Giorno: 1 Maggio 2020

Coronavirus, l’aggiornamento: 25.644 i casi positivi in Emilia-Romagna, 208 in più rispetto a ieri

Da: Organizzatori

I casi lievi in isolamento a domicilio sono 6.383 (-19). Salgono a 188.264 i tamponi effettuati: 5.407 in più rispetto a ieri. In diminuzione sia i ricoverati nei reparti Covid (-34) che quelli in terapia intensiva (-9). I nuovi decessi sono 28. Arrivate 720mila mascherine alla Protezione civile regionale

In Emilia-Romagna, dall’inizio dell’epidemia da Coronavirus si sono registrati 25.644 casi di positività, 208 in più rispetto a ieri. I test effettuati hanno raggiunto quota 188.264 (+5.407).

Salgono le nuove guarigioni, 391 in più rispetto a ieri(12.581 in totale) e continua il calo dei casi attivi, cioè il numero di malati effettivi a oggi: -79, passando dai 9.563 ai 9.484 odierni.

Questi i dati – accertati alle ore 12 di oggi sulla base delle richieste istituzionali – relativi all’andamento dell’epidemia in regione.

Le persone in isolamento a casa, cioè quelle con sintomi lievi, che non richiedono cure ospedaliere, o risultano prive di sintomi, arrivano complessivamente a 6.383, -19 rispetto a ieri. I pazienti in terapia intensiva sono 197 (-9). Diminuiscono anche quelli ricoverati negli altri reparti Covid (-34).

Le persone complessivamente guarite salgono quindi a 12.581 (+259): 3.321 “clinicamente guarite”, divenute cioè asintomatiche dopo aver presentato manifestazioni cliniche associate all’infezione, e 9.260 quelle dichiarate guarite a tutti gli effetti perché risultate negative in due test consecutivi.

Purtroppo, si registrano 28 nuovi decessi: 11 uomini e 17 donne. Complessivamente, in Emilia-Romagna sono arrivati a 3.579. Un decesso precedentemente attribuito a una provincia fuori regione è stato correttamente attribuito a un territorio dell’Emilia-Romagna.

I nuovi decessi riguardano 6 residenti nella provincia di Piacenza, 6 in quella di Parma, 2 in quella di Reggio Emilia, 2 in quella di Modena, 10 in quella di Bologna (nessuno nell’imolese), 1 in quella di Ravenna, 2 in quella di Forlì-Cesena (nessun nuovo decesso nel forlivese). Nessun nuovo decesso nel ferrarese e nel riminese.

Questi i casi di positività sul territorio, che invece si riferiscono non alla provincia di residenza, ma a quella in cui è stata fatta la diagnosi: 4.115 a Piacenza (53 in più rispetto a ieri), 3.177 a Parma (20 in più), 4.713 a Reggio Emilia (53 in più), 3.678 a Modena (21 in più), 4.079 a Bologna (39 in più), 379 le positività registrate a Imola (3 in più), 926 a Ferrara (5 in più). In Romagna sono complessivamente 4.577 (14 in più), di cui 982 a Ravenna (0 in più), 895 a Forlì (4 in più), 691 a Cesena (6 in più), 2.009 a Rimini (4 in più).

La rete ospedaliera: 4.226 i posti letto aggiuntivi destinati ai pazienti Covid-19

Da Piacenza a Rimini, il piano di rafforzamento messo a punto dalla Regione ha portato complessivamente ad oggi a 4.226 posti letto attivati per i pazienti Covid-19: 3.767 ordinari (156 meno di ieri) e 459 di terapia intensiva (stesso numero di ieri). Nel dettaglio: 516 posti letto a Piacenza (di cui 34 di terapia intensiva), 894 Parma (50 di terapia intensiva), 453 a Reggio Emilia (45 di terapia intensiva), 502 a Modena (70 di terapia intensiva), 944 tra Bologna e Imola, e dunque nell’area metropolitana (138 terapia intensiva, di cui 8 a Imola), 322 a Ferrara (38 di terapia intensiva), 595 in Romagna, di cui 84 per terapia intensiva. Nel dettaglio: 178 a Rimini (di cui 39 per la terapia intensiva), 104 a Ravenna (di cui 14 per la terapia intensiva), 97 a Lugo (di cui 10 per la terapia intensiva), 24 a Faenza, al San Pier Damiano Hospital; 89 a Forlì (di cui 10 per la terapia intensiva), 73 a Cesena (di cui 11 per la terapia intensiva) e 30 posti letto a Villa Serena.

L’attività dell’Agenzia per la sicurezza territoriale e la protezione civile

Dispositivi di protezione individuale

Dal Dipartimento nazionale della protezione civile, sono arrivate oggi ai magazzini dell’Agenzia 520.000 mascherine chirurgiche, 80.000 mascherine ffp2, 100.000 mascherine monovelo Montrasio, e altre 20.000 mascherine provenienti da donazioni; il materiale sarà distribuito secondo le necessità del sistema sanitario regionale.

Sul sito del Dipartimento e del Ministero della Salute, sono aggiornati i dati complessivi dei DPI e delle apparecchiature elettromedicali distribuiti dalla Protezione Civile a Regioni e Province autonome, attraverso il sistema informatico ADA (Analisi Distribuzione Aiuti): https://bit.ly/35nBbpd

Su indicazione del Dipartimento, si comunica che Nissan Italia ha messo a disposizione del sistema di protezione civile, in comodato d’uso gratuito, 244 vetture modello Qashqai per il periodo riferito all’emergenza nazionale Covid-19. Per l’Emilia-Romagna, saranno ritirate 9 auto, così destinate: 2 a San Lazzaro di Savena (BO), 2 a Ravenna, 2 a Rimini, 2 a Modena e una a Parma.

