Giorno: 14 Aprile 2017

Il co-working che ha cancellato la parola crisi

di Cristina Boccaccini

“Libertà è partecipazione”, cantava Giorgio Gaber. Espressione che, quando si tratta del prezioso filo che lega cultura e comunità, potrebbe essere riformulata in: “Creatività è partecipazione”.
Inaugurato ufficialmente nel febbraio 2016 col patrocinio del Comune di Comacchio, e situato in via Marconi, Spazio Marconi è una vera e propria fucina di idee, un’officina della creatività, un aggregatore culturale pulsante nel cuore della cittadina lagunare. In particolare, si tratta prima di tutto di uno spazio aperto a tutti, che offre la possibilità di esprimere la propria creatività e sperimentare in libertà, avvalendosi della strumentazione necessaria a dare forma ai sogni. Sogni che si trasformano in imprese possibili e che possono portare a fare impresa, sfociando in opportunità concrete per il territorio.

Mi accoglie Antonello, il segretario dell’associazione, sorridente e loquace. Ha un entusiasmo travolgente e parte in quarta a raccontarmi dei tantissimi progetti e collaborazioni che hanno visto la luce all’interno dello spazio, a partire dalla sua apertura, un anno fa. Mi mostra come, da quello che era un edificio comunale in decadenza, i ragazzi della comunità, grazie anche ai finanziamenti del Comune, siano riusciti a ristrutturare e personalizzare un grande ambiente, dotato oltre che delle strumentazioni tecnologiche, anche di tutto ciò che serve a garantire un’atmosfera sana e stimolante; dalle pareti arancio dell’ampio spazio all’ingresso, alle aule dotate di proiettori e lavagne interattive multimediali, alla verde sala riunioni al primo piano, ai bagni attrezzati anche per disabili, alla zona ristoro con tanto di macchinetta del caffè.

Gli ambienti di lavoro veri e propri odorano di legno, circuiti elettrici, sinapsi in movimento, mani e arti in pasta, arte. Non vi è decisamente spazio per la parola “crisi” a Spazio Marconi. La fanno da padrone i tavoli, a partire dal maestoso tavolo di lavoro destinato al co-working, ai banchi di prototipazione, su cui portare contributi, intavolare discussioni, cibarsi di idee e contaminarsi a vicenda, mettendo in circolo le proprie competenze e abilità specifiche per aumentare così le possibilità di successo di un progetto. Il tutto attraverso un processo creativo sinergico che nasce dal basso, dalla gente e per la gente, all’insegna del motto: “Dream it, make it, share it”.

Punta di diamante dello spazio è il cosiddetto FabLab, primo nella provincia di Ferrara e inserito nella rete della manifattura digitale dell’Emilia-Romagna, Mak-Er. Si tratta letteralmente di un laboratorio di Fabbricazione Digitale, dotato di una stampante 3D Power Wasp, e tante altre strumentazioni, tra cui la Cnc Stepcraft 2/860, una macchina in grado di tagliare e incidere diversi materiali. Questi macchinari sono controllati e gestiti tramite un computer e possono essere utilizzati per realizzare prototipi di alta qualità a un costo più basso rispetto all’industria tradizionale, e facilmente accessibili a chiunque, in ogni parte del globo. Tutto ciò si traduce in un notevole potenziale di sviluppo di nuove forme di economia locale, in ogni settore.

Ognuno, a prescindere da età, stato sociale, percorso formativo, può essere artigiano e artefice delle proprie idee, venire ascoltato, divenire parte attiva e ingranaggio del processo creativo. A partire dal cittadino, che ha a disposizione i mezzi per sviluppare le proprie idee, alle scuole, che possono usare il laboratorio per familiarizzare con nuove tecnologie digitali, fino alle aziende che necessitano di servizi di prototipazione a basso costo.

Presso Spazio Marconi si forgiano anche menti. Infatti lo spazio è ed è stato sede di svariati corsi di formazione, tra cui quelli di stampa 3D, di Arduino (una scheda elettronica di facile utilizzo per la creare prototipi), di fotografia. Inoltre ha ospitato e ospita tuttora diversi incontri di carattere culturale, come la recente ComacchioVa, per la riqualificazione delle piste ciclabili nel quartiere Raibosola.

Numerosi i progetti in partenza che portano la firma dell’associazione: il 19 aprile si svolgerà la prima lezione gratuita del ciclo “Nel labirinto della Comunicazione- A scuola di Storytelling”, curato da Michele Cuccu e in collaborazione con Informagiovani Comacchio. Il corso è dedicato a tutti coloro che hanno voglia di approfondire l’uso della tecnica dello storytelling per poter migliorare la comunicazione di eventi, progetti e attività.

Inoltre il 23 aprile lo stand di Spazio Marconi sarà presente alla Festa dei Marinati di Comacchio con laboratori didattici e molto altro.

Spazio anche alla musica in via Marconi, con professionisti pronti a insegnare ai neofiti tutti i segreti degli strumenti musicali. In particolare Luigi Marsala è a disposizione degli amanti delle 6 corde, che il 6 maggio avranno la possibilità di prendere parte alla Guitar Masterclass di Andrea Cesone.

In futuro, l’associazione, oltre che pensare al proprio sostentamento, continuerà a lavorare in un’ottica di valorizzazione del patrimonio umano, culturale e industriale locale, attraverso la collaborazione congiunta tra istituzioni, cittadini, imprenditori e associazioni. Se possiamo sognare insieme, possiamo anche fare insieme. E continuare a farlo.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Perfetti per qualcuno, estranei a noi stessi

“Mi sento a casa”. C. aveva sintetizzato così il nuovo incontro che, come tutte le cose che iniziano, parte dal confronto con ciò che l’ha preceduto.
B. non capiva bene cosa intendesse l’amica, pensava che i paragoni in amore vengono anche se giuriamo di non farli più perché, in realtà, abbiamo bisogno di confermare che oggi è meglio di ieri.
B., soprattutto, non sapeva cosa fosse sentirsi a casa, mollare gli ormeggi e abbassare finalmente la guardia. B. non se l’era mai concesso, troppo pericoloso, d’istinto aveva posto un diaframma fra lei e quell’uomo con cui aveva avuto una lunga storia e di cui non era mai riuscita a fidarsi, a sentirsi a casa. Lui l’aveva tenuta sempre un po’ sulle spine, in quella vaghezza che ti fa stare in punta di piedi e un po’ trattenuta per timore del giudizio, un po’ compiacente e vigile. Negli anni a forza di stare attenta a non guastare l’immagine, aveva modellato una sè su misura di quell’uomo forte, intransigente e capace di renderla come lui la voleva. Per una forma di automatismo, entrava in una parte lontana dalla sua natura, ma così perfetta per lui.
Poi un giorno B. rivide un suo ex, un uomo dagli occhi buoni, cenarono insieme, si raccontarono come non avevano mai fatto e ripresero a vedersi. Fu allora che B. capì cosa fosse sentirsi a casa: era percepire che l’altro è lì con tutto se stesso, non vuole mostrare nulla di più, ma quello che è, con te e per te. E tu puoi fare altrettanto, senza riserve.
“Mi sento a casa, posso affidarmi e chiudere gli occhi” erano le parole di C. che B. capiva di potere fare sue. Era finalmente dissolta quella sensazione spersonalizzante, che non aveva mai apertamente ammesso, di chiedersi sto andando bene? Sono come tu mi vuoi?
Quella sé plasmata su queste domande e che in realtà non le piaceva, apparteveva ormai al passato, a un’altra storia. B. aveva imparato a chiudere gli occhi, a rispettarsi senza forzare atteggiamenti. Era a casa, stavolta con l’uomo dagli occhi buoni.

