Giorno: 17 Marzo 2017

Prescrizioni paracadute e appelli senza rischio: per questo la Giustizia non è tale e i furbi se la cavano

di Federico Pulga *

17 febbraio 1992. Milano. Il presidente del Pio Albergo Trivulzio, Mario Chiesa, esponente socialista, è arrestato dopo aver ricevuto una tangente di 7 milioni di lire. “È un mariuolo isolato”, afferma immediatamente Bettino Craxi, segretario del Psi. Tuttavia Chiesa, sentendosi tradito dal suo partito, fa i nomi di altri esponenti socialisti corrotti, provocando una reazione a catena. È l’inizio di “Mani Pulite”.

Venticinque anni dopo, le speranze dell’epoca sono stroncate, uccise da quella corruzione che ha trasformato la criminalità in routine e gli scandali in ordinaria amministrazione. Il 2017 si apre con lo scandalo Consip (la centrale acquisti della pubblica amministrazione) iniziato con la gara d’appalto Facility Management (Fm4), il cui valore è di 2,7 miliardi di euro, divisi in lotti, assegnati irregolarmente.
Protagonista di questa inchiesta è l’imprenditore Alfredo Romeo, accusato di aver consegnato a Marco Gasparri, dirigente Consip, 100mila euro in tangenti per facilitazioni nell’assegnamento dei lotti dell’appalto Fm4.
E lo scandalo Consip è tutt’altro che un caso isolato. L’Italia versa in una condizione critica: “le opere pubbliche costano più del doppio di quanto costano all’estero”, afferma il presidente dell’Anm ed ex Pm di Mani Pulite Piercamillo Davigo a “Quante Storie”, su Rai 3, il 23 febbraio. La causa è la corruzione dilagante, che divora l’economia con un sistema di tangenti che non è morto dopo Mani Pulite, bensì è diventato più vigoroso.

I criminali non temono la pena, infatti, continua Davigo, “le corti d’appello sono piene di processi. Non sanno nemmeno quanti processi hanno, perché in Italia appellano tutti.” La domanda è legittima: perché appellare? Semplice: in Italia la pena può solo diminuire, a differenza di quanto avviene in ogni altro paese dell’Unione europea (Grecia esclusa).

“Non riusciamo ad ottenere neppure la riforma della prescrizione nonostante le pressioni internazionali”, afferma ancora Davigo, lapidario. L’Unione Europea infatti ce la richiede da tempo, ma senza ottenere risposte. L’articolo sulla prescrizione dev’essere modificato, poiché il termine è troppo breve e sussiste anche in caso di condanna di primo grado, finendo così per favorire le azioni dilatorie dei difensori. Ma la proposta è bloccata in parlamento da tre anni.

Taglienti le affermazioni del magistrato: “il codice di procedura penale è stato scritto per farla fare franca ai farabutti”. L’immagine donataci è quella di una legalità violentata, che muore lentamente sotto il peso della corruzione.

E l’eredità di Tangentopoli è pesante se si pensa che Primo Greganti, ex cassiere di Pci e Pds, già arrestato per corruzione nel 1993, è stato di nuovo arrestato durante Expo 2015, per lo stesso motivo. E questa non è che un’infima goccia nell’immenso oceano della corruzione.

Dal caso Marra agli scandali delle cooperative che fanno business sulle spalle dei migranti e dello stato, passando per Mafia Capitale fino a giungere alla recente condanna del noto deputato Ala, Denis Verdini, l’Italia non sembra pronta a voltare pagina.

* studente iscritto al liceo G. Cevolani di Cento

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Qualcosa di troppo e bisogno di niente, la favola di Chiara Gamberale

Tra voglia e bisogno c’è di mezzo il niente. Lo imparerà, dopo avere avuto bisogno di molto e paura del niente, la Principessa Qualcosa di Troppo, la protagonista di Qualcosa, l’ultimo libro di Chiara Gamberale (Longanesi 2017), una favola, o forse un dialogo tra la ricerca mai paga che abbiamo e la verità a cui possiamo arrivare: il niente fa parte di noi, riconoscerlo è una conquista, arrivare ad accarezzarlo è pura libertà.
La Principessa Qualcosa di Troppo ha un vuoto che pesa tra la pancia e il cuore e non lo vuole più sentire, smania di salvarsi riempiendosi d’amore, ingannandosi che qualcun altro da accudire, da seguire, con cui ridere o perdersi sia il contenuto giusto per quello spazio dentro che più si riempie e più si fa abisso profondo. Il vuoto sembra non avere pareti, eppure è nella pancia, non può tenere tutta quella roba, tutti quei fidanzati che però non vanno mai bene fino in fondo.
La Principessa Qualcosa di Troppo trabocca e quel maledetto buco è sempre lì perchè il troppo non salva, ma il niente sì. Il Cavalier Niente è il nemico-amico dalle mani vuote che fa vedere dove sta la verità, smaschera il bisogno, richiama l’essenziale, dimostra che il non fare è l’unica strada.
Il bisogno è illusione, la voglia è autenticità, anche il vuoto è autentico, se non ci fosse non potremmo accogliere e lasciare entrare, che è diverso dal buttare dentro. Il vuoto è lì apposta, come una bottiglia, dice il Cavalier Niente, la sua funzione è contenere, ma se è sporca, tutto ciò che entra sarà sporco.
La Principessa Qualcosa di Troppo questo non lo sapeva, confondeva voglia e bisogno, eccedeva nella ricerca degli altri fino a essere schiava della paura del buco. Ma il buco, se impari a guardarlo dal verso giusto, è anche un passaggio, diventa utile e fa parte di te. Non servono tanti fidanzati, a salvare la Principessa Qualcosa di Troppo non è quello che crede amore e che ogni volta si fiacca nel giro di troppo poco, ma è Niente. “Sogno per te un marito che non ti dia qualcosa di troppo. Ma che ti dia un po’ di tutto. E senza però toglierti niente”, le augura il Cavaliere che l’ha vista affannata e infelice. Il Cavaliere sta per andarsene, il suo non-fare ha lasciato qualcosa nella Principessa, qualcosa di bello.

E a voi è mai successo di scoprire e ammettere i vostri troppo? Troppa attenzione, troppo amore, troppe parole o troppo niente?

Potete inviare le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

IN PRIMO PIANO
Andiamo a picco nel mare della burocrazia.
Ecco come salvarsi dall’ossessione del controllo

Alzi la mano chi non ha una pessima opinione della burocrazia ed alzi la mano chi, immaginando la burocrazia, non pensi subito all’Italia. Alzi la mano, infine, chi non associa la burocrazia all’inefficienza, ad un passato superato dall’avvento delle tecnologie digitali e dalla avvenuta conquista di nuove libertà.
Ebbene, nel tempo del web e dell’informazione globale, il tema della burocrazia – le cui radici risalgono fino all’Egitto dei faraoni – è, invece, quanto mai attuale, e come spesso accade per le questioni importanti, dato per scontato; sorte questa, che lo accomuna ad altri concetti simbolo dell’occidente come democrazia, libertà e diritti.
Come noto, il termine burocrazia designa l’insieme di pubblici uffici e pubblici funzionari delegati a gestire e controllare, in modo impersonale ed unitario, i processi amministrativi necessari ad attuare quanto stabilito e regolato dal potere centrale di uno Stato. Per estensione si chiama burocrazia anche l’apparato amministrativo di partiti, sindacati, scuole, aziende. L’impersonalità, il ricorso alla norma scritta, l’onnipresenza della gerarchia, l’automaticità delle procedure, ne sono caratteristiche chiave insieme alla conclamata resistenza al mutamento.

La mentalità del burocrate si è andata conformando in ottemperanza a queste regole e si è tosto caratterizzata per l’adesione incondizionata al principio del rispetto della norma, ripiegandosi spesso sul valore degli atti e della carta a dispetto dei risultati, della chiarezza, dello spirito di servizio e della capacità di tenere relazioni significative con i cittadini. Spinta all’estremo la mentalità burocratica diventa patologica e condiziona pesantemente i fruitori del servizio con la sua incomprensibile implacabilità: il soggetto che ne cade vittima, dal fortino della sua specializzazione tecnica, può agire in contrasto alle leggi, ai valori e ai fini dell’organizzazione di appartenenza, in casi estremi può agire nell’illegalità mantenendo la parvenza della legalità. Ciò che conta non è il retto agire secondo standard morali e valoriali, non sono le azioni realmente svolte né le conseguenze di esse: ciò che conta, alla fine, è semplicemente avere le carte a posto. Questo tipo di mentalità è fortemente spinta da una società che fa della produzione e riproduzione del controllo il suo feticcio e la sua regola; controllare i prodotti, le organizzazioni e i loro processi, controllare i territori, controllare la rete internet, controllare gli ambienti chiusi, controllare i bilanci e i flussi finanziari, controllare le persone e i loro comportamenti sul lavoro. Le motivazioni che caratterizzano questo tipo di mentalità sembrano collocarsi tra due opposte tendenza: da un lato il freddo calcolo connesso al possesso del potere e alla possibilità di servirsene in modo legalmente non sanzionabile e, dall’altro, il senso di impotenza e mancanza di potere, l’insicurezza che porta a trincerarsi dietro le regole e le norme che proteggono dall’onere di assumere una responsabilità diretta e personale.

Questo tipo di mentalità burocratica, che non raramente degenera nel malaffare, non è affatto confinata nei meandri della Pubblica Amministrazione: essa è presente, seppure con forme e gradazioni diverse, in molti settori della vita sociale e contribuisce ampiamente a quel crollo della fiducia e a quella ossessione crescente per il controllo che caratterizza i nostri giorni. La penetrazione di questo tipo di mentalità è davvero sbalorditiva.