Personale sanitario volontario da altre Regioni

Dall’inizio dell’emergenza, sono giunti in Emilia-Romagna quattro contingenti di infermieri (totale 69) e altrettanti di medici (totale 56).

Volontariato

Sono stati 1.131 i volontari di protezione civile dell’Emilia-Romagna impegnati ieri nell’emergenza; dall’inizio delle attivazioni del volontariato, sono 37.324 le giornate complessive accumulate. I coordinamenti provinciali con più volontari impegnati risultano quelli di Piacenza, Parma, Rimini e Reggio Emilia. Le due attività più rilevanti sono il supporto ai Comuni per l’assistenza alla popolazione (su tutto il territorio regionale, coinvolti oltre 750 volontari) e alle Ausl nel trasporto degenti con ambulanze, nel trasporto campioni sanitari e tamponi, nella consegna di farmaci (Cri e Anpas per 311 volontari complessivi).

Volontari di protezione civile sono occupati anche in funzioni di segreteria e supporto logistico presso i Coc dei vari Comuni o presso le sedi dei Coordinamenti provinciali; nel piacentino, i volontari sono coinvolti anche nella distribuzione di mascherine alla popolazione; nel parmense, prosegue la sanificazione dei mezzi di soccorso.

Drive Through e Pre-Triage

Sono 13 le strutture per effettuare i tamponi di verifica a chi è in via di guarigione, approntate con il concorso dell’Agenzia e dei coordinamenti provinciali del volontariato di protezione civile: da tempo sono attive postazioni a Parma (2, l’ultima presso il Campus universitario), Castelnovo ne’ Monti (RE), Guastalla (RE), due a Modena (di cui una davanti al PalaPanini svolge gli screening sierologici sulla popolazione), Bologna e Imola (BO), Cesena (FC), Forlì (FC), Bagno di Romagna (FC), Rimini (RN) e Faenza (RA). Strutture che si aggiungono a tutte le altre presenti sul territorio regionale allestite dalle Aziende sanitarie.

Sono 34 i punti-di pre-triage attivi in E-R (11 davanti alle carceri, 23 per ospedali e cliniche): 3 in provincia di Piacenza (Piacenza città, Fiorenzuola d’Arda e Castel San Giovanni); 3 in provincia di Parma (Parma città, Vaio di Fidenza e Borgotaro); 3 in provincia di Reggio Emilia (Reggio Emilia città, Montecchio e Guastalla); 5 in provincia di Modena (Sassuolo, Vignola, Mirandola, Pavullo e Modena città); 3 nella città metropolitana di Bologna (Sant’Orsola e Maggiore, e a Imola); 2 in provincia di Ferrara (Argenta e Cento); 1 in provincia di Forlì-Cesena (Meldola); 3 in provincia di Rimini (Rimini città, fra cui quella appena montata davanti alla Casa di cura “Villa Maria”); 1 nella Repubblica di San Marino (la postazione davanti all’Ospedale di Stato è composta dal pre-triage per i pazienti in ingresso e dalla nuova tenda per gli screening sierologici alla popolazione).

Donazioni

I versamenti vanno effettuati sul seguente Iban: IT69G0200802435000104428964, causale: Insieme si può Emilia Romagna contro il Coronavirus

Andrà tutto bene se difendiamo i lavoratori

Da: Potere al popolo – Ferrara

Oggi è Primo Maggio. Un anno fa (come due, tre, quattro anni fa) a quest’ora stavamo preparando il materiale per scendere in piazza, per portare all’attenzione di tutti i bisogni di chi, come noi, lavora per vivere e non campa sfruttando il lavoro degli altri.

Oggi non ci saranno manifestazioni, eppure mai come quest’anno ce ne vorrebbero.

La pandemia che ha colpito l’Italia e il mondo intero ha spalancato le porte ad una crisi economica comunque già prevista: i mesi che ci aspettano, dal punto di vista del lavoro, saranno mesi di profonde trasformazioni.

La pandemia ha messo a nudo la fragilità del nostro sistema economico e i danni fatti da decenni di neoliberismo senza contro bilanciamenti: un welfare distrutto, una galassia di piccole e medie imprese decotte, che sopravvivono da anni grazie a ipersfruttamento, evasione, elusione, sgravi e iniezioni di denaro pubblico, ma che di fronte alla crisi mostrano tragicamente la loro incapacità di sopravvivenza, uno Stato totalmente assente nella risposta ai bisogni di decine di milioni di persone.

Queste sono le cifre che bisogna considerare per tastare il polso del paese: ai 5 milioni di poveri già accertati si aggiungono tutti quelli che la crisi ha lasciato in mezzo a una strada, e quelli che saranno sbattuti fuori nel momento in cui le imprese potranno di nuovo licenziare. Oltre dieci milioni di persone, con le loro famiglie, si trovano senza un mezzo per tirare avanti, e il Governo per tutta risposta rivoluziona i calendari e fa uscire il famoso decreto Aprile…a Maggio.

Coloro che invece riusciranno a mantenere il posto di lavoro non avranno vita facile: Confindustria in questi due mesi ha mostrato in modo ancora più chiaro del solito quanta importanza dà alla vita, alla salute, ai diritti di lavoratrici e lavoratori: zero.

Da un lato hanno fatto pressioni per tenere aperto il maggior numero di fabbriche possibile, dall’altro hanno strappato un protocollo sulla sicurezza che di sicuro ha solo il nome; ancora, stanno studiando tutte le trasformazioni del rapporto di lavoro imposte dall’emergenza – come il telelavoro, il cosiddetto smart working – per metterle a sistema nelle fasi che seguiranno, ovviamente a discapito dei diritti e della salute di chi lavora.