Vi è mai capitato, in amore, in famiglia, in amicizia, di essere estranei a voi stessi, ma perfetti per qualcun altro?

Potete mandare le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

REPORTAGE
Viaggio nell’Italia dei borghi, dove il terremoto non è arrivato, ma continua a fare danni

Di Linda Ceola

“Io continuo a stupirmi. E’ la sola cosa che mi renda la vita degna di essere vissuta”. Oscar Wilde

Un viaggio è in grado di riservare innumerevoli sorprese. Un mese fa io e Leonardo, dopo aver condiviso una bike night organizzata da Witoor l’estate scorsa, abbiamo deciso di partire in bici da Pesaro e raggiungere Roma insieme, nell’intento di attraversare alcuni dei borghi medievali più affascinanti del nostro territorio. Abbiamo fatto tappa in città come Urbino, Gubbio, Assisi, Spoleto, Terni e Ponzano Romano, pregne di rara bellezza. Pur non essendo stati toccati dall’ultimo terremoto, questi luoghi hanno subito indirettamente ripercussioni negative. Vacanze prenotate da lungo tempo cancellate nonché attività commerciali in difficoltà a causa di un affluenza turistica rallentata e timorosa al pensiero di calamità latenti. Eppure qui il sisma ha scosso solo i cuori.

PESARO-URBINO

Il viaggio inizia all’alba di domenica 26 marzo quando in treno ci dirigiamo verso il nostro punto di partenza, Pesaro. Le bici sono pronte e i bagagli carichi di curiosità. Giunti in stazione decidiamo di andare a vedere il mare prima di lasciarcelo alle spalle per immergerci nel cuore dell’Italia cavalcando l’Appennino umbro marchigiano. Leonardo inizia ad inanellare alcuni scatti fotografici. Il cielo è limpido e il sole rimbalza sulla sfera di Arnaldo Pomodoro situata al centro di Piazza della Libertà. Le ultime scosse qui si sono fatte sentire a gennaio e nonostante l’assenza di danni palesi, la paura non manca. Dopo un pranzo veloce in Piazza del Popolo, impostiamo la traccia sul GPS e la prima tappa comincia. Attraversiamo immediatamente il parco urbano del Miralfiore in cui si trova un’area naturalistica e un anfiteatro naturale degno di nota. Piano piano ci allontaniamo sempre più dal centro della città e il percorso ci porta verso Montelabbate e un po’ più su fino a Colbordolo ad appena 300 mt di altezza, dove ci fermiamo a rifornirci di acqua. La strada ci culla in un dolce saliscendi quando scorgiamo in lontananza uno splendido borgo solitario che merita di essere visitato. SI tratta di Montefabbri dove piccole casette ravvicinate sono raccolte all’interno delle mura castellane. Nella pieve sono custodite non solo le spoglie di Santa Marcellina Martire bensì anche le scagliole, cioè le decorazioni in stucco, più antiche delle Marche. Di nuovo in sella. Una fantasia di colline ci circonda e si pedala in silenzio fino ad una gigantesca scultura che attira la nostra attenzione. Il titolo “Il Pensiero viene prima dell’Azione” ci fa sorridere e il forte senso di libertà senza confini che sprigiona questa puledra che scavalca il globo ci pervade. Ad un paio di chilometri da Urbino la catena della mia bicicletta si rompe così siamo costretti a proseguire a piedi fino all’Hotel Tortorina, anch’esso vittima di un turismo allentato dal tremito della terra. Dopo il check-in posiamo i bagagli, parcheggiamo le bici e raggiungiamo Urbino in cui il vertice raggiunto dall’arte e dall’architettura rinascimentali soprattutto grazie a Federico da Montefeltro, si adatta con armonia al paesaggio e alle preesistenze medievali. L’imbrunire ci impedisce di visitare la Fortezza Albornoz perciò ci accontentiamo di Palazzo Ducale con il suo celebre Cortile, del Duomo e delle viuzze che da questi si diramano. Prima di coricarci ripariamo la catena. Tutto è pronto per la seconda tappa.

URBINO-GUBBIO

Usciamo dalla città dopo un brevissimo giro in centro. Sarà un giorno assai pregno e non possiamo permetterci di soffermarci a lungo. Sappiamo che l’antica via Flaminia ci condurrà presso la Gola del Furlo, formatasi tra il monte Pietralata e il monte Paganuccio, grazie alla forza erosiva del fiume Candigliano, affluente del Metauro, così ci apprestiamo a spingerci verso le sue profondità. Purtroppo la diga costruita nel 1922 impedisce di comprenderne l’effettiva entità ma per noi è sufficiente. Nonostante la difficoltà di immortalare quell’abisso Leonardo non resiste allo scatto. Superata la diga, l’impeto delle acque si quieta e il vento diventa protagonista. Difficile distogliere lo sguardo da tanta bellezza. Ci imbattiamo in un chiavicotto che ci riavvicina all’antica via Flaminia che stiamo percorrendo. Trattasi di un canale romano edificato per il deflusso delle acque. Che fascino! A qualche chilometro di distanza dalla forra scoviamo un’abbazia visibilmente romanica e il desiderio di vederne l’interno è troppo forte. Meravigliosa! La costruzione dell’Abbazia di San Vincenzo risale al 1042 e si trova in prossimità di un viadotto di età augustea, parzialmente visibile, edificato per proteggere la via Flaminia dalle continue piene del fiume Candigliano. La strada ci porta verso il centro di Acqualagna, ad un passo dalla Gola del Furlo celebre in quanto capitale del tartufo. Questa volta non ci fermiamo perché ad aspettarci è l’imponente e ben conservato Ponte Mallio, risalente alla fine dell’età repubblicana, che conduce al paesino di Cagli. Passiamo attraverso Cantiano, Pontericcioli, Scheggia rassicurati dalle visibili tracce di Flaminia che ci accompagnano fino a Madonna della Cima e poi giù fino a Gubbio. L’emozione è forte. Siamo arrivati nel borgo medievale più bello d’Italia e l’abbiamo fatto in bici. Prima di guardarci troppo intorno ci fiondiamo al teatro romano che testimonia l’importanza di questa città a quell’epoca. Risalente alla fine del I secolo a.C. conserva saldamente la struttura delle arcate inferiori mentre le superiori sono andate quasi interamente perdute. Passiamo molto tempo qui a scattare fotografie e ad osservare con stupore questa splendida creazione. Infreddoliti ci dirigiamo verso la Residenza Piccardi dove passeremo la notte, situata nei pressi della Chiesa di San Giovanni nota per aver ospitato la fiction di Don Matteo. La proprietaria ci accoglie con grande energia e non nasconde una velata tristezza dovuta al ridursi delle prenotazioni a seguito del sisma. Dopo una doccia e una prelibata cena tartufata ci addormentiamo senza esitazioni. Domani ci aspetta una tappa ricca di strappi.

