Giorno: 5 Settembre 2020

Microfestival delle storie 2020
Chiara Gamberale apre la rassegna

Un’anteprima con la Notte bianca delle biblioteche l’11 settembre, e a seguire una programmazione fatta di autori, artisti, incontri, proiezioni e laboratori. Il Microfestival delle storie 2020, promosso dal Comune di Polesella e dall’associazione Teradamar, presenta quest’anno una formula ‘diffusa’ nei mesi a partire da settembre: venerdì 11, quindi, un’anteprima, alle 21 nel parco dell’ex asilo Selmi, per la Notte bianca delle biblioteche con lo spettacolo Bacco e Venere.
Il primo evento in calendario del Microfestival sarà la diretta streaming con la scrittrice Chiara Gamberale venerdì 18 settembre alle 21 dalla sala Agostiniani per la presentazione del libro Come il mare in un bicchiere (Feltrinelli, 2020). Sarà possibile seguire la diretta Facebook dalla pagina del Microfestival e del quotidiano Ferraraitalia (media partner degli eventi), ma anche accomodarsi in sala Agostiniani dove, su maxischermo, sarà proiettata l’intervista alla scrittrice con cui dialogherà Riccarda Dalbuoni.
Il Microfestival prosegue nelle settimane e nei mesi con altre presentazioni di libri (Astrid Scaffo con Io so chi sei il 26 settembre alle 18 alla caffetteria Non solo caffè, Giulia Perona e Giulia Cuter con Le ragazze stanno bene il 3 ottobre alle 17.30 in sala Agostiniani, Lorenzo Mazzoni in streaming il 23 ottobre alle 21 con Nero ferrarese, a novembre sarà ospite Alberto Schiavone con Dolcissima abitudine), ma anche laboratori per bambini di street art e yarn bombing (26 settembre e 3 ottobre) a cura di Laura Demetri, proiezioni (24 ottobre alle 21 in sala Agostiniani Visages Villages di Agnes Varda) e percorsi alla scoperta del territorio sotto il profilo artistico e naturalistico (4 ottobre passeggiata guidata nel centro storico di Polesella a cura dell’associazione Polesella Cultura e Territorio).
“Voglio ringraziare le organizzatrici del Microfestival delle storie per saper proporre a Polesella la cultura in tutti i suoi aspetti, abbinando gli incontri con l’autore alla promozione del territorio. La cosa più bella è l’entusiasmo di chi, organizzando un’attività, arricchisce il paese. Sono certo che anche quest’anno il Microfestival delle storie avrà modo di catalizzare molte attenzioni.” – ha detto il sindaco Leonardo Raito.
Gli eventi si svolgeranno nel rispetto del distanziamento sociale e delle misure di sicurezza, tutte le iniziative del Microfestival saranno con prenotazione obbligatoria entro le 14 della giornata di svolgimento (per i laboratori entro le 18 del giorno precedente). Il pubblico è pregato di arrivare circa venti minuti prima dell’inizio di ogni attività per la misurazione della temperatura e la compilazione dell’autocertificazione. È, inoltre, obbligatorio l’uso della mascherina in tutte le iniziative che avverranno nei luoghi chiusi.

Per informazioni generali e prenotazioni: microfestivaldellestorie@gmail.com, telefono 327.5732805, messenger: microfestival delle storie.
Programma completo su www.microfestivaldellestorie.it

Lo staff del Microfestival delle storie è composto da Simona Castellan, Sonia Colombani, Riccarda Dalbuoni, Laura Demetri, Chiara Gualandi, Sofia Muneratti, Consuelo Pavani, Rossella Ruzza, Silvia Vignaroli.