La si nota nella clamorosa proliferazione di linee guida, regole, norme, regolamenti, leggi, che hanno reso la Comunità Europea un labirinto disorientante dove si perdono gli stessi burocrati; una mole di atti che nessun singolo individuo è in grado di conoscere e maneggiare in autonomia, spesse volte in contraddizione tra di loro e con le immancabili postille che fin troppo spesso negano la sostanza degli intendimenti iniziali. Una complessità che di fatto depotenzia la buona politica, favorisce il potere delle lobby e rende impossibile qualsiasi forma di verifica al cittadino. La si intuisce nei grandi progetti finanziati dall’Unione Europea, dove buona parte delle risorse deve essere impegnata nella pura gestione e rendicontazione amministrativa, attività per la quale esistono un gran numero di imprese specializzate e di professionisti in grado di parlare la neolingua burocratica inaccessibile ai profani e, appunto, di produrre le carte giuste nel giusto momento, secondo i precisi standard dell’iter burocratico.

Lo si nota nei complicatissimi adempimenti che riguardano le imprese non meno che nella vita quotidiana dei singoli, dove ormai diventa difficile operare senza l’assistenza di qualche professionista capace di aiutare il cittadino a districarsi nella babele di norme ed aggiornamenti che riguardano tasse e tributi, adempimenti e scadenze amministrative varie. La si vede all’opera nelle aziende socialmente irresponsabili ma perfettamente allineate alla lettera piuttosto che allo spirito delle norme e delle leggi, non meno che nell’agire quotidiano di manager e funzionari che compiono coscienziosamente il loro dovere in vista della esclusiva massimizzazione delle loro opportunità di carriera e della reputazione che ne ricavano.

Paradossalmente, una componente di questo spirito la si coglie anche (ed assai più tristemente), nella costante richiesta, da parte di cittadini e gruppi di cittadini organizzati, di regole e di leggi sempre più specifiche e particolari, di controlli e di verifiche che, spesso, sono avanzate proprio da coloro che fanno della condanna dell’inefficienza burocratica la loro bandiera. Si può riconoscere in questa esigenza di regolazione crescente un estensione di quella società dei controlli descritta da Michael Power che, garantendo certezze di tipo giuridico e normativo, blandisce le insicurezze crescenti dei cittadini e diffonde quell’ansia di controllo che è retaggio caratteristico di ogni burocrazia.
Le tecnologie digitali, lungi dal risolvere questi problemi, esaltano ed amplificano, potenziandole, alcune delle assunzioni di un modello burocratico che fa del controllo il suo fondamento. Oggi infatti i dispositivi digitali consentono un monitoraggio minuzioso di ogni tipo di processo, rendendo per molti versi automatico ed impersonale il faticoso compito della vigilanza; il nascente web delle cose (IOT) e solo il primo passo che porterà con ogni probabilità alla creazione di un web delle persone capace di garantire un monitoraggio totale, non solo dei comportamenti ma anche dei parametri vitali (corporei) di ogni individuo connesso. Un compito ovviamente, che può essere svolto solo da macchine calcolatrici che siano in grado di supportare potenti algoritmi di calcolo basati sull’intelligenza artificiale, un processo automatico che, tra l’altro, finirà con l’escludere un intera classe di lavoratori attualmente attivi nel settore altamente articolato dei controlli.

Soprattutto quest’ultimo aspetto inquieta profondamente gli spiriti liberi e quanti intendono fare dell’evoluzione personale, dell’apprendimento costante, della responsabilità, della partecipazione e del rapporto diretto con l’altro, l’orizzonte del loro agire. Preoccupa infatti una simile potenza tecnologica nelle mani di mentalità burocratiche patologiche; preoccupa la deriva verso l’ottemperanza ottusa alla regola rispetto ai suoi risultati e preoccupa, infine, il trasferimento della responsabilità verso meccanismi automatici impersonali anche per questioni banali e quotidiane, nella presunzione che questi, meglio degli umani, sappiano affrontare decisioni complesse e stressanti. E’ oggi improbabile che questo processo possa essere interrotto o reindirizzato stante la contemporanea e massiccia richiesta di ulteriore controllo da parte degli individui, alimentata dalla paura e dal senso di insicurezza crescente.
Si tratta di un doppio movimento con il quale bisogna fare i conti seriamente, pena la creazione di un Panopticon tecnologico che susciterebbe l’entusiasmo di Jeremy Bentham: unica soluzione è forse un salto di consapevolezza civile e personale da parte di un gran numero di cittadini, maggiore educazione, più conoscenza e responsabilità, più confidenza con la tecno-scenza e con i meccanismi psicologici e sociali che rendono carente il nostro modo di pensare; sperando, naturalmente, che lo spirito burocratico patologico non abbia ormai infettato in modo irreversibile l’intera società.

ANTIMAFIA
La sfida della memoria e il Vangelo della coerenza nel racconto di Rosaria Cascio, discepola di don Puglisi

…e se ognuno fa qualcosa allora si può fare molto
(Padre Pino Puglisi)

“Quella della memoria è una questione serissima. Quando incontro i ragazzi delle scuole, se ho abbastanza tempo, porto una trentina di foglietti sui quali ho scritto alcuni nomi, da Paolo Borsellino a Giovanni Spampinato a Rita Atria, fino a Salvo Lima, li distribuisco, chiedo ai ragazzi di leggere il proprio e dire cosa sanno della persona di cui hanno letto il nome. Tralasciando il fatto che di tanti non sanno nulla, anche di Borsellino, che molti dicono di conoscere, non sanno in realtà il perché lui o Falcone sono stati uccisi. La memoria è sostanza, non è la memoria di un nome. Si corre un rischio enorme: la retorica dell’antimafia. Rispetto a questo, associazioni come Libera hanno fatto molto, ridando dignità alle famiglie delle vittime di mafia. Il 21 marzo è una giornata infinita, anche se quei nomi ci si limita a leggerli: il nome di Borsellino o di Falcone sono nell’elenco di tutti gli altri, non gli viene dedicato un tempo diverso”.
Martedì prossimo, il 21 marzo, Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie, quell’elenco di vittime delle mafie sarà letto per il ventiduesimo anno consecutivo, a Locri e in tanti altri luoghi d’Italia, nell’ambito delle manifestazioni organizzate da Libera, il coordinamento di associazioni fondato da don Luigi Ciotti. Questo 21 marzo Libera ha un motivo in più per riempire le strade e le piazze di tutta Italia: lo scorso 1 marzo il Parlamento ha finalmente approvato, in via definitiva, il ddl 1894, che riconosce rilevanza nazionale a questa giornata, dedicata alla memoria di chi è rimasto vittima della violenza mafiosa e all’impegno a raccoglierne il testimone accanto ai famigliari.

Un impegno che conosce bene Rosaria Cascio, allieva e collaboratrice di don Pino Puglisi per quattordici anni, anche se a lei e a tanti altri che lo hanno conosciuto piace chiamarlo Padre, e così diventa 3P. Padre Pino Puglisi è stato ucciso da Cosa Nostra il 15 settembre 1993, il giorno del suo 56° compleanno, a Brancaccio, dove era nato e dove era tornato come parroco della parrocchia di San Gaetano. La sua attenzione è sempre stata rivolta al recupero degli adolescenti reclutati dalla criminalità, nel tentativo di riaffermare a Brancaccio una cultura della legalità illuminata dalla fede.
“Voglio restituire ciò che la vita mi ha dato facendomi incontrare don Puglisi, devo farlo anche se so che non mi basterà il tempo”. E Rosaria lo ha fatto e lo fa tutti i giorni nella sua vita di insegnante di scuola superiore definendosi ‘puglisiana’, nel suo lavoro di raccolta di quanto direttamente riconducibile a don Pino (documenti personali, video, audio, foto, relazioni) o quanto viene negli anni prodotto su di lui (articoli, libri, film e filmati, documentari), e nella sua attività di presidente dell’associazione “Padre Pino Puglisi. Sì, ma verso dove?” (www.simaversodove.org) che ha fondato nel 2005 insieme ad altre persone che hanno vissuto esperienze di vita con Padre Puglisi.
È lei, arrivata a Ferrara per un incontro organizzato nell’ambito dei ‘100 passi verso il 21 marzo’ dal Coordinamento e dal Presidio Studentesco “Giuseppe Francese” di Ferrara di Libera, in collaborazione con la parrocchia di Santa Francesca Romana e Roberta Verri, a parlarmi della “memoria come sostanza” e del rischio della “retorica dell’antimafia”: lei le conosce entrambe.
Quel 15 settembre Rosaria ha subito “un furto”: “mi hanno rubato una persona”, “io ricordo un compagno, un padre, ricordo le sue mani, la sua voce, il suo volto”. E nello stesso tempo si pone una domanda: “sto idolatrando don Puglisi? Nel momento in cui giro l’Italia raccontando chi era e cosa ha fatto, che tipo di azione sto facendo? Quanto le cose che racconto spostano l’impegno delle persone che mi hanno ascoltato?” “Il mio compito di testimone è continuare il lavoro che lui ha fatto. Per questo mi piace il termine testimone: è quell’oggetto che si passano gli atleti, uno lo passa all’altro, che va avanti. Io non devo portare avanti solo la memoria di ciò che don Puglisi è stato, non ci si può fermare alla storia, che pure è fondamentale: bisogna portare cambiamento”.

La cifra di don Puglisi era la coerenza e anche in questo Rosaria cerca di portare avanti il suo testimone: “era un adulto che con la propria vita testimoniava i valori di cui parlava e per i giovani era un punto di riferimento credibile perché era coerente: i giovani non vogliono qualcuno che sappia sempre cosa devono fare, dove devono andare. Io mi limito a imitarlo. Con Puglisi altro che preghiere, sì c’erano anche quelle, ma con lui si viveva, si era, si cresceva insieme agli altri ragazzi guardandosi negli occhi, con la vita in relazione. Era un pifferaio magico con il dono di prendere sul serio la sua vita e la tua, talmente sul serio che se gli ponevi questioni che riguardavano la tua vita non dava mai risposte: eri tu a dover trovare la tua e allinearti con essa”. Lui ascoltava con attenzione, era come “un parafulmine”, “faceva da specchio” e mano che si procedeva in una sorta di flusso di coscienza e di processo maieutico, “la sua fronte si stendeva, come quando si stirano le pieghe di una camicia”.