GUBBIO-ASSISI

La sveglia suona presto. Vogliamo vedere Gubbio con la luce del sole prima di salutarla in direzione Assisi. Il martedì è giorno di mercato in Piazza dei Quaranta Martiri. Uno sguardo alla Chiesa di San Francesco e alla Loggia dei Tiratori e poi saliamo verso Palazzo dei Consoli perdendoci tra le pietre eugubine. Gubbio è caratterizzata dalla presenza di pertugi che ti permettono di salire lentamente il monte Ingino, sul quale il borgo si adagia, fino a raggiungere prima Palazzo Ducale poi il Duomo per arrivare infine alla Basilica di Sant’Ubaldo custode del corpo dell’omonimo Santo Patrono della città, situata in cima al monte. E’ tardi e la Basilica richiederebbe del tempo che non possiamo concederci pur di gustarci il percorso fino ad Assisi così ci accontentiamo della vista panoramica mozzafiato dal giardino di Palazzo Ducale.
Ci rimettiamo in sella. In breve tempo ci ritroviamo immersi nel verde e accompagnati dal canto di coloratissimi uccellini, affrontiamo questa strada ghiaiosa che di lì a poco si congiungerà al conosciuto Cammino di San Francesco. Qualche difficoltà di compatibilità tra la traccia del GPS e la realtà ci porta ad imboccare strade tutt’altro che battute, che ci costringono talvolta a scendere dalla bicicletta. Giungiamo così nel cantiere di Valfabbrica impegnato nella costruzione di una diga per il convoglio delle acque del fiume Chiascio. La strada bianca che percorriamo è ampia e mano a mano che avanziamo incontriamo dei camion enormi che ci invitano ad uscire di lì ma non sembra esserci alternativa se non arrivare all’ingresso del cantiere e sperare in un passaggio inosservato. Proseguiamo senza intoppi, superiamo il centro di Valfabbrica e ci rituffiamo nel verde rigoglioso che precede la bella Assisi, sorta sul versante nord-occidentale del monte Subasio. In lontananza scorgiamo la Basilica di San Francesco e non vediamo l’ora di arrivare. Giunti in prossimità del Bosco di Francesco decidiamo di attraversarlo attratti dai suoi coloratissimi fiori spingendo inevitabilmente di nuovo la bici a mano. Una volta ritrovata la strada asfaltata rimontiamo in sella carichissimi. Assisi è lì. La vediamo! Ultima salita. Ancora una volta si ripresenta la fortissima emozione di entrare in una città su due ruote e la soddisfazione di aver raggiunto un altro obiettivo è indescrivibile. Entriamo subito a visitare la Basilica di San Francesco che sta per chiudere. Partiamo da quella superiore per poi scendere in quella inferiore sino alla cripta che custodisce la tomba del santo. Interpello un frate in preghiera per capirne di più in merito al restauro degli affreschi, scoprendo che la cera che nel tempo li ha ricoperti oscurandone i colori, ne ha garantito la conservazione nel tempo. Dopo una breve visita ci rechiamo presso l’Hotel Lieto Soggiorno e decidiamo di mangiare presso il ristorante dello stesso dopo esserci accertati di poter gustare i famosi umbricelli. Dopocena ci lasciamo trascinare dalle anguste vie di Assisi verso il Tempio di Minerva, la torre comunale e ancora la Chiesa di Santo Stefano. Siamo molto contenti. Rientriamo in hotel e riposiamo meritatamente. Domani per me sarà l’ultima tappa.

ASSISI-SPOLETO


Lieto risveglio nell’omonimo hotel. Prima di lasciar scorrere le gambe sui pedali facciamo visita alla Chiesa di San Damiano appena fuori dall’abitato assisiate. Ancora chiusa possiamo godere solo della facciata esterna in stile romanico. Sbirciando scoviamo un frate nel chiostro che si prende cura dei fiori esponendoli al sole e la quiete di questo posto ci piace. Aggrediamo subito questa nuova tappa e scendiamo nella Valle Umbra continuando a rivolgerci indietro verso la bella Assisi che diventa sempre più piccola e lontana. Oggi non troveremo nessuna salita lungo la via. Costeggiamo il fiume Topino ed entriamo prima a Cannara e poi a Cantalupo. Il fiore all’occhiello di oggi è Bevagna. Leonardo ricorda di aver visitato con i suoi genitori questo piccolo borgo e la curiosità di vederlo con occhi nuovi è tanta. Il paesino ha conservato quasi intatto il suo assetto urbanistico medievale che ricalca in larga parte la pianta della città romana. Arriviamo verso mezzogiorno inoltrato e il timore di non poterne vedere le botteghe dei mestieri per le quali è famosa ci preoccupa. Il centro di informazioni turistiche ci comunica che purtroppo le botteghe sono chiuse. Un tempo l’afflusso di turisti obbligava i residenti a tenerle sempre aperte per mostrare al pubblico i processi produttivi della carta, della seta, delle monete e delle candele in cera d’api detti dupleri, in quanto caratterizzati da doppio stoppino e quindi doppia fiamma. Oggi Bevagna accusa gli effetti indiretti del sisma che hanno decimato il flusso turistico, limitando l’apertura delle botteghe a soli gruppi su prenotazione. Magicamente riusciamo ad infiltrarci all’interno della Cartiera dove si sta tenendo una visita guidata ad un gruppo di ragazzini russi. Sembra di essere entrati nella macchina del tempo. L’intero processo si svolge con strumenti di età medievale e ci affascina tanto. Camminando in avanscoperta del borgo e le sue meraviglie ci avvolge lentamente un dolcissimo profumo di cera d’api. Con grandissima fortuna scopriamo che anche la Cereria era aperta in attesa di un gruppo di bambini. Estasiati riempiamo il signore di domande per capire bene la realizzazione di quelle speciali candele. Bevagna ci lascia incantati e ci auguriamo di poter far visita al borgo in occasione del Mercato delle Gaite, una festa medievale di rievocazione storica dove per dieci giorni si vive immersi negli antichi mestieri, tradizioni e costumi. Riprendiamo il percorso, su strada bianca interamente ciclabile e pianeggiante, che scorre lungo la valle Umbra, offrendo scorci paesaggistici molto belli su borghi come Montefalco, Trevi, Pissignano, Campello sul Clitunno, alcuni dei quali sono facilmente raggiungibili con brevi deviazioni di pochi chilometri. Dopo una foratura velocemente risolta, la tappa si conclude a Spoleto, una delle più belle cittadine del centro Italia, che accanto ad evidenti influssi di epoca romana, mantiene intatta la struttura di epoca medievale. La Central House di Piazza Garibaldi ci aspetta impaziente. Lasciamo i bagagli in stanza e decidiamo di cenare con un veloce kebab prima di visitare la città e restare increduli di fronte alla grandezza del Ponte delle Torri. Per me il viaggio finisce qui. Leonardo proseguirà da solo fino alle porte della Città Eterna.

