Giorno: 31 Marzo 2017

I DIALOGHI DELLA VAGINA
L’altra donna, quella che non aspetta

A. c’è da sette anni, ma non ha aspettato O. un solo giorno. A. ha quarant’anni, è bella, intelligente ed è l’altra donna, l’amante di un uomo sposatissimo e con un figlio da crescere.
Non è la solita storia della giovane amante lusingata che crede un giorno le cose cambieranno e del solito uomo impegnato che fa finta sia così.
A. non ha mai pensato potesse esistere un futuro in cui occupare un ruolo diverso. Lei vuole questo posto, lei sceglie lui così com’è. Vuole se stessa senza un pezzo di meno, radiosa e speciale come ogni volta che lo vede o lo sente.
O., nella sua doppia vita, l’onestà l’ha riservata ad A.: non lascerò mai mia moglie, posso darti parentesi, pranzi rubati, telefonate, silenzi e tanto tempo in cui non esserci, ma ti darò anche l’uomo che piace a te, quello che non ti toglie e ti aggiunge.
In questi sette anni, A. ha affrontato delle prove, è uscita con altri uomini e ha anche imboccato altre strade. Tutte prove perfettamente superate: è sempre tornata da O.
Lei accettava la sfida di allontanarsi e lui vinceva il confronto su tutti. Lui sapeva, la incoraggiava e aspettava. Pochi mesi e lei tornava.
Un giorno, dopo un periodo in cui A. si era concessa di frequentare un’altra persona, per poi scegliere ancora una volta O., le ho detto che, forse, il suo posto è lì, al timone di un viaggio che porta sempre verso lo stesso approdo.
Non è lei che aspetta consumando i capodanni sperando sia l’ultimo da sola, ma lui. O. ha due vite, A. tutte quelle che vuole, ma un solo amore, glielo vedo negli occhi quando lo nomina.
In questa storia senza doveri e di onestà reciproca, l’amore resiste e se ne infischia se i conti non tornano con le convenzioni e con quello che fanno tutti. Tante volte A. si è sentita dire che meriterebbe altro, ma ad A. l’altro non interessa più.
Il prezzo, se c’è, lo sanno solo loro che continuano a scegliersi e amarsi, anche lontani a capodanno.

Vi è mai successo di vivere un amore, un’esperienza o persino tutta la vita contro corrente?

Potete inviare le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

LO STUDIO
Il post sisma in Emilia: gestione del disastro tra shock economy e nuove forme di cittadinanza attiva

Quando c’è un terremoto, la terra sotto i piedi trema non solo dal punto di vista fisico, ma anche dal punto di vista psicologico ed emotivo. La ricostruzione di una comunità, di conseguenza, non riguarda solo il paesaggio esteriore, ma anche il mondo interiore e quello delle relazioni dei cittadini delle zone colpite.
Superato il trauma dovuto all’emergenza, inizia appunto la fase della ricostruzione, ma quali sono le politiche messe in atto nel nostro paese e come si relazionano le istituzioni con la popolazione terremotata? E i cittadini come reagiscono a questo sconvolgimento del loro mondo, interiore ed esterno?

Dopo l’ultimo sisma di Amatrice, il governo ha segnalato il modello emiliano come esempio da seguire per la gestione del dopo-catastrofe, dando l’incarico di commissario alla ricostruzione a Vasco Errani, ex-governatore dell’Emilia. E proprio l’Emilia è stata il ‘campo d’indagine’ di Silvia Pitzalis – all’attivo un dottorato in storia con indirizzo antropologico all’Alma Mater di Bologna – nel suo ‘Politiche del disastro. Poteri e contro poteri nel terremoto emiliano’ (Ombre corte), nel quale i poteri sono le istituzioni e la loro macchina emergenziale, mentre i contro poteri sono le politiche dal basso messe in atto dai cittadini.
La tesi di Silvia Pitzalis è che il ‘disastro’ – dal terremoto all’alluvione – rappresenta una possibilità per le istituzioni di applicare specifiche strategie politiche e tecniche di governo che depotenziano la capacità auto-organizzativa dei cittadini. E si scopre che se esiste una shock economy che si mette in moto all’indomani di un evento calamitoso, forse non è un caso che dopo tutte le calamità naturali cui abbiamo assistito negli ultimi anni sul nostro territorio, l’Italia non ha ancora una legge quadro nazionale che regolamenti le modalità di azione e di intervento in occasione di calamità naturali.
D’altra parte però, come reazione a queste politiche imposte dall’alto, ma anche in maniera autonoma, emergono comportamenti di rifiuto da parte delle popolazioni, che danno vita a meccanismi di solidarietà e organizzazione dal basso. L’emergenza e la fase post-emergenza diventano quindi anche occasioni per (ri)costruire e (ri) generare non solo reti di relazioni informali, ma vere e proprie pratiche di cittadinanza attiva.

Solitamente quando si tratta di eventi sismici si parla sempre di emergenza e poi di politiche per la ricostruzione. Il suo libro, invece, si intitola ‘Politiche del disastro’, ci può spiegare cosa intende?
Quando si parla di disastri sui media e tra l’opinione pubblica si tende sempre a far leva sulla sofferenza delle vittime, sulla loro impossibilità di reazione, sui problemi nella fase emergenziale prima e in quella della ricostruzione poi, dovuti unicamente dall’eccezionalità dell’evento. Il discorso pubblico alimenta una visione della catastrofe fisica e tecnico-ingegneristica, legittimata da scientificità, che però tralascia gli aspetti socio-culturali di questi eventi. Questa lettura eclissa le responsabilità sociali e politiche, causa e conseguenza di questi eventi.
Partendo dall’osservazione del rapporto tra cittadinanza e istituzioni l’intento del libro è sottolineare in primis la necessità di un approccio che alimenti anche una visione politica dell’evento catastrofico. Sebbene il disastro sia un momento altamente traumatico, che accentua situazioni di crisi pre-esistenti il libro intende sottolineare il carattere rigenerativo di questi eventi, ovvero la loro capacità di stimolare tra la popolazione colpita la creazione di percorsi e soluzioni alternativi alle procedure imposte dall’alto, evidenziando le criticità di queste ultime. Questo processo evidenzia il carattere politico del disastro.

