Giorno: 30 Giugno 2018

Stefano Bargi (LN), risponde a Zappaterra (PD): “Gender a scuola: se i progetti sono trasparenti perche’ non sottoporli al giudizio dei genitori?

“Se davvero non si tratta di inculcare nei minori ideologie gender allora perchè non sottoporre gli argomenti trattati e i singoli progetti all’approvazione dei genitori? Benissimo il roluo dei politici che devono occuparsi dei problemi di tutti, come dice la Zappaterra, ma ricordiamo che non è nostro compito sostiutuirci alle famiglie nelle scelte educative più delicate, come quelle relative ai temi dell’identità sessuale. Non basta calare l’argomento in un contesto di disagio socila eper avere il via libera a qualsiasi operazione. la materia è delicata e va trattata come tale lasciando ai genitori la possibilità di dire la loro”. StefanoBargi, consiogleier regionale Lega Nord, risponde alle critiche della consigliera Marcella Zappaterra Pd, in relazione al milione di euro speso dalla Regione per finanziare progetti contro la discriminazione che sembrano voler divulgare ideologia gender anche nelle scuole.

“Fino a prova contraria la potestà dell’educazione dei figli spetta ai genitori. E fare educazione sessuale a scuola, principio importante a livello educativo, non deve essere una scusa per inculcare idee orientate all’indottrinanento sessuale e al gender”. Per onestà intellettuale Zappaterra dovrebbe ammettere che “anche semplicemente guardando i temi oggetto dei progetti educativi è innegabile che si passi molto spesso da un generico affrontare le problematiche sulla discriminazione ad entrare nel particolare della casistica dei problemi di identità sessuale. Qui siamo pericolosamente vicini a una mera propaganda. E in ogni caso tantopiù se non vi è intenzione di veicolare messaggi discutibili lasciamo che a decidere siano i genitori”.

Ufficio Stampa Lega Nord Emilia Romagna

La mostra “I luoghi della poesia di Giorgio Bassani: Maratea e dintorni, a cura di Silvana Onofri, è stata prorogata fino al 31 luglio 2018.

Un nuovo pannello è esposto a Casa Ariosto. E’ frutto del lavoro di Sofia Bassi, Sara Bersanetti, Giorgia Cazzola, Francesco Franchella, Michele Guerzoni, Mara Leonardi, Isabella Marulli e Tommaso Ricci, gli otto stagisti dell’alternanza scuola- lavoro tra il Liceo Ariosto, la scuola di Bassani, e Arch’è Associazione Culturale Nereo Alfieri.
I ragazzi, sotto la guida della tutor Silvana Onofri, coadiuvata da alcuni soci, hanno anche recuperato, da un raro filmato della Fondazione Giorgio Bassani, la lettura da lui fatta del manoscritto della poesia “La porta Rosa”, che domenica viene proiettato in mostra e che sarà poi conservato nella sede della Fondazione Giorgio Bassani, a piano terra di Casa Ariosto.

Bassani scrive la poesia “La Porta Rosa” nell’ estate del 1973, in seguito alla visita al parco archeologico di Velia, l’Elea di Parmenide.
Era accompagnato da Mario Napoli, il bravo ospite Soprintendente, che aveva conosciuto tramite Alfonso Gatto, poeta e amico di entrambi. Mario Napoli, infatti, non è stato solo un grande archeologo a cui si devono importanti scoperte rimaste nella storia, ma anche un intellettuale a tutto tondo, amico di poeti e artisti.
Giorgio Bassani arriva a Velia dalla vicina Maratea con la sua compagna Anne – Marie Stelhin alta e bionda e straniera e di roseo sangue e rimane incantato dall’epopea mediterranea raccontata dalle pietre della città. La sintonia tra Giorgio Bassani e Mario Napoli è spontanea ed immediata, ambedue sono diversamente impuri italioti.
La Porta Rosa, costruita dai coloni focesi di Elea, era un fornice di m. 5.92 che univa il quartiere meridionale a quello settentrionale della città greca ed era sormontato da un viadotto che collegava le due sommità naturali dell’acropoli.
Mario Napoli l‘aveva scoperta nel 1963 e l’aveva chiamata in questo modo sia per il gioco di pietra e luce, che al tramonto crea uno splendore rosaceo, sia da Rosa, il nome dell’ancor giovane sua sposa conscia consorte negli studi congeniali e madre dei sui figli.
Giorgio Bassani conclude così la poesia dedicata ad Anne – Marie :
Non lasciarmi solo a scavare nella mia città a resuscitare / grado a grado alla luce / ciò che di lei sta sepolto là sotto il duro / spessore di ventimila e più giorni / È là Rosa mia mia Regina che io sono giovane e bello e puro / Ancora / là l’esclusivo padrone e signore per sempre il solo / Re