Il racconto avrà seguito nel blog http://leonardobonetti.com/ corredato di ulteriori approfondimenti.
Stay tuned!

In questi giorni la Rai in collaborazione con il Commissario Straordinario per la Ricostruzione Vasco Errani ha lanciato una campagna dal titolo “Viaggio nel cuore dell’Italia” con l’obiettivo di raccontare le manifestazioni culturali, religiose, sportive, enogastronomiche del cuore del nostro Paese, nell’intento di dare visibilità alle attività dei territori e al loro patrimonio, proseguendo nello sforzo del servizio pubblico radiotelevisivo a sostegno delle aree e delle popolazioni colpite dal terremoto.

(Foto di Leonardo Bonetti)

SPESE PUBBLICHE
Porta Catena, la consigliera 5S attacca: “Campo scuola affidato alla Fidal? Oltre 17mila euro di spese non giustificate”

Di Federica Mammina

L’accusa della consigliera Ilaria Morghen del Movimento 5 Stelle è ben precisa: “è facile far sparire denaro pubblico se le amministrazioni sono assenti”. Così esordisce nella nota stampa pubblicata il 3 aprile scorso, accompagnata da un video registrato con Andrea Vitali con il quale ha condiviso il lavoro di esame di tutti i documenti. Già nel maggio 2015 lo stesso Vitali aveva evidenziato una rendicontazione completamente inattendibile, e impossibile da controllare per la mancanza dei giustificativi dove in alcuni casi si chiedeva un rimborso al Comune fino al doppio della cifra spesa. Insomma, stando alla consigliera a 5Stelle, una ‘mala gestio’ da parte della FIDAL nel triennio 2012-2014 a cui era stato affidato il Campo Scuola di via Porta Catena da cui è emersa una somma di 17.200 euro non giustificati.

Il sunto di Morghen è chiaro: bilanci incompleti, non dettagliati e spese non giustificate da un lato, mancanza di controlli da parte dell’amministrazione dall’altro. E una deliberazione della Corte dei Conti che ha imposto all’amministrazione in questione di recuperare la cifra contestata, già recuperata dal Comune. “Una vicenda molto lunga e travagliata” che abbiamo cercato di chiarire con lei che non esita ad evidenziarne gli aspetti più critici. Vicenda che “avrebbe meritato molta più attenzione, ma ognuno decide a quale notizia dare rilevanza”. Loro però la notizia l’hanno data utilizzando un sistema di interfacciamento diretto con i cittadini che usano per rendere conto dell’attività svolta. In questo caso si tratta di “Tre anni di indagini, cinque tra interpellanze e accessi agli atti protocollati, più esposti e diverse chiamate alla Corte dei Conti, perché abbiamo avuto resistenze a più livelli per arrivare alla fine di questo percorso di indagine”

Resistenze da parte di chi?
La prima da parte dell’amministrazione che, dopo cinque interpellanze e numerosissimi accessi agli atti, alla fine non ha predisposto quello che noi chiedevamo in modo molto corretto nello svolgimento del lavoro di indagine.

Poi? Parlava di resistenze a più livelli…
Ci sono voluti dei mesi e tantissime richieste di incontro con la magistratura che aveva preso in carico la pratica, sempre rifiutati, finché nell’autunno 2016 mi sono rivolta alla Corte dei Conti di Roma, all’organo di trasparenza per pretendere un intervento presso la Corte dei Conti di Bologna.

Che ha ottenuto?
Poco dopo la mia segnalazione mi ha telefonato il Procuratore Capo della Procura della Corte dei Conti di Bologna, dichiarando che non si era arrivati a sentenza di condanna perché, a seguito dei nostri esposti, i controlli eseguiti tramite la Guardia di Finanza, avevano fatto sì che la Corte dei Conti intervenisse con un richiamo all’amministrazione. Quindi nonostante ci debba essere una verbalizzazione, non ci è stata fornita, c’è stata data solo una conferma telefonica. A quel punto, su indicazione della Procura stessa, abbiamo chiesto un ulteriore accesso agli atti all’amministrazione contabile del Comune di Ferrara la quale ha finalmente fornito la documentazione relativa alla restituzione di quanto non era stato registrato correttamente nelle spese dell’amministrazione pubblica.

Numerosi ostacoli quindi…
Moltissimi, non ce lo aspettavamo. La cosa è impressionante: una montagna di ostacoli e tre anni per recuperare 20mila euro. E questo è solo un impianto di 91 che dovremmo controllare.

Nel video pubblicato su facebook lei infatti lancia una proposta per cui i cittadini sono invitati ad adottare un impianto da controllare…
Sì. Il mio ruolo è quello di un amministratore di controllo, ma la mole impressionante non mi renderà possibile, nell’arco del mio mandato elettorale, effettuare la quantità di controlli che questo tipo di pratica di mala gestio comporta. E quindi ho lanciato la campagna “adotta il tuo impianto” perché attualmente con la legge sulla trasparenza i cittadini hanno diritto all’accesso agli atti. La legge però è applicata malissimo in ogni campo, per qualsiasi ente istituzionale pubblico. I cittadini hanno risposto, ma molto spesso trovano un muro e non viene consentito loro il libero accesso agli atti garantito per legge. E questo quindi per noi è anche uno strumento di denuncia: le leggi ci sono e sono fatte correttamente, ma poi la macchina burocratica si oppone alla loro applicazione.

Perché avete operato questi controlli proprio per l’impianto di via Porta Catena? Vi siete mossi su segnalazione?
Sì. Ci siamo mossi per i cittadini che ci sono venuti a chiedere degli accertamenti in merito alla gestione dell’impianto a seguito dell’affidamento alla FIDAL regionale Emilia Romagna, perché erano particolarmente evidenti delle situazioni di mala gestio e poiché avevano anche della documentazione comprovante abbiamo avviato il percorso.

Ad oggi avete avuto altre segnalazioni?
Al momento no. Abbiamo però continuato a verificare e ci è stato riferito che l’attuale situazione di affidamento (al Comitato Provinciale UISP ndr) del Campo Scuola risulta soddisfacente.

Al di là del singolo episodio del Campo Scuola questa gestione in concessione convenzionata degli impianti sportivi funziona?
Direi di no, l’esito è drammatico. L’esternalizzazione si è rivelata fallimentare, ma forse non è da considerare l’esternalizzazione in sé fallimentare, è fallimentare il fatto che poi venga vissuta come una delega totale dell’amministrazione. L’esternalizzazione va sottoposta a regime di controllo. Deve essere un ausilio e un’implementazione del servizio, non un alleggerimento del lavoro dell’amministrazione perché incide sulla qualità del servizio reso al cittadino. Questo è quello che noi contestiamo fortemente, perché se non sei in grado di controllare una esternalizzazione, non esternalizzi. È inoltre mancato un business plan per ottimizzare i soldi e questo manca purtroppo in tante parti dell’attività amministrativa di questa città.

