Giorno: 4 Settembre 2016

La Fabbrica della Felicità. cap. 4. “I racconti della domenica”

Che domenica sarebbe senza “I racconti della domenica”? Ferraraitalia è sempre attenta ai propri lettori e non li vuole tenere sguarniti di argomenti e interessanti letture. E’ senz’altro il caso de “La Fabbrica della Felicità” della quale oggi riportiamo il quanto capitolo. L’innovativa e futuristica, quanto utopica novella del giovane CEO di B-smark LTD, Nicola Farronato. All’interno del racconto vengono delineati i punti chiave di una nuova potenziale “fabbrica” che non sia però basata su meccaniche prestazioni e su rapporti unicamente professionali tra individui, ma bensì una sorta di azienda nella quale rispetto al mero prodotto finale e al rapporto professionale prevalgono aspetti di umanità, e rapporti interpersonali felici..

Buona domenica e buona lettura con il nostro racconto e l’hashtag #it’salwaysagooddaytobehappy

Di seguito il capitolo 4 dal titolo “Ufficio Stile e Creatività”

03:22 Ufficio Stile & Creatività →
“L’ufficio stile rappresenta la libertà, la stravaganza, lo spazio bianco da riempire, l’assenza di
regole ferree, e la grande voglia di mettere in discussione quelle che ci sono”.
Lo stile è diverso dagli altri, il modo di vestirsi, gli interessi, il background. All’ufficio stile è
permesso di più. Si pu veramente osare, si pu sognare, si pu esporre con variazione, si ò ò ò
disegnano le linee del futuro. Si pensa lateralmente. Si cerca di sintetizzare una gamma di
messaggi nelle forme della materia, affinchè essa possa custodirli fino al punto di venire
acquistata, e poter riversarli sul nuovo titolare.
L’ufficio stile vive di intuizioni, che ne sono il nutrimento, e le intuizioni necessitano stile e
creatività a loro volta. Chi ci lavora dovrebbe ricreare le condizioni perchè queste proliferino, e
possano attorniarsi perci di ò inputs che le generino.
“Ma come posso definire una intuizione?”
Le intuizioni rappresentano lampi di conoscenza ad altissima velocità, con un impatto altissimo e
un piccolo sforzo quale scintilla. Lucien a momenti era sommerso da intuizioni, frecce di sapere
che gli arrivavano da tutte le parti. Erano cos veloci che lui alcune volte non aveva nemmeno il ì
tempo di prendere qualche appunto per fissarne gli estremi, che subito l’intervallo veniva tagliato
dall’arrivo di un altro messaggio, magari di altra natura e tema, finalità e qualità.

A tratti gli arrivi si raggruppavano, rincorrendosi in binari che parevano uno snodo di raccordo
metropolitano, con percorsi che si sovrapponevano quasi, ma all’ultimo invece correvano paralleli
verso la propria destinazione.
L’ufficio stile & creatività si occupava di dare vita alle premesse, e procurare gli strumenti, per
indurre le intuizioni, fonti di contenuti e grandi progetti futuri. Si sarebbe dovuto adoperare per
trovare le migliori condizioni affinchè il profilo dei suoi imprenditori potesse agevolmente
ricreare intuizioni, recepirle, riceverle, ottenere cioè grande progresso nella direzione di grandi
progetti, con minimi sforzi.
Quella conoscenza immediata della realtà delle cose; quella disposizione naturale a cogliere
prontamente e con chiarezza sia verità che soluzione di un problema. Era questo che Lucien aveva
in mente quando pensava ad intuizione. Un gruppo di individui avrebbe assunto all’interno della
organizzazione un ruolo di immediatezza rispetto alla realtà delle cose, soluzione ad articolate
decisioni, bacino di innovazione interno, crescita, creazione delle riserve di valore, risultati, e
felicità.
“Cosa prova una persona quando ha un’intuizione vincente?”
La sensazione delle persone quando hanno una intuizione, è sicuramente quella di aver accorciati
i tempi per la risoluzione di un nodo. In altri termini, avendo inconsciamente previsto una
dubbiosa prosecuzione e intricata difficoltà, le persone si destano dall’improvvisa chiarezza della
strada da prendere nell’arrivare, pochi istanti dopo, ad un punto di avanzamento insperato per la
loro crescita. Le intuizioni tagliano il tempo medio di raggiungimento degli obiettivi di ciascuno,
perci dovevano essere opportunamente coltivate all’interno della fabbrica. ò
Lucien pensava alle fabbriche classiche, quelle che poco conoscevano caratteristiche, valori e
grandi progetti di vita dei propri lavoratori. Dall’altro lato si rendeva sempre più consapevole che
l’evoluzione della fabbrica doveva in qualche modo passare per nuove fonti di creazione di valore,
reddito e ricchezza. In cuor suo, certo della portata di quello che stava iniziando, si sentiva
onorato di poter annoverare il tempo nelle fila di queste nuove sorgenti di crescita. Le intuizioni,
nella loro essenza, erano guadagni di tempo. Perci erano anche guadagni di valore, e avrebbero ò
potuto in quanto tali generare felicità extra, qualora utilizzate a questo fine.
“Chissà se le intuizioni si doveva aspettare, prontamente al varco con i neuroni allertati, oppure
era possibile anche ricreare un ambiente che le propiziasse, virtuoso di frequenti loro comparse?”.
Per Lucien era fondamentale capirlo fino in fondo. Doveva evidenziare nella sua tavola quali
dovevano essere le priorità dell’ufficio stile & creatività.

