Giorno: 14 Agosto 2016

LA RIFLESSIONE
Verso la società della conoscenza. Concetti e tecnologie per sostenere un cambiamento epocale

(pubblicato il 23 ottobre 2015)

In quanto esseri sociali che vivono in un ambiente altamente tecnologico non possiamo vivere senza imparare costantemente durante tutta la vita; non possiamo vivere bene senza imparare ad imparare. Il concetto di educazione permanente che riassume quest’idea è il risultato di un lungo processo di elaborazione e di specificazione avvenuto a livello internazionale nell’arco di parecchi decenni. È principalmente nell’ambito dell’educazione degli adulti e di alcune specifiche domande emerse in tale contesto (la “lifelong education” appare nel vocabolario dell’educazione anglofona già nel 1920) che il concetto di educazione permanente ha trovato, in alcuni paesi ed organizzazioni internazionali ampia diffusione, portando al superamento della concezione in base alla quale si apprende solo in alcune fasi dello sviluppo umano. Attorno al 1930, si è sviluppata una concezione di educazione strettamente connessa all’idea di istruzione popolare, con un accento sulla formazione del lavoratore (l’operaio tipicamente) allo scopo di migliorarne il rendimento lavorativo. È a partire dal 1960 che il concetto di educazione evolve in quello di apprendimento, si sviluppa in quello di apprendimento continuo (lifelong learning) alimentato da diverse fonti e canali, per sfociare infine in una definizione che mette in risalto i tre livelli della cosiddetta educazione formale, non formale ed informale.

La letteratura definisce educazione formale quella che si realizza nelle istituzioni destinate all’istruzione e alla formazione e che si conclude con l’acquisizione di un diploma o di una qualifica riconosciuta. L’obbligo scolastico che ne è parte è dato talmente per scontato che stentiamo ad immaginare un mondo organizzato in modo differente. In Italia, gli attori dell’educazione formale sono facilmente identificabili poiché coincidono con gli enti giuridicamente preposti all’educazione, alla formazione e all’istruzione riconosciuta e parificata.
Con educazione non formale si fa riferimento a tutte quelle attività educative organizzate al di fuori del sistema formale (nei luoghi di lavoro, nelle organizzazioni, nei gruppi della società civile, nelle associazioni, nelle chiese etc). Esse si rivolgono ad audience solitamente ben individuabili con obiettivi di apprendimento specifici; solitamente non è prevista l’acquisizione di titoli di studio o qualifiche riconosciute, ma la sola attestazione di frequenza, o a volte, la certificazione delle competenze acquisite. Pur essendo riconosciuti anche dall’Unione Europea i sistemi di educazione non formale non hanno in Italia lo stesso riconoscimento attribuito al sistema di educazione formale.
Quello che caratterizza l’educazione informale è un processo non legato a tempi o luoghi specifici, attraverso il quale ogni individuo acquisisce (anche in modo inconsapevole o non intenzionale) attitudini, valori, abilità e conoscenze dall’esperienza quotidiana, dalle influenze e dalle risorse educative nel suo ambiente: dalla famiglia e dal vicinato, dal lavoro e dal gioco, dal mercato, dalla biblioteca, dal mondo dell’arte e dello spettacolo, dai mass-media, dagli hobby e dalle attività del tempo libero. Gli attori di questo contesto sono davvero i più disparati, difficili da definire concettualmente e da individuare concretamente.
Possiamo dunque immaginare il nostro mondo come popolato da una pluralità di agenzie educative formali, non formali e informali con le quali entriamo in relazione durante tutta la nostra vita.
Alla luce di questi sviluppi l’educazione permanente si configura come un processo che coinvolge sia la persona che la società; al primo livello sfida le persone a definire le proprie traiettorie biografiche in termini di relazioni di apprendimento derivanti dalle interazioni con le agenzie; al secondo livello si manifesta come processo sociale strategico, non solo per produrre le conoscenze indispensabili al buon funzionamento delle organizzazioni (dalle imprese alle amministrazioni), ma anche come indispensabile meccanismo per la produzione di cittadinanza e del capitale sociale indispensabile per creare la base di fiducia necessaria al buon funzionamento del sistema sociale.

Ora in questo quadro già complesso le tecnologie digitali irrompono massicciamente rivoluzionando schemi ed approcci, mettendo in discussione stereotipi e regole, aprendo enormi spazi per l’innovazione. Questa rivoluzione investe grandi numeri di persone per effetto degli sviluppi resi possibile da Internet, ma, dal punto di vista concettuale ha radici che risalgono senz’altro al secolo scorso. Di gestione della conoscenza (knowledge management) si parla dalla metà degli anni 80, periodo nei quale prendeva forma tecnica la riflessione sul passaggio da “saperi subiti a saperi scelti” retaggio della rivendicazioni giovanili degli anni ’60. E già all’inizio degli anni ’90 in Francia prendeva piede per opera di un gruppo di intellettuali innovatori (Levy, Authier e Serres) la proposta, per certi versi rivoluzionaria, degli alberi di conoscenza, un tentativo ardito per mappare le competenze personali e seguirne lo sviluppo nel tempo all’interno di qualsiasi aggregato sociale.