Cos’ è la shock economy?
Dagli anni Duemila le scienze sociali hanno messo in luce come le procedure di intervento da parte istituzionale siano sempre più spinte da interessi sovra-locali, affidando al settore privato la gestione del post-disastro. Vengono così calate sui cittadini procedure che rientrano nel paradigma della ‘shock economy’. Questo concetto, elaborato dalla Klein intorno al 2007 e sviluppato poi da altri autori (Gotham & Greenberg 2014; Button & Schuller 2016; Barrios 2017), si presenta come un fenomeno socio-politico in cui il disastro diventa un’occasione per applicare specifiche politiche e tecniche di governo che inibiscono le capacità economiche dei singoli, il loro accesso ai mezzi di sussistenza e alle risorse del territorio. Inoltre, depotenziando la loro capacità di produrre forme oppositive al potere dominante, questa strumentalizzazione della catastrofe, finalizzata al potenziamento di interessi capitalistici, aumenta stati di incertezza e precarietà già innescati dalla catastrofe.

La criminalità organizzata e i meccanismi di corruzione, come si inseriscono nelle politiche del disastro?
La shock economy di cui ho parlato prima, privatizzando la catastrofe, crea terreno fertile per l’intromissione all’interno del processo della criminalità organizzata e della corruzione. Si è visto anche con la maxi-operazione anti-mafia Aemilia, conclusasi il 28 gennaio del 2015 con 117 arresti, che ha visto coinvolti numerosi imprenditori edili a cui era stata affidata parte della ricostruzione e alcune figure politiche locali legate alle zone terremotate. Alle autorità si imputano relazioni poco chiare con diversi imprenditori di ditte nel settore dell’edilizia e del movimento terra, vincitori di appalti milionari per la ricostruzione post-terremoto, arrestati perché accusati di corruzione mafiosa soprattutto con la ‘Ndrangheta.

È vero che ancora oggi – dopo che l’Italia è stata colpita da diverse calamità naturali delle quali tre terremoti sono solo la punta dell’iceberg – manca una legge quadro nazionale che regolamenti le modalità di azione e di intervento in occasione di eventi catastrofici?
Purtroppo la classe politica da l’Aquila – in cui il post-disastro era nelle mani del centro destra di Berlusconi – passando per l’Emilia fino a oggi – in cui al governo è il centro-sinistra del Partito democratico – non è stata in grado di elaborare una legge di validità nazionale che definisca precisamente i diritti e i doveri nel post-disastro. Non essendoci una legge quadro che regoli in maniera uniforme come agire nel post-disastro, la sua gestione viene affidata a sempre nuove leggi, il che lascia spazio alla discrezionalità dei poteri al governo, minando l’uguaglianza tra i singoli.

Quali differenze fra la gestione del sisma di Bertolaso a L’Aquila e il modello di Errani in Emilia Romagna? E ora che è commissario per il terremoto nell’Italia centrale, quali similitudini e diversità si possono riscontrare?
Come a l’Aquila e in Emilia, anche nel post-sisma dell’Italia centrale, sebbene sia stato dato maggior peso alle istituzioni locali, le ordinanze emanate impongono dall’alto norme che non rispondono alle esigenze del territorio e della popolazione colpita. Queste decisioni vengono prese da tecnici e politici che molto spesso conosco ben poco del contesto in questione. Si crea una potente macchina burocratica che anziché snellirlo, rende il percorso verso la ricostruzione più lungo e tortuoso.
Se si osservano comparativamente i tre terremoti avvenuti in Italia negli anni Duemila (Abruzzo 2009, Emilia 2012, Centro-Italia 2016-2017) in tutti e tre in casi emergono negligenze e mancanze da parte delle istituzioni non solamente nel post-terremoto, ma anche nella precedente gestione socio-politica riguardo la tutela e il monitoraggio del territorio, la prevenzione dei disastri e le politiche edilizie.
A mio avviso un approccio socio-culturale all’analisi di questi fenomeni aiuterebbe a far emergere questioni cruciali inerenti l’importanza della percezione socio-culturale del rischio, la costruzione di una ‘educazione alla prevenzione’ e di una più profonda conoscenza sociale e culturale del territorio, per avviare in ultimo la costruzione di una coscienza critica dove al centro stia il cittadino e non la norma.

Il suo è anche uno studio sulle dinamiche individuali e collettive e sulle politiche dal basso messe in moto da eventi come questi.
Ho tentato di dare risalto a queste politiche dal basso analizzando le pratiche elaborate dai membri del Comitato di terremotati Sisma.12. Queste sono state considerate come modalità propositive e attive di reazione al terremoto. Per queste persone l’evento è stato un’occasione, un momento a partire dal quale ha preso forma una forte necessità di mutamento in risposta alla crisi. Volontà che prende vita dalla condivisione di un immaginario collettivo verso la creazione di un futuro migliore.
Sisma.12 è un comitato nato già nell’estate, durante assemblee nei campi autogestiti del cratere, cioè creati e organizzati direttamente dalla popolazione, da quei cittadini che si rifiutavano di servirsi di quelli gestiti della protezione civile. Nell’ottobre del 2012 si è dato uno statuto, descrivendosi come apartitico, trasversale e territoriale, infatti racchiudeva diverse provenienze politiche – dal Movimento cinque stelle al Pd ai Verdi – comunque tutte facenti riferimento alla galassia della ‘sinistra storica’ novecentesca. L’apice delle sue attività è stato il 2013. Poi c’è stato un tentativo di istituzionalizzazione: si è tentata la candidatura alle ultime regionali attraverso una lista civica autonoma. Questo però ha dato origine a critiche all’interno dello stesso comitato. Ora chi è rimasto nel Comitato lavora anche su altre battaglie, come per esempio quella per il referendum contro le trivelle o la campagna Stop Ttip. Inoltre hanno cercato di creare una rete con alcuni comitati nati dopo il sisma nel Centro Italia e insieme a queste realtà, proprio partendo dall’analisi dell’esperienza nel mio volume, stanno cercando di migliorare le loro pratiche.

