Giorno: 13 Novembre 2020

CONTRO VERSO
La mamma che non vuole stare senza

La mamma che non vuole stare senza

Ci sono donne che non riescono a staccarsi dal partner violento. Sono troppo prese dalla relazione, sperano di aiutare “lui” a cambiare, sono convinte che i figli non stiano soffrendo e restano lì, si lasciano fare del male ancora un anno, tre, dieci… a volte una vita intera.

Il papà le dà le botte
Lei lo cerca giorno e notte
Sputi e insulti per contorno
Lei lo invoca notte e giorno

Le ha spaccato qualche dente
“Questo? È stato un incidente”
La minaccia col coltello
“Il mio uomo è forte e bello”

Le arrovescia la credenza
Lei non vuole fare senza
Poi le dice: “Amore mio”
E lo vede come un dio

Le hanno detto: “Venga via”
Lei risponde: “È casa mia”
“Quando è amore non fa male”
“La mia vita cosa vale?”

E del bimbo nella culla
non importa proprio nulla.

Sul più grande che va a scuola
lei non dice, lui sorvola

Lui minaccia… poi piú nulla.
Resta un bimbo nella culla.

Ho conosciuto donne che sceglievano di non separarsi per non togliere un padre ai propri figli. E donne che sceglievano di separarsi per non imporre le violenze ai propri figli. A volte erano le stesse donne, a qualche anno di distanza. In breve si direbbe che i bambini sono un rinforzo, quasi un paravento, per la scelta che la donna vuole seguire innanzitutto per se stessa, perché non sempre è pronta per tagliare con una relazione, accettarne il fallimento. È tutto umanissimo e vero. Resta il fatto che i bambini sono esposti alla violenza assistita e a volte subita. Qualche volta mi è sembrato che fossero l’ultimo dei pensieri.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

CIO’ CHE IL COVID-19 CI HA PERMESSO DI VEDERE MEGLIO

Siamo in Novembre ed è arrivata la seconda ondata di Covid-19. La situazione è più o meno la stessa di questa primavera: ospedali in affanno, medici sotto stress, circa quattrocento morti al giorno. Rispetto a questa primavera il virus non è più solo delle regioni del Nord, ma sta attraversando tutt’Italia; nel frattempo i posti in terapia intensiva sono quasi raddoppiati, sono stati assunti più di 30.000 tra medici e infermieri.

Questa malattia ha accelerato alcuni processi di forte trasformazione sociale che stanno attraversando tutto il mondo occidentale e, più in generale, tutta la terra.
Tra le dirette criticità scoperchiate dal ‘maledetto virus’ mi viene da citare per prime:

1- Le disfunzioni del sistema sanitario.  La riforma del titolo quinto della costituzione (delega alle Regioni della gestione della sanità pubblica per il territorio di competenza) e la privatizzazione della sanità hanno determinato una situazione a macchia di leopardo in tutta la penisola. Si sono create alcune disfunzioni di sistema che ora vedono tutti: depotenziamento delle attività di prevenzione, depotenziamento della medicina di base, forte ricorso ai pronto-soccorso per qualsiasi evenienza, forte ricorso ad ambulatori privati.