Oggi, oltre 20 anni dopo, disponiamo di strumenti inimmaginabili allora: esistono ampie piattaforme digitali supportate da una formidabile infrastruttura hardware, le competenze adatte a sviluppare applicazioni (app) sono molto diffuse, i costi delle tecnologie digitali sono molto più bassi, esiste molta più consapevolezza circa i meccanismi umani di apprendimento. Sembra però ancora mancare un indirizzo, una strategia, una visione capace di affrontare non solo i singoli problemi di conoscenza, ma di integrare in un ambiente formativo (o educativo) unitario e abilitante i tre campi ancora separati dell’educazione formale, non formale e informale. Oggi forse, i tempi sono tecnologicamente maturi perché prospettive visionarie, come quella che fu degli alberi di conoscenza, possano essere sviluppate in modo nuovo, usando la straordinaria potenza di calcolo dei nuovi computer che consente di analizzare big data e la prospettiva social che vede gli utilizzatori della rete come i reali produttori interconnessi di una mole sterminata di informazioni.
Forse il momento in cui i nostri curriculum vitae raccoglieranno in tempo reale le nostre capacità e i nostri saperi, in cui sarà possibile conoscere rapidamente il capitale di competenze di una intera comunità (azienda, città o gruppo), in cui l’apprendimento risulterà facilitato e reso più divertente, non è poi così lontano. Gli algoritmi delle grandi dot.com sono già in grado di sintetizzare informazioni e di fornirle in forma che può essere velocemente trasformata in conoscenza personale mentre l’internet delle cose alimenta in modo esponenziale la quantità di dati che questi algoritmi possono elaborare.
Questa integrazione tecnologica è la base fisica e tangibile della futura città della conoscenza: essa tuttavia non potrà sviluppare tutte le sue potenzialità positive senza un corrispondente tecnologia sociale che faccia esplicito riferimento ad un orientamento valoriale e ad una profonda consapevolezza da parte dei cittadini.

Ascolta il brano intonato: Lucio Dalla, Futura

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LA RIFLESSIONE
Essere, fare, consumare: tre costellazioni di senso per la società del domani

(Pubblicato il 3 febbraio 2016)

Il bisogno fondamentale dell’uomo è agire in un ambiente controllabile che consenta di dar senso alla propria vita. Questa esigenza emerge con forza particolare nella nostra società. La potenza delle tecnologie consente ormai da tempo uno stock produttivo complessivo, che in linea di principio sarebbe più che sufficiente a coprire i bisogni materiali più urgenti delle persone; purtroppo questa ricchezza non è distribuita in modo equo, anzi le differenze tra chi ha troppo e chi non ha nulla diventano sempre più ampie e drammatiche. Viviamo in un mondo che predica l’efficienza produttiva, ma allo stesso tempo spreca enormi quantità di risorse e di beni, proprio a causa della totale inefficienza dei meccanismi che dovrebbero garantire anche l’equità e la giustizia nell’allocazione delle risorse generate. Viviamo in un mondo materialista, dove l’eccesso di consumo produce patologie altrettanto gravi e drammatiche della carenza.
In questo mondo globalizzato la domanda di senso sembra diventare sempre più forte, aumenta insieme al crescere esponenziale dei flussi informativi e dei beni circolanti a livello planetario: con l’incremento della conoscenza sembrano anche crescere i dubbi e le perplessità ai quali le istituzioni sociali canoniche sanno offrire soluzioni sempre meno funzionali. L’argomentazione razionale, base della democrazia laica, sembra offrire sempre meno strumenti per affrontare con successo una complessità diventata ingestibile.

Ognuno, in questo mondo, cerca la felicità a proprio modo. Lo può fare, tuttavia, all’interno di un orizzonte di senso che, dopo il disincantamento dal mondo segnalato da Max Weber e la cosiddetta fine delle ideologie, è diventato radicalmente problematico. Si tratta di una sfida – dar senso alla propria esperienza di vita in un ambiente controllabile da un punto di vista soggettivo – che riguarda ogni persona, a prescindere dalle differenze di razza, religione, etnia e nazionalità, una sfida che molti pensano di eludere aderendo più o meno acriticamente a modelli già disponibili. Con sempre maggiore evidenza ci si accorge che essa non può più essere dominata semplicemente attraverso l’informazione e l’argomentazione razionale, attraverso la scienza e la tecnologia, poiché investe aspetti molto più profondi e problematici.

