Giorno: 19 Gennaio 2019

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DIARIO IN PUBBLICO
Ritornare alla vita

Sempre più mi risuona nelle orecchie il celebre motivetto “Vengo anch’io? No tu no. Ma perché? Perché no!” a commento della querelle innescata dal dottor Vittorio Sgarbi. E così la silente città si riempie di sussurri e grida. Perfino nel favoloso concerto diretto da Gatti con la Malher Chamber Orchestra, durante l’intervallo, pastori e pellegrini mi s’accostavano per sapere il mio parere. Invano continuavo e continuo a ripetere che quello che a me interessa non è la specificità dell’argomento, per cui di fronte a celebri conoscitori come Albano, D’Alema, Nardella, cedo le armi, quanto riportare la discussione a toni civili degni dell’argomento. Sembra – miracolo! – che il risultato sia stato raggiunto con l’incontro del Ministro Bonisoli con il sindaco di Ferrara e i successivi abboccamenti (leggi QUI la lettera del sindaco Tagliani e QUI la nota seguita all’incontro con il Ministro). Quel che mi rende convinto che, raggiunto lo scopo, me ne tiro fuori.

Troppi e ben più importanti avvenimenti sono passati quasi sotto silenzio rispetto al fragore mediatico innescato dalla vicenda Diamanti. L’incontro tra Liliana Segre e settecento e passa ragazzi ai quali si è rivolta come “nonna viziatrice”. Un colloquio che quasi ha travolto il rapporto tra chi parlava e chi ascoltava in una simbiosi tale che finalmente strappava e tirava fuori da tutti ‘l’humanitas’ che in fondo ci distingue. E la scelta che Liliana Segre ha indicato ai giovani e ai non più giovani percorrendo, lei quindicenne, i ‘resti’ di ciò che rimaneva dell’immane genocidio la via della morte è trasformarla in vita: “Non dite mai che non ce la potete fare, non è vero. Ognuno di noi è fortissimo e responsabile di se stesso. Dobbiamo camminare nella vita, una gamba davanti all’altra. Che la marcia che vi aspetta sia la marcia della vita”. Così dice al Teatro Nuovo di Ferrara; così scrive nel suo libro ‘Scolpitelo nel vostro cuore‘, i cui ricavati andranno all’associazione Opera San Francesco per i poveri Onlus di Milano che s’interessa anche dei nuovi emarginati migranti o rifugiati.
L’aspetto più folgorante del suo magistero sta proprio nella constatazione che lei, una signora di 88 anni che a 15 anni veniva con stupore scambiata per un essere androgino la cui magrezza impressionante faceva sì che le anche le bucassero la pelle, dimostri ora nell’aspetto quella bellezza che è il segno interiore della vita, della giustizia: l’essere giusti. Così quella vittoria della vita contro la morte si legge nell’ultimo libro di Amos Oz, ‘Finché morte non sopraggiunga‘ o nella prossima conferenza del Meis che si svolgera il 22 gennaio quando Daniel Vogelmann, il proprietario della casa editrice Giuntina parlerà del libro che ha scritto su suo padre ‘Piccola autobiografia di mio padre‘: “Mio padre Schulim mi ha sempre raccontato poco della sua vita, e non solo riguardo alla sua prigionia ad Auschwitz. Certe cose, poi, le ho sapute soltanto molti anni dopo la sua morte, come, per esempio, che c’era anche lui nella lista di Schindler. E io, purtroppo, non gli ho mai chiesto nulla, anche perché è morto quando avevo solo ventisei anni. Qualcosa, però, è giunto miracolosamente fino a me, e così ho scritto questa piccola autobiografia per le mie nipotine. Ma non solo per loro“. Ecco. Il silenzio cessa. Testimoni e ricordi si fanno parola dopo il terribile silenzio di chi sapeva che non poteva raccontare l’indicibile. Alla faccia dei negazionisti che anche in Italia rifiutano dalle cattedre universitarie che ricoprono, parole della Segre, la Shoah.

Così, ritornando al mio consueto lavoro senza più timore che la parola ‘intellettuale’ mi sia scagliata in faccia e riprenda quindi il suo significato primitivo, aspetto nel crepuscolo del giorno conforto e sollievo dalla cultura, comunque essa si esprima, sfrondata da toni urlati e da minacce politiche.

L’odissea del popolo curdo

Non c’è requiem per i curdi. Un popolo che vive da sempre una vita smembrata, figlio di nessuno, la cui esistenza si colloca faticosamente da una parte o l’altra dei confini siriani, turchi, iraniani e iracheni, e vive le proprie tragedie storiche e attuali nel silenzio dell’opinione pubblica. Eppure i curdi, uomini e donne indistintamente, hanno combattuto come leoni e continuano a farlo, impegnati con le forze siriane con cui formano l’ Ypg, nella campagna militare contro il Califfato dell’Isis, insieme alle truppe americane, in un fronte ormai grondante di sangue, teatro di combattimenti senza tregua.