In conclusione, gli eventi disastrosi e le calamità possono avere un potenziale generativo e creare nuovi modelli di (r)esistenze?
Partendo dal caso specifico, ho cercato di dimostrare che gli eventi calamitosi, oltre a possedere un devastante potere di disintegrazione fisica e socio-culturale, si possano presentare come dei momenti dai quali gli esseri umani, superato lo shock iniziale, producono nuove modalità di esistere socialmente, politicamente, culturalmente, ovvero modalità di ri-esserci nel mondo che nascono e si costruiscono dalle macerie, dall’incipit all’azione che la violenza dell’evento determina.

Nel suo libro lei usa il metodo etnografico. Ci può spiegare cosa significa in termini di ricerca sul campo e quali sono i vantaggi, rispetto ad altri tipi di studi?
Questa domanda tormenta gli antropologi da almeno quant’anni. Le dirò, l’opinione (modesta e personale) che io mi sono fatta finora. Fare etnografia significa prima di tutto ascoltare, osservare ed interpretare esperienze utili alla comprensione della realtà. Per questo motivo l’etnografia è, prima di tutto, un’impresa pratica. Sono convinta che malgrado storicamente l’etnografia sia stata accusata di aver prodotto un sapere strumentale al dominio – pensiamo al prezioso materiale prodotto da etnografi ed antropologi durante il colonialismo – a maggior ragione oggi più che mai l’utilizzo di questa metodologia deve essere in grado di produrre un sapere che stimoli una critica della società che parta dalle esperienze di chi ne vive contraddizioni e ingiustizie. Solo così l’etnografia può contribuire all’elaborazione di traiettorie di cambiamento e rinnovamento che giovino al miglioramento di quella stessa società.

ECONOMIA
Lo scopo dei 27 a Roma? Venderci come nuova una favola avariata:
ecco cosa si nasconde dietro il libero mercato

Il libero mercato e il ritorno all’800, quando il libero mercato aumentò le disuguaglianze. Il rapporto tra disuguaglianza e libero mercato secondo le dottrine scientifiche dei padroni del XVIII secolo per migliorare il mondo del XXI secolo (a loro uso e consumo).

Una delle grandi decisioni o, meglio, delle grandi raccomandazioni che si sono dati i 27 leader europei, a margine degli incontri di Roma e al fine di rilanciare la corsa all’abbattimento delle frontiere e di contrastare, almeno ideologicamente, il nascente protezionismo trumpista, è il sostegno che dovrà venire, sempre più convinto, al libero mercato.
Frase lunga, lo so, ma altrettanto lunghi gli articoli che ho letto a sostegno di questo proclama, tra cui in particolare uno veramente angosciante sul sole24ore che elencava i benefici del libero scempio, in termini soprattutto di posti di lavoro e di aumento delle entrate da parte, ovviamente, dei paesi occidentali ed europei.
Ed è infatti proprio questa parte della popolazione mondiale, questa parte geografica, che usufruisce in quasi totale esclusiva del libero mercato, dell’espansione attraverso le esportazioni. Ma che tipo di dottrina economica è quella del libero mercato?
Si potrebbe dire, sintetizzando, che è quella che vede come un successo la situazione greca, oppure l’abbassamento del costo della vita in Portogallo, oppure il fatto che si possa pensare di andarsene a vivere in Thailandia con la pensione italiana. Tutto questo indubbiamente è un successo per l’Occidente ma anche di quei Paesi non occidentali che ne hanno adottato i principi, penso al Giappone o, ai giorni nostri, alla Cina dei benestanti che impazza in Africa.
In effetti non tutto il mondo usufruisce del benessere provocato dal libero mercato, la maggior parte dei benefici vanno a noi e per noi intendo quel fortunato gruppo di paesi di cui sopra e di cui almeno io so di far parte, e non ne sono certamente fiero.
Il libero mercato è quella dottrina che vede come un successo, ma non lo dice, che milioni di persone nei cosiddetti paesi del terzo mondo, o poveri, non riescano a sfamarsi con il grano che pure producono, perché non possono trattenerlo ma devono darlo alla multinazionale di turno che lo lavora per altri e che una volta da questi lavorato non riescono a ricomprarsi. Oppure non riescono a vestirsi con quel cotone che pure producono per lo stesso processo del grano.
Il libero mercato. Si cerca di dare una nobiltà ad una dottrina nata a fine ‘700 e che ha infestato l’800 per giustificare il colonialismo britannico, olandese, francese, belga e di quei paesi tanto anglofoni quanto “affidabili”, in termini finanziari, del nord Europa. Che sostituì quella che non era per niente una dottrina economica, ma delle scelte dei mercanti che “guardavano ai propri interessi” (per dirla alla Adam Smith) e condizionavano i sovrani durante il periodo detto del “mercantilismo” e a cui siamo incredibilmente tornati, neppure tanto velatamente.
Ma certo un popolo civile deve sempre giustificare il male che fa agli altri, ai più deboli, deve giustificare il fatto di creare miseria e fame e quindi bisognava che qualche studioso illuminato desse una parvenza di logica, di scientificità al malaffare di stato ed ecco i “classici”. Ecco Smith, Ricardo e Malthus. Ecco che la depredazione diventa dottrina, nasce il liberismo.
Una dottrina che per vivere ha bisogno di abbattere le frontiere, e per questo i proclami del folle Trump sono visti come il rosso dai tori infuriati, di far girare i capitali insieme ai derivati e che il debito non si estingua mai perché è la carne dei macellai e senza non si può creare schiavitù totale o far lavorare gli africani a 10 dollari a settimana oppure i greci a 400 euro al mese o i portoghesi a 350 oppure giustificare i mini job in Germania e chiaramente il jobs act in italia.
Eh sì, il libero mercato si sta avvicinando sempre di più ai nostri diritti e sta globalizzando anni di lotte sindacali, distruggendo il futuro e sempre più ci consiglia di non fare figli e affidarci ai migranti, già abituati alla sofferenza.
La globalizzazione fu interrotta una volta dalle conseguenze della grande crisi del ’29 che si chiamarono fascismo, nazismo o nazionalismi e poi, dopo la seconda grande guerra e i suoi infiniti morti senza nome, sindacati, figli dei fiori, Woodstock, i Beatles e i Rolling Stones, la libertà e perché no, sovranismo individuale e degli stati ma con rispetto delle transazioni internazionali. Regole vere e utili, insomma.
Ma in quel periodo il capitalismo aveva un’anima dettata dall’esigenza della divisione del mondo in blocchi contrapposti. Oggi non abbiamo bisogno di quell’anima o di maschere che sono cadute insieme al nefasto muro. Non ne ha bisogno la finanza sfrenata e i suoi servi possono scrivere delle gioie del libero mercato e delle follie di Trump e dei nazionalismi affioranti come il male del futuro.
E questo mentre non abbiamo più futuro, sostituiamo ai figli i migranti, i papà con le mamme, la libertà con il debito e osserviamo soddisfatti morire di fame chi produce grano e girare nudo chi produce cotone, almeno finché non saremo noi. E i 27 vengono a Roma a rilanciare il libero mercato, il neoliberismo, le dottrine ottocentesche ammantate di nuovo, nello stesso Paese in cui l’Istat certifica l’aumento della povertà assoluta e non troviamo i soldi per ricostruire dopo i terremoti.