Per alcune persone la ricerca di senso coincide con la scoperta dell’unicità del proprio essere: la felicità è uno stato del cuore e della mente, che si trova dentro ognuno di noi a prescindere da ogni condizionamento esterno. Quello che succede “lì fuori” è complessivamente poco importante poiché l’attenzione è focalizzata sulle componenti interiori, soggettive e personali, sul modo con cui osserviamo il mondo piuttosto che sul mondo stesso: si tratta di una via contemplativa che accompagna da sempre ogni tipo di civiltà, manifestandosi in varie forme di misticismo, di trascendenza, di magia naturale, di religiosità vissuta in prima persona.
Questa latente spiritualità (comunque questo concetto sia definito), per lungo tempo bollata come irrazionalità e superstizione, è in crescita costante in tutto l’occidente. A partire dalle prime sperimentazione di inizio ‘900 e dagli impulsi creativi degli anni ’60, trova da decenni una sponda ulteriore in una certa interpretazione della scienza olistica e della fisica quantistica. Poco importa ai fini della discussione presente che le manifestazioni osservabili siano le più diversificate, come dimostra il proliferare di sette pseudo religiose, la crescita delle comunità intenzionali, la diffusione di discipline e filosofie orientali, il ritorno dello sciamanesimo, l’uso di sostanze chimiche per esperire stati di coscienza alternativi e, più importante, il riaffermarsi delle grandi religioni. Resta il fatto che dietro a questi fenomeni si cela una ricerca di senso che può essere autentica, da leggere forse come un tentativo di coltivare una dimensione differente da quella promossa dal mainstream, calcolatore e materialista. In questa prospettiva il lavoro – componente centrale della società industriale oggi in drammatica crisi – è un processo che serve per lo sviluppo interiore e per garantire eventualmente le condizioni minime che consentano di perseguire l’evoluzione personale.

Per altre persone la ricerca di senso coincide principalmente con il bisogno di agire nel mondo e di cambiarlo in modi coerenti con la volontà: il fare rappresenta da sempre un modo per realizzare se stessi, per superare l’inquietudine e per fuggire dai dubbi che la mente vagabonda e non disciplinata pone agli uomini. Questo approccio, fortemente radicato nella cultura occidentale, con la sua enfasi sul lavoro e sul successo, ha rappresentato una formidabile spinta nel passato recente e anche oggi è, per molte persone, fonte irrinunciabile di senso. Nel ‘fare’ artigiani, piccoli imprenditori, professionisti, lavoratori, scienziati (etc.), trovano la ragione della loro vita, non per il guadagno monetario, ma per l’intrinseca soddisfazione del lavoro ben fatto, per il gusto della creatività applicata, per la sete di conoscenza, per il riconoscimento della propria bravura e del proprio mestiere. Un fare che in molti casi viene premiato dalla società in modo esplicito, seppure in proporzioni molto variabili da luogo a luogo, da persona a persona. Il fare riporta tanto al tema del successo quanto a quello del dovere, dimensioni entrambe fortemente associate allo spazio del senso: bisogna agire, primeggiare, raggiungere obiettivi, costruire e realizzare qualcosa nel mondo “lì fuori”, ottenere il riconoscimento e l’invidia degli altri a conferma del proprio essere vincenti. L’homo faber da senso alla vita attraverso l’esercizio della sua facoltà di trasformare l’ambiente in cui vive, con l’impegno per un mondo migliore, la lotta contro l’ingiustizia, il lavoro incessante per tutelare i diritti, la libertà, la natura, la patria.

Per molte persone il senso della vita si risolve essenzialmente nell’avere. Il consumismo nel quale viviamo e siamo cresciuti è uno stile di vita che si fonda su un assunto fondamentale: la realizzazione personale e spirituale è (e deve essere) ricercata attraverso il consumo; per far questo è indispensabile che una mole sempre più grande di prodotti sia realizzata, acquistata e sostituita a un ritmo sempre più veloce. Consumare è l’azione quasi magica che  garantisce nello stesso tempo la prosperità della società e la felicità dell’individuo. Nelle società occidentali questo è il mantra fondamentale: consumo dunque sono. Pubblicità ormai associata a ogni tipo di comunicazione, obsolescenza programmata e moda sono i pilastri su cui si fonda. L’homo consumer è un pozzo di desideri senza fondo che agisce per massimizzare la propria felicità attraverso la ritualità del consumo; egli trova per ogni problema la specifica soluzione all’interno di un mercato potenzialmente infinito; beni e servizi consentono di affrontare e risolvere (per quanto?) problemi di infelicità, cattivo umore, difficoltà relazionali, sviluppo personale, crisi familiari, sofferenza, ricerca di senso e significato. Basta essere debitamente informati e pagare. Il lavoro, in questa prospettiva, serve principalmente per ottenere i soldi sufficienti per entrare nel circuito del consumo creatore di senso, a prescindere dalla qualità intrinseca e dagli effetti che esso produce nel mondo.

In ogni persona possiamo riconoscere combinazioni diverse e mutevoli di questi tre tipi ideali; allo stesso modo i tre tipi variamente si intrecciano, si mescolano, si incontrano e si scontrano nella società dando luogo ad un mélange variegato. Persone ascrivibili a uno di essi si trovano in tutti gli strati e le classi sociali, in tutti i gruppi, in tutti i territori, in proporzioni però assai differenti. Pochissimi probabilmente coloro che ricercano coscientemente un esperienza autentica centrata sull’essere, discretamente presenti i secondi, tantissimi i terzi, poiché in questo universo ritroveremo tutti quelli che perseguono non solo il consumo per il consumo, ma anche il consumare per avere e il consumare per essere.

