kabul si trova a nord, circa quattro, cinque chilometri, non di più. Adiacente alla nostra base internazionale c’è poi un’area presieduta dalle forze dell’esercito afghano. Tutto il complesso è considerato un target da proteggere e, in effetti, è ben difeso. I problemi nascono quando ci si deve spostare all’esterno, anche trasferimenti di personale di pochi chilometri comportano l’uso delle massime precauzioni possibili: scorte armate, mezzi blindati, percorsi monitorati. Spesso ci si sposta in elicottero. Per esempio, per trasferirsi dalla base alla ʻgreen zoneʼ nel centro della città.

Cos’è la ‘green zone’?
La ʻgreen zoneʼ è in pratica la zona più protetta della città, una sorta di cittadella in cui sono concentrati gli edifici governativi, le ambasciate, i centri di comando internazionali. Tra la nostra base e la ʻgreen zoneʼ avviene un traffico giornaliero di personale civile e militare che, appunto, rappresenta un rischio costante sia come bersaglio diretto che indiretto. Diretto se l’oggetto di un eventuale attacco è il convoglio stesso, indiretto nel caso che il convoglio sia coinvolto in un attentato commesso ai danni della popolazione.

Strada affollata nel centro di Kabul
Strada affollata nel centro di Kabul

E succede spesso?
È successo e succede. La cosa triste è che a Kabul quella degli attentati è diventata una realtà che rasenta la normalità.

Te l’ho chiesto perché ultimamente non si parla molto di Afghanistan. Le notizie di tv e giornali sono monopolizzate da ciò che sta avvenendo in Siria, in Libia e nel Mediterraneo. La percezione di uno spettatore come posso essere io è che se dai media non arriva nulla è perché non accade nulla, ma immagino che non sia affatto così.
Non saprei. Immagino che ciò che è avvenuto e sta avvenendo vicino ai nostri confini desti molta preoccupazione nell’opinione pubblica e che per questo i media cerchino di informare soprattutto su ciò che accade in quei territori. Io ti posso dire che ricevo quotidianamente la rassegna stampa con i bollettini del Ministero della Difesa: certamente ciò che adesso sta avvenendo sull’altra sponda del Mediterraneo tiene banco, ma ti assicuro che in Afghanistan e a Kabul gli attentati con morti e feriti, soprattutto tra la popolazione civile, sono tuttora all’ordine del giorno.

Eppure ho letto che si stanno costruendo scuole, ospedali…
Certamente. La presenza del personale internazionale riguarda proprio queste cose: la ricostruzione del paese, con gli ospedali, le scuole, le infrastrutture. Si lavora a stretto contatto con gli afghani. C’è molto personale civile oltre a quello militare: ci sono ingegneri, medici, aziende private – i cosiddetti contractors, che non sono soltanto quelli che svolgono servizi di polizia o vigilanza privata, ma possono riguardare anche lavori di progettazione, supporto e consulenza in svariati settori al di fuori del contesto militare – e ovviamente le stesse imprese afghane. Sono tutti impegnati a ricostruire un paese la cui organizzazione sociale era stata quasi completamente azzerata prima da una guerra civile trentennale e poi dall’occupazione dei talebani. A Kabul ci sono parecchi cantieri aperti, purtroppo si lavora sotto la costante minaccia di ritorsioni da parte di cellule talebane, che in una città come quella possono nascondersi facilmente. La presenza militare serve proprio per questo: per scongiurare l’intensificarsi di azioni terroristiche. Lo fa, ma non può evitarle del tutto.