Alla fine degli anni Settanta Puglisi diventa parroco di Godrano, un piccolo paese di montagna vicino Palermo dilaniato dalle faide mafiose, dove “ogni famiglia aveva un morto ammazzato, magari ucciso dal vicino di casa”. Qui “entra parlando di perdono come di un grande dono” e diventa “un mediatore affidabile e credibile perché parlava di povertà ed era povero, parlava di umiltà ed era umile”.
A Brancaccio, dove è arrivato nel 1990, è riuscito a capovolgere la mentalità del quartiere, facendo loro capire che una visita medica piuttosto che le aule di una scuola non sono favori da chiedere a un boss, ma diritti che devono essere garantiti dallo Stato: “Con il Comitato Intercondominiale faceva raccolte di firme sui bisogni del quartiere da portare agli amministratori per richiedere con forza diritti negati. Faceva un’azione civile rivoluzionaria che un prete non pensa di dover fare, perché amministra sacramenti”. E ai bambini della borgata ha svelato che il futuro era anche alla loro portata: essere nato a Brancaccio poteva voler dire avere il padre in galera e la madre aiutata con il denaro illecito di Cosa Nostra, avere il fratello spacciatore e “non aver mai visto il mare, non aver mai giocato a palla, perché l’unico gioco era rubare le autoradio”.

Ecco perché la mafia lo ha assassinato e perché è stato dichiarato martire, ucciso ‘in odium fidei’: “la mafia ha avuto paura di ciò che don Puglisi non idealmente predicava, ma di come Puglisi è stato capace di incarnare il Vangelo a Brancaccio”, afferma Rosaria, che con altrettanta forza sottolinea però quanto egli fosse “non un eroe, ma uno come noi”. Quello che lei vuole testimoniare è un Puglisi “non sull’altare, ma in carne e ossa e imitabile”. Ecco perché parla di retorica dell’antimafia, ma soprattutto di “tradimento della memoria di don Puglisi”. A partire dai funerali, che il vescovo di Palermo Pappalardo avrebbe voluto fare in cattedrale con canti gregoriani: i suoi ragazzi, Rosaria in testa, si sono battuti, Pappalardo piangendo “ha ammesso “lo abbiamo lasciato solo” e la cerimonia si è fatta a Brancaccio, suonando con le chitarre le canzoni di gioia e resurrezione che piacevano a lui”. “Tutto ciò che Puglisi aveva fatto o è stato abbandonato o è stato tradito o non è stato portato avanti, ancora oggi la chiesa di Palermo non è riuscita a fare niente di unitario”.

Le chiedo se è questo il motivo per il quale nel 2005 è nata l’associazione ‘Padre Puglisi, sì ma verso dove?’. “È l’unica fondata esclusivamente da persone che hanno condiviso con padre Puglisi un pezzo della propria vita: chi lo ha conosciuto a Godrano, chi come me ha fatto l’esperienza nei gruppi giovanili e chi ha fatto l’assistente sociale nel Centro Padre Nostro a Brancaccio”. All’inizio è stato un modo per “ricostruire questo gruppo di persone che non riusciva più a incontrarsi perché il dolore era eccessivo. Io stessa per dieci anni non ne ho parlato, poi ho cercato di riunire tutti perché mi ero resa conto del disastro che stava succedendo riguardo alla memoria di Puglisi, di come si erano spartiti le sue vesti, di come era stato costruito un Puglisi che non era più il mio Puglisi: alcuni progetti di quel Centro Padre Nostro che lui aveva fondato ora si chiamavano ‘holding’, ma stiamo scherzando? Puglisi non voleva ricevere soldi pubblici perché doveva battere i pugni sul tavolo del sindaco o dell’assessore di Palermo che non aprivano la scuola a Brancaccio. Noi abbiamo il dovere di restituire alla storia futura il vero Puglisi. Abbiamo un compito enorme: dobbiamo riuscire a lasciare il ‘puglisianesimo’, quello autentico”.

Domando a Rosaria se questa Chiesa, nei confronti della quale è così arrabbiata, è cambiata con papa Francesco, che ha ricordato diverse volte don Puglisi e ha affermato: “Mafiosi convertitevi, contro di voi don Puglisi ha vinto”. “Papa Francesco a me come a molti altri è piaciuto subito, ma nello stesso tempo ha fatto una serie di proclami ai quali non sempre sono succeduti fatti concreti: ritengo che non abbia fatto fino in fondo, o non abbia ancora potuto fare, tutto quello che avrebbe voluto. Chissà cosa ha in mente di fare. Le sue aperture sulla donna, sull’omosessualità, sul divorzio, sull’eutanasia, producono vicinanza in chi si sente fuori, sono segnali importanti. Anche sulla mafia ha detto cose molto forti: non ha usato i toni di papa Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi, ma ha detto cose fortissime sulla mafia atea, struttura di mercato. La Chiesa come istituzione però è granitica, è troppo dura: non credo che riuscirà a fare tutto quello che vorrebbe fare, come non credo che fino a ora non è riuscito a fare quello che avrebbe voluto, non perché non può, ma perché glielo hanno impedito. I cambiamenti che stanno avvenendo sono a macchia di leopardo”.

Rosaria è stata una dei ragazzi di don Puglisi e da vent’anni a sua volta ha a che fare con i ragazzi come insegnante, le chiedo se sono loro la sua speranza: “loro sono la mia forza”, è la sua risposta. “Io credo nella ‘speranza attrezzata’, quella che ha creato don Puglisi. In siciliano diciamo “la speranza ti resta sulla pancia”, non si può aspettare bisogna adoperarsi. “Aiutati che Dio ti aiuta” è un proverbio vero: credo nella Provvidenza, ma non come qualcosa che scende dal cielo perché te lo meriti. Altri non se lo meritano? Io credo alla Provvidenza che ho cominciato a costruire pure io: il bene porta bene, se tu fai il bene ci contagiamo a vicenda e le cose cominciano a girare per il verso giusto”. “Ai ragazzi è bello dare speranza. Io ho vissuto una sorta di paradosso: quando ero giovane volevo cambiare il mondo e gli anziani mi dicevano “Quando crescerai capirai che la vita è altro, cambierai”; ora sono grande e continuo a fare le stesse battaglie e i ragazzi mi dicono “Prof, ma ancora queste cose crede?” Riuscire a portare i miei ragazzi alla voglia di impegnarsi, di fare, a essere orgogliosi di avere qualcosa da dire, a credere che loro possono essere rivoluzionari, mi fa pensare di aver fatto una cosa grande. O ti metti in gioco, cammini insieme a loro e cambi anche tu, oppure comunque loro ti hanno guardato e tu sei stato un esempio negativo, quindi la società diventerà peggiore perché tu non hai fatto nulla per poterla migliorare: questa è responsabilità che abbiamo come insegnanti”.

L’APPELLO
Cani migranti in fuga dal sisma e in cerca di affetto

Code che scodinzolano, occhi che ti scrutano, musi puntati all’insù per sentire un odore. E’ la scena consueta di qualsiasi canile e quello comunale di Bologna non fa eccezione. Salvo che la storia che andiamo a raccontare è straordinaria e un po’ commuove. E’ la vicenda di 22 cani e 15 gatti vittime anche loro del terremoto e dal maltempo d’Abruzzo. Da pochi giorni sono a Bologna in attesa di una casa, pronti a regalare gioia a chi decida di accoglierli.
Ho un debole per questi quadrupedi: ne ho già quattro e qualcuno di loro lo avrei preso volentieri con me.

“In Abruzzo, come in molte altre zone d’Italia – spiega Lilia Casali, presidente di Animal Liberation, l’associazione animalista che ha preso in gestione dal 2013 il canile – le strutture sono sovraffollate, si fanno poche adozioni e i cani rimangono imbrigliati in quello che è il ‘business dei canili’: i gestori privati guadagnano in base ai cani che hanno perché ricevono una cifra per ogni animale presente, quindi cercano di spendere il meno possibile per ogni cane ma anche di aver il maggior numero di soggetti. I cani non escono mai dai box, i gestori non fanno le pulizie oppure lavano i box con i cani all’interno bagnandoli e spaventandoli. Non c’è riscaldamento, rifiutano i volontari, scoraggiano le adozioni mediante l’apertura in orari scomodi per il pubblico. Tutto questo avviene nella latitanza e certe volte connivenza dei Comuni, che ciononostante danno soldi pubblici a canili che praticano queste azioni. Sono cani prigionieri, una piaga che colpisce tutta l’Italia, ma in quelle zone si ha una maggiore concentrazione di questi canili-lager. I cani arrivati da noi sono in dimora definitiva, e speriamo trovino presto qualcuno che li adotti. Abbiamo una capienza di 200 posti ma solo 145 cani presenti (compresi abruzzesi), e così possiamo offrire ospitalità a cani bisognosi. Ci sono anche 15 gatti provenienti da Pescara.”

La situazione dei canili qui a Bologna com’è?
“A Bologna e in altri comuni della zona non si danno più soldi in base ai cani, ma si dà una cifra forfettaria. Il gestore quindi qui ha tutto l’interesse a farli adottare, e i volontari sono uno strumento utilissimo perché trovano adozioni e sorvegliano anche i processi di pre e post affido. Il Comune di Bologna poi rimborsa le fatture che il gestore presenta a fine mese dimostrando di aver speso i soldi effettivamente per gli animali, ma solo fino a un tetto massimo. Quest’operazione di salvataggio non peserà sulle tasche dei cittadini, perché se superiamo il budget, i soldi li metterà l’associazione, come spesso è capitato. La nostra è una gestione limpida e trasparente.”