Quindi l’esternalizzazione della gestione degli impianti sportivi non ha portato il risparmio per cui è stata scelta?
No. Per quanto riguarda l’esternalizzazione degli impianti sportivi ci sono delle evidenze di abbandono, come ad esempio la piscina di via Bacchelli che è una situazione su cui accendere un faro. Per carità la risposta dell’amministrazione è che non ci sono fondi a causa dei tagli statali, ma bisogna fare bene con quello che si ha a disposizione.

C’è stato anche un interessamento regionale?
Sì, sono stata contattata dalla consigliera regionale Piccinini (Movimento 5 Stelle ndr) perché in Regione si sta parlando del progetto di legge sul finanziamento allo sport e abbiamo fatto presente che prima di pensare ad un progetto di legge forse sarebbe stato meglio convocare i consiglieri comunali per interrogarli sullo stato della gestione alla luce dei fatti di illecito rilevati, ma questo passaggio non è avvenuto e ci lascia perplessi perché è fondamentale andare ad indagare su quello che è lo status quo visto che il progetto di legge si presume debba essere migliorativo. Consideriamo che per Ferrara si parla di 91 impianti, ma io penso che la questione vada valutata a livello regionale, è un dato che va esploso su tutto il territorio regionale.

ECONOMIA
Elezioni in liberté, ecco quanto pesa il voto dei mercati finanziari nella democrazia francese
 

Nonostante i sondaggi non diano molte chance di vittoria a Marin Le Pen alle prossime elezioni presidenziali in Francia, i mercati danno prova della democrazia finanziaria in cui oramai viviamo.
Goldman Sachs consiglia infatti la vendita degli OAT francesi, a favore dell’acquisto dei BTP italiani, facendo salire lo spread con i Bund tedeschi come si vede dal grafico

La Goldman Sachs si interessò anche al referendum di revisione costituzionale italiano del passato 4 dicembre 2016 ed era ovviamente a favore del si. Sembrerebbe dunque che la finanza sia molto interessata a che non vi siano scossoni o cambiamenti in Europa e a favore dello status quo.
Possiamo immaginare cosa succerebbe in Italia alla vigilia di eventuali elezioni politiche e con i sondaggi a favore di una vittoria del M5S o della Lega. Le grandi istituzioni finanziarie si spenderebbero in produzione di paper contro il populismo e consiglierebbero vendite massicce dei nostri BTP. La BCE smetterebbe di acquistarli o semplicemente minaccerebbe di farlo, e tanto basterebbe per un’impennata stile 2011.
Insomma le elezioni libere diventano sempre più un sogno proibito e possiamo ben immaginare le prese di posizione di tutti i talk show nostrani di prima serata. E per la Le Pen, a guardare questo grafico, siamo davvero lontani da una possibile vittoria e ben lontana dalla posizione del M5S o dal nostro centro-destra euro scettico (Lega, Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale, i tanti partiti sovranisti, a tratti Forza Italia).

Ci stanno predisponendo ad un futuro politico di equilibrio dei mercati, di bassi spread e inflazione zero. Peccato che questo non risolverà i problemi delle persone né andrà incontro ai nostri bisogni reali, anzi diventerà irrilevante la necessità ad esempio di aria o di acqua pulita, di capacità reale dell’agricoltura o della sostenibilità dell’allevamento di bovini. L’accentramento del potere nelle mani dei creatori di moneta richiede regole semplici: poco o nessun intervento statale nell’economia, libera circolazione dei capitali e delle multinazionali, bassa inflazione a tutela dei creditori, libera circolazione della manodopera per avere salari bassi e “tutele crescenti”.

Grafici: fef academy

ARTE
“Algorithmic”: una mostra per connettere persone, cose e suoni reali

Algoritmo: è quella formula matematica che magicamente somma e intercetta quello che clicchi e ne ricava i tuoi gusti, i tuoi legami di amicizia, i luoghi che possono interessarti e le cose che potresti desiderare di avere. È a questo che si pensa quando ci si riferisce agli ‘algoritmi’, calcoli numerici che si materializzano in pagine, immagini e post di un social network, di un sito internet o anche di un profilo di posta elettronica. Tu metti il pollice del ‘MiPiace’ in giro per il web, leggi un articolo, cerchi un’informazione su un motore di ricerca, mandi un messaggio e – come per incanto – ti ritrovi sullo schermo il banner di un prodotto, la promozione di un viaggio, il suggerimento di una persona che potresti conoscere.

Andrea Amaducci per Algorithmic – Ferrara aprile-maggio 2017

In matematica l’algoritmo è definito un “procedimento di calcolo esplicito e descrivibile con un numero finito di regole che conduce al risultato dopo un numero finito di operazioni, cioè di applicazioni delle regole”. E questa è la logica dei famosi algoritmi a cui pensiamo nelle mani e nei cervelloni di Google o Facebook. Apri il pc o lo smartphone, navighi su e giù per la rete e i calcolatori informatici arrivano alla conclusione che pensi questo e desideri quello; poi cercano di mettere in connessione i tuoi desideri con le possibilità (di acquisto, di relazione, di comunicazione).

All’artista Andrea Amaducci l’idea dell’algoritmo è piaciuta così tanto – o forse così poco – da volerla prendere e ribaltare, tirarla via dai display elettronici e metterla dentro a un luogo reale, con persone in carne e ossa e oggetti, suoni, colori da combinare. Così nasce ‘Algorithmic, la mostra in corso alla Porta degli Angeli (o Casa del boia, via Rampari di Belfiore 1, sulle mura di Ferrara) dove rimarrà per due mesi a cura del performer e street artist che si caratterizza con la presenza del personaggio stilizzato di un alieno su muri e murales, ma anche su tele e cartoni. Qui, nella torretta posta al varco della cinta muraria di Ferrara, Andrea insieme con Maria Ziosi, compagna di vita e di programmazione artistica, allestiscono una mostra che, giustamente, preferiscono definire un progetto espositivo-performativo-d’installazione. Perché non è una semplice esposizione di opere, ma mescola quadri, musica, incontri, conversazioni.