Promettono esplicitamente tagli ai salari e guai a scioperare o a manifestare pubblicamente il proprio dissenso: le misure di contenimento del contagio saranno certamente brandite come un’arma contro i diritti dei lavoratori, come già sta avvenendo in USA, in Europa e anche qui da noi.

Insomma, questo primo maggio ci presenta simbolicamente i compiti che dovremo affrontare nel prossimo futuro:

  • esigere una risposta al problema della povertà, con l’introduzione di un reddito d’emergenza vero, adeguato per quantità e per platea, che garantisca finché è necessario a milioni di famiglie il modo di tirare avanti
  • esigere che i ricchi del paese paghino il conto degli abusi, degli sperperi e delle ruberie commesse in questi anni. È il momento di andarsi a riprendere quello che hanno accumulato sfruttando il lavoro degli altri per redistribuire un po’ della – tanta – ricchezza privata presente nel paese

La crisi ha manifestato da un lato la forza potenziale delle lavoratrici e dei lavoratori organizzati, dall’altro le tragiche conseguenze della mancanza di punti di riferimento in troppe realtà, in troppi settori.

I diritti, la salute, la sicurezza, la vita di chi lavora sono responsabilità di tutti, e tutti insieme dobbiamo farcene carico.
Così come dobbiamo farci carico di pensare e praticare la transizione ecologica del mondo della produzione e del consumo.

Per questo oggi siamo andati davanti la sede della Confindustria di Ferrara per ribadire che viene prima la salute delle lavoratrici e dei lavoratori e poi i profitti!

1 maggio 2020 e la canzone del lavoro perduto…

Da: Stefania Soriani, segretaria provinciale del Partito della Rifondazione Comunista di Ferrara
Stefano Randelli, segretario provinciale del Partito Comunista Italiano di Ferrara
Kiwan Kiwan, Sinistra per Ferrara

In questa epoca di pandemia la festa del Primo Maggio mette in primo piano l’importanza del lavoro, pertanto l’augurio a tutte le lavoratrici e ai lavoratori è quello di tornare al più presto a migliori condizioni, superando una crisi che colpisce le fasce più deboli.

L’articolo 4 della Costituzione sancisce che: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della scelta.”

E oggi è più che mai fondamentale la sicurezza nel luogo di lavoro, sia per quanto riguarda la sanità a livello generale, sia riferito alla sicurezza del reddito ed alla salvaguardia della vita delle persone che non debbono essere subalterni al profitto e ai dettami di Confindustria.

La sicurezza del reddito deve essere garantita dagli ammortizzatori sociali che devono permettere ai lavoratori e alle lavoratrici la dignità del sostentamento delle loro famiglie.

In un’auspicabile e futuribile uscita dalla crisi, si dovranno sconfiggere le politiche di attacco ai diritti dei lavoratori; diritti che sono stati oggetto di smantellamento negli ultimi anni e lavorare per potenziare, lo Statuto dei lavoratori o meglio le “Norme sulla tutela e dignità dei lavoratori, della liberà sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”, Statuto che tra pochi giorni compirà 50 anni.

Purtroppo coloro che dovrebbero essere i protagonisti, i lavoratori, sono resi invisibili nei mass media con limitato diritto alla parola. Si parla di caduta della produzione, calo del fatturato, mancanza di liquidità delle aziende e molto altro, ma non si accenna alla drammatica situazione di queste donne e di questi uomini sull’orlo della disperazione. Non tutti potranno accedere agli ammortizzatori sociali, ma gli altri, i lavoratori autonomi avranno forse un bonus di 600 euro e alle restanti categorie atipiche non resterà nulla; “andrà tutto bene solo per chi se lo potrà permettere”. A tale proposito non bisogna dimenticare le categorie del lavoro “grigio” e “nero” che potranno al massimo accedere a qualche buono spesa; un’eventualità non prevista dalla giunta leghista della nostra città, che ha istituito criteri discriminatori d’accesso sulla base della nazionalità, da poco dichiarati illegittimi dal tribunale locale.

Si segnala inoltre nella vicina Sassuolo (MO), comune guidato anche in questo caso da una giunta leghista, l’istituzione del reato di compassione, che prevede una multa per chi fa l’elemosina. Questo anche per ribadire l’estremo divario tra idee comuniste e leghiste; nonostante le assai discutibili affermazioni di un politico locale ferrarese. Il Comunismo ribadisce da sempre il rispetto e la difesa delle persone tutte, a partire dai più deboli agli oppressi: bambini, donne, disabili, anziani, immigrati e richiedenti asilo. Ad esempio in questo periodo caratterizzato dalla chiusura delle scuole non è stato previsto un vero e proprio piano per i bambini, la cui cura viene ancora una volta demandata alle donne.

Ritornando sul significato di questa festa concludiamo con K. Marx e F. Engels che non solo introducevano lo slogan “lavoratori di tutto il mondo unitevi”, ma anche con il seguente concetto, assolutamente attuale: “Il proletariato è la classe degli operai moderni, che vivono solo fintantoché trovano lavoro, e che trovano lavoro solo fintantoché il loro lavoro aumenta il capitale. Questi operai, che sono costretti a vendersi al minuto, sono una merce come ogni altro articolo commerciale, e sono quindi esposti, come le altre merci, a tutte le alterne vicende della concorrenza, a tutte le oscillazioni del mercato. Mentre si impoveriscono i poveri e la classe media, per effetto delle crescenti diseguaglianze assistiamo al ritorno della lotta di classe, la coscienza della stessa, che crea un conflitto aperto tra oppressori e oppressi.”

Appare quindi irrinunciabile ragionare su come garantire una produzione, in condizioni di salvaguardia della salute, una progettazione del sistema economico fondato sui bisogni delle persone, invece che del profitto, tramite la gestione comunitaria della produzione, della generazione e della distribuzione delle risorse.

