Giorno: 16 Aprile 2019

Il paese che vogliamo: convegno Anp CIA con on. De Micheli, Incerti, Labbate e presidente nazionale CIA Scavino

Da: CIA Ufficio Stampa
“Il Paese che vogliamo”: assemblea nazionale dell’Anp Cia con Elisabetta Gualmini, vicepresidente e assessore alle politiche di welfare della Regione Emilia Romagna e gli On. Paola De Micheli, Antonella Incerti e Giuseppe Labbate

Martedì 16 aprile a Bologna, dalle ore 10 presso l’ Hotel Savoia Regency
(via del Pilastro, 2)

BOLOGNA, 15 APRILE 2019 – Pensioni, sanità e aree rurali, cittadinanza, anziani e società. Sono questi i focus dell’Assemblea nazionale di Anp, l’Associazione pensionati di Cia-Agricoltori Italiani, in programma a Bologna per martedì 16 aprile, dalle ore 10, negli spazi congressuali dell’Hotel Savoia Regency (Via del Pilastro, 2).
“Il Paese che vogliamo” torna slogan ufficiale e messaggio guida promosso da Cia-Agricoltori Italiani.
Daranno inizio ai lavori Pierino Liverani, presidente Anp-Cia Emilia Romagna, Alessandro Del Carlo, presidente nazionale Anp e Cristiano Fini, presidente Cia Emilia Romagna.
Interverranno Elisabetta Gualmini – vicepresidente e assessore alle politiche di welfare della Regione Emilia-Romagna, l’On. Paola De Micheli, Componente V Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione della Camera dei Deputati, On. Antonella Incerti, Componente XIII Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati e On. Giuseppe Labbate, Componente XIII Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati, primo firmatario dell’Ordine del Giorno che impegna il Governo a aumentare le pensioni minime degli ex agricoltori e a valutare l’opportunità di istituire una pensione base di importo pari al 40% del reddito medio nazionale, come previsto dalla Carta Sociale Europea in aggiunta alla pensione liquidata interamente con il sistema contributivo. Concluderà l’assemblea il presidente nazionale Cia-Agricoltori Italiani, Dino Scanavino.

Lega Ferrara: il tour “Piacere, chiamami Alan” oggi alle 19 alla Pasticceria Vogue di via Pomposa

Da: Elettorale Lega Nord
Martedì 16 aprile alle ore 19.00, il tour ‘Piacere, chiamami Alan’ fa tappa alla Pasticceria ‘Vogue’ di via Pomposa 52 a Ferrara.
Alan Fabbri, candidato a sindaco di Ferrara per il centrodestra, sarà presente per incontrare i cittadini, spiegando loro le linee guida del programma amministrativo e raccogliendo idee e proposte per cercare di migliorare la qualità della vita in città.
“Il nostro programma – specifica Fabbri – sarà incentrato sulla sicurezza, sul lavoro, sulle infrastrutture, sul welfare e sullo sport. In tal senso, abbiamo già pensato, tra le altre cose, alla rivalutazione dei termini con la concessionaria Ica per ridurre le tariffe dell’imposta comunale sulla pubblicità dei negozi, all’abolizione dei passi carrai e alla tutela dei cittadini ferraresi tramite il concetto di residenzialità storica. Lavoreremo sodo e metteremo a disposizione della nostra città tutte le nostre energie e l’impegno quotidiano”.

VERSO LE ELEZIONI
Il Libero Comune di Ferrara e la Tolleranza Zero

La fabbrica della in-sicurezza? Funziona a meraviglia.
Ne scrivevo qualche settimana su questo giornale, e infatti GAD e sicurezza sembrano essere le parole chiave su cui a Ferrara si danno battaglia i candidati sindaco. La nuova Destra cittadina appare galvanizzata; è (quasi) sicura di vincere e per riuscirci ha impostato una strategia tutta all’attacco. Prima di tutto: presidiare il territorio! Fratelli d’Italia apre la sua nuova sede in via Cassoli, la Lega si installa in via Oroboni, mentre la Destra unita affitta quattro vetrine vuote sotto i portici del duomo per piazzarci il faccione di Alan Fabbri (più volte replicato) e la scritta a caratteri cubitali: TOLLERANZA ZERO. Con questo slogan in primo piano Ferrara sta imboccando l’ultimo mese di campagna elettorale.

Passo per piazza, il Listone è ingombro di bancarelle e di turisti consumanti, allora devio sotto i portici e mi trovo davanti agli occhi quella promessa che assomiglia a una minaccia: TOLLERANZA ZERO… Mi sono sentito male.