Orlando Ricciardi, Flavia Franceschini, Lucio Scardino, Marcello Darbo alla Porta degli Angeli

Adesso, per esempio, l’algoritmo si è materializzato coinvolgendo dentro al fortilizio tramutato in atelier di Amaducci anche il critico d’arte Lucio Scardino,che sua volta mette in mostra la sua ricerca su uno dei santi più rappresentati dagli artisti di tutti i tempi. Alle pareti la carrellata di Sebastiano inedito, interpretato da artisti diversi. Ecco allora Amaducci che con il suo segno da writer rappresenta il santo accanto a un vigile di cui è in effetti il patrono. Poi c’è il fotografo Giacomo Brini che dà volto e corpo al leggendario martire immortalando se stesso senza veli davanti all’obiettivo in una cornice di frecce. Il pittore Marcello Darbo ne fa una sequenza pittorica di perfetta anatomia michelangiolesca del busto maschile nudo ed esposto all’umana sofferenza; Laura Govoni si immagina una catasta di assi che sembrano estratte dalle panchine di altre sue opere; Claudio Monnini [foto in basso] ritrae dal vivo le fattezze adolescenti del figlio in posa vibrante. Arrivato a Ferrara dall’Argentina, il fotografo Alejandro Ventura [foto in basso] immagina il santo prima del martirio, petto ancora integro e, a fare da modello del suo scatto fotografico, convoca Amaducci stesso non sapendo – assicura – che si trattasse dell’ideatore di tutta l’iniziativa.  Di stampo caravaggesco il ritratto fotografico di Graziano Villani [foto in basso] con un ragazzo down nei panni del santo folgorato e – secondo Scardino – simbolo di un martirio provocato dalle frecce di molteplici pregiudizi. A fare da collante alla collettiva e da copertina al catalogo c’è il disegno di Claudio Gualandi [foto in basso], come sempre piacevolissimo, ironico e magistrale nel mettere insieme tutti i quadri della mostra su un’unica tela con spazzole e piumini di solerti omini delle pulizie che vanno a oscurare le parti intime maschili e a sottolineare l’eco scandalistica e benpensante che questa rappresentazione suscita. E intanto sulla cima del baluardo ciascuno guarda, assorbe, confronta mentre la città corre sul percorso delle mura, l’erba è brucata dalle pecore e Amaducci architetta prossime combinazioni e incontri.

Locandina della mostra “Algorithmic”
Claudio Monnini col figlio Antonello-San Sebastiano (foto Giorgia Mazzotti)
Alejandro Ventura con la sua opera-manifesto (foto Giorgia Mazzotti)
“San Sebastiano” di Graziano Villani
“Sebastiano in Salinguerra” di Claudio Gualandi – particolare

‘Sebastiano Inedito’ a cura di Lucio Scardino con opere di Andrea Amaducci, Gianni Bellini, Carlo Bertocci, Giacomo Brini, Daniele Cestari, Marcello Darbo, Alfredo Filippini, Luca Ghetti, Laura Govoni, Claudio Gualandi Claudio Monnini, Pietro Moretti, Duilio Nalin, Matteo Nannini, Impero Nigiani, Paolo Orsatti, Massimo Pierangeli, Alejandro Ventura, Graziano Villani, Luca Zarattini. Visitabile come parte di ‘Algorithmic’ a Porta degli Angeli, via Rampari di Belfiore 1, Ferrara fino a lunedì 17 aprile 2017, ore 16-20.

‘Algorithmic’ proseguirà con mostre, performance e conversazioni a cura di Andrea Amaducci a Porta degli Angeli – nella galleria Gate|Porta sostenuta dall’associazione culturale Evart che ha in concessione lo spazio dal Comune di Ferrara – in via Rampari di Belfiore 1, Ferrara, fino a mercoledì 31 maggio 2017 ore 16-20 (e oltre in caso di eventi e concerti).

LA RECENSIONE
‘Dall’Alto della Pianura’, l’ultimo libro di Stefano Muroni,
per riscattare le storie della nostra terra dalla violenza del tempo

Il nuovo libro Stefano Muroni, ‘Dall’Alto della Pianura’, Storie perdute di amore e di
follia’, è stato presentato lo scorso 12 aprile alla Casa della Cultura di Tresigallo 

“Ho sempre avuto un problema con le cose che finiscono. (…)
Ho sempre avuto difficoltà a staccarmi dalle cose, dalle persone, dalle storie. Vorrei, in cuor mio, che niente terminasse, che le esperienze belle durassero per sempre. Invece, tutto cambia, tutto viene abbandonato, tutto rischia di essere a poco a poco dimenticato.
Per questo ho iniziato a trascrivere queste testimonianze: per non farle morire col tempo”.

Così scrive Stefano Muroni nelle ‘Note dell’Autore’ del suo nuovo libro, ‘Dall’Alto della Pianura’, Storie perdute di amore e di follia, prefazione di Diego Marani, fresco di stampa per Pendragon (marzo 2017). Non solo una raccolta, ma un “romanzo di racconti”. Otto narrazioni, a ricordarci che siamo nel territorio del ‘per sempre’: otto è il simbolo dell’infinito.

Spegnete il rumore del mondo. Provate a leggere l’ ‘Oriele’ con voce sussurrata, in una sera che non va di fretta. Magari in una notte di luna piena. “In cielo, la luna era così tonda che illuminava come se fosse giorno, e tutte le risaie erano d’argento e il grano d’oro splendeva di blu”. Riattraversate le lande del tempo per tornare a un “punto preciso della campagna di Gherardi dove non cresce più il grano”. Perché lì – lo sentirete ripetere, ripetere ancora e infine echeggiare dentro – “il grano non ci cresce più”.

Meritano un silenzio raccolto quelle frasi che ritornano: parole come un rosario da sgranare. Immaginatevi allora in un luogo remoto, senza orologio – il calore animale di una stalla, sospiri e sguardi, il tremolìo di un lume – dove fole, leggende e storie “vere” camminano, di bocca in bocca, di padre in figlio.
“Il ricordo fonda la catena della tradizione che tramanda l’accaduto di generazione in generazione”, afferma Walter Benjamin nel famoso saggio Il narratore.
In racconti come l’Oriele – uno dei punti più alti di questa raccolta, insieme a Spighe di grano o Favola di Natale – respira l’anima di una Terra. Di un paese e della sua gente.. Il secondo libro di Muroni è ancora un atto d’amore per la sua Terra: la presentazione in anteprima, non a caso, sarà alla Casa della Cultura di Tresigallo il prossimo 12 aprile alle ore 21.

“C’è di tutto in questo almanacco campestre, il quale vuole favoleggiare, attraverso gli occhi di poveri cristiani intrappolati in un paese di una sperduta provincia italiana del nord Italia – probabilmente scordata perfino dal Padre Eterno – le vicende più disparate e drammatiche, gli avvenimenti più felici e antichi. Io non ho fantasticato niente, questo è sicuro – osserva Stefano Muroni -. Tutto mi è stato spifferato di sana pianta e da voce viva dai protagonisti diretti o dagli interlocutori interessati”.
Storie non più perdute, ma ritrovate da chi ha saputo ascoltarle e trascriverle sulla carta.

Incanto e disincanto di bambino e uomo, dolore e risarcimento dell’esistenza. Sentimento accorato – cresciuto insieme a lui, sulla pelle – che altro non è che amore per la Vita stessa.

Tutto, nella mente del giovane scrittore – ispirato da una profonda capacità di ascolto – serve a ricostruire la ‘realtà’: le favole a cui nessuno dice di credere, l’incertezza di sentirsi sospesi, in un limbo tra “il materiale e l’immaginario”. Un dubbio che ad un certo punto non sussiste, perché ‘realtà’ e immaginazione si palesano come le facce della stessa medaglia: è la fantasia che fa vedere le cose nella loro interezza, che aiuta a dare loro un senso.