Infine, durante questo periodo d’emergenza sanitaria noi chiediamo un’estensione universale del reddito di quarantena per tutte e tutti e politiche pubbliche per lo sviluppo, utilizzando questa fase del lavoro per una riconversione ambientale e sociale dell’economia.

Il mio cortile

Il mio cortile è molto grande, preceduto da un portico, affiancato dall’orto, chiuso da una muraglia su tutti i lati. E’ una specie di grande stanza all’aperto che assicura la lontananza da sguardi indiscreti, da intromissioni non necessarie, garantisce tanto silenzio. Sotto il portico sono posizionati un divano di vimini e tre poltrone, la voliera con gli inseparabili, uccellini graziosi, colorati e canterini. Sono cinque: la coppia di genitori e tre figli nati in due nidiate diverse. Avrebbero dovuto essere quattro, ma purtroppo uno è morto neonato, soffocato dai suoi fratelli. La natura è feroce e crudele, si sa. Il cancello che dà sulla strada è di ferro verniciato di verde. L’aveva voluto così mio nonno e così è rimasto. Il cortile è un po’ in pendenza, rasenta le mura della città medioevale che non sono lineari e presentano un dislivello importante. La strada che passa davanti al cancello è in discesa. Una discesa bella ripida, in bici si può scendere a velocità folle e divertirsi da matti, rischiando la pelle. Da matti, appunto.

In questi tempi di epidemia, il cortile è una grande risorsa, ti permette di stare all’aria aperta senza uscire di casa. Se mai qualche proprietario di cortile non avesse avuto chiara la sua fortuna, i tempi odierni gliel’hanno svelato in tutta la sua verità. Enrico, mio nipote, pedala con la sua bicicletta rossa verso il sole e non sa che è un bambino fortunato, lo percepisce a livello fisico, non razionalmente. A volte salta dalla bici al monopattino, un altro dei suoi mezzi da cortile e, altre volte ancora quando pensa che nessuno lo veda, si rotola per terra come un maialino. Corre felice nel cortile, verso il tempo della sua vita, verso un mondo di fiabe che solo lui conosce, verso la sua infanzia inviolata. Nel cortile non entra la peste. La malattia è chiusa fuori con tutto il suo fardello di morte. La peste non perfora il cortile, non lo attraversa con il suo odore putrido, con il suo mantello nero e viola.  Enrico è piccolo, moro, con le gambe lunghe e un sorriso aperto. Parla e scrive, nonostante abbia quattro anni. Ama correre e saltare, vuole fare ginnastica con sua sorella. Come afferma Jean Piaget: “L’educazione dovrebbe avere come obiettivo la formazione di adulti creativi, pieni di idee e per niente conformisti”. Direi che con Enrico, siamo sulla buona strada.

Spesso mi chiedo come molti genitori educhino i lori figli. A volte non fermano delle abitudine malsane (guardare per ore tv, tablet e pc, usare continuamente il telefono, mandare messaggi all’universo, …), altre volte sgridano i figli  perché non obbediscono al loro volere, qualunque questo sia. Spesso la disobbedienza che tradisce la volontà dell’adulto sfocia in punizioni legittimate da un generico: “lo faccio per il tuo bene”. Bene di chi? Dell’adulto che sfoga la sua rabbia o del bambino che imparerà che le punizioni, a volte anche le sberle, hanno una loro legittimità? Trovo questa questione dell’obbedienza davvero pericolosa. L’obbedienza a tutti i costi che non dipende dalla ragionevolezza della richiesta, ma dalla imposizione della volontà di un adulto su un bambino, è vicino a qualcosa che io chiamo prevaricazione. Non credo che un bambino debba fare quel che vuole l’adulto perché è quest’ultimo a chiederglielo, ma perché quello che vuole l’adulto è una richiesta ragionevole. E’ il bambino che la deve considerare tale. Questo dovrebbe essere il senso dell’educazione quotidiana che si perpetra ogni giorno nei nostri cortili, tra le mura delle nostre case. Spesso i genito non interrompono comportamenti ‘negativi’ dei figli, perchè non li vivono come forme acute di disobbedienza. E’ questo il vero nocciolo della questione, ciò che ciascuno di noi ingloba nella categoria ‘disobbedienza’, nel suo senso, nelle sue conseguenze. Tenendo conto che come tutte le categorie, è anche questa appresa (‘disobbedire’ dipende spesso da comportamenti imitativi di quelle che sono le figure di riferimento), gli adulti hanno una grande responsabilità. Tralasciano spesso di intervenire in situazione dannose per il semplice motivo che non dipendono dal seguente postulato: “io ti dico cosa fare e tu fai quello che io decido, perché la decisione è presa per il tuo bene”. Credo sia ora di abbassare la presunzione di possedere la verità e di poterla imporre. Per dirla alla Jean Piaget: “ L’educazione dovrebbe avere come obiettivo principale la formazione di donne e uomini capaci di inventare cose nuove, che non finiscano per ripetere semplicemente ciò che le generazioni precedenti hanno fatto. Donne e uomini creativi, inventivi e amanti delle scoperte, che abbiano uno spiccato senso critico, che verifichino senza prendere per buono tutto quello che viene detto loro”. E per dirla alla Don Milani: “L’obbedienza non è una virtù”. Condivido questo pensiero, lo sposo in pieno.