Tra parole e numeri: identikit dei migranti per spegnere i pregiudizi e aprire bene gli occhi

Migrazioni. Il problema inizia già con la parola, con i vocaboli che si usano per descrivere e comprendere il fenomeno, conoscerlo e quindi renderlo meno inquietante e minaccioso. Migranti, extracomunitari, immigrati, emigrati politici, emigranti, migranti economici, sfollati, migranti irregolari, rifugiati, richiedenti asilo, profughi, e ancora: esuli, fuoriusciti, fuggiaschi, sfollati. La confusione linguistica è notevole e le guardie ideologiche del politicamente corretto sono già pronte ad imporre l’uso di nuovi termini obbligatori, lanciando il bando di proscrizione per quelli non più consoni alla neolingua. Intanto, l’uso di certe parole piuttosto che altre, resta un atto politico che svela ideologie, pregiudizi e a volte pura e semplice ignoranza: ognuna di queste parole richiama emozioni, sentimenti, categorie concettuali che di volta in volta avvicinano o allontanano, implicitamente approvano o respingono. In tale situazione una piccola ricerca, vocabolario alla mano, si rivela particolarmente utile.
Migrante e una categoria generica che indica una popolazione in transito verso nuove sedi, gente che passa, che è in movimento verso qualcosa.
Migrante economico indica tutte quelle persone che si spostano per motivi economici ovvero in cerca di lavoro, opportunità di reddito, possibilità di consumo e accesso ai benefici offerti dal paese di destinazione.
Migrante irregolare è colui che, per qualsiasi ragione, entra in un paese senza possedere i regolari documenti di viaggio (“sans papier”) e senza poi sanare questa condizione di inadeguatezza amministrativa.
Immigrato è un migrante che si è trasferito in un altro paese, colui che raggiunge il luogo di destinazione e qui si stabilisce.
Emigrato al contrario, è chi è espatriato temporaneamente o definitivamente; è insomma il migrante visto dal punto di vista della società di partenza anziché di quella d’arrivo.
Extracomunitario è un termine che indica qualsiasi persona che non sia cittadina di uno dei ventotto paesi membri dell’Unione Europea.
Richiedente asilo è una categoria giuridica che riguarda le persone che hanno presentato domanda per ottenere asilo politico in un paese estero. Il richiedente asilo diventa entro un lasso di tempo definito qualcos’altro (ovvero rifugiato, migrante economico, migrante irregolare) nel momento in cui ottiene una risposta ufficiale e definitiva alla sua domanda di asilo.
Rifugiato è un’altra categoria giuridica (art. 1 Convenzione di Ginevra, 1951) che si riferisce a persona per la quale si è accertato, tramite un’apposita procedura, il diritto ad avere asilo. Con ciò si riconosce ufficialmente che tale persona è stata costretta a lasciare il proprio paese a causa di persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, opinioni politiche, appartenenza a gruppi sociali particolari e, a causa di questo, non può tornare nel proprio paese.
Profugo invece è un termine generico che indica chi lascia il proprio paese a causa di persecuzioni, guerre o catastrofi naturali; è dunque termine adatto a definire esodi di massa come quello dei siriani che fuggono dalla guerra.
In un campo e in un periodo storico dove le opinioni sembrano valere più dei fatti, la precisione linguistica dovrebbe essere fondamentale per discriminare e comprendere; purtroppo però la distinzione tra questi termini non è sempre semplice e tantomeno lo è la chiarezza a livello di linguaggio comune. In tale situazione capita di sentire definiti come rifugiati tout court perfino quanti, non ancora riconosciuti, sbarcano ormai quotidianamente sulle coste Italiane; capita di vedere erroneamente etichettati dei rifugiati come migranti economici e così via.