Aperta dal martedi alla domenica a Casa Ariosto, via Ariosto 67. Orari 10.30/12.30 e 16.00/18.30. Info: fondazionegiorgiobassani@gmail.com

Da: Fondazione Giorgio Bassani e Associazione Arch’è

La legge del mare e i tanti errori della sinistra italiana

Sulla vicenda dei salvataggi in mare c’è un aspetto più profondo, rispetto al tema porti aperti/porti chiusi, su cui secondo me varrebbe la pena riflettere e prendere una posizione netta perché implica un’idea precisa di società. Si sta affacciando una pericolosa visione della vita di cui Salvini è portavoce. Una visione totalitaria che non si può accettare. Infatti, dalle sue continue esternazioni sulle navi delle ong sembra emergere una visione nella quale non rientri l’idea che ci possano essere persone che dedicano la propria esistenza a salvare altre vite umane. E fin qui libero di pensarla come crede, anche se è inquietante, tanto più per il ruolo che ricopre. Ciò che è preoccupante, e va contrastato politicamente con forza, è che voglia imporre la sua visione impedendo alle navi delle ong di salvare vite umane in mare. È questo che fa del suo agire un pericoloso declivio autoritario. Va detto però, a onor del vero, che su alcune ong è giusto fare chiarezza perché non è un caso che associazioni serie e strutturate, come Medici senza frontiere per citarne solo una, abbiano ritirato le proprie imbarcazioni dal Mediterraneo non avendo firmato il protocollo voluto da Minniti. Ma forse c’è anche dell’altro, cioè la consapevolezza da parte di alcune ong che rischiavano di fare il gioco dei mercanti di essere umani.
Per tornare alle posizioni di Salvini, qui non è più questione di porti aperti o chiusi, su cui personalmente ho una visione laica, su chi debba accogliere e chi no, su dove debbano essere sbarcati i migranti salvati in mare, purché le persone siano salvate e messe in sicurezza. Qui è questione di voler imporre una propria visione sul valore della vita che è tipica di una deriva autoritaria. Ciò su cui non ci possono essere margini di discussione o di mediazione è che le vite in mare vanno salvate. Lo ha ribadito anche il comandante della guardia costiera italiana il quale ha ricordato a Salvini che continueranno a rispondere agli sos che dovessero arrivare dal mare, perché è loro dovere farlo. Dovere che attiene a tutti i natanti per qualunque motivo si trovino in acqua. Che il Ministro degli interni lo voglia o no. È la legge del mare.

A nulla valgono gli strepiti sterili del Pd e della sinistra sparsa (per sinistra sparsa intendo quella che per consistenza è poco più che un circolo politico-culturale di testimonianza, tipo LeU e dintorni) che dopo il salvataggio dei naufraghi accolti dalla Aquarius ha parlato di migranti abbandonati per giorni in balia del mare. Non si fa opposizione con le bugie. La politica fatta con le bugie ha le gambe corte, per parafrasare un antico detto. Come tutti sanno quelle persone salvate furono distribuite su altre due navi, oltre l’Aquarius: una della marina militare italiana e un’altra della guardia costiera italiana. Su tutte e tre a bordo c’era personale medico-sanitario esperto e viveri. Quindi furono garantite le migliori condizioni di sicurezza. Ricordo questi che sono fatti incontestabili non per fare l’avvocato difensore di questo governo che non ho votato, ma per sollecitare un’opposizione che sappia discernere ciò su cui vale la pena dare battaglia, su quali sono i valori veri da difendere, perché se si continua su questa linea vuol dire che proprio non si è capito nulla dell’esito elettorale. Infatti, il voto delle amministrative dice proprio che si continua a non capire. La gente è stanca della ‘mulinazza’ della politica. Dall’opposizione di sinistra mi aspetto serietà. Anzi, la pretendo! Come cittadino ed elettore.
Non è un caso, infatti che la Toscana ‘rossa’ non esiste più e che è crollato un altro baluardo emiliano come Imola, che, per inciso, è la città dell’ex ministro del lavoro del governo Renzi e poi Gentiloni, Giuliano Poletti. E non è un caso che a Imola vinca proprio il partito dell’attuale ministro del lavoro Luigi di Maio.