Una certa vulgata new age ampiamente diffusa parla di un risveglio della consapevolezza a livello planetario, di una nuova spiritualità: uomini e donne dell’era dell’acquario dovrebbero essere gli esempi di quella nuova umanità evoluta, capace di vivere in modo olistico in un universo di pace e prosperità. Almeno a sentire i media, il mondo sembra però andare in un altra direzione, anche se qua e là non mancano dei segnali positivi.
Non sarà facile nel futuro prossimo trovare un’equilibrio, ma se iniziamo a considerare noi stessi e ogni persona come soggetti in cerca di senso tutto sarà più facile. Proviamo a spegnere il rumore di fondo che affolla di pensieri la nostra mente per abbracciare il presente liberi dall’ingombro di un ego ipertrofico, agiamo con coscienza e consapevolezza, consumiamo meno e in modo più responsabile. Saremo più felici e i risultati, poco alla volta, arriveranno.

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Schiavi del profitto. Gallino: “Andiamo verso una democrazia autoritaria”

In questi anni di crisi Luciano Gallino, uno dei sociologi italiani più autorevoli, ha pubblicato almeno tre libri importanti per comprendere la genesi del problema, la sua evoluzione i possibili sviluppi e le strategie per uscirne senza perdere pezzi significativi di democrazia: “Con i soldi degli altri” (2009), “Finanzcapitalismo” (2011), “Il colpo di Stato di banche e governi” (2013). Nel primo ha messo in risalto gli attori che gestiscono i risparmi di milioni di persone e i meccanismi che consentono loro di investirli sistematicamente in base all’unico criterio guida della massimizzazione a breve termine del rendimento finanziario. Nel secondo ha descritto la mega-macchina finanziaria, di estensione planetaria e capillarmente diffusa in ogni sistema sociale, finalizzata a massimizzare il valore estraibile dagli esseri umani e dagli ecosistemi, attraverso la quale il denaro viene impiegato, investito e fatto circolare sui mercati, allo scopo di produrre una quantità ancora maggiore di danaro, in un crescendo patologico sempre più fuori controllo. Nel terzo ha descritto il processo attraverso il quale siamo arrivati al tracollo finanziario di questi anni, dimostrando come esso non sia derivato da un incidente del sistema né sia stato prodotto dal debito pubblico che gli Stati avrebbero accumulato per sostenere una spesa sociale eccessiva, ma sia stato causato dall’ostinato perseguimento dell’accumulazione finanziaria ad ogni costo, per altro sostenuta da una lunga serie di decisioni politiche.
In tutti i testi Gallino non mancava di proporre strategie, suggerire “riforme impossibili ma necessarie”, ricercare e proporre “politiche anti-crisi”.

Professore, nel 2013 lei pubblicava “Il colpo di Stato di banche e governi”. Il quadro è ancora lo stesso o si scorgono dopo due anni segni di cambiamento?
La situazione rimane quella descritta nel testo. Non c’è stata nessuna iniziativa concreta da parte dei governi per porre fine alle attività delle banche che hanno causato la crisi; anzi, ci sono le premesse perché la crisi finanziaria possa ritornare. Oggi, e malgrado il monito di quel che è successo, l’ammontare dei derivati è dell’ordine dei quadrilioni di dollari, cifre talmente grandi da essere inconcepibili. Comunque enormemente superiori alla somma dei Pil di tutti i Paesi. Nulla è stato fatto per rivedere le teorie economiche neoliberali. Nulla per riportare la finanza al servizio dell’economia
Poco o nulla per creare occupazione mentre il lavoro sta scomparendo.

Lei sostiene che è l’occupazione che genera sviluppo e non il contrario. Che prospettive vede per il lavoro in Italia? 
Le previsioni non sono rosee e in Italia anche peggiori che in altri Paesi. La base produttiva italiana è crollata da oltre 30 anni, le imprese chiuse, privatizzate, vendute o spesso svendute, scarsissimi investimenti in ricerca e sviluppo. Non esiste da tempo nessuna seria politica industriale e i governi non sembrano averne cognizione. Dopo le frettolose privatizzazioni avviate negli anni ’90, ad esempio quella dell’Iri, la privatizzazione delle banche, nulla è stato fatto per riparare o orientare un sistema cambiato; è notizia di questi giorni la vendita di Pirelli, oggi quella di Breda Ferroviaria, la compagnia di bandiera appartiene ad altri, mentre Fiat è praticamente emigrata.
In queste condizioni è molto difficile pensare di risalire la china.