Migrazioni. Il problema si complica quando dai concetti si passa ai numeri tentando di quantificare un fenomeno che ormai dura da decenni; non a caso, malgrado il tema sia trattato quotidianamente da tutti i media, le percezioni delle persone divergono spesso profondamente dai dati ufficiali. In particolare, il fenomeno sembra ridursi, nelle opinioni di molti, al massiccio e drammatico flusso di persone che approdano quotidianamente sulle coste Italiane o che dalle navi italiane vengono raccolti in mare. In realtà questa è solo la parte più evidente di un sistema migratorio assai più vasto e complesso, per molti versi ignoto al pubblico. Ed anche questo tipo di flusso mediterraneo costantemente esposto alle telecamere dei media è tutt’altro che chiaro.
Per tentare di chiarire le cose bisogna innanzitutto distinguere chiaramente tra i flussi migratori rivolti verso l’Europa nel suo insieme e quelli che arrivano in Italia, posto che la composizione dei due insiemi è assolutamente diversa. Nel 2016 i paesi di provenienza più rappresentati su scala europea sono stati Siria (23%), Afghanistan (12%) e Nigeria (10%).

Diversissima è la situazione in Italia (vedi tabella) che vede per lo stesso anno una assoluta prevalenza di popolazioni sub sahariane con ben il il 20,7% di persone proveniente dalla Nigeria (il paese con il PIL più alto dell’Africa: e la cosa dovrebbe far molto riflettere) e 11,4% dall’Eritrea.
Per il solo flusso migratorio relativo agli sbarchi che interessano l’Italia passando per il Mediterraneo, i dati consultabili sul sito del Ministero dell’Interno (Dipartimento per le libertà civili e le migrazioni) sono i seguenti: 41.925 (2013), 170.100 (2014), 153.842 (2015), 181.436 (2016) per un totale registrato ufficialmente di 547.303 persone approdate sulle coste italiane negli ultimi 4 anni. Vi è indubbiamente qualcosa di perverso, di freddamente burocratico nel parlare di un simile flusso di esseri umani attraverso semplici statistiche impersonali. Tuttavia un analisi anche molto semplice di quei numeri fa emergere una realtà piuttosto sconcertante sulla quale riflettere per inquadrare il fenomeno della cosiddetta accoglienza e le problematiche che genera a livello locale. Dietro ai numeri non ci sono solo aspettative e idee personali, calcoli, motivazioni e sofferenze, ma ci sono tradizioni, appartenenze etniche e religiose, culture, spesse volte assolutamente diverse dalla nostra (per fortuna) e non interpretabili semplicemente attraverso le nostre categorie di uso comune. Basti pensare, ad esempio, al modo di intendere il lavoro, il ruolo femminile e le regole della convivenza civile.

Un secondo aspetto ampiamente sottaciuto ma importantissimo è la composizione di genere. Lo sanno benissimo i cooperatori internazionali più avveduti (pochi) che hanno capito che in Africa, per attivare progetti con qualche speranza di successo, bisogna necessariamente lavorare con le donne e su piccola scala. Quanto sono dunque le donne in questo flusso di sbarchi? Sicuramente dipende molto dai paesi e dalle culture di provenienza ma i dati sono piuttosto sorprendenti rispetto alla percezione comune. Secondo il sito dell’UNHCR solamente il 13,2 % degli sbarcati sono femmine mentre i minori sono il 15,6%; di questi ultimi secondo Unicef Italia il 91% sono non accompagnati di eta compresa tra i 15 e i 17 anni, quasi tutti maschi in prevalenza provenienti da Eritrea, Nigeria, Gambia ed Egitto. Secondo il sito openmigration.org le donne arrivate nel 2016 provengono per oltre il 40% dalla Nigeria (11% Eritrea).

Un ultimo aspetto molto importante riguarda l’età, fattore importantissimo in un paese che ha da anni raggiunto il proprio limite demografico e sta dunque invecchiando; un recente studio condotto dall’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) su un campione di oltre 1000 soggetti adulti attualmente ospitati in centri di accoglienza (CARA), stima un’età media intorno a 27 anni, mentre il 90% dei migranti ha meno di 30 anni.
La sintesi è questa: almeno 80% degli sbarchi in Italia degli ultimi anni è rappresentato da giovani maschi, in età di servizio militare e di lavoro, rare le famiglie assolutamente minoritarie le donne. Anche a prescindere da ogni considerazione ulteriore che possa riguardare il numero di soggetti che avranno diritto allo status di rifugiati, anche a prescindere dal modo con cui queste persone potranno guadagnarsi da vivere in una nazione con un tasso di disoccupazione giovanile che raggiunge picchi del 40%, anche facendo finta di non vedere i profondi contrasti che esistono tra le etnie migrate e sempre più spesso con gli indigeni, non si può non vedere che la situazione è già socialmente esplosiva, che richiede cura particolare e che implica, per evitare il peggio, scelte profonde, coraggiose, innovative ed eque nei confronti di tutti i cittadini.
E intanto, sempre secondo i dati del Ministero e in attesa degli accordi con la Libia, nei primi due mesi del 2017 gli sbarchi sono già aumentati del 57% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: erano nello scorso anno 9.101 sono oggi 14.319.
Buona fortuna, Italia

LETTERATURA
Il malato (nell’)immaginario. Punizione divina o tormento esistenziale?
Il valore simbolico dello stare male nella narrativa

La malattia costituisce da sempre uno dei temi letterari di eccellenza come metafora e come condizione umana ineludibile. Morbo e malattia sono stati utilizzati in letteratura per identificare uno stato di perdita: perdita della salute, dell’autonomia, della libertà, dello stato d’animo positivo. Molto spesso anche perdita della dignità. Il lettore entra nei meandri delle narrazioni dove viene descritta la malattia autentica o immaginaria, fisica o psichica, individuale o sociale e ne viene travolto, caricato di attesa, tensione, aspettativa. Che le cause della malattia siano la ‘punizione divina’ di sapore medievale o il tormento esistenziale di una società alienante è solo il pretesto per attribuirle, in qualunque dei casi, una forte valenza simbolica che descriva il disagio, l’incapacità di adattamento, la solitudine, l’ignoranza, la fatica del vivere, l’inadeguatezza, il fallimento.