Conosce la situazione nel ferrarese?
“Nel ferrarese non ci sono cattive gestioni. Secondo quanto ci riferiscono ferraresi che si sono rivolti a noi, chi opera lo fa con serietà e sistemi più ‘tradizionali’ rispetto a noi. Sono un po’ più diffidenti rispetto al pubblico, per cui le adozioni fanno un po’ più fatica a farle. Un’altra grossa problematica segnalataci dalle vostre zone riguarda il costo per ridare un cane: per valersi del diritto di rinuncia di proprietà, che la legge regionale 27/2000 prevede, qui a Bologna un cittadino spende per un cane 150 euro e 80 per un gatto, nel ferrarese servono diversi mesi e le spese arrivano fino a 2000 euro. Questo crea una situazione pericolosa per il cane. I motivi per rinunciarci possono essere tanti, ma si deve mirare sempre alla salvaguardia dell’animale per impedire che gente senza scrupoli arrivi ad abbandonarlo. Noi quindi, non potendo prendere cani da Ferrara o altri Comuni, quando riceviamo queste segnalazioni ci attiviamo per farli direttamente adottare senza far passare il cane (o gatto) dal canile. Ci arrivano anche segnalazioni di canili dove un cittadino deve dare 3,50 al giorno, fin quando il cane starà nel canile, il quale spesso ostacola le adozioni e quindi si arriva a spendere cifre esorbitanti.”

E’ stato complesso l’iter per far arrivare i cani e i gatti dall’Abruzzo?
“Sì, è stato molto impegnativo. Abbiamo chiesto l’autorizzazione all’assessore Luca Rizzo Nervo per far arrivare questi animali dalle zone colpite dalle calamità e dopo che ci è stata concessa sono passate diverse settimane. Inizialmente ci eravamo orientati sul canile di Fallo che sappiamo essere un posto con condizioni precarie per le condizioni di vita dei cani, che spesso vengono addirittura nutriti tutti insieme creando situazioni di aggressività e pericolo fra gli animali. In alcuni canili addirittura non si fanno le prove per la compatibilità caratteriale tra i cani che vivranno nello stesso box, e quindi si giunge fino allo sbranamento tra di loro a causa anche dello stress per le condizioni di vita. Sono cani imprigionati. E, a riprova, dal canile di Fallo non siamo riusciti ad avere cani… Quelli arrivati qua provengono da Popoli, Sante Marie (che accoglie cani da diversi comuni), Picciano, Rocca san Giovanni, Carsoli, Cappadocia, oltre ai già citati gatti di Pescara”.

Come mai è passato tutto questo tempo?
“Il tempo trascorso è stato causato dalla lentezza di alcuni Comuni, il canile di Fallo ha avuto addirittura la solidarietà dell’amministrazione e quindi non si è fatto nulla, o situazioni come quella a Luco dei Marsi, dove il sindaco aveva richiesto ad una vigilessa di compilare la richiesta (il Comune di Bologna come unica clausola aveva richiesto che fossero i Comuni dell’Abruzzo a fare domanda di trasferimento) ma quest’ultima non solo ha perso tempo ma dopo svariate settimane ci ha detto che il sindaco non vedeva questa situazione chiara e quindi non ci ha concesso di poter portare i cani a Bologna. Anche altri sindaci si sono comportati allo stesso modo. Infine per riuscire ad avere tutte le richieste e far partire il furgone autorizzato, molto costoso, abbiamo dovuto aspettare moltissimo tempo. Siamo partiti con le pratiche a gennaio e i cani sono arrivati il 3 marzo. Purtroppo, negli altri casi gli animali sono rimasti in posti indecorosi. Sottolineo che i canili che non ci hanno concesso il trasferimento sono privati ma convenzionati, dove il Comune paga per il mantenimento con soldi pubblici, ma non vigila sull’operato dei gestori.”

Quali sono stati i criteri di scelta degli animali?
“I gatti arrivati sono stati presi da una signora che ne aveva più di 100, quindi lì si è fatto per ammortizzare il numero e scelti i soggetti più adatti all’adozione. I cani invece sono stati scelti in base alle condizione di salute, quindi cuccioli ed anziani. O cani che presentavano condizioni di salute precaria o stress molto alto. Ci sono anche cani giovani e socializzati ma anche alcuni molto spaventati dalla presenza umana che cercheremo di recuperare. Ci sono poi soggetti che hanno difetti fisici per cure malfatte come una cane con una zampa rigida per una frattura mal ricalcificata, o alcuni con leccamento da stress. C’erano addirittura due cani, maschio e femmina non sterilizzati che vivevano nello stesso box, e dal canile, invece, devono essere sterilizzati. Quindi è evidente da tutto ciò che le condizioni di vita in quei canili erano durissime e non controllate. I cani più socievoli sono sicuramente quelli più anziani comunque.”

Sono ancora tutti in cerca di una casa?
“Alcuni sono già stati adottati, ma ci restano 2 cuccioli e 16 più grandi. E tra i gatti ce ne sono 8 che cercano casa. Sottolineo che noi non possiamo accogliere cani da altri Comuni, tranne che in casi eccezionali come questo, ma possiamo farli adottare in tutta Italia, quindi anche a Ferrara.”

Andandomene osservo gli animali dietro delle sbarre. Mi fa uno strano effetto. E penso a tutti quelli che purtroppo non ricevano le cure e le attenzioni che hanno qua.


Per chi fosse interessato ad eventuali adozioni il contatto telefonico è 051 632 5537 , l’indirizzo del canile è via Bacialli 20 – Trebbo di Reno, Castel Maggiore.

ECONOMIA
Parla la senatrice Paola De Pin: “I diktat europei affossano la democrazia, serve un progetto di riforma costituzionale”

Il 15 febbraio 2017 è stato depositato al Senato della Repubblica un disegno di legge di revisione costituzionale d’iniziativa delle senatrici De Pin (Riscossa Italia) e Casaletto (Gal). Dalla lettura dello stesso si deduce che gli obiettivi a cui tende sono sostanzialmente:

-la costituzionalizzazione dei contro-limiti così come sanciti dalla Corte costituzionale (Sentenze numm. 284/2007 e 238/2014);
-l’abrogazione del vincolo del pareggio di bilancio introdotto in Costituzione nel 2012;
-la costituzionalizzazione dell’inderogabilità della sovranità monetaria (quindi il suo ripristino);
-il ripristino della sovranità nazionale;
-la costituzionalizzazione dell’obbligo per la Repubblica di perseguire l’obiettivo della piena occupazione;
-la costituzionalizzazione dei limiti all’imposizione fiscale;
-il mantenimento del sistema del bicameralismo paritario ma con l’introduzione di una commissione parlamentare di conciliazione che funzioni attraverso procedure democratiche previste da legge costituzionale. L’approvazione delle leggi avverrà sempre e comunque da parte di entrambe le aule parlamentari in un sistema di bicameralismo paritario, ma con un tentativo di miglioramento del sistema stesso, pur garantendo il ruolo paritario delle due Camere.

Ne parliamo, allora, con la Senatrice Paola De Pin, veneta di Fontanelle (Tv), laurea in Scienze Politiche all’Università di Padova e attualmente in Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani (http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Attsen/00029084.htm). Eletta nel 2013, dal 2016 ha aderito al movimento politico Riscossa Italia.

Senatrice, qual è il filo conduttore di questo progetto di riforma? Cosa si vuole ottenere?
Ritengo opportuno apportare delle modifiche che possano porsi a tutela della democrazia costituzionale, che troppo spesso viene svuotata nella sostanza. I diktat europei, infatti, nella maggior parte dei casi, conducono ad un affossamento della democrazia e ad una finanziarizzazione dei diritti sociali. La Commissione europea è un agglomerato di funzionari politici non eletti che rispondono solo alle istanze dei mercati, capitanate dalle lobby finanziarie e assieme alla Banca centrale europea non fanno altro che accogliere le istanze del Fondo monetario internazionale. Questa ingerenza non fa altro che minare l’autorità della nostra Costituzione che deve essere preservata. Primo passo l’abrogazione del vincolo del pareggio di bilancio, un espediente criminale che non consente la crescita e lo sviluppo dei singoli nostri territori: per badare al debito, la crescita, in tutti i sensi, diminuisce. C’è bisogno di una costituzionalizzazione della preminenza dell’interesse nazionale su quello europeo, della inderogabilità della potestà dello Stato sulla moneta; il superamento del sistema “navetta” senza per questo rinunciare al bicameralismo paritario e molti altri punti.

E’ corretto dire che con queste modifiche verrà sancito il principio che la Costituzione italiana, e quindi il popolo italiano, viene prima degli interessi di altri paesi, siano essi europei o meno?
Assolutamente sì. Gli interessi del popolo italiano devono essere l’interesse primario del nostro Stato, indipendentemente dalle tendenze e istanze europee e internazionali. Altrimenti si rischia di fomentare una continua guerra tra poveri.

I cittadini italiani potrebbero intervenire e dire la loro, con la modifica che prevedete all’art. 75, anche sui trattati internazionali. Non potrebbe essere pericoloso? La tendenza europea è quella inversa, cioè che i cittadini debbano essere tenuti fuori dal processo decisionale.
Sono convinta che l’espediente di tener fuori dai processi decisionali i cittadini (chiaramente rinvenibile nel fatto che il Parlamento Europeo, eletto dal popolo, ha compiti davvero esigui rispetto a quelli della Commissione) testimonia quanto il sistema sia marcio e poco propenso alla protezione dei diritti dei singoli. Al contrario si sviluppano quelli che sono “diritti cosmetici”, la grande frontiera della falsa democrazia europea attraverso i quali si esercita una tecnica di controllo sociale che è quella di spostare l’attenzione su argomenti, quali l’utero in affitto, per nascondere quelle che sono le vere problematiche: piena occupazione e diritto al lavoro, libertà di stampa, tutela reale, accesso alla tutela sanitaria e la possibilità, appunto, di poter davvero far parte del processo decisionale.

Ci sono, in questo testo, argomenti molto importanti e oggi di grande interesse. Se fosse approvato si introdurrebbe una sorta di obbligo da parte dello Stato di dare lavoro, crearlo. Si andrebbe dall’enunciazione di un principio alla sua attuazione pratica, ho capito bene?
E’ esattamente ciò che noi di Riscossa Italia intendiamo sancire: la costituzionalizzazione della piena occupazione. Il lavoro non deve essere né merce né sussidio di sopravvivenza, bensì dignità, progresso sociale e pieno sviluppo della persona.

