Giorno: 18 Novembre 2019

Speciale DIARIO IN PUBBLICO
Venezia, Venice, Venise, Venecia

La tragedia di Venezia è paragonabile a quel gusto tutto contemporaneo della ‘diminutio’. Basta osservare l’uso che di questa figura retorica fanno i cantanti che, assieme ai calciatori, sono gli autentici idoli degli italiani.
Un tempo, ai miei tempi (forse anche più terribili degli attuali) esisteva ancora il concetto del ‘bon ton’ come si può vedere nelle puntate televisive di Downton Abbey o nel bel film che ne è stato tratto, gusto del vestire corretto che durerà almeno fino agli anni Novanta del secolo scorso. Bon ton che la mia generazione ha tentato di scardinare con le minigonne, i pantaloni a zampa d’elefante, il foulard al collo dei maschi. Eppure noi giovani , come del resto tutti, in occasioni formali ci si vestiva correttamente secondo le regole del tempo. Al festival di San Remo o nei concerti-fiume che riempivano stadi, piazze, teatri il cantante e i musicisti vestivano quasi sempre lo smoking, segno di distinzione e di eleganza. Ora la giacca dello smoking rimane, ma sotto c’è la maglietta o al massimo una strana camicia senza collo. L’orrore puro l’ho appena visto in tv. Nello spettacolo in onore di Fabrizio de André un cantante sembra di grido appare vestito come mai mi sarei immaginato. Questo vecchietto con gli occhi pittati, il ciuffo bianco cadente veste la giacca da smoking e sotto una camicia da notte; indossa poi una specie di calzone-calzamaglia, gli stivaletti di vernice e canticchia una bella canzone di De André esibendo quella mise che, nelle più spericolate esibizioni, non si sarebbe permesso nemmeno Renato Zero. Ed è ‘IL’ segno di eleganza: l’eleganza imposta da chi detta la moda e, purtroppo forse una parte non indifferente del cosiddetto pensiero il cui impulso viene dai cantanti e da i calciatori
Che c’entra Venezia? Venezia esibisce lo smoking nei luoghi turistici poi indossa la parodia dello smoking in quelli toccati dalla lebbra turistica.
Osservavo una bella rappresentante di Forza Italia che parlava in politichese ad un recente raduno del suo partito e le sue ciglia finte sconfinavano nell’assurdo. E quelle ciglia finte, quella ‘diminutio’ della giacca da sera sono ciò che il turistame vuole dalla mia Venezia. Ho frequentato i palazzi più esclusivi della città lagunare, il circolo delle contesse, la Venezia segreta che non si oppone ma incita a far soldi con il turismo, che non mette però piede al Danieli o da Cipriani, troppo alla moda, ma che al massimo si spinge per non essere contaminata nelle sale segrete del Gritti o dell’Europa. Anche loro hanno distrutto Venezia per una specie di cinismo e di indifferenza.

Riprendo la polemica che oppone ora in città l’Amministrazione leghista alle dichiarazione del professor Giangi Franz che anche sulla mia pagina fb aveva ripetuto e scritto affermazioni che si riassumono nel concetto per cui i veneti e i veneziani s’arrangino a salvare loro e solo loro Venezia. A leggerle, le ho ben inquadrate in un atto non di cinismo ma di impotente amore che è sì ad un passo dall’odio ma che constata la disperazione di un intellettuale di essere alla fine di un processo di autodistruzione. Da qui la riprovazione ma anche la comprensione. Sembra allora esagerato oppure ‘politicamente corretto’ l’azione della Amministrazione ferrarese? Ricorrere poi alla censura degli organi universitari a cui Franz appartiene è simile ad una barzelletta. E chi scrive ne sa qualcosa delle ‘censure’ universitarie! Mi accorgo di usare una caterva di termini virgolettati quasi a sottolineare quella ‘diminutio’ di parole in smoking ma che nascondono la camicia da notte.