Ma cosa potrebbe succedere se, per esempio, domani la presenza militare internazionale dovesse cessare?
Non si può dire con certezza cosa succederebbe, credo comunque niente di buono. Probabilmente un ritorno alla guerra civile. Una parte del paese è ancora nelle mani dei talebani, quella più impervia, la cosiddetta zona tribale. I talebani non sono stati sconfitti, si sono soltanto ritirati, e questo grazie all’azione della forza militare internazionale. Il governo del presidente eletto e l’esercito nazionale afghano stanno tuttora cercando di contrastare le sacche di resistenza talebane sparse nel paese, ma senza grossi risultati finora. La nostra presenza, oltre a fare da deterrente contro un’eventuale ripresa dell’offensiva talebana, serve essenzialmente per supervisionare la ricostruzione, cioè per dare assistenza e consulenza tecnica ai vari progetti in corso. Aggiungo inoltre che un ruolo importante per noi è anche quello di istruire e addestrare l’esercito afghano, riorganizzarlo, dargli la giusta preparazione secondo i moderni criteri internazionali, per esempio: spiegare le regole d’ingaggio sia nelle operazioni militari che in quelle di polizia; elencare le procedure e i regolamenti internazionali; soprattutto, insegnare il rispetto per i diritti umani dei prigionieri. In sostanza, pure all’interno di una legislazione che rimane quella propria dello stato afghano, si cerca di dare una professionalità tecnica, ma anche etica a un esercito regolare che si è rifondato relativamente da pochi anni. Quindi, ripeto, molta attenzione alla Convenzione di Ginevra, al regolamento internazionale in materia di diritti civili e umani, eccetera.

Gianni insieme a colleghi afghani e americani ad un convegno
Gianni insieme a colleghi afghani e americani ad un convegno

Però c’è qualcosa che non ho ancora capito: finora mi hai parlato di Nato. Ma l’intervento in Afghanistan non rientrava sotto l’egida dell’Onu?
Dunque, cerco di semplificare la cosa: c’è stato un mandato Onu fino al 2014, che aveva previsto l’impegno della Nato con la missione ʻIsafʼ. In sostanza si  trattava di quello che è stato l’intervento militare a sostegno del governo afghano nella guerra ai talebani, quindi direttamente impegnato nei combattimenti. Dopodiché, il presidente afghano ha espressamente chiesto alla coalizione internazionale un prolungamento degli aiuti. La Nato ha aderito alle richieste di Kabul approvando la missione chiamata ʻSostegno Risolutoʼ, tradotta in italiano, che poi è quella che ha riguardato il sottoscritto. Questa nuova missione, che è appunto iniziata nel 2015, è gestita dalla Nato e prevede unicamente gli interventi che ti ho appena spiegato. Teoricamente non contempla azioni di combattimento se non in caso di pericolo imminente nei confronti della coalizione stessa, che è formata per metà da americani e per metà da europei!

CONTINUA

[leggi la seconda parte dell’intervista]

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L’INTERVISTA
Ilaria Corli pedala sul mondo e prepara la sua sfida estrema: TransAmerica in totale autonomia

(Pubblicato il 26 febbraio 2016)

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Ilaria

E’ nata in provincia di Piacenza nel 1987, ma ci tiene a dire che è “ferraresissima”. Ilaria Corli, infatti, vive da sempre a Ferrara, città delle biciclette, e lo scorso luglio ha compiuto 28 anni sul circolo polare artico, raggiunto proprio in sella alla sua bici, partendo dalla città estense. Sì perché Ilaria, oltre che un tecnico federale di triathlon, è una ultracycler – quelli che… di chilometri in bici ne fanno davvero un bel po’ – con nelle gambe già diversi viaggi: l’ultimo appunto l’estate scorsa verso Caponord, 4.300 km in 30 giorni in solitaria. Ora si sta preparando per la prossima sfida: la Trans America Bike Race, non più un pur impegnativo viaggio in solitaria, ma una vera e propria competizione ultracycling – ossia in totale e  assoluta autonomia – attraverso gli Stati Uniti, seguendo più o meno il percorso della celeberrima Route 66.
L’ho incontrata nella nostra redazione che Ilaria ha raggiunto, neanche a dirlo, pedalando.