Metto in fila queste cose, per dire alla sinistra (tutta, dal Pd in giù) di concentrarsi sulla sostanza dei problemi, non sugli epifenomeni. Di guardare ai valori veri da difendere. Di non inseguire la polemica spicciola del giorno per giorno. Di abbandonare il campo da gioco che ha scelto Salvini per lo scontro politico perché sa che su quel terreno lui vince. Ma di essere lei, sinistra, a scegliere su quale campo giocare. La difesa della dignità delle persone (ne ho scritto ancora su queste pagine), il valore della vita umana, la difesa dei più deboli, la qualità della vita di tutti i cittadini nelle città e non solo di quelli delle ztl, come ha scritto qui Francesco Lavezzi. Di guardare alle periferie, quelle delle città e quelle della vita a cui si è smesso di guardare. Di guardare dentro le contraddizioni di questo sistema di produzione. Di guardare alle tante precarietà e di riconoscere che quelle precarietà (le chiamano flessibilità per addolcire la pillola) sono state create anche dalla politica attuata dai governi Pd e alleati e mi riferisco anche ai governi dell’Ulivo. Riconoscere l’errore e rimediare con una politica di segno diverso, più attenta ai giovani che non trovano lavoro e se lo trovano è precario e solo per via degli incentivi alle imprese volute dai governi a guida Pd col sostegno di Forza Italia e della Confindustria. Una volta finiti gli incentivi perché scaduti i termini delle varie tipologie di contratti i giovani spesso vengono buttati via come limoni spremuti. Di guardare ai cinquantenni che perdono il lavoro e fanno fatica a trovarne un altro ed hanno sulle spalle anche il carico famigliare. Di guardare con più attenzione a tutte quelle realtà famigliari dove ci sono sofferenze vere e non ci sono sostegni perché il bilancio dello Stato non ce lo consente, perché la sinistra (il Pd più quelli che ora sulla pelle della gente hanno cambiato idea) ha scelto di stare dalla parte del pareggio di bilancio piuttosto che dei bisogni delle persone. Di riconoscere che non abbiamo risorse sufficienti per dare un’ospitalità dignitosa a tutte quelle persone che legittimamente cercano una vita migliore per sé e per i propri figli e che sono disposti a mettere a repentaglio la propria vita pur di raggiungere questo obiettivo, ma che possiamo accoglierne solo una parte. Di dire, chiaramente, che l’Italia non è il paese migliore dove realizzare i proprio sogni, perché non lo è nemmeno per i propri giovani. Di riconoscere che in dodici anni la povertà assoluta è aumentata tra gli italiani. Le persone che vivono in povertà assoluta in Italia superano i 5 milioni nel 2017. È il valore più alto registrato dall’Istat dall’inizio delle serie storiche, nel 2005. Le famiglie in povertà assoluta sono stimate in 1 milione e 778mila e vi vivono 5 milioni e 58 mila individui. L’incidenza della povertà assoluta è del 6,9% per le famiglie (era 6,3% nel 2016) e dell’8,4% per gli individui (da 7,9%). Entrambi i valori sono i più alti della serie storica. Tra gli individui in povertà assoluta si stima che le donne siano 2 milioni 472mila (incidenza dell’8%), i minorenni 1 milione 208mila (12,1%, dal 2014 il dato non è più sceso sotto il 10%), i giovani di 18-34 anni 1 milione e 112mila (10,4%, valore più elevato dal 2005) e gli anziani 611mila (4,6%). Qualcuno sarà pur responsabile di questo risultato, o vogliamo credere che sia il prodotto di un castigo divino?