La malattia arriva a determinare bisogni che non avremmo mai ipotizzato, impone nuove abitudini, predispone ad ottiche e visuali diverse. Obbliga a fermarsi e rendersi consapevoli che le scansioni e le modalità di prima vanno necessariamente superate per virare verso una nuova dimensione. La malattia non è solo un proiettarsi verso nuovi pensieri ma anche un immergersi nei ricordi del passato, perché ciò che è stato è più rassicurante del divenire e i ricordi sono, in questa circostanza, un cementante con la vita. L’opera principe in cui il luogo di malattia diventa l’ambientazione assoluta del romanzo stesso è ‘La montagna incantata’ (1924) di Thomas Mann. Il sanatorio di Berghof a Davos, nelle Alpi svizzere, è la scena in cui si affacciano le esistenze di Castorp, ingegnere navale, suo cugino Ziemssen, militare, e altri personaggi, costretti all’isolamento in quei paradisi montani perchè affetti da malattie polmonari. La malattia rappresenta, in questo caso, l’allontanamento dalla vita attiva, dalle carriere promettenti, dal mondo produttivo e dalla guerra, che costringe a rimanere sospesi in un limbo, un mondo asettico quasi avulso dalla realtà. Un mondo che catturerà Castorp e gli farà decidere di rimanere anche dopo l’avvenuta guarigione, a differenza del cugino che uscirà a dispetto del parere medico per morire poco dopo.

Nel romanzo di Paul Bowles, ‘Il tè nel deserto’ (1949), la malattia arriva come un’improvvisa ombra nera a destabilizzare e cambiare le carte in tavola. Port Moresby, la moglie Kit e l’amico George Tunner arrivano a Tangeri un pomeriggio del 1947, giovani e spensierati viaggiatori carichi di energie, desiderosi di fare ogni esperienza possibile. Intrecciano i loro destini tra vicende ambigue, infedeltà, spostamenti, paesaggi stupendi, culture diverse e sentimenti contrastanti. Port contrae il tifo e muore in un forte della legione straniera francese, coperto dalla sabbia del deserto e dall’indifferenza, tra le braccia della moglie incredula e impotente. La malattia è arrivata a spezzare ogni possibilità di chiarimento, comprensione, perdono. Rimane solo rimpianto e lo leggiamo nell’ultima scena del romanzo: “ Non sappiamo quando moriremo e quindi pensiamo alla vita come un pozzo inesauribile. Eppure tutto accade solo un certo numero di volte. Quante volte ricorderemo un certo pomeriggio della nostra infanzia, un pomeriggio che è così profondamente parte di noi che non potremmo nemmeno concepire la nostra vita senza? Forse quattro o cinque volte, forse nemmeno. Quante volte guarderemo sorgere la luna piena? Forse venti. Eppure tutto sembra senza limiti.”

Anche le grandi epidemie della storia hanno fornito un notevole spunto a molti autori, basti pensare alla descrizione manzoniana dell’ondata di peste del 1630 a Milano, che scatena atteggiamenti inspiegabili e ingiustificabili, pregiudizio e disordine. Gli stessi pregiudizi e gli stessi atteggiamenti irrazionali e folli vengono rilevati e abilmente descritti in ‘Annus mirabilis’ (2009), l’avvincente romanzo di Geraldine Brooks in cui l’autrice racconta la storia di un villaggio dell’Inghilterra del 1665 e in particolare la vita di Anna Frith, durante la peste. Risorse, ingegno ed espedienti avventurosi sono la risposta alla malattia, alla disperazione e alla paura collettiva. In ‘La peste’ (1947) di Albert Camus, assistiamo a una grande epidemia nella città algerina di Orano, dove la prima avvisaglia è una spaventosa moria di ratti per poi propagarsi tra la popolazione. La città è isolata e la popolazione assume gli atteggiamenti più contrastanti, barricandosi in casa o abbandonandosi senza ritegno ai piaceri della vita quotidiana. Il medico francese Bernard Rieux si impegna a dare il suo contributo per arrestare la virulenza e alla fine applica un nuovo siero che rallenta il contagio fino all’epilogo, incitando alla cautela perché convinto che il bacillo potrebbe ancora agire nel futuro. La peste diventa, per Camus, l’allegoria del male e della guerra, due aspetti sempre latenti nelle vicende umane.

La peste di Edgar Allan Poe nel racconto ‘La maschera della Morte Rossa’ (1842) contiene un significato di malattia e morte più universale, che lega le esistenze di tutti, accomunati nella precarietà della vita, sottolineando l’assoluta imparità del destino finale, una sorta di giusta eguaglianza che azzera livelli e appartenenze. Il principe Prospero invita amici e cortigiani a rinchiudersi nel suo palazzo per sfuggire alla minaccia della peste. Dopo cinque mesi viene indetto un ballo in maschera nel corso del quale fa la sua apparizione una misteriosa figura avvolta in una cappa macchiata di sangue e il volto coperto. Prospero la affronta ma immediatamente perde la vita. I presenti tolgono il costume al personaggio e sotto non c’è nulla. La Morte Rossa è entrata a palazzo e colpirà tutti. La malattia mentale trova terreno fertile in letteratura, che ne coglie gli aspetti più disparati e le sfaccettature più recondite. Patrick McGrath la racconta in ‘Follia’ (1996): è la sconvolgente storia di Stella, moglie del vicedirettore di un manicomio criminale, la cui vita si incrocia irrimediabilmente con quella di Edgar Stark, paziente dell’istituto, abile artista, manipolatore seducente, il cui fascino e la cui follia trascinerà ambedue in un vortice senza ritorno. Anche John Steinbeck in ‘Uomini e topi’ (1937) ci consegna la storia di due braccianti stagionali che si guadagnano da vivere passando di fattoria in fattoria nella California del 1929, in piena Depressione. George Milton e Lennie Small, che ha un ritardo mentale, affrontano insieme le difficoltà della vita, sognando di poter diventare proprietari di un po’ di terra. Ciò che accadrà non consentirà loro di realizzare il progetto ma farà capire al lettore l’empatia umana, la disponibilità, la comprensione verso la malattia e soprattutto la pietà. ‘Patrimonio, una storia vera’ (2007) è il bellissimo romanzo di Philip Roth che descrive la malattia del padre ottantaseienne lacerato da un tumore al cervello destinato a ucciderlo. La malattia si trasforma in un viaggio di accompagnamento del padre, pieno di paura, ansia, tenerezza, rabbia e amore, forza e fragilità che diventano anche i nostri sentimenti e le nostre emozioni pagina dopo pagina. Nell’interpretazione di Susan Sontag, ‘La malattia è il lato notturno della vita, una cittadinanza più onerosa. Tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza, nel regno della salute e in quello della malattia. Preferiremmo tutti servirci soltanto del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto, almeno per un certo periodo, a riconoscersi cittadino di quell’altro Paese.’