Lo Stato sociale, come lei afferma, è un’invenzione politica senza precedenti in base al quale la società intera si assume la responsabilità economica e sociale per ciascun singolo individuo, quale che sia la sua posizione e i mezzi che possiede. Da anni questa istituzione è sotto attacco da parte di forze che mirano a smantellarlo. Cosa succederà nel futuro prossimo?
Il rischio è quello di peggiorare ulteriormente, continuando a tagliare i servizi sanitari e sociali e quindi a far pagare la crisi ai soggetti che non l’hanno causata, come impiegati, operai, pensionati, famiglie, piccole imprese. Tutti soggetti che finora hanno da soli pagato il prezzo di una crisi di cui non sono responsabili. In più, in Italia, sono stati fatti tagli anche laddove le cifre non li sostenevano, usando i dati in modo scorretto; si è speculato usando erroneamente i numeri per sostenere molti tagli. Un caso lampante è quello delle pensioni i cui costi sono stati usati a torto per dimostrare l’insostenibilità della spesa pubblica.

Siamo forse alla fine della democrazia? Cosa possono fare i cittadini per affrontare questo stato di cose?
Sul versante positivo si nota un aumento del numero di persone che, a prescindere da appartenenze politiche, ideologie, posizioni sociali, non sono convinte, hanno capito che i governi non stanno facendo ciò che sarebbe bene fare. Si tratta di una pluralità di soggetti che dovrebbe trovare un punto di raccolta, una rappresentanza, un’unità d’intenti.
A fronte di questo attivismo i sondaggi danno però una percentuale di astensione altissima oltre il 40% e, in tale situazione, una piccola frazione di elettori esprimerebbe il governo dello Stato. Una situazione davvero inquietante per la democrazia rappresentativa anche se non è solo un problema italiano.
Infine i governi hanno premiato e premiano le banche, hanno immobilizzato per salvarle enormi capitali (4,5 trilioni di euro); si sono inventati uno stato di eccezione e hanno messo tutti a tirare la cinghia.
E’ la fine della democrazia come la conosciamo, quando potenti come la Merkel e la presidente del Fondo monetario internazionale ritengono che la democrazia vada bene solo se riesce ad andare d’accordo con il sistema d mercato. Si richiede in altre parole di mutilare la democrazia per renderla conforma al mercato piuttosto che adattare questo (che va bene ed è rispettabilissimo a certe condizioni) a quella. In queste condizioni andiamo verso una democrazia autoritaria.

In questo contesto, i politici italiani hanno agito come hanno agito per  calcolo politico, per strategia, per scarsa conoscenza o altro?
I politici, si sono caratterizzati, mediamente, per una forte commistione tra due fattori:  da un lato l’ignoranza di cosa è avvenuto, di cosa ha causato la crisi, del funzionamento del mondo finanziario, della globalizzazione e del suo significato. Dall’altro l’identificazione con l’ideologia liberista in base alla quale si pensa che i mercati risolvano tutto.

La situazione appare piuttosto inquietante: spostiamoci avanti di qualche anno, nel 2020: cosa possiamo immaginare?
Non mi piace guardare nella sfera di cristallo perché credo che il futuro si costruisce, si debba costruire. Potrebbe nascere qualcosa di buono se si sviluppa un nuovo soggetto collettivo, un nuovo partito, qualcosa insomma che accetti la sfida e raccolga le istanze di quanti sono stati deprivati dalla crisi non avendone causa.
Grecia e Spagna possono essere un esempio con Tsipras e Polemos, insieme al movimento nascente portoghese, tutti affiancati da eccellenti economisti e in grado, si spera, di contrattare seriamente con l’Europa.
O si cambia o si rischia moltissimo. Dobbiamo impegnarci per cambiare. Nel mio piccolo, come intellettuale m’impegno a scrivere per spiegare cosa è successo, da dove nasce la crisi; e per proporre qualche soluzione.

E Luciano Gallino è un intellettuale vero, uno di quelli che ricercano e mettono insieme i pezzi disorganizzati e frammentati della società; uno che coordina fatti lontani e ci restituisce un quadro coerente ristabilendo la logica dove sembravano regnare la follia e l’arbitrarietà più spietata. Una voce lucida quanto mai necessaria, in anni in cui la voce della coscienza critica si è offuscata fino a sparire per lasciar posto agli strilli e alle opinioni di personaggi di dubbio spessore e moralità.

ELOGIO DEL PRESENTE
Se vivessimo fino a 150 anni

(Pubblicato il 15 febbraio 2016)