Trovo anche riferimenti alla moneta e alla sovranità monetaria. Viene costituzionalizzato che la Banca Centrale italiana ritorni alle dipendenze di un Ministero del Tesoro. Insomma un ritorno alla situazione pre divorzio del 1981. Quindi potremmo ritornare a controllare i tassi di interesse e anche l’indebitamento dello Stato?
Il nostro disegno di legge prevede l’assoluta inderogabilità della potestà esclusiva dello Stato sulla moneta. Certo per poter portare a termine il progetto occorrerebbe prima di tutto riappropriarsi della nostra sovranità monetaria. Ora come ora, infatti, i flussi di denaro solo in minima parte finiscono nell’economia reale e servono più che altro per far crescere i titoli di Borsa fino allo scoppio della prossima bolla finanziaria. C’è bisogno di finanziare, piuttosto, progetti per la cura del territorio e per farlo occorre riacquistare la nostra sovranità altrimenti si assiste al solito copione che il debito non è uguale per tutti: nessuno chiede il conto agli USA per il loro ingente debito!

Se questa proposta venisse accettata e diventasse la nostra nuova Costituzione, mi sembra di capire, sarebbe incompatibile con l’attuale struttura dell’eurozona, mi sbaglio?
Completamente incompatibile. Sono dell’idea che l’introduzione dell’euro e dei vincoli europei non abbiano fatto altro che indebolire la nostra industria, la nostra capacità di produrre ricchezza e di distribuirla a seconda delle nostre esigenze, insomma il nostro sviluppo. Abbiamo bisogno di regolamentazioni e piani adeguati alla nostra realtà e alle potenzialità economiche del Paese, di soluzioni che ci consentano di sfruttare tutti i margini di manovra per aumentare la produzione, l’occupazione e la crescita.

Sparisce, nel vostro testo, ogni riferimento a equilibrio di bilancio. Sia nell’art. 81 che nel 119. Cioè lo Stato potrebbe tornare a spendere e magari riuscirebbe a ricostruire L’Aquila?
Si, corretto. Restituire la sovranità monetaria all’Italia significherebbe far sì che il nostro Paese non abbia più problemi di budget, se le politiche nazionali sono davvero intese ad incrementare la produzione nazionale. Una soluzione che in aree colpite da grandi catastrofi, come l’Aquila, potrebbe in qualche modo rappresentare un’occasione, se non altro una concreta speranza. Infatti il potere di incentivare le infrastrutture e la produzione locale (cosa alquanto osteggiata da questa UE) già rappresenterebbero un buon punto di partenza.

Ci sono novità anche nel superamento delle lungaggini legislative ma senza snaturare l’essenza della nostra Costituzione, mi riferisco a quello che sarebbe il nuovo art. 75. E direi maggiore controllo sui Decreti legge con le nuove previsioni dell’art. 77.
Noi di Riscossa Italia riteniamo che occorrano serie limitazioni alla decretazione d’urgenza. Il senso dell’apertura verso i decreti legge nella Costituente era pregno di quel concetto di stato di necessità che avrebbe dovuto rendere la decretazione d’urgenza l’estrema ratio. Non si può non ammettere che la decretazione d’urgenza compiuta con la combinazione tra un Parlamento di nominati e l’uso della fiducia per forzare la conversione, abbia stravolto i cardini dell’art. 77 Cost. La fiducia è stata utilizzata per la conversione dei principali provvedimenti di austerità imposti dal “ce lo chiede l’Europa” così travolgendo integralmente la legittimità della procedura in totale contrasto con l’art. 77 Cost.

Modifiche anche all’elezione del Presidente della Repubblica.
Occorre un innalzamento delle maggioranze richieste per l’elezione del Presidente della Repubblica. La nostra riforma prevede 2/3 dei componenti nelle prime cinque votazioni; 3/5 dei componenti dalla sesta alla decima votazione e maggioranza assoluta dall’undicesima votazione in avanti. Viene altresì conferita al Capo dello Stato un’ulteriore attribuzione, cioè la tipizzazione specifica dei poteri di garanzia e di vigilanza sul rispetto della Costituzione, della sovranità nazionale e della democrazia costituzionale;

Un tetto alle tasse all’art.117? Questo potrebbe piacere davvero a tutti gli italiani.
Credo che i cittadini paghino di buon grado le tasse quando come contropartita ci siano servizi di qualità ed efficienti. Invece oggi giorno a mala pena si riesce ad usufruire, per esempio, del servizio sanitario pubblico. E’logico che occorre un tetto all’imposizione fiscale.

Lo Stato, mi sembra, diventerebbe più controllore. Potrebbe essere un freno allo strapotere dei mercati e della finanza, cosa ci guadagna il cittadino?
Il cittadino guadagnerebbe l’abrogazione di tutte le leggi che legittimano la precarietà del lavoro; la fine della pressione fiscale adibita a garanzia dei grandi gruppi industriali e finanziari ed un ritorno alla proprietà statale di attività produttive di beni e servizi e di banche, che garantiscano introiti economici pubblici. Così come anche Il diritto alla salute, alla casa, all’istruzione, alla cultura ed allo sport che sono oggi duramente messi in discussione dalle politiche dei vari governi borghesi.

Il DDL è scaricabile dal sito del Senato della Repubblica qui:
http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01007655.pdf

IL LIBRO
‘Il cimitero di Praga’ , il romanzo di Umberto Eco che condanna l’antisemitismo.
O è tutta una mistificazione?

“Ebrei, il miglior nemico degli imbecilli. Per questo sarebbe difficile, per gli imbecilli, trovare un nemico migliore. Il nemico serve a chi soffre di un’identità debole e un malinteso spirito di gruppo o un malinteso patriottismo sono spesso, purtroppo, l’ultimo rifugio delle canaglie. L’antisemitismo è un tarlo mentale, di chi ha bisogno di prendersela sempre e comunque con qualcuno, per vigliaccheria, o per pochezza”.

Così interveniva il professor Umberto Eco alla vigilia della pubblicazione del suo romanzo ‘Il cimitero di Praga’, che l’autore ha inteso dedicare ai falsari dell’odio e dell’antisemitismo. Il libro riporta le deliranti ossessioni e le trame di un antisemita gonfio di odio. Racconta una storia rigorosa, ma scritta in forma di romanzo popolare ottocentesco affollata di ‘falsari dell’odio’ al cimitero di Praga. E’ gente capace di dire tutto e il contrario di tutto. Secondo loro, gli ebrei sono pieni di malattie, eppure più longevi degli altri, controllano la natura, le arti e l’economia, sono repellenti, eppure l’unica ragazza ad attrarre il protagonista antisemita Simonini sarà proprio una giovane del ghetto di Torino.
Il protagonista del romanzo incarna l’apoteosi della mistificazione, così abituato a imbrogliare e a falsificare da credere, alla fine, egli stesso ai propri inganni. Non ha pietà per nessuno e non possiede scrupoli morali. L’unico punto fermo della sua esistenza è l’odio profondo per gli ebrei e un’avversione particolare per i Gesuiti.

In cosa consiste il messaggio del “Cimitero di Praga”? Il romanzo è tutto concentrato sulla falsità di un documento in possesso del protagonista Simonini, ‘I Protocolli dei Savi di Sion’. Il messaggio intrinseco che ci arriva è proprio quello di non dare credito a suggestive ipotesi campate in aria. ‘I Protocolli’ descriverebbero ad arte una presunta congiura giudaico-diabolica, progettata nei minimi dettagli con il fine della conquista del mondo intero, diventando così la descrizione inventata di un incontro nel 1897 fra dirigenti ebrei, che volevano sovvertire la società cristiana e che miravano al dominio ebraico nel mondo. Con i ‘Protocolli’, la massoneria e gli ebrei, la triade su cui si fonda il romanzo di Eco è completa e si crea una messinscena per gli eventi rabbinici nell’antico cimitero di Praga. Fin dall’inizio del romanzo, Simonini associa al popolo ebraico un marchio d’infamia e di pericolo per la società. “Degli ebrei, so solo ciò che mi ha insegnato il nonno e cioè che essi assumono le colpe di tutti i mali del mondo: si sono avvicinati alle città per arricchirsi, sono traditori, gli ebrei uccidono i giovani cristiani per spalmare di sangue il pane azzimo, gli ebrei sono capitalisti ecc…”
Fra le osservazioni dell’autore: “Qualcuno ha detto che il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie, chi non ha principi morali si avvolge di solito in una bandiera e i bastardi si richiamano sempre alla purezza della loro razza”.
Umberto Eco in questo romanzo si scaglia contro i pregiudizi razziali e lo fa nel modo migliore, risvegliando la coscienza e nel far odiare la meschinità del protagonista, il falsario Simonini.

La vicenda di Simonini è interessante, soprattutto fa comprendere come già molti anni prima della seconda guerra mondiale l’antisemitismo fosse una piaga ben radicata nella società, e fa riflettere il fatto che nell’ottocento, come ai giorni nostri, facesse comodo trovare un “capro espiatorio” a cui dare la colpa di tutti i fallimenti di una classe politica mediocre. Un forte odio e una grande fantasia possono costruire false notizie e inganni, a quel tempo tramite i libri, oggi con l’avvento di internet, colmo di bufale e fandonie, dove attorno alle tragedie vengono costruite false notizie pur di assicurarsi momenti di popolarità.

In molti continuano a chiedersi se questo romanzo di Umberto Eco condanni veramente l’antisemitismo o se possa provocare un antisemitismo involontario. Nella sua “ambiguità” i pareri restano discordanti.

BASSANI
La donazione di Prebys riporta a Ferrara i manoscritti originali del romanzo ‘Gli occhiali d’oro’

di Francesca Ambrosecchia

Tre quaderni dai quadretti lunghi e stretti, di quelli che non si trovano più nelle cartolerie. Pieni di parole, note a piè di pagina e correzioni di un intenso inchiostro blu e talvolta verde. Si tratta di un manoscritto originale. Una storia racchiusa in tre quaderni dai quali traspare, con chiarezza, la mente, la creatività e il genio di quello che Gianni Venturi definisce uno scrittore europeo, non solo italiano e ferrarese: Giorgio Bassani. Si tratta del romanzo ‘Gli occhiali d’oro’, da oggi anche noto come “Una brutta fine” (scritta che compare sui quaderni che compongono il manoscritto).