L’INTERVISTA
Parla il cantautore Antonio Dubois: “La mia poesia, la mia musica e quell’incontro con Bennato”

Non ‘sono solo canzonette’. Per Antonio Dubois, essere ‘Sulla bocca di tutti’ è una cosa seria. E decisamente importante. Perché per il cantautore- originario di Cagliari, romano d’adozione, oggi di casa a Vicenza – la musica “è l’affrancamento da un mondo a volte incolore e incomprensibile, e la possibilità (unica!) di raccontare vicende nelle quali si possano riconoscere quante più persone possibili. Questo, in soli tre minuti e mezzo. Non è magnifico tutto ciò?”. Un divano dalle labbra rosso fuoco, una chitarra, a terra pagine sparse di fogli di giornale: così si presenta il cd ‘Sulla bocca di tutti‘ (SoundFactor), che Antonio Dubois descrive come “il mio primo, ‘vero’, sudatissimo, ambizioso lavoro…

“Questo disco è una tappa di un viaggio iniziato molti anni fa, ascoltando le note dell’America di Elvis, il rock di Celentano, l’amore per le parole dei cantautori italiani – spiega l’autore -. Il viaggio prosegue da quando capii che l’isola da cui ero nato cominciava a non bastarmi più… Da allora, versi e chitarra sono stati il mio lasciapassare per cercare ciò che ancora io non trovo”. Nove testi inediti per raccontarsi e affrontare temi a volte delicati, dal sogno della musica al ‘Mondo nascosto’ di un “sipario menzognero”, dalla malattia del tempo all’infanzia rubata. E ancora dal giornalismo che brucia “streghe e untori” alla più intima ‘Canzone dell’assenza’, per “dirti tutto quello che non ti ho detto mai”. Con garbo e con parole lungamente meditate, il cantautore spezza la sua lancia contro la falsità, i facili idoli, il compromesso, mentre accarezza l’idea di un’arte autentica, che sappia comunicare, far riflettere.

Lo fa unendo alle parole la sua passione per la musica, abbracciando la chitarra, o soffiando nel kazoo o nell’armonica, strumenti che creano atmosfere di forte suggestione. Tra le canzoni, la preferita dall’autore è “la seconda traccia del cd, Perturbato costante, per me è una sorta di manifesto”. Un testo sincero e al tempo stesso intrigante, con uno studio attento sugli effetti fonico-linguistici della parola. Nove brani con testi e musiche di Dubois, arrangiati e interpretati con originalità, ai quali si unisce la cover ‘Franz è il mio nome’, omaggio al maestro Edoardo Bennato, l’incontro che ha cambiato il percorso artistico di Antonio.

Dubois (www.antoniodubois.it) nasce a Cagliari, è autodidatta e impara a suonare la chitarra emulando lo zio musicista; inizia a comporre le sue prime canzoni nel 1977, in piena epoca cantautorale. Nel 1981 ottiene un’audizione presso la Rca di Roma, e si trasferisce nella capitale. Il suo itinerario musicale si snoda dal rock al blues, con virate verso la ballata melodica. Nel 1984 realizza il suo primo demo-concept 1964/1984, libera rilettura di 1984 di George Orwell. Nell’ottobre 1998 Dubois fonda i Falsi d’Autore, un progetto che mira a riproporre la migliore produzione musicale italiana nella ricerca fedele delle atmosfere originali, nell’ambito del quale nel 2003 nasce La Torre di Babele, live-act dedicato a Edoardo Bennato. La cover band viene apprezzata in prestigiosi locali capitolini ed in numerose piazze italiane. Nel 2005 Bennato e le Edizioni Musicali Cinquantacinque riconoscono i Falsi d’Autore come cover band ufficiale dell’artista napoletano. Nasce la collaborazione con Gianni Catani, filmaker romano che per la colonna del suo cortometraggio In regola sceglie brani di Dubois. Nel 2007 è spesso ospite nei live dei musicisti di Bennato, fino al momento di massima soddisfazione: “L’8 giugno 2013 si è realizzato un sogno inseguito fin da bambino – racconta Antonio -: con ‘Libera musica in libere teste’ ho aperto il live di Edoardo Bennato all’interno della IX edizione del Festival Biblico a Vicenza, nello splendido scenario di Piazza dei Signori”.

Ma andiamo per ordine: puoi raccontarci come è cominciato tutto. Quando nasce la tua passione per la musica?
Ho ascoltato Elvis nella pancia di mia madre, e poi, con gli zii sessantottini, nell’affascinante casa di Castello a Cagliari, tanti cantautori: italiani, francesi, le nuove vibrazioni d’Inghilterra e d’oltreoceano… un universo di suoni maliardi, irresistibili. Così, come molti, ho iniziato a comporre le prime canzoni. Poi è arrivata l’audizione presso la Rca di Roma, il Folkstudio Giovani, la rassegna del teatro Clemson di Roma, festival e concorsi. Sono seguite numerose performance live ed in studio, per le occasioni più diverse: la più prestigiosa, certamente, la puntata de ‘La Storia siamo noi (RaiEdu)’ dedicata al magico periodo della musica napoletana tra gli anni ‘70 e 80

I testi delle tue canzoni sono molto ricercati, indagano la realtà, i nodi della vita, spesso si avvicinano alla poesia…
Mi interessa descrivere l’esistenza nella sua intensità, anche quando è più ruvida. I miei testi sono stati apprezzati nell’ambito di ‘Cantiamo la Vita’, concorso promosso dal Movimento per la Vita italiano: per tre edizioni (2010, 2011, 2013) mi è stato assegnato il Premio della Critica da una giuria presieduta dal poeta e scrittore Davide Rondoni. I bambini sono una mia grandissima fonte d’ispirazione, e a loro, in particolare quelli che stanno lottando per la vita, dedico il tempo artistico che posso, suonando per raccogliere fondi per l’associazione Peter Pan Onlus.