Se vivessimo fino a 150 anni cosa cambierebbe nella nostra vita? Tra le tendenze discusse qualche settimana fa al World Economic Forum di Davos l’ipotesi che la durata della vita si sposti ben oltre il traguardo del secolo. L’aumento delle attese di vita è ormai costante da ormai un secolo: la tendenza in atto in tutti i Paesi del mondo è dovuta ai progressi medici e scientifici e agli studi biogenetici. Ciò ci ricorda che i limiti sono sempre mobili e segnati in primo luogo dalle possibilità offerte dalla scienza, con buona pace di coloro che considerano i valori eterni e fondativi della convivenza sociale.
Il traguardo di un allungamento consistente della esistenza propone già in un futuro prossimo questioni relative alla destinazione delle risorse pubbliche e all’organizzazione della vita sociale e anche nuove sfide per l’economia.
Quali sono le implicazioni? In un sondaggio fatto dall’World Economic forum tra i 2500 partecipanti, il 58% dice che i matrimoni dureranno di meno e si divorzierà di più; il 54% prevede che i figli si faranno più avanti negli anni. Gli individui si abitueranno al cambiamento, svilupperanno capacità di adattamento, ci sarà maggiore flessibilità e apertura al nuovo.
E’ piuttosto facile immaginare che la vita lavorativa si allungherà ulteriormente. Ma se le opportunità di lavoro sono già oggi erose dalle tecnologie digitali, quale lavoro attenderà i nostri nipoti alla soglia degli 80 anni? Molta letteratura ha sottolineato che la spinta alla distruzione creatrice che ha segnato le precedenti fasi dell’innovazione, è venuta meno: le tecnologie sono destinate a distruggere più lavoro di quello che creano. Soprattutto tendono a sostituire una larga parte di posizioni intermedie e a rendere rapidamente obsolete molte competenze.
Certo nella prospettiva di una lunga vita cambierà il rapporto con la formazione e l’apprendimento nel corso dell’esistenza. Imparare sarà una necessità primaria per tutti, sarà una condizione per stare al passo con le tecnologie che sempre di più entreranno nella quotidianità e sarà una condizione per poter stare all’interno di spazi comunitari che cambieranno sempre più velocemente. A dire il vero a questo sarebbe meglio pensare fin da oggi.
Le diseguaglianze attraverseranno più ancora di oggi i rapporti tra le generazioni. Le reti di protezione sociale probabilmente non saranno più solide. Rischi di marginalità colpiranno quegli anziani che alle spalle avranno avuto un lavoro precario. Mentre i super senior avranno bisogno di nuovi servizi: le domande di cura saranno in primo piano. Ma i rischi di un impoverimento diffuso renderanno ancor più urgente e complesso affrontare le questioni redistributive.
E forse non parliamo neppure di uno scenario troppo remoto: già il presente è preoccupante e prospetta molti di questi pericoli.


Maura Franchi vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi presso il Dipartimento di Economia. Studia le scelte di consumo e i mutamenti sociali indotti dalla rete nello spazio pubblico e nella vita quotidiana.
maura.franchi@gmail.com

IL DOSSIER SETTIMANALE
Società: identità e organizzazione della casa comune

Cos’è la società? Secondo il dizionario di sociologia una società stanziale può essere definita come “una popolazione, una collettività insediata, su un territorio delimitato da cui è escluso di forza o di diritto, l’insediamento o il transito in massa di altre popolazioni, i cui componenti – reclutati in maggioranza al suo interno tramite la riproduzione sessuale – condividono da tempo una medesima cultura, sono coscienti della loro identità e continuità collettiva, ed hanno tra loro distinti rapporti economici e politici, nonché particolari relazioni affettive, strumentali, espressive, complessivamente più intensi ed organici che non i rapporti e le relazioni che hanno con altre collettività. E’ dotata come espressione specializzata di codesto rapporti e relazioni, di strutture – parentali, economiche, politiche, militari, per mezzo delle quali la popolazione stessa è capace di provvedere ai principali bisogni di sussistenza, produzione e riproduzione biologica, materiale e culturale, di difesa interna ed esterna, di controllo del comportamento individuale ed associativo, di comunicazione e distribuzione delle risorse”.
Per tutta l’epoca moderna la società ha coinciso spesso con la nazione-stato, una prospettiva che appare oggi decisamente più complicata. Non a caso gli studiosi hanno elaborato nell’ultimo secolo concetti come quelli di società democratica, società industriale, di società di massa che sono entrati nel linguaggio comune; non a caso negli ultimi decenni sono entrati nell’uso comune altri termini come quelli di società post-industriale, società globale, società dell’informazione, società digitale.
Fatto è, che gli sviluppi contemporanei sono tali e tanti da mettere in discussione quelle che sem        bravano basi certe della società: si pensi all’imponenza dei flussi migratori forzosi o al diffondersi di modalità di riproduzione biologica mediata dalla tecnologia. Si assiste in tale situazione ad una frammentazione di prospettive, ad un proliferare di narrazioni, ad un insistere di azioni che sembrano quasi destinate a demolire la società – che è pur sempre un’istanza identitaria, un luogo di resistenza e resilienza collettiva – per sostituirla con uno sterminato agglomerato planetario di consumatori isolati ed infinitamente manipolabili.
Di sicuro la crisi che viviamo è anche una crisi violenta e profonda della società occidentale e dei modi stessi che abbiamo per rappresentarla: davanti a noi si profila un’immagine ancora indefinita, dai vaghi confini: ad alcuni essa appare con le forme seducenti di una nuova società ad altri come lo spettro di una disgregazione definitiva.

Racconti della domenica. “La Fabbrica della felicità”. Ep1.