Enrico è un bambino curioso, sempre molto attento. Coltiva l’orto con la nonna, mia madre. Piantano insieme i piselli e ridono del loro lavoro. Cucinano anche in coppia, puliscono la verdura, preparano la cena. A volte fanno merenda con i succhi di frutta alla pera e cantano le canzoni di Natale, anche quando è quasi Pasqua. Nel cortile, in questi giorni, Enrico vive tutte le sue giornate. Non può andare altrove, non ci prova nemmeno più. Racconta alle sue macchinine che la gita dell’asilo quest’anno non si farà, che al parco giochi non si può andare perché là c’è un virus che fa ammalare le persone. E allora è meglio il cortile con tutte le sue risorse. Enrico corre con la sua bicicletta rossa verso il tramonto. Scompare quasi nel rosso e sembra un pomodoro maturo. Lo guardo allontanarsi e vedo i suoi folti capelli e il collo rosa. Quel cucciolo d’uomo sembra da lontano una piccola pantera. E’ veloce, scattante, flessuoso, attento. Lo guardo pedalare e penso che anche per lui un futuro ci sarà. Forse lui diventerà un adulto diverso. Dovrà essere forte e determinato, dovrà lavorare per gli altri,  per la sua città e per tutti gli uomini della terra. Lui non sa cos’ha sulle spalle, un mondo intero che grava anche su di lui. Quel bambino è il cuore del mondo, è la sete che si sazierà, è il freddo che troverà il fuoco, è la nostra speranza per il futuro che verrà. Nel nostro cortile c’è un po’ del futuro di tutti.  E’ quel bambino che gioca tutto il giorno, corre felice, si rotola, canta. E’ quel bambino che ruba le fragole dall’orto e sorride a tutti, come se in ciascuno di noi ci fosse almeno qualcosa di bello che vale la pena di essere scoperto e ricordato. In quel bambino vedo tutti i bambini del mondo con i loro occhi limpidi, perché più vicini di noi alla verità. In questo periodo il cortile è una grande risorsa, permette di preservare i bambini dal pericolo del male e di concedere loro un angolo sicuro dove giocare. Vorrei poter regalare a tutti i bambini un cortile. Questo fazzoletto di terra recintato è un grande antidoto all’invecchiamento precoce, è un libro vivo dal quale si possono imparare molto cose. Nel cortile ci sono i lacci per legare alla vita ciò che è e  ciò che sarà, il tempo e il vento, il sorriso e le fragole. Sono contenta per Enrico, per com’è e per come diventerà. Poi resta il caso nefasto e la malattia mortale, ma questo nel cortile non ci sta.

Rancan (Lega E-R): “Solidarietà al sindaco Fabbri: orgogliosi di lui, la sua posizione e’ di buon senso e non condividiamo la sentenza”

Da: Ufficio Stampa Lega

“Mentre esprimiamo solidarietà al sindaco di Ferrara, Alan Fabbri, non possiamo esimerci dal non condividere la sentenza del tribunale che ha bocciato la delibera che prevedeva buoni pasto agli italiani e agli stranieri regolari. Siamo orgogliosi di Alan Fabbri, che stimiamo come uomo e come amministratore. La sua è una posizione di buon senso ed è incredibile che un tribunale dichiari illegittimo aiutare gli italiani”. Così il capogruppo della Lega in Regione E-R, Matteo Rancan, a nome di tutti i consiglieri leghisti, sulla pronuncia del tribunale di Ferrara, che ha accolto il ricorso presentato da alcune associazioni e sindacati.

La Lega Giovani al fianco di discoteche e lavoratori

Da: Ufficio Stampa

Il coordinatore provinciale della Lega Giovani Ferrara, Luca Cardi, nell’ambito di una iniziativa che ha visto coinvolti i vertici del movimento giovanile leghista in tutta Italia, ha preso contatti con alcuni proprietari di locali notturni frequentati dai giovani del ferrarese, per ascoltare le difficoltà e preoccupazioni di una categoria abbandonata totalmente dal governo.
“Difficoltà e preoccupazioni che sono arrivate alla Camera dei Deputati, dove il nostro coordinatore federale, l’On. Luca Toccalini, sta portando avanti le istanze di questi imprenditori e lavoratori, oltre quattrocentomila in Italia considerando l’indotto. I proprietari e i gestori di questi locali danno un’occupazione a tanti lavoratori, che sono in gran parte giovani e che molte volte lavorano per aiutare i genitori a sostenere i costi degli studi universitari. Penso, solo per citarne alcuni, al personale addetto alla somministrazione di bevande, al personale di sicurezza, ai deejay, alle hostess/ragazze immagine ma anche ai tecnici dei vari service audio, luci o al personale addetto alle pulizie.” – spiega Cardi.
“Tra le proposte individuate con imprenditori e associazioni di categoria” – elenca l’On. Toccalini – “troviamo il ripristino dei voucher cartacei per il lavoro occasionale, garanzie sulla proroga della Cassa integrazione in deroga, pace fiscale, estensione del credito di imposta previsto dall’articolo 56 del decreto Cura Italia, anche in relazione agli immobili accatastati come categorie D3 e D8 e la sospensione delle utenze (luce, gas, occupazione suolo pubblico, con possibilità di rateizzarle sul lungo periodo).”
“Servono risposte immediate per la sopravvivenza dei locali, per il mantenimento dei posti di lavoro e per una ripartenza in sicurezza.” – concludono poi Toccalini e Cardi.

Nuova ordinanza del presidente Bonaccini: dal 4 maggio, obbligo mascherine e sì agli spostamenti

Da: Organizzatori

Restano le norme di distanziamento sociale. Gli spostamenti per la spesa e attività motoria e sportiva in ambito provinciale, regionale per visitare i congiunti. Obbligatorio l’uso della mascherina nei locali aperti al pubblico e all’aperto qualora non sia garantito il rispetto del metro di distanza. Le spiagge restano chiuse. Restano sospese le visite agli ospiti delle strutture sociosanitarie residenziali per persone non autosufficienti

Mascherine obbligatorie in Emilia-Romagna nei locali aperti al pubblico e nei luoghi all’aperto, laddove non sia possibile mantenere il distanziamento di un metro. Possibilità di raggiungere le seconde case per le attività di manutenzione, ma anche di praticare l’allenamento e l’attività motoria e sportiva all’aperto, solo in forma individuale. Riapertura di parchi e giardini (ma non le spiagge), biblioteche (per la sola attività di prestito, non di consultazione) e cimiteri.