Il sistema di accreditamento delle aziende private, che di fatto doveva movimentare il sistema d’offerta sanitaria e quindi migliorare la qualità dell’offerta complessiva delle prestazioni sanitarie erogate e garantite, ha incontrato tre grossi ostacoli:
il sistema di convenzioni attraverso il quale il sistema statale/regionale riconosceva al privato sufficienti requisiti per essere considerato alla stregua del servizio pubblico, e quindi erogare le stesse prestazioni attraverso i DRG (diagnosis-related group/raggruppamento omogeneo di diagnosi), non è riuscito a decollare con sufficiente rigore e trasparenza;
Le aziende private hanno continuato a considerarsi tali e, salvo rare eccezioni, ad erogare prestazioni ‘convenienti’ per loro. Ad esempio: ci sono moltissime cliniche private che non hanno il pronto soccorso (il rapporto costi/benefici relativo alla gestione dei pronto soccorso è molto sbilanciato sul versante costi, per non dire che in molti casi va in perdita);
– Il terzo tema riguarda l’aziendalizzazione delle ASL. Da quando le ASL sono diventate vere e proprie aziende (con tanto di pareggio di bilancio come obiettivo) hanno, da una parte ‘razziato il territorio’, deprivando, ad esempio, tutta le gestione dei servizi sociali che faceva capo ai Comuni; dall’altra hanno imposto al sistema una gestione dei servizi socio-sanitari di competenza quasi esclusiva dell’ASL, mentre il sistema prevedeva in origine una concertazione degli interventi e delle risorse attraverso delle cabine di regia ASL/Comuni.

Il sistema che vediamo ora ha iniziato la sua trasformazione circa 20 anni fa su impulso della Lega Nord di Bossi, dei forti interessi economici che nelle regioni del Nord riguardavano la gestione degli ospedali, delle spinte riformatrici dei legislatori (Nazionali/Locali) che, pur animate da buone intenzioni, hanno bucato l’acqua.

Ciò non toglie che: abbiamo ancora un sistema sanitario universale che garantisce le prestazioni di base a tutti, abbiamo ancora degli ospedali e dei reparti di eccellenza che ci invidia tutto il mondo, la nostra classe medica è molto preparata e competente. Dal nostro sistema sanitario (anche così com’è ora) gli altri Stati possono tutt’ora imparare molto. Anche questo fa riflettere.

2- La messa in discussione di una idea di ‘democrazia’ che ha dominato nel mondo occidentale per almeno 50 anni. Democrazia  (dal greco antico: δῆμος,  démos, “popolo” e κράτος,  krátos, “potere”)  significa “governo del popolo”, ovvero sistema di governo, in cui la sovranità è esercitata, direttamente o indirettamente, dal popolo, generalmente identificato come l’insieme dei cittadini che ricorrono a strumenti di consultazione popolare (es. votazione, deliberazioni ecc..). Il sistema democratico è messo in discussione per due ordini di motivi:
– non ci si riconosce più nei sistemi di rappresentanza così come codificati, cioè non ci si sente più rappresentati da nessuno. Classica è l’affermazione: “Non voto nessuno, così se sbagliano io non centro niente”.
Non ci si riconosce più nell’idea che un “governo del popolo” sia una “buona” e auspicabile forma di governo. Da qui molte derive: dal riproporre le oligarchie dei nobili, alle forme di autoritarismo, in cui i poteri si concentrano su una sola persone. Questa ultima tendenza dà ragione dello stato di insicurezza e preoccupazione in cui si trova la popolazione. La storia insegna che in tutti i momenti di forte crisi ‘sociale’ riemergono in maniera prepotente le spinte all’autoritarismo.

3- Un individualismo smodato. Ogni persona pensa per sé. Non c’è più condivisione e poca solidarietà. All’origine di questo ripiegamento sul ‘sentire privato’, che sembra una brutta caratteristica del tempo attuale, ci sono ragioni e giustificazioni e, per fortuna, si registrano anche dei segnali in contro-tendenza che sono il nocciolo di tutte le nostre speranze. L’individualismo smodato è legato a una perdita di ‘valori’ e a una assoluta mancanza di ‘fiducia’, non solo nelle istituzioni Statali o sovra-Statali, ma anche in altre nostre istituzioni fondanti: i sistemi amministrativi territoriali, le Onlus, le Fondazioni, le Ipab, perfino la parrocchia e la famiglia. Un sentire di continua preoccupazione e continua incertezza per il futuro (non c’è più certezza di avere un lavoro, di avere chi ci cura, chi ci accudisce, chi pregherà per noi) hanno portato a questo ripiegamento sull’individualismo, che è all’origine di tutti i nostri mali. Senza un tessuto sociale solido che prevede disponibilità, altruismo e fiducia tutte le società sono destinate a scomparire. Trovo che il tema della fiducia sia sempre fondante. Senza una rete fiduciaria semi-stabile e riconosciuta/riconoscibile qualunque sistema relazionale naufraga nel mare dell’indifferenza e annega. Siccome la parola ‘fiducia’ è spesso usata a sproposito, credo sia necessaria una chiarificazione semantica, che ci permetta di circoscrivere dei comportamenti all’interno di una cornice di significato quasi-univoco, che possiamo utilizzare per ragionare anche in maniera ‘teorica’ su questo concetto (ma anche sentimento e comportamento), di cui si è persa la vera valenza e la conseguente consapevolezza dei suoi effettivi risvolti.