Il tema della sicurezza, però, pare essere in cima ai pensieri – e ai programmi elettorali – anche di Aldo Modonesi e degli altri candidati del Centrosinistra: civici, mezzo-civici, quasi-civici che siano. Ho provato a capire il perché di quello che mi sembra essere un grande abbaglio, o peggio, un fatale sbaglio. Rincorrere la Destra sulla sicurezza (più controlli, più telecamere, più divise), accettare un uso più largo delle armi e degli interventi repressivi rischia di essere un clamoroso autogol. Perché, anche per gli elettori, l’originale è sempre meglio della copia.

Non servirebbe, allora, dire e fare l’esatto contrario? Denunciare il vicolo cieco a cui ci sta portando, in Italia e a Ferrara, questa ossessione per la sicurezza. “La soluzione non è militare”  era il titolo del volantino che la rete ‘Ferrara che accoglie’ ha distribuito in tutte le case del Gad. Un messaggio, sia detto per inciso, che è stato accolto con favore (e sollievo) dalla stragrande maggioranza degli abitanti del quartiere.
Certo, a tutti piace vivere sicuri nella propria città, ma i ferraresi vogliono la pace, non la guerra tra i poveri che la nuova Destra ci propone ogni giorno. E l’unica strada per avere una sicurezza vera, non una città blindata e sempre più impoverita, è quella di garantire i diritti di tutti, potenziare i servizi, moltiplicare il dialogo tra culture diverse, favorire l’accoglienza e l’incontro. Quindi, non meno, ma più democrazia. Non meno, ma più tolleranza.
Gli effetti perversi della ricetta Salvini sono già arrivati anche a Ferrara. Grazie al suo Decreto in-sicurezza il sistema dell’accoglienza sta andato in pezzi. Anche a Ferrara – è storia di questi giorni – i bandi per l’accoglienza indetti dalla prefettura sono andati deserti. La sforbiciata governativa da 35 a 18/20 euro ha costretto tutte le cooperative e associazioni ferraresi (laiche e cattoliche) a rinunciare. Con quel compenso non è nemmeno pensabile tenere in piedi un servizio di accoglienza e di integrazione diffuso ed efficiente, il modello emiliano (e ferrarese) da tutti giudicato positivo: appartamenti o piccole comunità con un massimo di 30 ospiti, operatori ed educatori preparati e motivati, scuola di italiano, mediazione culturale e linguistica, assistenza legale e copertura sanitaria.

Che fine faranno un migliaio di ragazzi stranieri dopo la proroga al 30 giugno? Associazioni e cooperative hanno generosamente assicurato che non li lasceranno per strada, ma il rischio è che tutto il sistema dell’accoglienza venga spazzato via. Metteremo gli immigrati, i profughi, i rifugiati – i clandestini come li chiama senza distinzione Salvini – tutti insieme, magari chiusi a chiave dentro la ex caserma Pozzuolo del Friuli? O cercheremo di spedirli ‘un po’ più in la’? Alcuni di loro, privati di tutto, andranno di certo a ingrossare le file della piccola delinquenza o della malavita organizzata. Ecco come il ‘decreto sicurezza’, l’intolleranza al governo, ci porta in dono precarietà e disperazione (per i nuovi arrivati) e insicurezza (per tutti).

Non riesco a levarmi dalla testa quella scritta TOLLERANZA ZERO sotto i portici del duomo. Un comando perentorio che ha qualcosa di offensivo. Per me, per i ferraresi, per la città di Ferrara. La scelta del luogo non è indifferente, non si tratta di un posto qualsiasi.

Nel 1188 il Libero Comune di Ferrara, per decisione del Consiglio dei Savi, fa incidere gli Statuti Comunali nel marmo e li pone sulla fiancata della cattedrale, a lato dell’antica porta dei Mesi. Gli Estensi, arrivati al potere, favoriscono la trasformazione delle baracche dei mercanti in botteghe in muratura. In questo modo, gli oltre 80 metri di Statuti Lapidari vengono occultati alla vista e alla memoria dei ferraresi, non più liberi cittadini, ma sudditi del Duca.
Se oggi entrate in alcuni dei negozi addossati alla cattedrale, potete ancora scorgere alcuni brani di quegli antichi Statuti che orgogliosamente sancivano diritti e doveri dei abitanti di una Ferrara proto-democratica. Una Ferrara che della tolleranza faceva un valore, non una clava con cui colpire i meno fortunati.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Prima è meglio studiare

