Giorno: 11 Marzo 2021

facciata del MEIS

Meis di Ferrara, la Regione entra nella Fondazione che gestisce il Museo.

 

Cultura. Meis di Ferrara, la Regione entra nella Fondazione che gestisce il Museo e assicura un sostegno di circa 200 mila euro per il 2021. Bonaccini e Felicori: “Rafforziamo il nostro concreto impegno per la salvaguardia della Memoria. Siamo una terra tenace che sa ricordare e fare tesoro del passato per guardare con fiducia al futuro”.

La Giunta regionale approva una proposta di legge che ora approderà in Assemblea legislativa.

Cresce l’impegno della Regione per la cultura della Memoria con un sostegno a favore del Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah di Ferrara (Meis), città fulcro per l’ebraismo italiano. Viale Aldo Moro decide di entrare nella Fondazione che gestisce il Meis definendo, già a partire da quest’anno, risorse per 200mila euro.

L’iniziativa è contenuta in una proposta di legge che la Giunta regionale ha approvato nel corso dell’ultima seduta e che ora approderà nell’aula dell’Assemblea legislativa. Si tratta di un provvedimento normativo composito che riguarda “Interventi nei settori della cultura e della memoria del Novecento. Partecipazione alla Fondazione Museo Nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah”.

La Regione si andrà così ad affiancare al Ministero della Cultura, al Comune di Ferrara, a Cdec (Fondazione centro di documentazione ebraica contemporanea) e all’Ucei (Unione delle comunità ebraiche italiane), i soggetti che attualmente partecipano alla Fondazione Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah.

“Oggi più che mai abbiamo ritenuto necessario, entrando nella Fondazione, esercitare un maggior e concreto impegno- affermano il presidente della Regione Stefano Bonaccini e l’assessore regionale alla Cultura, Mauro Felicori– per un luogo come il Meis che non vuole essere, fin dai presupposti, solo un museo ma spazio per favorire il dialogo, il confronto e per investire sulla pace. Un luogo da vivere, dove incontrarsi, per stimolare confronti, dialoghi e proporre esposizioni. Quando le generazioni passano e i superstiti si estinguono sono le comunità civili nella loro interezza a dover divenire testimoni del tempo: diffondere la cultura della memoria è un grande investimento per la pace e la tolleranza nel futuro”.

Il Meis, istituito dal parlamento nel 2003, è chiamato a narrare gli oltre due millenni di presenza degli ebrei in Italia, con le loro tradizioni e i contributi alla storia e alla cultura del Paese, nonché l’ebraismo nel suo insieme.

“La cultura è un potente antidoto- aggiungono Bonaccini e Felicori– anche per smaltire le scorie del secolo scorso. Per fare memoria dell’immane tragedia che fu l’Olocausto e per difendere, ogni giorno, i principi della dignità della persona, riteniamo necessario occorre essere al fianco anche di ambiziosi progetti per il futuro come quelli che proporrà il Meis e che, come Regione, ci impegniamo a sostenere con la massima partecipazione, impegno e investimenti”.

“Siamo una terra tenace, resistente e appassionata che- chiudono Bonaccini e Felicori– sa ricordare, fare tesoro del passato e guardare con fiducia al domani, in vista di una ripartenza complessiva dopo l’emergenza pandemica: per questo, nonostante il difficile periodo continuiamo ogni giorno a lavorare per progettare con serietà e passione il suo futuro”.

La legge:
La nuova norma regionale autorizza la Regione alla partecipazione alla Fondazione Museo Nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah e concede alla Fondazione stessa un contributo annuale in una unica soluzione, il cui importo verrà stabilito nell’ambito delle disponibilità dalla legge di bilancio. La Fondazione dovrà presentare alla Regione, entro il 30 novembre di ogni anno, il documento previsionale programmatico dell’attività relativa all’esercizio successivo mentre entro il 30 aprile dell’anno successivo a quello di competenza il bilancio di esercizio e la relazione sulla gestione illustrante gli obiettivi perseguiti dalla Fondazione e gli interventi realizzati. Il presidente della Giunta designa il rappresentante della Regione nella Fondazione.