LA NOTA
Amare Ferrara significa riconoscerne anche i difetti

Tra gli sdegnati interventi in risposta all’articolo di Gian Pietro Testa del febbraio di quest’anno, un offeso lettore ha detto bene: per tanta gente che abita altrove Ferrara è un gioiello… ovvero, aggiungerei io, un bel giocattolo lucidato a specchio!
Peccato che vivendoci – sempre che non si abbiano le fette di salama da sugo sugli occhi – poi ci si accorga che gli ingranaggi di questo bel giocattolo sono arrugginiti e fuori uso da tempo…
E’ lodevole lo sdegno di questi ferraresi offesi da cotanta invettiva diretta alla nostra amata città, non meritevole, a loro dire, di siffatte critiche gratuite. Mi chiedo soltanto dove hanno vissuto, questi ferraresi, negli ultimi vent’anni.
Da ferrarese doc, amo la mia città come e (forse) più di questi indignati difensori dell’onore estense. Ma è anche e soprattutto per questo mio amore che la prenderei a calci e pugni se potessi: il mio è un amore tradito dalla sua atavica indolenza autoreferenziale, dall’arte dell’apparire di cui è maestra, dalle sue tante beghe ben nascoste entro i suoi segreti cortili, dalla sua avarizia, dalla sua falsa accoglienza, dalla sua spocchia di città d’arte quando di arte vera c’è solo un retaggio secolare di cui noi contemporanei non abbiamo alcun merito.
Orbene, correggerò il tiro: amo Ferrara, o meglio, le sue mura, i suoi mattoni, le sue case basse, le sue atmosfere rarefatte, i suoi vicoli deserti, i suoi portali in marmo bianco e le sue gronde in cotto d’argilla, i suoi cortili misteriosi, le sue linee rette e le prospettive antiche ma modernissime.
In effetti amo le tracce del suo passato d’avanguardia, che resistono all’usura del tempo e si oppongono alla nebbia che, anche quando non c’è, perdura nell’immaginario comune, corrodendo e indebolendo la voglia di emergere dalle paludi di cui Ferrara è stata l’antico e glorioso riscatto. Forse le nostre remote paludi e le immote nebbie ci sono rimaste dentro? Forse è la nostra stessa natura a impedirci di emergere da quel pantano esistenziale che ci invischia e ci protegge?
Amo il suo passato perché il suo futuro stento a vederlo. Ognuno si accontenta di ciò che ha, che sia proprio questo il punto?
Ripeto, amo Ferrara, ma amo un po’ meno i ferraresi di cui faccio parte… soprattutto i suoi difensori a oltranza.
La vanagloria è una brutta bestia!

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