Poi, però, non basta dirlo, non basta riconoscere i tanti errori commessi, non basta che quelli che hanno lasciato il Pd si cospargano il capo di cenere avendo operato l’ennesima scissione nella storia della sinistra, come se bastasse a lavarsi la coscienza, anche se averne consapevolezza è già un buon risultato. Quella scissione, però, sarebbe dovuta avvenire nel 2012 all’epoca della legge sul pareggio di bilancio, allora sì che avrebbe avuto un senso e sarebbe nata nel segno di una precisa scelta di campo e forse avrebbe avuto la forza propulsiva per coalizzare una nuova formazione veramente di sinistra e con un peso di consenso di tutt’altra consistenza dall’inutile 3% di LeU. Bastava spiegarla quella legge ai cittadini che avrebbero capito immediatamente quali sarebbero state le conseguenze, perché chi deve arrivare a fine mese sa bene quali sono le conseguenze di far quadrare i conti: tagliare le spese. Altro che tecnicismi difficili da comunicare! Dopo quasi sei anni la scissione ha tanto il sapore di una scelta opportunista tipica del peggior trasformismo della peggiore politica. Ed è esattamente per questi motivi molto concreti che non sono né credibili né affidabili. Infatti gli elettori lo hanno capito e quel 3% rappresenta solo un zoccolo ideologico (nel senso di falsa coscienza). Ma è evidente che all’ombra del Pd si stava sicuri, mentre, come per tutte le separazioni, si trattava di mettersi in gioco. E allora è servito il pretesto per separarsi dato esclusivamente da una lotta di potere tutta interna al Pd che con le ragioni del sociale non ha nulla a che spartire.
Ora bisogna tirarsi su le maniche e impostare una politica di segno diverso. Cominciando a rottamare definitivamente i rottamati riciclati, per intendersi tutti quelli che hanno votato la legge di cui sopra e che ora tentano di rifarsi una verginità. Bisogna sporcarsi le mani stando nelle contraddizioni, ascoltando le persone, facendosi carico dei bisogni, dando ad essi dignità e rappresentanza. Certo, è un lavoro faticoso, occorrono scarpe comode più adatte alle strade accidentate che agli studi televisivi o alle stanze del potere, non aver paura di sudare e di uscire dalle ztl dove si corrono meno rischi e dove è più facile riconoscersi tra simili. Francamente, all’orizzonte non vedo nessuno che si sia messo in cammino in questa direzione. Toccherà aspettare tempi migliori, sperando a quel punto non sia troppo tardi.

quale-futuro

Città a misura di bambino

di Roberta Trucco


L’immagine della copertina del Times dedicata alla tolleranza zero del presidente Usa, con al centro una minuscola bimba in lacrime e sul lato un minaccioso e grande Trump, diventata il simbolo delle famiglie divise al confine con il Messico, e con la scritta “Benvenuti in America” è un’immagine potente che mi ha colpito nel profondo e fatto riflettere molto. Da subito ho pensato che ci sarebbe stata bene anche la frase “Benvenuti in occidente” e nelle nostre città italiane. Non solo per la tragica contraddizione che ci sta schiacciando: l’Occidente che si dovrebbe fondare sui diritti delle persone e dei più deboli fa i conti con la sua incapacità di assumersi la responsabilità di testimoniare quanto proclama. La riflessione potrebbe essere portata forse e soprattutto al fatto che anche all’interno stesso dell’Occidente questa dinamica di esclusione dei cittadini più piccoli, e di fatto di tutti quei cittadini che non sono capaci di cavarsela da soli, è una realtà viva e una strategia politica attuata da tempo.
Da diversi anni e a titolo volontario collaboro con il comune di Genova per dare voce e realizzare progetti per una città a misura di bambino. Nei giorni scorsi il professor Francesco Tonucci, espressamente invitato dal Sindaco Marco Bucci, ha presentato alla giunta cittadina il progetto internazionale del Cnr La città dei bambini (www.lacittadeibambini.org) nato a Fano nel maggio 1991.
“Rifiutando una interpretazione di tipo educativo o semplicemente di supporto ai bambini, il progetto – si legge sul sito – si è dato fin dall’inizio una motivazione politica: operare per una nuova filosofia di governo della città assumendo i bambini come parametri e come garanti delle necessità di tutti i cittadini. Negli ultimi decenni, anche a causa della scelta del cittadino adulto e produttivo come parametro di sviluppo e di cambiamento, la città ha perso le sue originarie caratteristiche di luogo di incontro e di scambio. Ha rinunciato agli spazi pubblici che dell’incontro e dello scambio erano condizioni essenziali lasciando che i cortili, i marciapiedi, le strade e le piazze assumessero sempre più funzioni legate all’auto e al commercio, sottraendole ai cittadini. Ha rifiutato la caratteristica di spazio condiviso e sistemico, nel quale ogni parte necessitava delle altre, per destinare spazi definiti a funzioni o ceti sociali diverse, costruendo così zone ghetto e zone privilegiate, svuotando i centri storici e dando vita alle moderne periferie. La città così modificata è diventata un ambiente malsano per la salute a causa dell’inquinamento atmosferico e acustico, brutto e pericoloso”.
La richiesta di mettere al centro della progettazione e delle scelte della città i bambini, considerandoli il paradigma sul quale fare scelte politiche e amministrative coraggiose, considerandoli l’altro, il diverso, e dunque anche un soggetto un po’ scomodo, ha fatto sorridere tutti. Come consuetudine mi sono sentita rispondere che Genova è una città difficile; che i problemi sono altri, sono le famiglie e le scuole, temi generici dove si può dire tutto e il contrario di tutto e del resto non competono all’amministrazione comunale; che i dati sul calo dei reati forniti dal Ministero portati dal professor Tonucci forse sono taroccati, senza ricevere alcun altro dato che giustificasse tale affermazione (dunque a Genova forse è pericoloso girare in libertà?). E ancora che le macchine sono un problema, ma non si sa dove metterle; che gli attraversamenti rialzati a Genova non si possono fare, il codice della strada non lo permette: peccato che il codice sia nazionale e altre città limitrofe a Genova li hanno, ma naturalmente chi ha fatto questa obiezione non lo sapeva neanche. E da ultimo: che i recinti per i bambini nei parchi sono comprensibili, alle specie in via di estinzione vanno riservati spazi speciali; che parlare di piazze per incontrarsi significa tornare al Medioevo.