PRESTO DI MATTINA
Chi sono io per te

Chi sono io? Questa domanda, del tutto inattesa, risalita da non so quali profondità dell’inconscio amareggiato, si era dilagata irruente nella coscienza mentre scendevo le scale di un condominio nei pressi della parrocchia, tanto tempo fa. Una domanda scandita come un ritornello, a ogni gradino, dopo la visita a una persona inferma costretta a letto. Ero stato rimproverato per la lunga assenza dall’ultimo incontro, e avevo sentito tutta l’impotenza e l’inutilità di un ministero che ti vuole tutto a tutti. Salire e scendere le scale per incontri brevi, apparentemente insignificanti e vuoti. Mi sentivo come un pane che si disperde in tante briciole senza capacità di sfamare alcuno.

Chi sono io? Attesi un momento lunghissimo per rispondermi. Scartai subito “sono un parroco” – e i suoi equivalenti: “sono un pastore”, “un prete” – quasi a voler lucidare l’armatura ammaccata. Mi accorsi così, scendendo quelle scale, che avevo continuato, come avevo fatto salendo e arrivando in bicicletta, a pregare la preghiera del cuore. Non avevo smesso nemmeno durante l’incontro, a invocare, dentro, il nome di Gesù su quelle interminabili afflizioni di una vecchiaia esausta.
Sentii allora salire la risposta da dentro avvinta ad un sospiro lento e consolante: “sono un uomo di preghiera”. Sì. Sì mi dissi: questo sono io. Qui staziona e da qui parte e ritorna sempre di nuovo, accrescendosi come un albero dalle sue radici, il mio “io” più autentico; quello non ripiegato su sé stesso, ma aperto e disteso al futuro. Avevo ritrovato la coscienza dell’io nella preghiera come essenza e pienezza dell’umano, in quello che chiamerei un sussulto mistico, risonanza del mistero di Dio nella banalità del quotidiano, in fare pregando.

Un “io” orante è “un io sempre in relazione”. Un io che si perde e si ritrova nell’amore per l’altro, pur incontrato nei luoghi del disamore e del non umano o dell’umano finire. Un io orante è un io “in progress; diviene un “io” credente, che si fa affidandosi nella relazione, e rimane irremovibile nel luogo della dignità e nella responsabilità dell’altro, come Tommaso Moro, un credente per tutte le stagioni perché orante. Un adagio liturgico dice lex orandi è lex credendi: la forma della preghiera dà forma alla stessa fede, è legge del suo agire come amore.

Romano Guardini sottolinea un altro aspetto: “Credere con riferimento alla propria vita significa vedere sempre il tutto” (Diario, Brescia, 1983). La preghiera è allora da comprendersi come un atto totale che investe e coinvolge l’interezza dell’esistere. Non sono solo le labbra a muoversi. Le tue cellule pregano, così il tuo corpo, le tue mani, i tuoi piedi, gli occhi e le orecchie. E lo stesso vale per i tuoi gesti, sia che tu stia fermo o cammini. Ma anche il tuo muto e smarrito silenzio prega. La tua preghiera si riveste così della forma, delle parole e delle loro assenze. È nei colori, dai più cupi ai più luminosi. E dimora nei sentimenti, da quelli più tristi a quelli che illuminano il volto: arcobaleno cangiante dell’esistenza, del tuo stesso vivere in relazione o in solitudine, quando abbracci e quando ti astieni dal farlo. La preghiera, come la comprensione dell’essere in Aristotele, “si dice in molti modi”, perché non ha una essenza ma comprende tutte le essenze, e quindi tutte le forme. Essa è nascosta in ogni piega del tempo; occupa ogni spazio; sta nell’intermezzo dell’aurora e del tramonto, tra il buio e la luce ed è di casa in entrambi, di giorno come di notte. È in ogni pausa e sospiro tra le parole, nell’attimo del battito delle ciglia come del cuore, quando si recita nell’arco del giorno per tre volte l’Angelus Domini, o nelle fragilissime ali raccolte di una farfalla come mani giunte in preghiera. Essa è già tutta nel primo vagito della vita nascente ed è ancora lì nell’ultimo rantolo di un morente.