E’ quanto prevede – a partire da lunedì 4 maggio – la nuova ordinanza firmata oggi dal presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, le cui disposizioni si applicano a tutto il territorio regionale, compresa la provincia di Piacenza, che in base al provvedimento viene riallineata al resto del territorio regionale.

L’atto definisce anche le modalità di organizzazione del trasporto pubblico locale, per far fronte alla riapertura di parte delle attività produttive, garantendo sempre la sicurezza sanitaria.

Restano le norme sul distanziamento sociale, così come gli spostamenti per lavoro, salute e assoluta e comprovata urgenza definiti nel Decreto governativo. Fare la spesa sarà consentito in ambito provinciale e la visita ai “congiunti”, così come definiti sempre nel provvedimento governativo, in quello regionale. A questo riguardo, viene specificato che il territorio della Repubblica di San Marino va considerato per gli spostamenti in ambito provinciale, territorio della provincia di Rimini, e per quelli in ambito regionale, territorio della regione Emilia-Romagna.

Restano sospese le visite agli ospiti delle strutture sociosanitarie residenziali per persone non autosufficienti
Seconde case, camper, roulotte
Da lunedì 4 maggio sarà dunque possibile raggiungere seconde case, camper e roulotte di proprietà per compiere le necessarie attività di manutenzione. Un’opportunità che si affianca a quella già concessa per imbarcazioni e velivoli di proprietà. Anche in questo caso ci si potrà spostare solo nell’ambito della stessa provincia, individualmente e rientrando in giornata alla propria abituale abitazione.

E’ concesso – sempre in ambito provinciale – anche l’accesso ai locali di qualsiasi attività sospesa, per lo svolgimento di lavori di vigilanza, manutenzione, pulizia e sanificazione nonché per ricevere in magazzino beni e forniture

Riaprono parchi e giardini pubblici, sì all’attività fisica e all’allevamento e addestramento di animali
Riaprono i parchi e i giardini pubblici, ma i sindaci potranno disporre la temporanea chiusura di aree in cui non sia possibile garantire il rispetto del divieto di assembramento o delle distanze di sicurezza di un metro.

Viene invece confermato il divieto di accesso a spiagge e arenili, sia in concessione che liberi, compresa la battigia.

È consentita l’attività motoria e sportiva all’aperto come ciclismo, corsa, equitazione, pesca sportiva e caccia di selezione. Anche in questo caso, però, solo in ambito provinciale, in forma individuale e nel rispetto della distanza di sicurezza di due metri per l’attività sportiva e di almeno un metro negli altri casi.

Via libera anche all’allenamento in forma individuale di atleti professionisti e non professionisti riconosciuti di interesse nazionale dal Comitato olimpico nazionale italiano, dal Comitato Italiano Paralimpico e dalle rispettive Federazioni, nel rispetto delle norme di distanziamento sociale e senza alcun assembramento in strutture a porte chiuse, anche per gli atleti di discipline sportive non individuali.
Sono consentiti l’allevamento o l’addestramento di animali assicurando il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di un metro.

Cimiteri
Anche i cimiteri potranno riaprire e saranno le amministrazioni comunali a dettare orari e modalità di accesso.

Biblioteche
Per la sola attività di prestito (non dunque di consultazione), l’ordinanza consente la riapertura delle biblioteche. Consegna e restituzione dei volumi dovranno essere organizzate in modo da evitare qualsiasi rischio di contagio.

Trasporto pubblico
Dal 4 maggio, i servizi di trasporto pubblico – su ferro e gomma – dovranno tenere conto della accresciuta domanda di mobilità, legata alla riapertura di parte delle attività produttive. In particolare, l’offerta del servizio ferroviario regionale dovrà essere aumentata del 50% rispetto a quella attuata fino al 3 maggio, attestandosi su un valore del 60% rispetto ai servizi effettuati nel periodo pre-emergenza.

La rimodulazione graduale dell’offerta dei servizi ferroviari e su gomma verrà costantemente monitorata per garantire adeguati livelli di servizio.
Allo stesso tempo, le società di trasporto dovranno predisporre adeguate misure per la sicurezza sanitaria, a partire dalla sanificazione e igienizzazione dei locali e dei mezzi di trasporto – almeno una volta al giorno – informando gli utenti sui corretti comportamenti da tenere. Più in generale: dovranno essere adottate misure organizzative per garantire il rispetto del distanziamento interpersonale e ogni possibile forma di contatto nella salita e discesa dal mezzo di trasporto, negli spostamenti all’interno delle stazioni, delle autostazioni, nelle aree destinate alla sosta dei passeggeri e durante l’attesa.
Sugli autobus sarà sospesa l’attività di bigliettazione a bordo da parte degli autisti e incentivata la vendita di biglietti con sistemi telematici e self-service; i passeggeri potranno salire e scendere sia dalla porta centrale che da quella posteriore, evitando il contatto tra chi sale e chi scende e saranno adottati accorgimenti per la separazione della postazione di guida.