È questa la terza donazione che Portia Anne Prebys fa al Comune di Ferrara, città in cui l’autore ha vissuto l’infanzia e il periodo dell’adolescenza e alla quale rimase per sempre affezionato, con lo scopo di arricchire il materiale che sarà possibile consultare e visitare presso il Centro Studi Bassaniani di cui la stessa è curatrice insieme a Venturi. Alla conferenza, che si è tenuta giovedì 9 marzo presso la Residenza Municipale di Ferrara, Portia Prebys ha ribadito più volte lo scopo di tale donazione: “mettere il manoscritto a disposizione dei posteri”, permettere la sua fruizione tramite la quale si entrerà in contatto diretto con il romanziere. La consegna del romanzo originale è stata in tale circostanza formalizzata dinnanzi al notaio con la presenza del Sindaco Tiziano Tagliani, il dirigente del Settore comunale Attività culturali Giovanni Lenzerini e il dirigente del Servizio comunale Musei D’Arte antica e Storico scientifici Angelo Andreotti.

Si tratta di testi che datano ormai sessant’anni e che la stessa Prebys ha acquistato recentemente da un privato. Non se ne conosce la loro storia e da ciò è facilmente deducibile come il traffico commerciale di opere letterarie piuttosto che artistiche sia ampiamente diffuso. Un alone di mistero e incertezza che incuriosisce pensando che Bassani aveva la tendenza a regalare i suoi manoscritti a persone a lui care. Eccezione è data da ‘Il giardino dei Finzi Contini‘ che Bassani regalò al nipote e che rimase a casa di questo fino all’avvenuta donazione al nostro Comune. Entrambi i manoscritti sopra citati vanno così a far parte del ‘Lascito Prebys’, fondo costituito nel 2014 in memoria dell’autore che sarà conservato presso Casa Minerbi in Via Giuoco del Pallone. Quest’ultima diverrà sede del Centro studi Bassaniani e dell’Istituto di Studi Rinascimentali: grande sarà l’opera di catalogazione per riunire tutte le opere di Bassani in un’unica sede. I lavori di ristrutturazione procedono ma la data di apertura di Casa Minerbi non è ancora stata ufficializzata.

La situazione è questa: il bilancio del Comune è stato approvato ma spesso, a dire dello stesso Lenzerini, le tempistiche della pubblica amministrazione non collimano con l’entusiasmo che si può avere nei confronti di una data iniziativa. Effettive sono talune problematiche in ambito amministrativo e tecnico, riguardanti per esempio l’impiantistica e l’ascensore che dovrà essere presente nella struttura, sicuramente di fondamentale importanza a livello di garanzie di accessibilità. Il Centro Studi promuove, come sottolinea Venturi, un lavoro minuzioso e scientifico sulle opere grazie al quale aspetti di queste ultime vengono colti. Grazie a ciò l’opera di Bassani ‘Dietro la porta’, il romanzo che appare il più ferrarese di tutti e dove si trova una profonda coincidenza tra autore e personaggio protagonista, trova corrispondenze ne ‘L’uomo senza qualità’  e ‘I turbamenti del giovane Torless’ dell’austriaco Robert Musil. È in ritrovamenti di questo tipo che la storia della letteratura e di un autore così importante per la nostra città riaffiora.

Ci sono cose che solo la carta può trasmettere e può permettere di analizzare e oggi è andato perso con gli strumenti di scrittura digitale. Talune frasi scritte in stampatello, ricorrono più volte quasi a indicare una fissazione, è su quelle frasi che inevitabilmente l’occhio si ferma, su quelle pagine ingiallite dal tempo e sui loro curiosi giri d’inchiostro.

L’INTERVISTA
Giocando con le parole assieme a Maurizio Bernacchia, docente alla scuola di Mogol e autore di oltre 80 canzoni

di Eleonora Rossi

Non lasciatevi abbindolare dall’aria pacata e dall’indole mite di Maurizio Bernacchia: da un momento all’altro potrebbero arrivarvi imprevedibili ‘frecciatine’: proiettili calibrati di ironia e intelligenti giochi di parole, a raffica. E in un attimo vedreste apparire, tra le fossette ammiccanti, il suo sorriso compiaciuto. Quello stesso sorriso, amichevolmente beffardo, con cui ci racconta che la sua prima pubblicazione s’intitola ‘Fama internazionale’ (edizioni Oppure): “Posso dire di essere ‘autore di Fama internazionale’, giusto perché ho scritto un libro intitolato così – e aggiunge- Si tratta di un piccolo libro di provocazioni verbali, in cui mi sono lasciato andare al divertissement puro”. Anche il titolo del suo nuovo volume ‘Amore indescrivibile’ (edizioni Letteratura Alternativa), è introdotto da un titolo che “può sembrare già un paradosso”.

Come si legge sul retro: ‘L’amore è indescrivibile. Questo libro ne è la prova’. Maurizio Bernacchia è autore, produttore artistico, docente di scrittura di testi per canzoni per importanti scuole di musica, tra cui il Cet, la scuola di Mogol. È copywriter e direttore creativo dell’agenzia di comunicazione da lui fondata, Boccascena. Ha pubblicato oltre 80 canzoni, da ‘Peccati di gola’ a Sanremo 2007 – un intrigante esempio di come si possa giocare con il significante e il significato delle parole – ai singoli ‘Splende’ dei Carboidrati (prodotti da Adriano Pennino), ‘La luna e l’alieno’ di Marco Martinelli (prodotto da Mariella Nava), ‘L’amore che vorrei’ dei Thema (prodotto da Vladi Tosetto). Autore poliedrico, scrive per progetti decisamente trasversali ed eterogenei: dagli esordienti, per i quali spesso segue anche la produzione artistica, a nomi storici come Tony Dallara, per il quale ha scritto gli inediti per un prossimo album. Molte canzoni sono state premiate, ad esempio da Lunezia e Amnesty International. Numerose le esperienze e le collaborazioni artistiche, tra le quali Sanremo, Amici, X-Factor.

Maurizio ha il dono della curiosità, oltre a una sorprendente capacità di ascolto e di attenzione. Ma soprattutto ha il talento dello scacchista, sempre pronto ad un’abile contromossa.

Quando hai iniziato a scrivere?
A 10-11 anni. Scrivevo poesie, ma già pensandole come canzoni. Ho sempre preferito una forma sintetica, come la barzelletta, l’aforisma. E infatti sono sintetico anche nelle risposte.

Perché hai iniziato a scrivere?
Per il gusto di farlo. Il mio primo testo è stata una poesia, il secondo una canzone.

Che cos’è per te la scrittura?
Non voglio dire ‘tutto’, ma è un grosso motore di vita. Senza dubbio la scrittura è la migliore espressione di me.

In italiano eri bravo a scuola?
Sì, ero bravo, ma ero molto portato anche per la matematica, tanto che mi sono iscritto al liceo scientifico. Poi all’università ho scelto Lettere. Dalle parole alla musica.

Hai sempre ascoltato musica? Quali sono i tuoi autori preferiti?
Da piccolo non ascoltavo molta musica, crescendo sì. Ho trovato ispirazione in Mogol, Baglioni, Caparezza, autori che sanno scegliere parole e immagini ricercate. Ammiro anche il gusto per la parola di Jovanotti e Daniele Silvestri.

A cosa servono le canzoni?
Come l’arte, sono il contributo a rendere più bello il mondo.

Da dove arrivano le idee per un testo?
L’ispirazione arriva da input esterni che attivano meccanismi mentali a volte insospettati.

C’è una canzone alla quale sei più affezionato?
‘Peccati di gola’, con cui sono andato a Sanremo. Quel brano mi ha legato molto al compositore Patrizio Baù, amico con cui condivido la passione per la musica ormai da oltre 10 anni, con una rara sintonia.

A cosa pensi appena ti svegli?
A volte penso alla canzone che devo scrivere. Ma non faccio troppi programmi: tendo ad essere presente nel presente. Qui e ora. Per me è importante essere consapevole di quello che vivo.

E prima di addormentarti?
Sono una persona tranquilla (sorride). Penso soprattutto a dormire.

Il tuo ultimo libro parla di amore. ‘Pane’ irrinunciabile e indescrivibile qui ‘sbriciolato’ in aforismi e comandamenti. Puoi anticiparci qualcosa?
Ho provato a descrivere (anche se resta, per assunto, indescrivibile) il significato del mio libro nell’introduzione: “Amore. Di che cosa parlare se non d’amore? Come farne a meno quando l’amore è la cosa più importante, l’asse planetario portante attorno a cui ruota – rivoluzionandolo – il nostro mondo interiore, e probabilmente l’intero universo? (…) Un sentimento di cui è impossibile non scrivere, ma che resta indescrivibile. Ma amore è anche cercare di capirne e carpirne il senso, dando un senso a quello che proviamo e spesso non capiamo. Perché il senso della vita è ciò che chiamiamo amore. Amore, nel breve viaggio di un libro, attraverso cento aforismi (volando) e dieci comandamenti (volendo), per vivere liberi di amare senza né comandare né essere comandati, ma comandanti saggi del nostro spirito e dello spirito che si trova nell’amore”.

Puoi lasciarci un aforisma sull’amore?
‘L’amore è l’inizio. L’amore è il fine’. Cioè, il motivo e la direzione del mondo.

Inutile rivolgerti altri interrogativi, perché, come scrivi ancora in un aforisma, “L’amore non si fa domande. È la risposta”.
Ma a proposito di amore indescrivibile e di ‘coincidenze’, non possiamo non ricordare che il libro è uscito proprio il giorno di San Valentino, festa del sentimento, del cuore. Un 14 febbraio che quest’anno è stato indimenticabile per l’autore, soprattutto per un dolce evento d’amore: quello stesso giorno Maurizio è diventato papà.