Come la sapienza di Dio la preghiera costruisce pietra dopo pietra nel mondo e in noi la sua casa (Pr 9,1). Le lacrime e i sorrisi sono le sue sette colonne, il dolore del mondo le sue fondamenta. La sua tavola imbandita è la gioia del figlio perduto e ritrovato, dello sposo del Cantico per la sposa; la gioia che scopre la perla preziosa e il tesoro del Regno. Ogni preghiera, gemito inesprimibile dello spirito, converge misteriosamente nel gemito dell’intera creazione: quello delle cerve partorienti, dell’animale preso nella rete, braccato e ferito a morte dai bracconieri, nel silenzio di una stella che si spegne, nel cammino di una cometa. Immancabilmente si fonde con la preghiera eucaristica di Gesù e della Chiesa ogni domenica, preghiera dell’Agnello condotto al macello (Is 53,7; Ger 11,19), Agnello pasquale, immolato ma vivente.

Pregare in situazione di passività è certamente esserci nello sprofondo dell’afflizione che dà angoscia. Si prega allora con “labbra chiuse” come nella preghiera di Paolo VI per la morte di Aldo Moro: “Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il «De profundis», il grido cioè ed il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce. E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla Fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui”.

Pregare in ascolto del silenzio di Dio, in compagnia di questo Dio incomprensibile e silenzioso, trovando sempre di continuo il coraggio di parlargli, di parlare entro l’oscurità con fede, confidenza e calma, sebbene apparentemente non venga alcuna risposta se non la vuota eco della propria voce (Cf. K. Rahner), genera un’esperienza di unione che trasforma la solitudine in gioia. È l’esperienza dei poeti e dei mistici, e di coloro che amano perdutamente e nel perdersi incontrano la gioia dell’incontro. Lo scolpisce con un solo verso Mariangela Gualtieri: “Forse la gioia è la preghiera più alta”.
Chi prega accede alla conoscenza di sé e attende la conoscenza dell’altro, anche quella di Colui – direbbe ancora Guardini – “che ha assunto la nostra nella sua esistenza. Così l’eco di questo mistero è che egli ci concede di accogliere la sua nella nostra esistenza” (Ivi, 168-169).

Piuttosto che in lunghe preghiere, Teresa d’Avila scopre sé stessa e si conosce misurandosi nella pratica del vivere e in rapporto al fare, all’azione; e in questo metteva in pratica il detto di Gesù: “Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli” (Mt 6, 7-9).
Così l’esperienza mistica per lei non è fine a sé stessa, ma deve attuarsi in una prassi, in un servizio alla vita; il culmine della preghiera non consiste nei rapimenti estatici, ma nella risposta all’altro. Così Teresa ha compreso se stessa attraverso questa esperienza di amicizia che è l’orazione aderendo alla volontà di Dio al modo di Gesù che diceva: “mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 4,34).
Ora, tutta la storia della sua vita, la sua autobiografia è stata riletta proprio attraverso quella stessa domanda che era affiorata in me: Chi sono io? Lo ha fatto in un saggio Emanuele Riu Chi sono io? Santa Teresa nel Libro della vita (in “La dimora interiore. Mistica e letteratura nel V centenario della nascita di Teresa de Avila“, rivista online, La Torre del Virrey, 2018). Scrive Riu: “La grandezza della Vida di santa Teresa sta dunque nell’illustrare al lettore la quotidianità della propria vita e nell’aprirgli la propria anima, consentendogli di partecipare ai suoi travagli più interiori e rendendolo in qualche modo partecipe di una ricerca del proprio “io”, condotta sul crinale fra l’oggettività patristica e medievale e l’inquietudine interiore tipica del soggetto moderno, acquisendo in vari modi tutti quegli spunti che dalla spiritualità medievale potessero condurla ad un rapporto con Dio in cui la propria interiorità fosse completamente in gioco” (ivi).