A Venezia si è consumata la tragedia delle grandi navi in cui gente vestita come il cantante dal ciuffo bianco crede di possedere la città più bella del mondo perché la può calpestare, insudiciare con la bava del credersi ‘su’! E riaffiorano immediatamente i ricordi di una città coltissima, di una Università tra le prime in Europa, di biblioteche mozzafiato di musei che producono la sindrome di Stendhal, di chiese deserte e silenziose, dell’intatta Giudecca dove anche ai senza soldi, come me da giovane, venivano serviti piatti eccezionali per pochi spiccioli.
Mi venne offerto di lavorare all’Università veneziana ma a malincuore rinunciai perché vivere a Venezia, come morirvi, è difficilissimo. Thomas Mann aveva capito tutto un secolo fa.

Come si sono comportati allora i politici? Hanno commesso una caterva di decisioni sbagliate dettate anche – e va sottolineato – dalla necessità di adeguamento a una città così difficile, dalla spinta che proveniva dal basso di produrre reddito, ma soprattutto dalla volontà di far soldi con la città più bella del mondo. Piegarsi alle necessità del turismo più pacchiano è stato il loro peccato originale. Ricordo le riunioni a casa di De Michelis, editore e politico di rilevanza, riunioni in cui la minaccia di quello che un tempo si chiamò consumismo di massa restava nello sfondo. Agiva forse ancora una certa ansia sessantottina per cui anche ai meno abbienti era finalmente concesso di frequentare quella città fatta per i ricchi. Poi lo spopolamento e il lento naufragio di istituzioni, attrazioni, bon ton, e modelli di una vita inimitabile che scese fra le strade portando lo smoking e la maglietta.
Venezia risorgerà, a fatica, sempre più usata, forse, e sta a noi che l’amiamo toglierle quella giacca e riscoprirne la bellezza, ristoro unico ai mali del mondo.

Danza la notte insonne

Don’t Stop The Dance (Bryan Ferry, 1985)

Notte insonne, notte fonda senza stelle.
Giro su me stesso e gira la stanza tutt’attorno. Vivo il sogno con affanno: apnea cosciente, cuore battente.
Il letto: sabbie mobili, estate torrida, luna assente.
Corpo a corpo: segreti sparsi dappertutto, tracce sotto le lenzuola.
Fradicio nell’ombra, ti voglio come sempre e come sempre brucio.
Dove sei luce del mattino, dove sono le tue mani, i tuoi fianchi? Mi manchi, dio se mi manchi!
Apro gli occhi, mi vesto in fretta ed esco a cercarti.
Buio pesto per le strade, sento la musica nei locali.
Ti ho lasciata al tramonto che ballavi. Ridevi, ti muovevi, dio come ti muovevi!

Estate dell’ottantasei. Vacanza in riviera d’agosto. Mare, pineta, alberghi, spiagge libere.
Notti bianche, luci rosse, amici, amiche, impigliati tra piacere e dolore.
Sesso distratto nei parcheggi, questa o quella non ricordo. Strafatto e balordo, meglio tacere, soprassedere.
Suona una chitarra davanti al fuoco, bicchieri di carta e bottiglie vuote, la brezza notturna mi scuote.
Feste private oltre i giardini, comincia il gioco, comincia la danza.
Cammino e ti cerco. Dove sei, se ci sei?
Finalmente ti vedo: una gazzella d’ambra oltre la siepe.
Preda indifferente tra le fiere, una mano versa da bere. Così bevi, balli e bevi, e butti il bicchiere. Gambe nude, abbronzate, calamite di sguardi, muovono a ritmo di bossa nova.
Vorrei portarti via, ma non posso. Non adesso.
Così danza la notte insonne…

Muoviti, balla, non ti fermare!
Il tuo corpo paradiso… La tua pelle, le tue dita, il tuo viso.
Arma mortale pronta a sparare. Chiudi gli occhi e continua a ballare, uccidimi senza guardare!
Galleggia nell’aria una falena. Brilla nell’ombra una sirena.
Desiderabile come sai, inaccessibile più che mai.

Muoviti, balla, non ti fermare!
Balla per sempre, non mi svegliare!

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