L’ Ypg rappresenta le forze più operative e tenaci nella guerra contro l’Isis, segnando i maggiori successi bellici e contando il maggior numero di caduti e prigionieri. E’ bastato un tweet di questi giorni del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, all’alba del ritiro delle truppe americane, per riaccendere un po’ di interesse per il popolo curdo: “[…]Will devastate Turkey economically if they hit Kurds.[…]” ovvero, “Rovineremo economicamente la Turchia se verranno colpiti i curdi”. Un Presidente tutt’altro che animato da filantropica pietas per questo popolo; piuttosto, preoccupato di ciò che potrebbe accadere all’abbandono definitivo del territorio da parte dell’esercito americano. Il governo turco, infatti, ritiene da sempre ‘terroriste nemiche’ le milizie curdo-siriane, intravvedendo l’influenza su di esse del Pkk, il movimento separatista curdo. Teme che il Pkk possa approfittare della situazione per creare un Kurdistan indipendente che comprenda anche zone turche.
Una situazione delicata che corre sul filo del rasoio, con una Turchia diffidente, una Siria sempre più vicina alla Russia e all’Iran, e il popolo curdo intrappolato in dinamiche internazionali che sfuggono a ogni suo diritto e lecita aspirazione di indipendenza e riconoscimento culturale, come è stato finora nella lunga storia che lo riguarda.

Per Kurdistan si intende un’area di 450.000 Kmq, abitata dalla popolazione di etnia curda, ma divisa tra Turchia, Iraq, Siria e Iran, di cui circa la metà all’interno dei confini turchi. Un territorio strategicamente rilevante per la presenza significativa di petrolio – il 75% di petrolio del solo Iraq proviene dal Kurdistan – e risorse idriche importanti, ma sottosviluppato per l’assenza di unità politica e amministrativa. L’ampia zona del Kurdistan è anche importante passaggio obbligato tra repubbliche centrasiatiche, Turchia e Iran, e si trova nel cuore di uno dei punti strategici delle politiche mondiali.
Il popolo curdo discende dagli antichi Medi, di origine indo-iraniana. La loro storia è un susseguirsi di veti, persecuzioni, dinieghi a cominciare, in epoca moderna, dal rifiuto di costituirsi in Stato autonomo, dopo la Prima Guerra Mondiale. L’ostracismo della Repubblica Turca ne impedì la realizzazione e i territori abitati dall’etnia curda vennero spartiti tra Turchia, Siria, Iran e Iraq; tra il 1921 e il 1925, 25 milioni di curdi furono dispersi in cinque nazioni trasformandosi in cinque minoranze. Disgregazione massiccia in cui ciascuna di esse fu ed è costretta a rapportarsi al governo di appartenenza, alle sue politiche, alla sua realtà socioculturale.

In Iraq, nel 1961 il movimento autonomista curdo, organizzato nel partito Democratico del Kurdistan, si è distinto nella lotta contro il regime di Saddam Hussein che aveva adottato tecniche di repressione brutali nei villaggi curdi settentrionali. In Iran, nel 1972, i curdi contrastarono il regime di Teheran e durante la rivoluzione Komeinista, il Partito Democratico del Kurdistan iraniano si impegnò nella conservazione della propria cultura e nell’obiettivo dell’autonomia. In due anni furono 10.000 le vittime della repressione. In Turchia la comunità curda visse un clima di tensione all’epoca di Atatürk, fondatore e primo presidente del Paese, dal 1923 e nei successivi governi. Nel 1960, dopo il colpo di stato militare, la repressione nei confronti dei curdi si intensificò e oltre 500 appartenenti all’etnia furono internati nei campi di concentramento o esiliati e i territori curdi sottoposti al processo di turchizzazione violenta. Nel 1971, in seguito al secondo intervento militare, fu imposta la legge marziale; molti sospettati di avversione al regime vennero arrestati, incarcerati in condizioni orribili e sottoposti a tortura e violenza, rei di aver chiesto l’autodeterminazione e la difesa della propria appartenenza.

La resistenza curda si manifesta in due correnti di pensiero molto differenti. La prima portata avanti dal partito Democratico del Kurdistan, che agisce nell’interno e che persegue l’autonomia del popolo curdo; la seconda interpretata dal Pkk, partito dei lavoratori curdi, il cui scopo è il riconoscimento della lingua e dei diritti dei curdi, e chiede l’indipendenza. In Siria la comunità curda, minore rispetto le altre, vive nelle province Al Hasakah e Aleppo, dove la città di Kobane resta l’emblema della lotta curda all’avanzata del califfato dell’Isis. I curdi di questi territori hanno sempre sofferto tensioni con lo Stato e la popolazione araba e nelle lande curdo-siriane ha avuto inizio l’attività di Abdullah Ocalan, lo storico leader del Pkk. I curdi siriani hanno dedicato il forte contributo alla guerra in atto, non solo alla prospettiva militare ma anche e soprattutto a una prospettiva di allargamento dei propri territori e di una propria politica. Oggi, lo Ypg curdo-siriano, appoggiato finanziariamente dagli USA, riorganizzato come vero e proprio esercito, è garante anche della costituzione della regione autonoma curda, sancita tale dal ‘Contratto sociale del Rojava‘ del 2012, non riconosciuto tiepidamente da Damasco.

Ancora oggi la questione curda appare irrisolta e le difficoltà per questa popolazione sembrano interminabili, aggravate dalle guerre, le relazioni tra governi, le dinamiche internazionali, gli interessi delle diplomazie, i compromessi per mantenere equilibri improbabili. Soltanto gli accordi tra Russia e Stati Uniti potranno delineare il futuro assetto della Siria e il destino politico dei curdi.

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