STORIE SOTTOVOCE
Mai dire… ‘Sono cose da grandi’.
Per raccontare la paura ai figli, munirsi di una scatola magica…

Questa lettera ha inizio nell’estate dei tuoi quattro anni. Quando le mie paure si sono schiuse davanti alle immagini di una strage. Poco dopo la Terra ha tremato. E anche io sono stata contagiata da quel tremore, perché l’ho avvertito in te”. (Simona Sparaco, ‘Sono cose da grandi’)

Oggi la paura non è più solo quella delle fiabe, dei lupi, degli orchi, delle streghe, dei vampiri, dei fantasmi o dei mostri cattivi pronti ad affollare le notti e gli incubi di bambini sensibili, attutita e ammansita da una carezza sulla nuca. Oggi la si vede in televisione, la si riconosce negli occhi di un nipote che, di fronte all’11 settembre di Nizza, a una macchina che esplode, a una scheggia che falcia tutti come birilli o a stragi perpetrate da uomini incappucciati di nero in nome di una religione lontana, pone la fatica domanda: ma perché tanta violenza a questo mondo?

In questo tempo incerto, crudo, tempestoso e minaccioso, una madre prova a decifrare il mondo per suo figlio di 4 anni, reinventandolo attraverso i giochi e le storie che, con amore, crea ogni giorno per lui. A fare questo, con attenzione, garbo e grazia (oltre che lucida sintesi), Simona Sparaco, nel suo recente ‘Sono cose da grandi’ (Einaudi Stile Libero Big). Di fronte a tanta violenza che non risparmia nulla e nessuno, la frase tante volte usata per proteggerlo – “sono cose da grandi” – non funziona più. Rinviare le spiegazioni a domani non serve. Per quanto difficili.

Così, questa coraggiosa madre decide di rivolgersi al figlio per dirgli ciò che ha imparato sulla paura, nel tempo che non perdona. Ma anche per raccontargli la dolcezza di una vita quotidiana a due, tra barattoli pieni di insetti e scatole magiche dove custodire miracolosamente i propri desideri. Scrivendogli, scopre la propria fragilità, e in questa, un’indicibile forza. E facendo questo si fa coraggio, un coraggio che ogni madre è costretta a cercare e trovare per rassicurare i propri figli. Questa lettera al figlio spiega, in fondo, come parlare ai bambini dei mali del mondo. Come se si raccontasse una storia a bassa voce, si sussurrasse una verità difficile da comprendere, accettare, spiegare e digerire, per insegnare come vivere senza farsi dominare dalla paura, quella che è la realtà di oggi, come convivere con la sensazione perenne di insicurezza nell’entrare in un bar, un ristorante, un teatro, una sala da concerti, un cinema o una metropolitana.

Non possiamo rispondere alle domande sulla realtà con lo stesso metodo che adottiamo per liberarci degli orchi e dalle streghe malvagie. Bisogna elaborare strategie diverse, non si può stare sempre sull’attenti, si deve capire che bene e male non sono così facilmente identificabili. E anche accettare che per certe domande non esistono risposte, ma solo grandi gesti d’amore. Che di devono e possono creare oasi di pace e di gioia in grado di aiutarci a sopravvivere, in una terra che si scuote e crea disastri (un ricordo anche al terrore del terremoto). Magari inventandosi una scatola magica dentro la quale depositare segreti, domande, desideri, speranze, sogni, fiducia e dolori. Un giorno quella scatola potrebbe essere utile a ripercorrere il cammino fatto da un genitore e un figlio lungo la strada che hanno percorso insieme. Cullandosi, abbracciandosi e raccontandosi quanto è importante amare.

Simona Sparaco, Sono cose da grandi, Einaudi, 2017, 104 p.

ARTE
In mostra le luci e le ombre di Artemisia Gentileschi, l’eroina protofemminista dell’Italia barocca

La mostra “Artemisia Gentileschi e il suo tempo” è visitabile fino all’8 Maggio a Palazzo Braschi a Roma

Nata da un’idea di Nicola Spinoza e curata dallo stesso per la sezione napoletana, da Francesca Baldassari, per la sezione fiorentina, e da Judith W. Mann per la sezione romana, la mostra si avvale di molti prestiti di musei stranieri e presenta accanto alle opere di Artemisia, anche quelle dei grandi protagonisti del Seicento, come Cristofano Allori, Simon Vouet, Giovanni Baglione, Antiveduto Grammatica e Giuseppe Ribera. Ancora riflettori su Artemisia Gentileschi: dalla prima mostra monografica in Italia su Artemisia Gentileschi (Roma 1593 – Napoli dopo il 1654), organizzata più di venticinque anni fa presso Casa Buonarroti a Firenze, un susseguirsi di iniziative hanno prepotentemente contribuito alla conoscenza e all’affermazione artistica di una delle più affascinanti donne artiste che, come capita alle figlie femmine di grandi personalità, era considerata ‘una costola’ del più noto padre, famoso caravaggesco romano.

Con la curatela di Keith Christiansen e Judith W. Mann, nel 2001 fu realizzata una mostra su Orazio e Artemisia Gentileschi a Palazzo Venezia a Roma, in cui vennero precisati infatti i debiti della figlia verso il magistero paterno. Un impianto monografico molto ampio ha caratterizzato, invece, la bellissima mostra del 2011 di Palazzo Reale a Milano, curata da un comitato di alto livello scientifico, che ha attraversato in modo anche narrativo la produzione artistica della Gentileschi nei suoi molteplici spostamenti. Le note vicende biografiche, il padre violento, il lungo processo per stupro, il marito ignavo e i grandi amori della sua vita, incisero sulla sua determinatezza caratteriale come ben mise in risalto Anna Banti, moglie di Roberto Longhi nel suo romanzo storico su Artemisia del 1947, diffondendone l’immagine di donna combattiva, orgogliosa, dotata di spirito di indipendenza e intraprendenza, doti che le permetteranno d promuovere il proprio talento straordinario presso le Corti di mezza Europa. La Banti sottolinea anche come Artemisia sia stata una delle prime donne della storia capaci di affermarsi con il proprio lavoro e al contempo dotate della singolare capacità di promuoversi tra chi contava davvero.

E tutto il suo modo di essere ne ha fatto, prima che un’artista di rango, un’eroina protofemminista. E’ nella letteratura artistica della seconda metà del secolo scorso che si va consolidando la fama di Artemisia a scapito di quella del celebre padre “condannato ormai a vivere all’ombra della figlia.” Ma è con il contributo della prima generazione di studiose femministe storiche dell’arte che Artemisia è stata riscoperta ed è entrata nella storia dell’arte da protagonista. Le sue opere, infatti, occupavano un posto di grande rilievo nella mostra ‘Women Artists : 1550 – 1950’ allestita nel 1976 al Los Angeles Country Museum of Art curata da Ann Sutherland Harris e Linda Nochlin. L’esposizione americana ha indotto Mary Garrad a intraprendere un lungo studio della produzione pittorica dell’artista romana, culminato nella monografia del 1989 dal titolo ‘Artemisia Gentileschi: The Images of the Female Hero in Italian Baroque Art’. L’autrice insiste sull’incomprensione ed emarginazione subite da Artemisia nell’ambiente artistico, dove era ritenuta più un personaggio fuori dal comune, quasi un fenomeno in quanto donna artista in un mondo sociale esclusivamente maschile.

Del resto anche gli studi di stampo femminista che l’hanno portata all’attenzione del pubblico, hanno concentrato il loro interesse sulla sua particolare biografia, mettendola in connessione con le qualità espressive del suo lavoro. Per cui, spesso, si è istituita una relazione tra la violenza sessuale subita nel marzo 1511 da parte di Agostino Tassi (1578 – 1644) collega e amico del padre e la violenza espressa nei dipinti giovanili, in particolare nelle due versioni di ‘Giuditta che uccide Oloferne’ (Napoli, Museo di Capodimonte; Firenze, Galleria degli Uffizi). Che il desiderio di vendetta si sia concretizzato in queste opere, crudeli ed eroiche ad un tempo, è probabile: tuttavia il soggetto era ambito dai collezionisti ed era già stato trattato da Caravaggio, fonte di ispirazione sia per Orazio che per lei stessa. Se la fama dell’artista è ancora oggi legata alle sconvolgenti vicende personali degli anni giovanili, sarà lei stessa con lo sguardo rivolto al futuro ad avere la rivincita attraverso il proprio lavoro. Infatti, nel 1614 fu la prima donna ad essere ammessa all’Accademia del disegno di Firenze e potè godere della protezione dei Medici. Nel decennio successivo entrò a far parte dell’Accademia romana dei Desiosi. Nel suo ritratto inciso da Jerome David in cui si celebra il legame di Artemisia con l’Accademia è chiamata “pittrice celeberrima, prodigio della pittura, più facile da invidiare che da imitare”. Il soggiorno fiorentino (1613 – 1620) è anticipato da un’opera ardita e inconsueta per una donna artista, solita eseguire ritratti e nature morte: il nudo. Riconosciuta quale prima opera autografa e firmata, ‘Susanna e i vecchioni’ (Pommersfelden, Stiftung Schloss Weissenstein) rivela, malgrado la luce chiara e l’atmosfera tonale classica derivata dal padre, dirette relazioni con la pittura romana di Caravaggio nella figura della giovane donna solidamente naturale nelle forme femminili, nei lunghi capelli ramati e nella fronte corrucciata, mentre il tipico gesto di Susanna di protezione-ripulsa, trova un famoso prototipo caravaggesco nel chierichetto urlante del ‘Martirio di san Matteo’ a San Luigi dei Francesi a Roma.