Ilaria, come e quando è nata la tua passione per le due ruote?
Ho iniziato a fare triathlon, che comprende anche la specialità della bici, nel 2010. La passione è nata grazie alla bicicletta di mio nonno: d’estate, quando avevo tempo, mi piaceva pedalare lungo gli argini, facevo fino a 80-90 km, non male per l’età e l’esperienza che avevo. Partivo da casa e facevo giri in bici nei paraggi. Poi ho iniziato ad allungare le distanze e se, per esempio, dovevo raggiungere degli amici o determinati eventi, lo facevo in bicicletta (Ilaria fino a tre anni fa aveva anche la passione della musica e suonava in una band, ndr). Così si è sviluppata la passione per le grandi distanze e i viaggi in solitaria.

Che sensazioni ti dà la bicicletta?
Una sensazione di libertà, di indipendenza, di ricerca di me stessa: può sembrare un’esagerazione, ma grazie alle tante ore passate a pedalare da sola, la bicicletta mi ha permesso e mi permette di riflettere, di stare a contatto con la natura e con i miei pensieri. Grazie a queste esperienze, alla riuscita dei miei viaggi la fiducia in me stessa è cresciuta perché ho affrontato strade e limiti che non sapevo di avere e che ho superato. Quando esco da sola e mi trovo di fronte a un bivio decido sempre in autonomia in base a quello che mi sento di fare in quel momento: spesso decido di prendere la strada che non conosco, mentre altre volte voglio rimanere concentrata su me stessa, immersa nei miei pensieri e quindi scelgo la strada che conosco bene, così so dove vado e posso concentrarmi sulle mie sensazioni ed emozioni. Grazie alla bicicletta, infatti, ho imparato a sentire, ad avere più sensibilità, più contatto con il mio corpo: per esempio riesco a essere più ricettiva rispetto ai segni di stanchezza, che possono essere anche minimi, ma cogliendoli subito so quando devo rallentare ancora prima di stancarmi. E questo non lo sfrutto solo per gestirmi durante gli allenamenti, è una sensibilità che mi serve anche nelle altre attività della mia vita quotidiana, come lo studio.

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Ilaria con la sua bici

Cos’è l’ultracycling?
È una branca del ciclismo che in realtà comprende tutto ciò che sta tra le otto ore di gara e la Raam (Race Across America), una gara con supporto di circa due settimane. Esistono una federazione nazionale e una internazionale che organizza gare.
Oltre alle vere e proprie competizioni, nell’ultracycling si possono includere le imprese in solitaria oppure anche le randonnee, manifestazioni amatoriali non competitive con un tracciato da seguire, ma senza classifica finale. Io mi definisco come ultracycler proprio perché mi piace fare lunghe distanze semplicemente per il piacere di pedalare, senza avere una classifica.

Passiamo ora alle tue imprese: la prima è stata Barcellona nel 2013, poi Oslo nel 2014, e infine Caponord nel 2015.
Ero stanca di rimanere in zona, perché anche se facevo 200 km, alla fine non andavo mai così lontano da casa. Avevo voglia di andare da un punto all’altro, di cambiare paesaggi e magari anche di uscire dall’Italia. Perciò ho deciso di buttarmi e ho scelto un percorso abbastanza facile e che mi facesse rimanere in un paese con un clima simile a quello di casa, per non avere troppi problemi di equipaggiamento, dato che ero al mio primo viaggio. Per questo la meta è stata Barcellona, anche se avrei voluto andare al Nord, che è un po’ il paradiso della biciletta. Ho deciso di impacchettare la bici in un grande scatolone e spedirla nella stiva di un aereo per Barcellona, per poi percorrere la strada a ritroso, piuttosto che arrivare in aeroporto in Spagna e avere il problema di dover trovare un modo per imbarcare il mio mezzo. Ho fatto 1.200 km in sei giorni, 200 km al giorno. L’anno dopo mi sentivo pronta per il Nord e ho deciso di partire da Ferrara e arrivare a Oslo: doppia distanza e doppio del tempo di percorrenza, 2.400 km in 12 giorni. È stato un viaggio veramente bello. Quando sono arrivata a Oslo, ho sentito dentro di me il desiderio di andare verso Capo Nord: un sogno che in realtà avevo da molto tempo, ma mi serviva un po’ di esperienza. Raggiungere Capo Nord, significa attraversare il continente da Sud a Nord e poi, quando ho iniziato ad andare in bicicletta e a leggere che viaggi facevano gli altri cicloturisti, ho imparato che è una meta ambita. Nel 2015 ero pronta e così il 20 giugno sono partita: 4.300 km in 30 giorni. Un’esperienza che ho condiviso sulla mia pagina facebook e che è poi diventata un libro: “Pedalando verso Capo Nord. Un sogno lungo trenta giorni”. Mentre i primi due viaggi li ho potuti un po’ improvvisare, Capo Nord ha richiesto una preparazione più particolare, essendo una distanza maggiore ed essendomi anche imposta il limite dei 30 giorni: sono stata seguita per tre mesi da un allenatore.