Le Donne in via Bardella

Da: Marcella Mascellani

Una sera Ivana mi ha detto – “Celly tu che scrivi…..scrivi di noi” – e io – “Come di voi?”- e lei di nuovo – “Si, qualcosa di noi, per quando non ci saremo più, sulla vita che abbiamo fatto.
Voglio che rimanga memoria”-.
Ho cercato, così, di ricordare.
Con la mente sono dovuta tornare agli anni ‘70.
Via Bardella è la penultima via sulla sinistra di Via Vallelunga venendo da Pontelagoscuro (Ferrara) e mette in comunicazione, appunto, i Paesi di Pontelagoscuro e Casaglia.
Fino a pochi anni fa lo dovevi spiegare da dove venivi perché pochi sapevano dove fosse Via Vallelunga.
Si chiamano Ivana, Lina, Elena, Luciana, Silvana, Lella, Carla.
Questi non sono o, per alcune di loro che non ci sono più, non erano i loro veri nomi.
Non ho mai saputo quale fosse il loro cognome. Per alcune l’ho visto comparire sull’epigrafe di annuncio della fine della loro esistenza.
Il loro nome veniva associato al cognome del marito, al Paese di provenienza o ad un aggettivo che la distinguesse l’una dall’altra quando avevano lo stesso nome.
Se una aveva la carnagione scura, al suo nome veniva affiancato l’aggettivo “mora”, se era di un’altra città si aggiungeva, invece, “la furesta”, e, se non aveva alcun segno particolare, si associava il cognome del marito.
Ho un nitido ricordo di loro nelle giornate estive.
Il tardo pomeriggio tornavano dalla campagna in motorino, provate da un sole che le piegava, con gli stivali, le camicie dei mariti, le ginocchia macchiate dalla terra, il fazzoletto in testa e sopra il cappello per ripararsi dalla canicola estiva.
Era finito il loro impegno lavorativo, ma c’era il resto: i figli da accudire, il marito da servire, i suoceri e i genitori da assecondare.
Anni più tardi il Dipartimento di Storia Culturale – Università di Bologna – si occuperà delle donne di quegli anni definendo il loro operato “il lavoro di cura, gravoso e scontato”.
Nessun lamento, nessun cedimento. Quando la vita diventava pesante andavano dal neurologo. Il problema era fisico, non psicologico…una pastiglia prima di dormire e via al giorno dopo, senza tregua.
Quando terminava il periodo del raccolto in campagna c’era “la mola”. Si poteva accedere alle terre oramai lasciate al raccolto libero.
Io ero felice quando riuscivo a seguirle per raccogliere le fragole.
Tra loro c’era anche chi non lavorava fuori casa: padrona del proprio tempo, aveva comunque una giornata che iniziava molto presto. La casa da rassettare, il cibo da preparare e nessun aiuto perché era un privilegio non dover lavorare fuori casa. Si doveva dimostrare il doppio nel contribuire all’economia famigliare.
Nelle sere d’estate tutte a far “filò”; un ghiacciolo o una fetta di cocomero per svago. Quando poteva, Guido, marito di Elena, ci rallegrava la serata suonando la chitarra e cantando per noi tutti.
Attardandosi nell’ andare a dormire, cercavano di godere il più possibile della frescura serale per poi affrontare la calura della notte. Era un gran privilegio possedere un ventilatore.
La domenica pomeriggio l’uscita conviviale del collettivo in prevalenza al femminile era anticipata: la Norma preparava un dolce al cucchiaio e l’Elena sorreggeva un gran vassoio argenteo con appoggiata sopra la moka grande del caffè e il servizio buono di porcellana con relativa zuccheriera in peltro.
A volte, a qualcuna di loro, veniva l’idea di santificare la giornata “friggendo i pinzini”.
In questo modo si poteva distinguere la giornata di “festa”.
Ognuna si sedeva, con la propria sedia, in cerchio, al proprio posto, occupando una parte laterale della via. Se ci si spostava, perché magari doveva passare un’auto o si aggiungeva qualcuno, si manteneva lo stesso ordine dei posti.
Durante l’inverno erano impegnate, tutte in casa propria, nel lavoro nero. Si, era una vera e propria gara, ma se qualcuna di loro era in difficoltà nel portare a termine la “partita assegnata”, (mi ricordo le spine elettriche e i bambolini) le altre correvano subito in aiuto.
Nessuna pietà per chi si sottraeva al proprio dovere, nessuna scusa. Un impegno morale le accumunava.
Le “Bardelare”, così venivano chiamate le donne di Via Bardella,
sono tutte le donne di quel tempo nel quale non era facile essere donne.
Non c’erano promesse nel loro futuro, solo certezze rispetto a quella che sarebbe stata la sequenza della loro vita.
Donne che non potremo mai dimenticare e delle quali ho sentito la necessità di tradurre i ricordi in parole, il mio modo di ringraziarle per aver contribuito, senza saperlo, a fare la nostra storia.

Al cantón fraréś
Bruno Zannoni: I canaròl dal Délta

Una poesia sul canaròl, che assieme al brazànt, al pascadór e al scariulànt abitavano il Delta del Po. Negli endecasillabi dell’autore sono efficaci le immagini del lavoro come sopravvivenza: la fatica (i fas bumbà ch’i péśa cóm al piómb), la miseria (… chi caśón tirà su con tri pal e uη muć ad cana), l’ambiente ostile (pùntagh, saηguétul, bis, vèsp e ziηzàll,), la fame (par amìga la fam, e da magnàr aη gh’jéra gnént).
Avviso ai lettori:
Al cantóη fraréś , l’appuntamento con il dialetto e i suoi autori vi terrà compagnia tutti i venerdì. Non perdetevelo. 
(Il curatore della rubrica: Ciarìn)

 I canaròl dal Délta

I źóvan j’a-n al sà quànta fadìga
l’à fat, chi źó int la bàsa, tanta źént
quand che la gh’éva, sóla, par amìga
la fam, e da magnàr aη gh’jéra gnént.
Bén, tra sta źént a gh’jéra i canaròl
coi pié intrigà int la màlta dal bunèl
par tut ‘n iηvéran (ill n’è mina fòl!)
a cójar cana ch’taja cmé uη curtèl,
la faza e ill man e tut chi miśar straz
ch’i s’è infasà ch’i par di buratìn;
e indóv an taja ill cann, al róśga al giaz
cla càran d’póvar stiàη séηza destìn.