L’esperienza di Dio che si incontra nell’orazione è per la mistica d’Avila, non solo possibile a tutti, ma necessaria affinché ogni persona possa giungere alla coscienza autentica della propria identità, alla radice del proprio io che si sperimenta nell’alterità. Noi raggiungiamo l’autenticità della nostra umanità quando giungiamo al suo fondamento ultimo di ciò che realmente l’io è. Un io in relazione in vista dell’unione. E la preghiera è la forma dialogica e generativa di quel vincolo che tiene tutti perfettamente uniti: l’amore.

Una domanda tira l’altra. Non solo Chi sono io? ma pure Chi sono io per me? Come l’autobiografia teresiana, così Le confessioni di Agostino di Ippona costituiscono un percorso mistico, un’uscita dell’“io” da sé, alla ricerca della propria identità che è amore. Amanti e al contempo amati, fonte e destinazione di un sentimento di amore che generiamo e ci viene incontro dandoci una forma.
Si cerca nell’altro ulteriorità di senso e di vita. Ecco allora l’invocazione che cerca il volto dell’altro all’inizio delle Confessioni in forma di domande: Chi sono io per te? e Chi sei tu per me? fanno del testo di Agostino il suo itinerario mistico: la preghiera della sua vita:
“Ma chi mi farà riposare in te, chi ti farà venire nel mio cuore a inebriarlo? Allora dimenticherei i miei mali e il mio unico bene abbraccerei: te. Cosa sei per me? Abbi misericordia, affinché io parli. E cosa sono io stesso per te, sì che tu mi comandi di amarti. Oh, dimmi per la tua misericordia, Signore Dio mio, cosa sei per me. Di’ all’anima mia: “La salvezza tua io sono!” (Agostino, Le Confessioni, 1,1.5).

Non si può, su queste ultime note, non ricordare un episodio della vita di S. Teresa raffigurato anche in un dipinto della chiesa delle sorelle Carmelitane di via Borgovado. Un giorno la santa Madre nel monastero dell’Incarnazione di Avila stava scendendo le scale e quasi inciampò in un bel bambino che le sorrideva. Suor Teresa, sorpresa nel vedere un bambino all’interno del convento, gli si rivolse chiedendogli sorridendo: “E tu chi sei?”, allora il bambino rispose con un’altra domanda: “E chi sei tu?”. La Madre disse: “Io sono Teresa di Gesù”. Il bambino, sorridendo, le disse; “Io sono Gesù di Teresa”.

Dedico questo testo all’amico Gian Franco che ha attraversato la soglia del mistero di Dio, sua nuova dimora; egli mi ha accompagnato nel ministero pastorale, spalla a spalla, dal 1983 a S. Francesca prendendosi cura della comunità nello stile silenzioso e orante di Maria e in quello schietto, familiare e laborioso di Marta.