Eppure ci sono gli esempi concreti di altre amministrazioni che, prendendo seriamente il progetto del Cnr, sono riuscite ad affrontare le enormi sfide che ci troviamo di fronte, a rivoluzionare le loro città inventandosi soluzioni incredibili, veramente innovative, e sono tornate ad essere luoghi umani.
Forse il problema è essersi trovati davanti per lo più a maschi che ci ascoltavano con sufficienza perché per loro la principale preoccupazione è come essere competitivi per racimolare più ricchezza, non importa come e a che prezzo, il resto resta sulle spalle del welfare casalingo e familiare: delle donne dunque. Intanto Genova è la città più vecchia come età anagrafica, abbiamo cittadini che muoiono perché i soccorsi non arrivano a causa di soste selvagge, abbiamo autobus progettati per maschi di media età, ginnici, che non prendono i mezzi, perché se no non arrivano al lavoro, tutti gli altri si adattino; e potrei proseguire per ore.
Se chi ci governa ha in mente solo sè stesso e il confronto con l’altro, il diverso – donna, bambino, vecchio, rifugiato – non ha spazio, non può essere un buon amministratore della cosa pubblica. I buoni amministratori non hanno bisogno di essere buoni manager, la città non deve essere per forza un’azienda competitiva, ma semmai un luogo dove le persone vivono in armonia e contribuiscono alla ricchezza, bellezza e alla funzionalità degli spazi comuni.
L’altra strategia politica porta solo alla sopravvivenza dei più forti che costruiscono la loro forza sulla schiavitù dei più deboli.

Che differenza c’è tra questi amministratori e Trump e la sua decisione di separare i bambini dalle famiglie e metterli in delle gabbie? E soprattutto noi con chi ci identifichiamo? Con i forti che per sopravvivere hanno bisogno di schiacciare tutti gli altri o con i deboli che cercano uno spazio a misura di bambino e dunque del futuro? Io sono madre di quattro figli e so da che parte sto, sicuramente a fianco della bambina di tre anni che piange disperatamente perché davanti a lei c’è un padre cattivo e disumano.

I really don’t care, do u?

L’oggetto del pour parler che ha accalorato opinione pubblica, media e salotti buoni del chiacchiericcio più o meno impegnato è un parka color kaki indossato da Melania Trump, ripresa dai fotografi prima di salire sull’aereo presidenziale Air Force One, in procinto di raggiungere la struttura Upbring New Hope Children’s Center a Mc Allen, in Texas, a ridosso del tanto discusso confine tra Usa e Messico. Una visita che non compariva nei programmi ufficiali datati bensì ispirata e decisa dalle circostanze che riguardano i bambini dei migranti messicani, separati dai loro genitori. Ma a fare scandalo non è senz’altro la sobrietà e l’informalità del look della first lady che indossa un capo da 39 euro, dopo essersi guadagnata titoli di eleganza e raffinatezza. A diffondere una eco internazionale e attirare i riflettori con insistenza è stata quella scritta in evidenza sulla schiena: “I really don’t care, do u?” “A me non importa davvero, e a te?”. All’attenzione mondiale non è sfuggita l’improprietà della frase che stride enormemente in contrasto con la visita, decriptata da alcuni come messaggio intenzionale attraverso i personali codici fashion della first lady, da altri giustificata come semplice gaffe.