Come si prepara un viaggio in solitaria come quelli che affronti tu?
Serve tempo e sacrificio. Da marzo scorso sono seguita da un allenatore, da un gruppo di nutrizionisti dell’Università di Ferrara e da una psicologa dello sport. Mi preparo con allenamenti di triathlon, ovviamente con la prevalenza della bici, e faccio allenamenti in solitaria, perché mi devo abituare anche semplicemente a stare sola, per esempio per affrontare da sola i momenti di crisi psicologica che posso avere.
Per quanto riguarda le tappe, non mi piace pianificare più di tanto, certo guardo il percorso perché devo sapere quello che mi aspetta. Non prenoto subito tutti i pernottamenti perché ci sono sempre inconvenienti, una foratura, un po’ di stanchezza, il brutto tempo, oppure può capitare che quel giorno mi senta in forze e quindi posso allungare la distanza rispetto a quella prefissata: solitamente prenoto il pomeriggio o la sera prima attraverso un’applicazione del telefono, dopo aver guardato il meteo e a seconda delle mie condizioni fisiche.

Cosa è cambiato in questi tre viaggi?
Le difficoltà soprattutto. Barcellona non era impossibile e se anche avessi impiegato qualche giorno in più rispetto a quelli che mi ero prefissata non sarebbe capitato nulla. Inoltre avevo già viaggiato in Francia e Spagna, perciò sapevo quello che mi aspettava. Questo già non era più vero nel caso di Oslo, perché non ero mai stata in Svezia o Norvegia. A maggior ragione nel 2015 nel viaggio per Capo Nord. Un conto è andare in Spagna: è quasi come viaggiare in Sicilia. Un conto è andare verso Nord: c’è il freddo, sei più lontana da casa. Ti metti più alla prova.
In ogni caso ogni viaggio ti mette alla prova e ti dà piccole opportunità di crescita.

C’è qualche aneddoto che ci vuoi raccontare del tuo viaggio verso Capo Nord?
Durante i miei viaggi ho incontrato due tipi di persone: le persone che mi aspettavano perché mi ospitavano e i ciclisti o i camminatori che ho incontrato lungo la strada e con i quali è capitato di condividere un pezzo del percorso.
Un incontro interessante l’ho fatto il terzo giorno mentre ero ancora in Italia, a Gemola del Fiuli. Sono partita la mattina anche se pioveva a dirotto, tanto che non ho voluto usare il navigatore per paura che si potesse guastare. E così ho sbagliato strada, ma me ne sono accorta solo dopo un po’ perché scendevo, mentre avrei dovuto salire verso il Tarvisio. Nel frattempo ho visto arrivare verso di me un signore in bici con il suo ombrello e ho deciso di chiedere informazioni. Mi ha detto che dovevo tornare indietro e che mi avrebbe accompagnato perché tanto andava nella mia stessa direzione. Mentre pedalavamo mi ha chiesto dove stavo andando e all’inizio non mi credeva quando gli ho detto che volevo arrivare fino a Capo Nord. Insomma è andata a finire che, nonostante la pioggia e nonostante non avesse l’equipaggiamento, mi ha accompagnato per circa 50 km fino quasi al passo del Tarvisio perché, mi ha detto, un’occasione così non gli sarebbe mai più ricapitata.