Le tue canzoni sanno veicolare messaggi significativi, riflessioni sulla nostra storia e sull’attualità
Nel 2016 in particolare ho collaborato con il regista Vittorio Vespucci per la colonna sonora del documentario “Col cuore, oltre il buio”, un progetto dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti – Sezione di Vicenza, e ho composto ‘Carnàla’, brano ispirato all’omonimo quadro di Dino Vaccaro e ad alcuni versi di Alessio Di Giovanni sui piccoli schiavi-minatori delle zolfare siciliane di inizio ‘900

Il cd ‘Sulla bocca di tutti’ è un traguardo, un punto di arrivo e al tempo stesso una partenza. Un po’ come il diploma del Cet, la scuola di Mogol, dove Dubois ha concluso, a febbraio, il corso per autori. Per Dubois essere cantautore è una questione di attenzione: saper ascoltare e guardare la vita, saperla raccontare in parole e note. Così che chi ascolta possa riconoscersi in una canzone e la musica sia il segno di un’appartenenza a un ‘battito’ universale.

Come ha scritto Antonio sul retro del suo cd: “Se anche solo qualcuno, incontrando queste canzoni, troverà traccia di sé, allora la meta sarà più vicina, ed io felice di non essere più il proprietario di questa musica, di queste parole”.

STORIE DELL’ARTE
In mostra il sipario firmato da Pablo Picasso per ‘Parade’, lo show delle avanguardie

Pablo Picasso è uno dei più coraggiosi ‘partigiani’ della ribellione artistica contro l’impressionismo, a favore della conoscenza dei volumi. Osservando un oggetto non possiamo vederne se non i lati e i piani esposti prospettivamente al nostro occhio; ma perché non vedere anche i lati di quell’oggetto, nascosto alla nostra vista? Sarà proprio muovendo da questa considerazione che Picasso escogita una nuova maniera pittorica, capace di tradurre gli esseri e gli spettacoli naturali nella loro totalità.

‘Parade’ è la più grande opera realizzata da Picasso, un sipario di 17 x 10 metri. La mostra a Capodimonte in occasione del centenario del suo viaggio in Italia nel 1917, sarà un appuntamento unico per scoprire la storia di questa stupenda opera: un balletto, uno spettacolo, una musica, una visione, un’opera d’arte.

Dal Centro Nazionale d’ Arte e di cultura Georges Pompidou di Parigi, giungerà nel museo napoletano ‘Il sipario per Parade’, quadro dipinto da Picasso nel 1917 durante un periodo in cui si trasferì a Roma, che rappresenta un circo con pagliacci, ballerine ed animali. Picasso, per rappresentare ‘Il sipario’ fu ispirato proprio da un viaggio a Napoli fatto assieme a Stravinsky, in cui visitò anche Pompei. Saranno ospitate altre 68 opere, tra disegni, pittura e scultura.

Il lavoro è una perfetta fusione di pittura, danza, drammaturgia e musica. Il balletto risente fortemente di un nutrito gruppo di proposte avanguardistiche-musicali, pittoriche e letterarie, che spaziano dal cubismo al futurismo al surrealismo. La scena e i costumi per i due manager rimangono il più importante esempio di arte cubista mai visto in teatro.
‘Parade’, nacque a Roma: questa immensa tela dipinta con colori a tempera, con la collaborazione del pittore italiano Carlo Socrate, è un’opera straordinaria, lirica e malinconica assieme, di grande intensità emotiva.
Nel ‘sipario’ vi sono due manager cubisti, un prestigiatore cinese, una ragazzina americana, una coppia di acrobati che eseguono salti mortali e un buffo cavallo. Anche i costumi, sempre firmati da Picasso, vengono realizzati con materiali vari quali latta,stoffa e legno. Gli studi a tempera per le scene e i costumi, rivelano la magia che Napoli suscitò in lui e di quanto rimase colpito dal teatro popolare italiano.
Ritornando indietro nel tempo, dal 1901 fino agli anni’ 30, Picasso ha dipinto dozzine di Arlecchini: azzurri, rosa, cubisti, neoclassici, simbolisti, incompiuti. Ha dipinto come Arlecchino anche se stesso e suo figlio, i suoi amici e i suoi nemici.
La prima di ‘Parade’ fu il 18 maggio 1917 in un teatro parigino dove riuscì ad entrare nella storia dell’avanguardia, sconvolgendo l’estetica del balletto.

Alcune note curiose sul carattere di questo artista: Picasso dipingeva in piedi, con pochi colori sopra una vecchia tavolozza, con pennelli qualunque e un diluente purchessia. D’estate se ne stava nel suo studio, completamente nudo, dove riceveva gli amici più intimi.
A chi gli faceva notare che il nome Picasso fosse italiano, probabilmente genovese in origine, egli rispondeva che il suo nome, originariamente “Picazo”, fu poi italianizzato da un suo antenato spagnolo che viveva in Italia.
Vi sono moltissimi dipinti picassiani, tutti di diverso genere, tutti pieni di pregi, tutti simpatici, interessanti, ma” l’opera di Picasso non esiste”, affermava Soffici, o per meglio dire: in tante opere diverse e contraddittorie non si riesce a scoprire la vera profonda personalità di quest’artista: i prodotti di un periodo negano e annullano quelli di un altro, di tutti i periodi precedenti.

“Picasso sembra un padre che, a ogni nuova nascita ripudia i figli già nati e cresciuti”.

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