Ambientati tra Tresigallo, Gherardi e Jolanda di Savoia, i racconti descrivono anni di “miseria e felicità”, narrano vicende di “terribili santi” e “onesti diavoli”:

…quelle persone scordate da tutti. Dei fantasmi sembravano, dei morti, degli spaventapasseri che il tempo aveva addomesticato con cura, andando a smussare tutto ciò che di cattivo potesse scorrere nel sangue di quelle vene. Alla fine dei giochi, il don era attorniato da fedeli per lo più per bene, gente onesta e miserabile fino al midollo. Cristiani che obbedivano all’ululo dei cani e alle visioni notturne (…)

“Insomma, erano tutti dei terribili santi e tutti degli onesti diavoli”.

L’autore riesce in questo libro a restituire dignità alle persone. Dietro il carnefice, ci fa vedere la vittima, l’anima che combatte con se stessa: “Tutti questi disgraziati di pianura che tentano, fino all’ultimo, di lasciare una traccia indelebile del proprio passaggio sulla terra”. Uomini e donne devianti, esclusi, etichettati come ‘diversi’, additati in rituali feroci come ‘la tamplàra’. Gente attanagliata dalla sofferenza ma comunque ostinata, più forte dell’avvilimento, in una terra in cui sovente le persone vengono marchiate d’infamia: “Sento troppa vergogna addosso”. Eppure in questi racconti si afferma una giustizia più forte di quella umana, più forte delle voci, del giudizio, della colpa. E affiora una parola meravigliosa, “perdono”.

Riscatto è la tenerezza con cui l’autore descrive Oriele, creatura fragile, che si muove gattoni e lavora accucciata; raggomitolata col “musetto” che spunta dalle “coperte pesanti”. La sua minuscola, misera vita lascia un segno incancellabile: “È rimasto solo il grano, da queste parti. E questo punto preciso della campagna. Niente più. Solo un punto vuoto dell’universo nel grano della campagna”.
La spiga di grano, posata sulla lapide di un cimitero, è il tocco di poesia che sublima la ferocia di un pestaggio a sangue, respiro lieve al termine di una storia di violenza subita e di omertà.
Nota di delicata preghiera.
Il grano, nella mitologia antica, è simbolo – così esplicito nell’Oriele – di fecondità, di rinascita. Le messi sono emblema del ciclo vita-morte.
Ed è proprio la “circolarità” il tratto che accomuna i racconti: la fine che combacia con l’inizio. Tutto si compie.

…la cascina dove avevano vissuto non c’era più. Distrutti i muri delle stanze dove per anni avevano mangiato, distrutto il muro della cucina dove facevano il pane, distrutta la stanza dove la Tina aveva partorito i suoi tre figli, demolita la stanza dove Vanna guardava la sua campagna e cancellata la stanza dove avevano passato quell’ultimo Natale.

“Tutto abbattuto. Desolazione”.
La storia – universale e personale – è fatta di dolore. Di crolli. Bisogna avere il coraggio di guardare le macerie, i segni del tempo, le cicatrici. Immaginare di nuovo la cascina che è stata demolita, ricollocare le pietre al proprio posto e ridisegnare la memoria, ritrovare le radici. Le parole servono a questo: a rielaborare un lutto, a ricreare – nel ricordo – una cornice d’eternità.
Anche gli oggetti descritti nei racconti sembrano dotati di un’anima, lasciano avvertire una sofferenza; si pensi alla “culla di legno grezzo” di Oriele, o alla personificazione di una vecchia cascina: “l’Isnarda si è piegata al tempo e alla stanchezza. ‘Ahimè’, ha sussurrato, piangendo, intanto che cedeva la parte sinistra del tetto, mentre pensava che non avrebbe più rivisto il Teo e il Beppe. Patapunfete, ha fatto, il tetto, quando è crollato. E basta. Finito. Tutto qui”.

E invece non finisce.
“Le cicale e la loro gneca”. Spruzzi di fiocchi di neve. Spighe di grano. L’ultima frase di ogni racconto è uno spiraglio, una musica.
Un frammento, dolce o struggente, d’infinito.

L’EVENTO
Fiera del libro per ragazzi: a Bologna tutta la magia del mondo tra carta e tablet

Non sono porte magiche né tunnel misteriosi, ma i semplici tornelli della Fiera di Bologna a far immergere il visitatore in un mondo fatto di nuove immagini, colori o tratti a china.
Fantasia allo stato puro espresso nelle modalità più tradizionali o con l’utilizzo della tecnologia digitale circonda ognidove nell’area dell’accoglienza della manifestazione.

Le pareti dedicate alla libera comunicazione degli artisti verso i passanti sono un vero e proprio spettacolo che catturano la curiosità delle persone in transito, mentre l’esposizione delle cartelle in concorso diventano oggetto di attente analisi dei occhi critici di artisti e addetti ai lavori. Centinaia di smartphone e tablet catturano le idee di altri artisti, probabilmente per non farsi sfuggire l’ispirazione che quella immagine ha suscitato in loro.

La magia del luogo è anche determinato dalla moltitudine di etnie presenti nei padiglioni dell’esposizione sia degli artisti che dalle case editrici, piccole o grandi, specializzare o generaliste, ‘pop’ o di nicchia che siano, gli stand sono contrassegnati dalle bandiere di tutto (o quasi) il mondo e vendono caratterizzati da “colletti bianchi” in giacca-cravatta così come da personaggi decisamente più eccentrici in abiti verdi e capelli arancioni.

Una ragazza mi fa notare che c’è ancora tanta distinzione di ‘genere’ tra il pubblico, alludendo al fatto che l’illustrazione per bambini è ancora troppo affidato alla sfera femminile, professionale e non. Peccato, perchè c’è veramente tanto da imparare, condividere e ‘viaggiare’ con la mente anche per noi maschietti.

Tra questi stand la dimostrazione che il mondo dell’illustrazione è veramente ampia e con differenti finalità è realmente tangibile e trovare rivisitazioni gotiche delle fiabe tradizionali è possibile quanto i gadget delle animazione delle serie più commerciali.

INSOLITE VISIONI
‘Versi di luce 2017’, il cinema dei poeti dalla Sicilia al mondo

Nella magnifica cornice tardo barocca di Modica, in provincia di Ragusa, dal 21 al 25 marzo si è svolta la 9° edizione del Festival Internazionale di Cinema e Poesia “Versi di luce”; organizzato dal “Club Amici di Salvatore Quasimodo”, “CineClub 262” e patrocinato dal Comune di Modica, in collaborazione con “Cineteca Modicana”, “C.T.C.M. per la Cultura”, “F.C.S.”, “F.I.C.C.”, “L.I.P.S.”. L’evento, legato alla Giornata Mondiale della Poesia, nasce per approfondire il rapporto tra cinema e poesia e per celebrare la figura del poeta premio Nobel Salvatore Quasimodo, nativo di Modica. Il Festival nel corso degli anni è diventato meta di cinefili, poeti, giornalisti, operatori culturali e studenti, che partecipano attivamente agli incontri e alle proiezioni. Il concorso internazionale ha ospitato film provenienti da Russia, Spagna, Uruguay, Iran, Honduras, Francia, Bulgaria, Colombia, Germania, Canada e Italia. Le opere ammesse alla fase finale, scelte tra le oltre 300 pervenute, sono state suddivise in sei sezioni: lungometraggio, booktrailer, poesia, videoarte, fiction e videoclip.