Gli psicanalisti andrebbero in sollucchero in questo momento, affermando che molti messaggi vengono lanciati inconsciamente, in evidente contrasto tra radicato pensiero intenzionale e comportamento. D’altro canto, Freud stesso spiega come lapsus, amnesie, sbadataggini abbiano senso, siano solo apparentemente casuali ed esprimano il vero desiderio di chi ne è portatore perché espressioni indirette dell’inconscio. Se poi vogliamo tradurre l’espressione incriminata con “me ne frego” anziché “non me ne importa”, allora tutto assume un significato ancora più violento e categorico, di stampo e memoria fascista, fa notare qualcuno. Un’isteria generale, sul tema del parka, che ha generato reazioni colorite come risposta eloquente. Jill Vedder, moglie del cantante dei Pearl Jam, nel recente concerto di Milano indossava la scritta “Yes we all care, y don’t u?”, “ Sì, a noi tutti interessa, perché a voi no?”
Altre scritte sulla stessa lunghezza d’onda hanno vivacizzato questo insolito dibattito “I do care and u should too” “A me importa e dovrebbe importare anche a te”, “I care, do u?” “Mi importa e a te?” Una terza interessante interpretazione ci suggerisce ancora il profilo di una Melania Trump che in passato non ci saremmo immaginati perché imperscrutabile e defilata: una donna del suo status, contro corrente rispetto coloro che l’hanno preceduta, pronta ad agire indipendentemente e talvolta in antitesi con le linee ufficiali, i protocolli, i diktat. E se così fosse capiremmo anche l’indirizzo della scritta tanto discussa nel momento della solidarietà a quei poveri bambini. La politica della ‘tolleranza zero’ sull’immigrazione adottata dall’amministrazione Trump era già stata in qualche modo criticata da Melania, che aveva dichiarato di ‘detestare’ le scene strazianti di separazione documentate dai media, arrivando a dichiarare di sperare che Repubblicani e Democratici potessero cambiare l’attuale legge su questo tema. La moglie del Presidente Donald Trump si è appellata alle parole ‘gentilezza, compassione e positività’ per richiamare a un umanesimo accantonato, memore forse che la condizione di migrazione è presente nella sua stessa storia, quando era Melanija Knavs, nata 48 anni fa a Novo Mesto, Slovenia, nell’allora Jugoslavia, diventata Melania Knauss da modella affermata a Milano, Parigi, New York, comparsa sulle copertine di Vogue, Harper’s Bazaar, New York Magazine, Allure, Vanity Fair, Glamour. E infine cittadina americana a tutti gli effetti e quarantacinquesima First Lady degli Stati Uniti d’America dal 20 gennaio 2017. Una immigrata privilegiata, se vogliamo, ma consapevole di ciò che significa lasciare i luoghi di origine per bussare alle porte altrui. E’ bastata questa interpretazione per renderla un’icona vera e propria dell’anti-trumpismo e cambiare lo sguardo sulla sua figura.

La giornalista, scrittrice e conduttrice televisiva Barbara Jill Walters, ricordando certi stereotipi ancora fin troppo popolari, parlando di Melania Trump ha affermato: “Forse perché è così carina, non ci aspettiamo che sia così intelligente com’è.” E la first lady ha dimostrato, nel breve periodo dal suo nuovo ruolo, di saper camminare da sola, assumendosi responsabilità e rischi, esprimendo un suo sentire che non sempre risponde all’ufficialità. Il mistero della scritta sul parka si infittisce e le interpretazioni continueranno finchè non saranno rimpiazzate da altre news; a noi piace immaginare una moglie del Presidente presente, attiva, intraprendente e coerente con quello spirito umanitario che lascia trapelare, sorvolando sulla fantasiosa versione di chi crede che sia solo un gioco delle parti, nello spirito della tradizionale famiglia americana: uomo spietato e donna compassionevole.

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