Il “mestiere” della scrittura è quanto di più antico e affascinante l’uomo sia riuscito a coltivare e a migliorare nel corso dei secoli. Sebbene al giorno d’oggi ci siano tante persone che tentano di mettersi in gioco nell’ambito della composizione letteraria, i lettori tendono sempre a preferire o se non altro a guardare più di buon occhio gli “addetti ai lavori”. I generi letterari che sono andati diffondendosi nel corso della storia letteraria sono davvero innumerevoli. Dall’avvento della stampa a caratteri mobili ideata dal tedesco Gutemberg nel 1455, la diffusione dei volumi stampati è divenuta sempre più agevole, efficace e poco dispendiosa. Certo, nell’era dell’ebook parlare di stampa a caratteri mobili del XV secolo fa sorridere, però quello è stato un passaggio fondamentale per arrivare al punto in cui ora ci troviamo con la tecnologia. La praticità e la possibilità di avere tanti volumina in un solo schermo della grandezza di una manciata di pollici è sicuramente interessante, ma per fortuna, i cultori del libro preferiscono ancora la carta stampata. Anche nell’ambito dell’editoria il mercato è cambiato profondamente, e quindi certe case danno l’opportunità di pubblicare un testo solo in formato digitale, in particolare se si tratta di un racconto o di una novella, come nel caso della “Fabbrica della Felicità che appartiene ad un ambito un po’ atipico. E’ molto difficile inquadrare un racconto di questo tipo. Forse è ascrivibile a quel filone compositivo da me invocato come esigenza nuova in un articolo precedente a questo su un’altra testata:”Una letteratura imprenditoriale”. http://ildenaro.it/component/k2/319-culturamente/71993/un-esigenza-nuova-una-letteratura-imprenditoriale
Questa novella/racconto breve è stata composta da Nicola Farronato, giovane amministratore delegato di una star-up innovativa con sede a Dublino, ed è un po’ il fulcro di ciò che significa per l’autore fare impresa, lavorare: Smile at work. La “Fabbrica della Felicità” è infatti una sorta di un’utopistica fabbrica all’interno della quale i rapporti interpersonali sono stabiliti e rispettati in una forma di rispetto reciproco ove nessuno prevarica l’altro, e nella quale tutti svolgono il proprio lavoro in maniera serena. Ciò che si evince dalla lettura del racconto è una volontà di ribaltamento dello status quo di come ora sono concepite le aziende e le fabbriche. In particolare l’aspetto che emerge in maniera preponderante è che al centro dell’attenzione e il focus della vicenda è costituito dal rispetto della persona e dalla tutela delle sue emozioni e della sua peculiare personalità. Traspare quindi una velleità di ritorno agli antichi rapporti interpersonali, antropocentrici, non macchinocentrici. ” La Fabbrica della Felicità ” è estremamente autobiografico come racconto, infatti attraverso la figura del giovane Lucien, si ritrovano molte caratteristiche dell’autore.Si può quindi dire che questo racconto sia una sorta di manifesto di come Nicola conduca la sua attività e di quello che in generale differenzia il mondo dell’innovazione e delle start-up dal mondo delle “aziende tradizionali”.

Di seguito cap.1

La Fabbrica della Felicit@’

© 2009 Nicola Farronato
Finito di scrivere a Londra
nel mese di Settembre 2009
alle ore 12:00 CET

30 Settembre 2009
“Stavo guardando il mio orologio, quando ad un tratto…
Ma come: io non porto l’orologio! – Sono più di vent’anni che non lo porto, non ricordo nemmeno
più quando è stata l’ultima volta.
Eppure se mi fissavo il polso mi pareva di vederlo. Era fatto strano, una forma circolare con delle
linee poco nette, frastagliate quasi, che sfumavano in tutto e in niente a mano a mano che lo
sguardo si avvicinava alla linea del bordo. Il quadrante sembrava parlare, e il suo contorno aveva
le parvenze di una bocca, che a seconda della posizione delle lancette a volte pareva sorridere,
altre volte imbronciarsi, e tornare cerchio chiuso.
Il mio orologio faceva le 33. Il quadrante mostrava solo due riferimenti, uno specchio dell’altro.
Più lo fissavo e più mi rendevo conto di come fosse vero. Come il futuro, che parte dai giorni
vissuti e ti batte alla porta ogni oggi per avvisarti che lui c’è.
Era passato appena qualche attimo, almeno credo, ed io ero stato benissimo a tratti, e malissimo a
segni alterni. Nel mezzo tempi di poco conto, neutri di indifferenza.
Il mio orologio aveva segnato il 33° giro, proprio nell’istante in cui stavo cercando di fare un
bilancio di tutto, dal chi ero a quali ruoli avevo, dai sentimenti in cui credevo, ai miei grandi
sogni. Non riuscivo a venire a capo di quel complesso girotondo di voti che la mia memoria
riportava ora alla luce.
Andavo cercando la strada da seguire adottando punti di riferimento che misuravano sempre il
dopo, le cose già passate. Intuivo che l’anticipazione sarebbe stata addirittura più importante del
reale consumo di esperienza.
Avrei voluto ritornare bambino, proprio in quel momento. Sapere cosa andavo cercando.
Arrampicarmi sulla scala delle mie emozioni, tenendo su una mano l’agenda dei miei ruoli e
sull’altra la penna dei miei sogni.
Desiderare solo ci che mi faceva veramente piacere. Essere ricco. Di felicità.” 