Iη cla spianàda d’cann a gh’è l’iηféraη:
pùntagh, saηguétul, bis, vèsp e ziηzàll,
mó lór j ‘à da tajàr, pr’un témp etéran;
e quànd s’avśìna al scur sóra la val
j’a-s càrga sóra ill spall i fas bumbà
ch’i péśa cóm al piómb, ch’j’agh stróηca j’òs
che’ gnàηca ill cann ill par avér pietà
d’st’j’óman e dònn con źa la mòrt adòs.

A s’è fat óra ormài d’andàr in tana:
l’è quést al nóm più giùst par chi caśón
tirà su con tri pal e uη muć ad cana
indóv j’a-s cùcia d’nòt sóra i pajóη
che quànd sul délta a sùpia fòrt la buóra
i fnìs a mój, senz’usta, d’na marèa
ch’a par ch’l’a-s gòda a far pagàr ηcóra
àltar suplìzî a źént sémpr’in trincéa.
E al vént ch’l’intìzia iηcóntr’a lór al mar
al squàsa chi caśón e al spiηź al fum
źó dal camìn e, acsì, tant par scarzàr,
al śmòrza dal carbùro l’ùltim lùm.
Sóra na fiàma stràca ch’la trabàla,
una scudèla coi faśó par zéna;
l’è cvérta d’mufa la pulénta zala,
l’aqua dal Po da bévar, l’è na péna.

Chi dì ch’a pióv o quànd dal mar l’arìva
una fumàna ch’par una muràia,
an s’véd, là sul bunèl, n’ànima viva
ch’j aspèta, i canaròl, sóra la paia
sperànd ch’al témp a s’tira su a la svélta,
e coη peηsiér ch’j’a-s màśara int al mój,
acsì cóm ill marzìs ill cann dal délta
a i dì d’iηquó, che più nisùn a cój.
di Bruno Zannoni

Traduzione dell’autore
I cannaiuoli del Delta (del Po)
I giovani non sanno quanta fatica / ha fatto, qui giù nella bassa [1], tanta gente / quando aveva, sola, per amica / la fame, e da mangiare non c’era niente. / Ebbene, fra questa gente c’erano i cannaiuoli[2] / coi piedi affondati nel fango del bonello[3] / per tutto un inverno (non sono mica storie!) / a raccogliere canna tagliente come un coltello, / il viso e le mani e tutti quei miseri stracci / con cui si sono fasciati, che sembrano fantocci[4]; / e ove non feriscono le canne, ròsica il ghiaccio / quella carne di povera gente senza destino. /

In quella spianata di canne c’è l’inferno: / topi, sanguisughe, rettili, vespe e zanzare, / ma loro devono tagliare, per un tempo eterno; / e quando si approssima il buio sopra la valle / si caricano sulle spalle i fasci inzuppati / che pesano come il piombo, da stroncargli le ossa / poiché nemmeno le canne sembrano avere pietà / di questi uomini e donne con già la morte addosso. /

Si è fatta l’ora ormai di andare nella tana: / è questo il termine più giusto per quei casoni[5] / tirati su con tre pali e un mucchio di canna, / dove si accucciano di notte sopra i pagliericci / che quando sul delta soffia forte la bora / finiscono a mollo, senza rispetto, di una marea / che sembra si diverta a far pagare ancora / altri supplizi a gente sempre in trincea. / E il vento che aizza contro di loro il mare / sconvolge quei casoni e spinge il fumo / giù dal camino e, così, tanto per scherzare, / spegne l’ultimo lume del carburo. / Sopra una fiamma stanca che traballa, / una scodella con i fagioli per cena; / è ricoperta di muffa la polente gialla, / l’acqua del Po da bere, è una pena. /

Nei giorni in cui piove o quando dal mare arriva / una nebbia che sembra un muro, / non si vede, là sul bonello, un’anima viva / poiché aspettano, i cannaiuoli, sopra la paglia / sperando che il tempo si rimetta al più presto, / e con i pensieri che si macerano nell’umido, / così come marciscono le canne del delta / ai giorni nostri, poichè nessuno più le raccoglie.

[1] La zona del territorio della provincia di Ferrara che si trova a ridosso del delta del fiume Po.
[2] Così venivano chiamati, nei primi anni del 1900, i raccoglitori di canne palustri delle quali, nelle plaghe del delta del fiume Po, si faceva incetta, per quattro soldi, per la fabbricazione di scope e di graticci.
[3] Bonello (terreno buono): piccola porzione di terreno emergente in una valle.
[4] I cannaiuoli cercavano di proteggersi dalle canne taglienti, fasciandosi volto e mani con miseri stracci.
[5] Abitazioni improvvisate, costruite con pali e canne palustri, ove si ricoveravano i cannaiuoli per rifocillarsi e riposare.

Poesia premiata al Concorso Nazionale di poesie dialettali “Vittorio Monaco” di Pescara del 2016.

Bruno Zannoni (Bagnacavallo 1940)
Ha lavorato per decenni al petrolchimico di Ferrara, impegnandosi nel Sindacato Chimici Confederali. Oggi svolge attività volontaria per il Centro studi e ricerche socio-economiche CDS. Nato in Romagna, vive da decenni a Ferrara. Scrive in entrambi i dialetti, con ampie soddisfazioni nei concorsi nazionali. Ha recentemente pubblicato: I miei dialetti. Rime in romagnolo e in ferrarese (con traduzione a fronte), Napoli, Kairòs Edizioni, 2018.

Cover: Foto di scena tratta dallo sceneggiato televisivo Il mulino del Po di Sandro Bolchi, 1963

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