La fiducia è l’aspettativa di un atteggiamento/comportamento/evento ‘positivo’ messa in opera da un attore sociale. L’attribuzione di ‘positività’ può investire il comportamento di un singolo individuo, così come quello di un gruppo o di un sistema sociale.
La positività di tale atteggiamento/comportamento/evento è decisa dal soggetto che compie l’azione di attribuzione di fiducia ed è coerente con la sua aspettativa di riduzione della complessità sociale, con il suo orientamento etico, con la sua idea (in costante ridefinizione) dei corollari che può avere il concetto, di per sé astratto, di ‘verità’.

La fiducia può essere riposta nei confronti di una singola persona e nei confronti di un sistema sociale. La fiducia ha quindi una dimensione ‘personale’ che si concretizza nel fidarsi di un’altra persona. Questo tipo di fiducia presuppone due premesse: la ‘familiarità’ intesa come caratteristica di una relazione (in senso più olistico di un mondo) che conosciamo e di cui riusciamo, almeno in parte, a prevedere gli sviluppi e la ‘conoscenza della storia’ intesa come conoscenza di ciò che è successo come elemento esplicativo, anche se non meccanicistico, di ciò che succerà.

Oppure la fiducia ha una dimensione ‘sistemica’ dipende cioè dal fatto che dei sistemi sociali diventino stabili grazie alla comunicazione intersoggettiva. Sistemi stabili riducono la complessità del mondo e permettono alla fiducia di passare dalla personalità singola al sistema, riponendo aspettative sulla correttezza e prevedibilità delle regole di funzionamento dello stesso. Un tipico esempio di sistema stabile è la scuola. Tale sistema permette di passare dalla fiducia nel singolo (es: l’insegnante di matematica) alla fiducia nel sistema stesso (scuola), in quanto permette di prevedere ciò che succederà, grazie al fatto che esistono regole codificate, chiare e rigide che determinano in larga misura le conseguenze che molte azioni avranno (se un professionista impiegato a scuola si presenta ubriaco verrà allontanato; se uno studente presenta i sintomi di una malattia infettiva, verrà riaccompagnato a casa; se succede un incendio si evacuerà la scuola secondo il piano più volte simulato, se il preside va in pensione verrà sostituito da un altro, e così via …). L’eccezione alla regola è costituita da ciò che si considera anomalo o nuovo, cioè quel possibile dell’accadere che non è ‘riducibile’ in senso sociale.

Questo è un tema sul quale riflettere, questo è il tema centrale di questo nostro mondo confuso.

Oltre a tutto ciò che il Covi-19 ha scoperchiato con grande vigore, esistono anche alcuni problemi che riguardano tutto il mondo e che si interfacciano direttamente con quanto sopra-scritto: i cambiamenti climatici, la crescita demografica esponenziale, il “sistema finanza” che pervade tutto e che relega la politica in una dimensione locale, depotenziata, di grande insofferenza e litigiosità.

C’è quindi speranza per il futuro? C’è sicuramente ed è legata alla fiducia che sapremo creare, costruire, ricostruire e mantenere.

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