03:10 La Fabbrica della Felicit@’
Le fabbriche ad inizio del secolo scorso vivevano in condizioni contingenti: necessità, innovazione
tecnologica e produzione di massa premevano come fanno le priorità in agenda. Il legame dava
un effetto preciso: l’uso del tempo avveniva davvero cercando lo sfruttamento di tutte le sue ore; la
persona subiva il tempo, degli oggetti prima, delle macchine poi. Non vi era nemmeno una vaga
percezione di gestirlo, il tempo, a livello individuale. La piramide di riferimento che faceva
scorrere l’orologio era quella di prodotti-macchine-bisogni primari. In quel contesto la forma del
tempo era monolitica, fatta di poca distribuzione e altrettanta poca dispersione. Di emozioni, in
quel contesto, si parlava gran poco.
L’avvento dei servizi legati alle fabbriche fece evolvere il modello di orologio rapidamente. Ora
non era più il prodotto a dettare il tempo, tanto che all’inizio i servizi parevano migliorativi. Non
ci si sporcava più come prima, i rapporti tra le persone avevano una natura più relazionale;
c’erano strumenti nuovi, c’era nuova comunicazione tra gli stessi individui. Alla fine il mercato
forzava per lavorare al di fuori dei ritmi classici dell’epoca, e soprattutto a non guadagnare di più,
alla nobile insegna dello standard di servizio. I concorrenti erano disponibili tutto il giorno,
sfiorando talune volte il suo cerchio intero.
Quello che si vide dopo, al terzo rintocco della grande evoluzione della fabbrica, era sorretto dalla
speranza che la nuova piramide micro-cyber-hi*tech avesse potuto liberare dall’affanno delle sole
ventiquattro ore, a scalzare finalmente quella vecchia concezione, di inizio secolo.
Ma il sogno sfum presto. Nuove tecnologie uscivano a ritmo di un giro grande di orologio, e ò
ciascuna premeva affinchè i tempi di reazione, risposta ed esecuzione si accorciassero. Le
riflessioni sulle decisioni erano ora supportate da nuovi modelli e metodi, talvolta strumenti, che
toglievano la percezione del tempo anche a quei pochi istanti.
Lucien, nella sua giovane esperienza, poteva contare di aver trascorso frammenti in ciascuna di
queste dimensioni, e per ciascuna aveva ben chiaro un collocamento. Il controllo del tempo della
fabbrica industriale era dato dalla pressione emotiva che il capo reparto imprimeva alla sua
produzione, ricevendo e accettando impartizioni di ritmo da efficacia ed efficienza. Parametri non
sempre chiari, e spesso unilaterali, facevano da padroni del tempo che scorreva in questo
ambiente. I servizi, che con il tempo classico condividevano la forma semi-solida, avevano
sicuramente aperto margini di autonomia maggiori circa l’organizzazione del tempo,
aumentandone peraltro la dispersione, in una serie di attività non ben definite e spesso non
focalizzate. Erano troppe le interruzioni ai rapporti che si intromettevano al regolare andamento
degli ingranaggi. Così tante da far perdere, a volte, persino la motivazione agli stessi.

”L’Hi*tech port del nuovo tempo a disposizione, teoricamente, in quanto tecnologie superiori
erano in grado di evitare delle lunghe attività manuali e fisiche, spostate ora nel virtuale. Facendo
fare lo stesso prodotto in meno tempo o più prodotto nello stesso, la ricchezza era accelerata e
amplificata, ma il valore personale messo ancora di più in dubbio. Lo strumento, sia hardware che
software, le telecomunicazioni e l’iper-mobilità erano esplosi, dando all’individuo la possibilità di
frammentare ancora di più la sua quota a disposizione. Tutto ci per arrivare a connessioni ò
ubique e maggiore libertà di uso del tempo, esso stesso iper-bombardato da messaggi e inputs,
quasi come impazzito, da sembrare tanto nelle premesse, quanto tiratissimo nella realtà.
Poter usare quella stessa fabbrica appesa al chiodo dei primi anni del secolo, poteva essere forse
un buono spunto per perseguire la felicità?
Queste parole si rincorrevano nella mente di Lucien quando egli fantasticava sul futuro, con l’idea
fissa di rileggere creativamente il tempo di quelle fabbriche, sin da quando accompagnava il
padre alla sua, e gli domandava perchè sia lui che il nonno erano sempre seri quando era ora di
andarci.
Cosa si poteva dunque osare con immaginazione e creatività giocando e fantasticando sul futuro?
Di fronte alla sfida il ragazzotto era assai stimolato, sapeva di dover rimediare una certa dose di
inventiva nell’affrontarla. L’idea di questo nuovo e insolito scorcio, a cavallo di un secolo di
pionieri e nuovi confini tracciati e stracciati, aizzava la sua vivida immaginazione, e quella
domanda gli risuonava come il ticchettio di una voce all’orecchio. Sentiva con tepore, dentro di
lui, che era ora di aprire un nuovo capitolo sulla trasformazione della fabbrica, nel futuro
prossimo. Il suo pensiero correva ad una fabbrica della felicità.

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