Destra e sinistra dovevano pur essere rimpiazzati da qualcosa. Non esistono i vuoti in politica e allora eccovi il governo dell’ossimoro, termine che di questi tempi potrebbe risultare ai più di difficile comprensione, diciamo che è come tenere i piedi in due staffe, tipico della commedia all’italiana.
Poiché la logica è un vecchio arnese delle élite, ecco l’obbligo flessibile, la tassa piatta ma progressiva, l’euro brutto e cattivo ma buono da spendere, la Costituzione fondamentale ma la democrazia parlamentare da archiviare. Ora si aggiunge: scuola inclusiva, ma prima gli italiani.
Incredibili non sono le varie performance dei membri di questo governo, a cui si aggiungono quelle del ministro della pubblica istruzione, da non credere è come abbiamo potuto cadere in una simile condizione.
Così dal governo della “Buona scuola”, siamo traghettati al governo della “scuola cattiva”, della scuola matrigna e discriminatrice.
Il tutto in un paese frastornato, stordito, incapace di pensare e di reagire. Sfiancati dai roboanti proclami dell’armata Brancaleone al governo, impegnata in storiche quanto palingenetiche crociate, mentre ogni giorno che passa provvedono a chiudere le porte di casa e pure le finestre, costringendo il paese a consumare ciò che resta delle scorte in dispensa, in attesa che il vento cambi.
Il futuro è stato sostituito dal ritorno al passato. Questo è il grande, megagalattico ossimoro del governo: il futuro sarà il passato!
Quando si ritiene che è meglio chiudersi in casa propria si finisce per pensare in piccolo, come il piccolo mondo antico, si usa un codice ristretto anziché allargato, tanto tutto resta in famiglia.
È la promessa di una vita trascorsa in serenità tra le quattro pareti domestiche, con il conforto della tradizione, della famiglia e dei figli secondo i progetti che il ministro dell’istruzione Marco Bussetti accarezza per i giovani rigorosamente italiani. Non c’è girare il mondo, viaggiare, farsi una cultura, ma stare a casa tua, a costruire la tua famiglia e “fuori dalle scatole” tutti gli altri.
Si è presi dalla claustrofobia. L’aria resa irrespirabile dai porti chiusi, dai disegni di legge Pillon, dai convegni veronesi del ministro Fontana, ora si appesantisce delle esternazioni del ministro Bussetti. Tutto si tiene. La Polonia pare essere il nostro punto di riferimento. Anche noi riscriveremo i libri di storia e i programmi didattici delle scuole in chiave patriottico-nazionalista.
Del resto riscrivere i libri di storia è una aspirazione, più volte esternata, anche di questo governo.
Mentre la scienza in una catena di collaborazioni mondiali riesce a immortalare il buco nero, noi rischiamo di precipitare nel nostro di buchi neri. Soprattutto quello dei cervelli.
Ormai un’onda lunga affida da tempo la risorsa centrale del paese, l’istruzione, a un susseguirsi di ministri sempre più sconsolanti.
È possibile che il “prima i giovani italiani”, dal sen fuggito al ministro, più che un proclama sovranista sia una necessità per recuperare il gap di ignoranza con gli altri paesi.
Il dato interessante, infatti, è che il grado di istruzione della popolazione immigrata non è troppo diverso rispetto alla popolazione autoctona.
Circa la metà della popolazione straniera tra i 15 e i 64 anni ha una licenza media, il 40,5% un diploma di scuola superiore, il 9,7% una laurea. I dati migliorano per le donne, il 42,1% ha un diploma, contro il 41,5% delle donne italiane. Inoltre, mentre in Italia più alta è la fascia di età, più basso è il titolo di studio, il 12,8% degli immigrati tra i 45 e i 54 anni ha un diploma contro il 12,2 degli italiani, e il 15,3% di chi ha tra i 55 e i 64 anni possiede un diploma di laurea contro l’11,3 degli italiani.
Del resto la politica scolastica con il 4% del Pil fa del nostro paese il fanalino di coda dell’Europa. Ovvio che, anche senza essere dei geni, bastano queste differenze per far comprendere l’abisso di futuro e di qualità scolastica del nostro paese, che avrebbe bisogno di più studio e di più cultura per risollevarsi economicamente e umanamente.
Il volto della scuola sta cambiando e cambierà ulteriormente, il consistente calo demografico, il blocco dell’immigrazione porteranno a liberare risorse da investire e utilizzare in modi nuovi. I bisogni della scuola del paese da tempo sono stati evidenziati da tutti gli indicatori nazionali e internazionali. Ma se mancano la cultura, lo studio, la ricerca, la sperimentazione e le competenze non potremo mai progredire neppure nel rinnovamento del nostro sistema formativo. Ecco perché è ammesso avere un ministro dell’istruzione che è la personificazione di un ossimoro, tanto da non accorgersene neppure e da permettersi di dichiarare “prima i giovani italiani”, un po’ come “i figli della lupa”. Se l’economia è in recessione tecnica, l’istruzione del paese è, oggi, in recessione conclamata.

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