Nel capoluogo toscano, Artemisia si trasferisce dopo il processo contro il suo violentatore Agostino Tassi e in seguito al frettoloso matrimonio con il mercante fiorentino Pierantonio Stiattesi, combinato dal padre per garantire la moralità della figlia. Nella città medicea, sotto la protezione di Filippo Buonarroti (nipote di Michelangelo) e di Galileo Galilei, nascono le sue appassionate e sensuali eroine dotate di pathos barocco come la ‘Maddalena penitente’ (1616 – 18, Firenze, Palazzo Pitti), “Giuditta e la fantesca Abra” (1617 – 18, Firenze, Palazzo Pitti), ‘Santa Cecilia’ (1617- 18, Roma, Galleria Spada), “Giaiele e Sisara” (1620, Budapest, Szepmuweszeti Museum), ‘Giuditta decapita Oloferne’ (1612-13, Napoli, Museo di Capodimonte e la variante del 1620, Firenze, Uffizi). Ancora un approccio al luminismo caravaggesco nella ‘Maddalena’, non più controriformata con teschio in primo piano e ombre nere, ma immagine femminile dolce e misteriosa, illuminata dall’alto a dissolvere i contorni e spingere in primo piano la dinamica silhouette avvolta in un lussuoso abito di seta gialla (il giallo era il colore dell’abito delle cortigiane): saggio di bravura di Artemisia per Cosimo I, caratterizzato da due iscrizioni dipinte nella spalliera della seggiola da camera (firma) e nella cornice dello specchio. Eroina sospesa tra ansia e esitazione è Giuditta nel celebre dipinto ‘Giuditta e la fantesca Abra con la testa di Oloferne’ .

E’ ancora una Giuditta caravaggesca con elaborata acconciatura di capelli color rame e il volto insistito come un autoritratto (come del resto nella ‘Maddalena penitente’). Stoffe, drappeggi, gioielli e sfumature di colore connotano la composizione concentrata e il ritmo teatrale assecondato dalla luce notturna, che sottolinea la violenza ancora incombente nello sguardo di Giuditta. E’ chiaro che Artemisia nel suo essere estroversa, loquace, aggressiva, ha scelto in questi anni la narrazione retorica del melodramma teatrale tanto in voga nel primo Seicento fiorentino. Se delle due celebri redazioni di “Giuditta decapita Oloferne”, la prima ideata da Artemisia agli esordi del periodo fiorentino (Napoli Capodimonte), costituisce uno dei suoi più maturi saggi caravaggeschi, interpretandone la carica emotiva e il luminismo con contrasti drammatici di chiaroscuro, “la seconda, nella sua redazione degli Uffizi è sontuosa nell’impeccabile e studiata composizione triangolare, nel dinamismo accentuato dall’evidente torsione del busto di Giuditta e del corpo rantolante del re assiro. Uno sguardo narrativo descrive i volumi del letto ricoperto di raso bianco, l’accurata acconciatura, il bracciale d’oro con cammei, la resa dei tessuti (…) sino ai sottilmente frangettati lenzuoli di lino. Inondata di luce la tragedia della morte violenta per decapitazione è spinta sul proscenio di un teatro dell’orrore spettacolare come un dramma barocco” (F.Solinas, 2011).

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MUSICA
Duo Orchestra (+1), avventurieri coraggiosi verso infiniti paesaggi sonori

di Cristina Boccaccini

Loro sono semplici come li vedi, anzi non li vedi quasi, perchè preferiscono non attirare troppo l’attenzione su se stessi, lasciando che siano i suoni a essere protagonisti.
Il progetto ‘Duo Orchestra’ nasce geograficamente nelle Valli di Comacchio, dalle chitarre di Alfredo e Matteo Mangherini, ma prende musicalmente il volo verso altri lidi, attraverso la creazione di paesaggi sonori sospesi tra occidente e oriente. Matteo e Alfredo, i due chitarristi, si conoscono dall’età di 18 anni e hanno fatto parte di diverse band locali. Il duo, a cui solo recentemente si è aggiunto un terzo componente a far quadrare i conti, quel ‘+1’ Edoardo Cavallari alla batteria, suona già da qualche tempo in vari circoli e pub della zona, nonostante prediliga location immerse nella natura. Conosciamoli meglio.

Come è nato il progetto originale ‘Duo Orchestra’?
Ci siamo persi di vista per un po’ e ci siamo ritrovati nel 2014 con l’idea di formare un duo, per sua stessa natura minimal, ma che allo stesso tempo avesse lo spessore e i colori di un’orchestra. Il tutto utilizzando due chitarre elettriche, una diamonica, sonagli e synth.

Successivamente è arrivato Edoardo con la sua batteria. Quali novità ha portato?
Con l’entrata di Edoardo il progetto ha acquisito ulteriore espressione e maturità sonora. Abbiamo amalgamato la batteria ai pezzi che avevamo registrato precedentemente come duo (contenuti nell’ep ‘Duo Orchestra’ uscito nel 2015, ndr), con un risultato di maggiore dinamicità, apertura delle ritmiche e forza evocativa.

Come definireste la vostra musica? E’ una musica di nicchia?
Non vorremmo definire la nostra musica perchè si svincola da qualsiasi etichetta di genere, combinando numerose influenze musicali. Come musicisti sperimentiamo in assoluta libertà, cercando di offrire a chi ascolta un’esperienza sonora in grado di stimolare e fare viaggiare con l’immaginazione verso nuovi orizzonti. Non a caso i titoli della maggior parte delle nostre canzoni fanno riferimento a corsi d’acqua, distese vulcaniche, arbusti secolari sparsi per il globo. Si tratta di trame musicali intessute su una struttura minimale, che si tinge di sfumature che vanno dal rosso delle terre vulcaniche di Timanfaya al blu del fiume Shatt al- Arab, al verde delle Valli di Comacchio, sconfinando tra i territori della creatività.

E’ la natura quindi il filo conduttore del progetto?
La natura declinata in tutte le sue forme musicali, ma anche cromatiche. Ci piace giocare con le sinestesie musicali, le associazioni tra note e colori: per esempio le melodie dal sapore orientale sono costruite su note musicali che evocano il colore delle dune del deserto, mentre il blu e il verde, caratteristici di nature occidentali, corrispondono ad altre tonalità musicali.
L’attenzione ai colori si ritrova anche nella grafica e nelle fotografie che abbiamo utilizzato per l’ep, dalle tonalità di verde e blu che racchiudono le scritte Duo e Orchestra, separate cromaticamente dalla linea dell’orizzonte, ai toni blu del cielo e del mare nell’immagine di copertina.

Come nasce una vostra canzone?
Nasce dalla collaborazione di tutti e tre. Partiamo con una melodia iniziale, poi la sviluppiamo insieme provandola, costruendo una struttura e colorandola. Non c’è uno schema logico, ci basiamo sulla nostra sensibilità. A volte l’idea di partenza viene stravolta, a volte rimane costante.

Non avete una voce e dei testi che veicolino un messaggio. E’ una scelta voluta?
Ci farebbe piacere trovare una voce che canti dei testi, ma le nostre melodie hanno un denso impasto sonoro, sono molto strumentali. Pensiamo che risulterebbe un po’ complicato cantarci sopra. Tuttavia sarebbe bello utilizzare una voce teatrale e non melodica, come in una sorta di reading, mantenendo sempre quell’atmosfera onirica e ipnotica che caratterizza i nostri live.

Cosa offre la scena musicale locale al momento? Vi sentite stimolati come musicisti?
A Comacchio manca una vera e propria realtà che possa stimolare e incentivare un musicista. A parte rari casi, in generale siamo ancora indietro per quanto riguarda la sperimentazione e la ricerca musicale; curiosità e voglia di osare scarseggiano, purtroppo.
L’orecchio medio tende ad ascoltare principalmente le band che propongono cover, cosa che non ci rispecchia né come musicisti né come ascoltatori, in quanto, quando andiamo a sentire una band cerchiamo sempre di imparare qualcosa di nuovo per trarne ispirazione. E anche come musicisti preferiamo scrivere i nostri pezzi. Guadagnare di più proponendo musica di artisti famosi è un compromesso che non ci interessa.

Siete coraggiosi in quello che proponete…
Cerchiamo di offrire un’alternativa, nel bene o nel male. Quando ci esibiamo non sempre pretendiamo di essere apprezzati, perchè sappiamo in partenza che non si tratta del pop di facile ascolto o del rock già sentito, che tanto piace all’ascoltatore medio. Inoltre per nostra natura non amiamo molestare i timpani e attirare per forza l’attenzione del pubblico, come farebbe un front man sul palco. Chi viene ai nostri concerti si trova davanti a una scena pacata, in cui il gioco di contrasti tra la ciclicità della loop station e gli stacchi della batteria vuole trasmettere un senso di eleganza e invitare alla riflessione.

La fortuna per un musicista conta più del talento?
La fortuna conta molto, specie per chi fa musica, ma va anche creata e inseguita giorno per giorno. Non ci si deve mai adagiare sugli allori e aspettare passivamente che la fortuna bussi alla nostra porta. Al contrario, servono speranza e costanza. Lo stesso vale per il talento; magari un musicista non nasce con un talento ma può arrivare in alto attraverso l’esercizio quotidiano. Bisogna sempre insistere!

Avete mai pensato alla vostra musica come colonna sonora di film o documentari? Mi vengono in mente i Mogwai, che di recente hanno registrato la colonna sonora del documentario ‘Atomic’.
In effetti potrebbe essere una realtà molto interessante. La nostra musica si adatterebbe bene a fare da sottofondo a film o documentari con scene che riguardano la natura o i viaggi. Un paio di nostri brani sono già stati utilizzati per un piccolo documentario ‘comacchiese’. Inoltre il nostro primo video musicale, ‘Reversense’, è stato girato proprio in notturna su una spiaggia dei Lidi di Comacchio.

Prossimi progetti?
Nell’immediato dobbiamo registrare ex novo i pezzi pensati per duo, introducendo l’elemento della batteria, e girare nuovi video musicali, oltre a sviluppare idee per canzoni nuove.
Ci piacerebbe inoltre portare il Duo Orchestra+1 in strada, partecipando al Buskers Festival che si tiene a Ferrara nel periodo estivo. E naturalmente stiamo cercando di migliorarci sempre di più durante i live, sia nella comunicazione tra di noi sia con il pubblico che ci ascolta.

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