Figura 1: La locandina del cortometraggio “In cerca di…” di William Molducci, vincitore del 1° Premio della sezione Booktrailer

Il programma della kermesse modicana, curato dal Direttore Artistico Tiziana Spadaro e dall’organizzatrice Nausica Zocco, è stato ricco di proiezioni, momenti culturali e incontri con scrittori, poeti, registi e attori. Tra gli eventi più interessanti quello di Carla Vistarini, che ha presentato il suo romanzo “Se ho paura prendimi per mano”. L’avvincente thriller è stato introdotto da un filmato con le canzoni scritte dall’autrice romana per i più importanti interpreti italiani: Ornella Vanoni, Renato Zero, Mina, Mia Martini, Tony Cicco, Riccardo Fogli, Patty Pravo. Carla, nel corso della sua carriera, ha partecipato alla realizzazione di importanti trasmissioni televisive: Stryx, Pavarotti & Friends, Sanremo, Ieri Goggi e Domani, oltre al lavoro di sceneggiatrice cinematografica. Con il film “Nemici d’infanzia” di Luigi Magni, di cui ha scritto la sceneggiatura, ha vinto il David di Donatello nel 1995. La scrittrice ha parlato del romanzo e ha fornito qualche anticipazione sul lavoro che sta realizzando in questo periodo, suscitando interesse, apprezzamento e simpatia da parte del pubblico in sala. L’attrice Mita Medici, sorella di Carla, ha letto un brano tratto da “Se ho paura prendimi per mano”.

Il romanzo di Carla Vistarini è coinvolto anche del videoclip “In cerca di…”, realizzato da chi vi scrive, vincitore del 1° Premio come migliore booktrailer. La trama si sviluppa attraverso un viaggio poetico, nella notte, alla ricerca di un libro di cui si è trovato un piccolo indizio e si è letta soltanto la prima pagina. Attenti all’inizio! C’è un piccolo cuore abbandonato e solo, quasi invisibile ai più, ma qualcuno si è accorto di lui e…
La versione in lingua inglese del cortometraggio, intitolata “Looking for…”, è stata selezionata per l’IndieWise Festival di Miami, IndustryBoost Competition Miami e il New York International Film Festival.
Nell’ambito dell’evento “Il salento visto da Quasimodo”, è stato proiettato il film-documentario “La Taranta”, per la prima volta nella città del premio Nobel. Il cortometraggio del 1962, di Gianfranco Mingozzi, fu girato con la collaborazione scientifica dell’antropologo Ernesto De Martino e il commento di Salvatore Quasimodo. Ad approfondire il tema è intervenuta l’antropologa Grazia Dormiente.

Figura 2: Carla Vistarini è stata ospite di Versi di luce, dove ha presentato il suo romanzo “Se ho paura prendimi per mano” – Fotografia di William Molducci

La serata finale del Festival è stata brillantemente condotta dalla giornalista Carmen Attardi, che ha consegnato i Premi speciali all’attore Andrea Tidona (La vita è bella, I cento passi, Il caimano, Il giovane Montalbano), alla cantautrice Alessandra Ristuccia e al prof. Orazio Sortino. A seguire, sono stati premiati i vincitori dei film in concorso. Il premio per il miglior corto di fiction è andato al romantico “Parque” del regista spagnolo Mateo Garlo, mentre l’uruguaiano Martin Klein ha vinto la sezione videopoesia con “Variaciones”. Il lavoro di Klein nasce dalla necessità di affrontare i dolori più profondi, specialmente quelli difficilmente collegabili a una causa o a un momento preciso. Situazioni talmente forti da riuscire a invadere la vita delle persone. Durante le riprese il regista ha compreso che le scene distorte e trasfigurate, che stava creando, appartenevamo ai suoi ricordi più profondi e tristi. “Variaciones” l’ha posto di fronte ai suoi fantasmi e lo ha aiutato a superarli. L’autore, con questo film, vuole incoraggiare le persone che si trovano nella sua stessa situazione ad affrontare i problemi e ad andare avanti. La russa Alena Koukoushkina si è aggiudicata il premio per il migliore videoclip musicale con “Omut”, ricco di pathos e ben accolto dal pubblico.
Il poeta Peppe Casa ha vinto il Poetry Slam, la gara tra poeti valida per accedere alle nazionali L.I.P.S. Casa è un poeta dialettale modicano, durante la performance ha letto alcuni suoi versi rigorosamente in dialetto: “Lacrimi amari ri na matri”, “Suor Maria”, “’U pappaiaddu”.

Figura 3: Da sinistra: Mita Medici, Tiziana Spadaro, Carla Vistarini

Presso lo storico Teatro Garibaldi, circa 280 ragazzi hanno dato vita allo spettacolo “Adotta una Poesia”, giustamente definito l’evento nell’evento, una delle “perle” del Festival che vede gli studenti di Modica e della provincia di Ragusa, esibirsi sotto il discreto ma attento sguardo dei loro insegnanti. Il Premio Giovani è stato attribuito agli alunni della 4° del Liceo Scientifico “La Pira” di Pozzallo, per il video dedicato alla poesia ”Thanatos Athanatos” di Salvatore Quasimodo. I ragazzi sono stati aiutati dalla docente di Lettere, Marianna Cannizzaro, il cui impegno è stato riconosciuto con un premio speciale.

Figura 4: Da sinistra – Tiziana Spadaro (Direttore Artistico), Nausica Zocco (Organizzazione), il Sindaco di Modica Ignazio Abbate e la giornalista Carmen Attardi – Fotografia di Grazia Maria Cutrera

Al termine della serata conclusiva, il Direttore artistico dell’evento Tiziana Spadaro, in accordo con Nausica Zocco, ha così salutato il pubblico e gli ospiti: “Questa è stata un’edizione unica ed entusiasmante per un Festival che, dopo 9 anni di vita, ha l’esperienza e la maturità per imporsi nel panorama internazionale. L’unicità di “Versi di Luce” sta proprio nella sostanza e nella capacità di essere indipendente e libero. Non si tratta di un evento che mette in primo piano le cosiddette “passerelle” o un pubblico passivo, ma è Festival di rottura, una manifestazione che diventa luogo di incontro per chi vuole cambiare strada, per chi crede ancora che un nuovo cinema e una nuova poesia siano possibili. Ecco perché preferiamo scegliere la giuria tra chi fa storia nel territorio e partendo dal territorio. È così che vincono opere scomode, lontane anni luce dai “filmettini” preconfezionati e da “storielle&tv”. Oggi c’è bisogno di coraggio!”.
“In cerca di…/Looking for…”, la versione internazionale del corto di William Molducci, vincitore del premio Booktrailer

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