Occhi

Quella mattina, mentre faceva colazione, Miriam guardava rapita un telefilm. Uno di quelli americani, una serie dipanatasi nel tempo contando chissà quante puntate. Un telefilm “leggero”, ma con interpreti di valore, come fanno negli Stati Uniti dove, anche nelle pellicole più commerciali, sono impegnati attori di grande carisma ed esperienza.
Di tutto l’intrigo della sceneggiatura, l’aveva colpita una sequenza. L’anziano proprietario di un cavallo, dopo vari tentativi di curare l’animale vecchio e artritico, ormai con liquido nei polmoni, si era deciso ad abbatterlo. Alla sua maniera, naturalmente, in perfetto stile western, anche se moderno: con la carabina, puntando alla testa. Era il suo animale, il suo amico, era giunto il momento di alleviare le sue sofferenze.
Nelle sequenze in cui prendeva la mira, le ottime inquadrature del cameraman avevano immortalato la recitazione da oscar dell’attore. La decisione, l’occhio sbarrato sul mirino, il prendere la mira, l’indugio nel premere il grilletto, un battere di ciglia, l’occhio che si appanna, le emozioni che hanno il sopravvento, i ricordi, i muscoli del viso che si rilassano, lo scoramento, l’incapacità di proseguire sino al desistere, affidando il compito al veterinario. L’attore aveva fornito un’interpretazione così veritiera e umana, senza parole, perfetta nei tempi e nell’intensità, che a Miriam si era contratto lo stomaco e aveva emesso un singulto.
Quando le succedeva, la donna aveva un gesto di stizza e insieme di affetto verso se stessa, borbottando che era diventata troppo sensibile. Commuoversi davanti ad un telefilm!
Il fatto era che, al di là dell’eccellente performance dell’attore, Miriam era stata assalita dalla compassione. E dai ricordi.
Anche lei aveva avuto diversi animali. Cani e gatti che aveva amato come si potevano amare gli animali. Mantenendo cioè un distinguo con gli esseri umani. Ma solo perché appartenevano a specie diverse, non per un diverso codice comportamentale che esigeva prima di tutto — prima di tutto — il rispetto. Il rispetto per la loro condizione di cane, di gatto, di animale con marcate caratteristiche. Li aveva amati, quindi, non solo accudendoli e dando loro affetto, ma rispettando la loro natura, senza farli diventare la parodia di un essere umano.
Aveva pianto quando aveva raccolto due suoi gatti spiaccicati sulla strada, quasi un tutt’uno con l’asfalto, da doverlo grattare — il tributo pagato alla libertà che, su consiglio del veterinario, non aveva sottratto loro, rinchiudendoli a vita in casa. Aveva pianto quando aveva dovuto far sopprimere gatti e cani ormai talmente sofferenti incurabili o in agonia che, a non dar loro una morte rapida e indolore, sarebbe stato egoismo, l’ostinazione a tenerli in vita anche a costo del loro strazio.
Il telefilm terminava con una citazione di Konrad Lorenz, riferita al cane ma che, per l’occasione, la nipote del vecchio cambiò rapportandola al cavallo e donandola al nonno: La fedeltà di un cavallo è un dono prezioso, che impone obblighi morali non meno impegnativi dell’amicizia con un essere umano. Il legame con un cavallo fedele è altrettanto “eterno”, quanto possono esserlo, in genere, i vincoli tra esseri viventi su questa terra.
“Ecco” pensava Miriam. “Penso di aver avuto questa fortuna. Che anche i miei animali l’abbiano avuta”.
E le tornavano in mente gli occhi delle sue bestiole — gli occhi. Quelli che le avevano parlato con sentimento puro, con gioia e disperazione, con pena e felicità, con libertà e dedizione. Era sicura che anch’essi avessero visto le stesse espressioni nei suoi occhi. E poiché gli animali erano capaci di interpretare la mimica facciale — gli atavici segni comuni ad ogni essere vivente — anch’essi avevano capito quello che lei provava nei loro confronti. Il rispetto. L’affetto.
E le sovvennero tutti i dibattiti e i discorsi sull’eutanasia, sul testamento biologico, sull’accanimento terapeutico e sulla terapia del dolore o sulla sedazione completa, non sempre applicata, quando la situazione era irrecuperabile… — Parlo per me, — iniziava così, durante le discussioni, infervorandosi. — Io non ho paura della morte, ma del dolore, e credo di essere solo di passaggio sulla terra, perché destinata ad una vita dopo. Ed è inumano e un oltraggio alla mia dignità tenermi a forza qui, a costo di ulteriori sofferenze e di trattamenti sproporzionati ai risultati, invece di sedarmi completamente e lasciarmi andare, quando non c’è più nulla da fare. Perché solo chi patisce sa quanto è lungo un secondo di dolore.
E poi pensava ai morti per coronavirus in terapia intensiva — a quelli nel periodo più nefasto e a quelli attuali, che morivano nello stesso modo ma che, essendo in numero minore, suscitavano meno scalpore, meno riflessioni, meno interesse — e agli infermieri che avevano avuto la pietà e la compassione dell’assistenza, di tenere loro la mano, anche se guantata, sino al momento del passaggio. Pensava ai loro occhi — gli occhi — al muto linguaggio che li aveva uniti, attraverso gli strati di protezione, oltre le parole. E pensava che l’essere umano era capace di cose bellissime.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

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