Nel 2016 hai messo in cantiere un’altra sfida, questa volta al di là dell’Atlantico. Il 4 giugno inizierà la tua prossima impresa: la Trans America Bike Race, una competizione coast to coast di 6.800 km non stop, con 65.000 metri di dislivello attraverso dieci stati, con partenza da Astoria (Oregon, sul Pacifico) e arrivo a Yorktown (Virginia, sulla costa Atlantica), in autonomia completa senza equipaggi al seguito.
Mi viene un po’ di ansia mentre lo dici. È il terzo anno che si tiene e il percorso è più o meno lo stesso della Route 66. È una gara non stop, vince il primo che arriva al traguardo dall’altra parte, c’è il divieto di scia, cioè non si può stare dietro gli avversari per sfruttare la loro scia, ed è in completa autonomia, cioè non si possono ricevere aiuti dall’esterno: devo avere con me tutti i tipi di equipaggiamento, devo procurarmi il cibo da sola…
È ancora più impegnativa rispetto ai viaggi precedenti non solo per la distanza da percorrere, ma per il dislivello, il punto più alto è a 3.500 m di altezza, e per l’escursione termica.
Come allenamento il 6 marzo farò la Granfondo Po, 140 km in piano e in scia, e il 23 e 24 aprile la Rai (Race Across Italy) che prevede un percorso Adriatico-Tirreno-Adriatico: sarà la mia prima vero gara di ultracycling. Una bella prova perché sono circa 810 km, con 15.000 metri di dislivello, da fare in due giorni e io ho deciso di farla in autonomia, anche se si potrebbe farla con equipaggio al seguito. Mi servirà soprattutto per capire a che punto della preparazione sono.

Alcuni momenti del viaggio di Ilaria a Capo Nord. Clicca sulle immagini per ingrandirle.

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Uscendo un po’ dall’ambito dell’ultracycling, ma rimanendo nel mondo delle due ruote: che ne pensi della campagna per la bicicletta Premio Nobel per la Pace perché è “il mezzo di spostamento più democratico a disposizione dell’umanità, che non causa guerre, non inquina, fa bene al corpo e alla mente”?
Appoggio le campagne come questa e sicuramente la bici può essere considerata un mezzo ecologico, che facilita il dialogo e la socializzazione, che fa vedere le cose da un altro punto di vista.

Il triathlon, l’ultracycling e la bici in generale, non vengono spesso associati al genere femminile. Le cose stanno cambiando?
Se non sei dell’ambiente è difficile che se ne parli. A mio parere si è assistito a due fenomeni che sono andati di pari passo: tante donne si stanno sempre più accostando alle due ruote, non è più uno sport prettamente maschile, e poi la bicicletta è sempre più considerata, ci sono più persone che si avvicinano alla bici, non solo per agonismo, ma in modo amatoriale per il senso di benessere e per il piacere di una pedalata in compagnia, ci sono anche sempre più campagne ed eventi promozionali per l’uso delle due ruote.

Tu sei anche allenatrice di triathlon e i tuoi allievi hanno dai 4 ai 18 anni, se ti chiedessi perché i ragazzi e le ragazze devono saltare in sella a una bici?
Più che altro devono provare esperienze diverse: devono saltare in sella a una bici, devono calciare un pallone, devono imparare a nuotare. In generale, secondo me, devono saper lavorare bene e in sintonia con il proprio corpo perché lo conoscono bene. E poi siamo a Ferrara: non si può non saper pedalare, la bici è una cultura!

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