Il Meis:
Il museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah di Ferrara ha lo scopo di far conoscere la storia, il pensiero e la cultura dell’ebraismo italiano, riconoscendo e valorizzando l’eccezionale continuità di un percorso ininterrotto benché scarsamente conosciuto, in cui gli ebrei hanno portato alla storia e al tessuto del Paese le proprie tradizioni e un fondamentale contributo culturale, tra periodi di convivenza e interazioni feconde, e altri di persecuzioni, cominciate dalla chiusura nei ghetti e culminate nella tragedia della Shoah.
Per questo il museo può promuovere attività didattiche, organizzare manifestazioni, incontri nazionali ed internazionali, convegni, mostre permanenti e temporanee, proiezioni di film e di spettacoli sui temi della pace e della fratellanza tra i popoli e dell’incontro tra culture e religioni diverse. La legge istitutiva, inoltre, stabilisce che un reparto del Meis sia dedicato alle testimonianze delle persecuzioni razziali ed alla Shoah in Italia.

Il Meis è gestito da una fondazione costituita ai sensi del regolamento di cui al D.M. 27 novembre 2001, n. 491 del Ministro per i beni e le attività culturali ed è posto sotto la vigilanza del Ministero stesso. L’art. 2 della legge istitutiva prevede che alla fondazione che gestisce il Meis, oltre al Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, possono partecipare il Comune di Ferrara, la Provincia di Ferrara, la Regione Emilia-Romagna, l’Unione delle comunità ebraiche italiane, le comunità ebraiche, il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea e altri soggetti pubblici e privati.

 

Coronavirus. L’aggiornamento in Emilia Romagna: 11 marzo 2021.

 

Coronavirus. L’aggiornamento in Emilia-Romagna: su quasi 40mila tamponi effettuati, 2.845 nuovi positivi, di cui 1.146 asintomatici. 1.558 i guariti. Vaccinazioni: oltre 538mila dosi somministrate.

Il 94,2% dei casi attivi è in isolamento a casa, senza sintomi o con sintomi lievi. L’età media nei nuovi positivi è 42,7 anni. 45 i decessi.

Dall’inizio dell’epidemia da Coronavirus, in Emilia-Romagna si sono registrati 289.957 casi di positività,2.845 in più rispetto a ieri, su un totale di 39.832 tamponi eseguiti nelle ultime 24 ore. La percentuale dei nuovi positivi sul numero di tamponi fatti da ieri è del 7,1%.

Continua intanto la campagna vaccinale anti-Covid, che in questa fase riguarda il personale della sanità e delle Cra, compresi i degenti delle residenze per anziani, in maggioranza già immunizzati, gli ultraottantenni in assistenza domiciliare e i loro coniugi, se di 80 o più anni, e le persone dagli 85 anni in su; proseguono le prenotazioni per quelle dagli 80 agli 84 anni, iniziate il 1^ marzo. Poi il personale scolastico e universitario e le forze dell’ordine.

Il conteggio progressivo delle somministrazioni effettuate si può seguire in tempo reale sul portale della Regione Emilia-Romagna dedicato all’argomento: https://salute.regione.emilia-romagna.it/vaccino-anti-covid, che indica anche quante sono le seconde dosi somministrate.

Alle ore 15 sono state somministrate complessivamente 538.653 dosi; sul totale, 170.502 sono seconde dosi, e cioè le persone che hanno completato il ciclo vaccinale.

Prosegue l’attività di controllo e prevenzione: dei nuovi contagiati, 1.146 sono asintomatici individuati nell’ambito delle attività di contact tracing e screening regionali. Complessivamente, tra i nuovi positivi 622 erano già in isolamento al momento dell’esecuzione del tampone, 890 sono stati individuati all’interno di focolai già noti.

L’età media dei nuovi positivi di oggi è 42,7 anni.

Sui 1.146 asintomatici, 570 sono stati individuati grazie all’attività di contact tracing, 35 attraverso i test per le categorie a rischio introdotti dalla Regione, 40 con gli screening sierologici, 13 tramite i test pre-ricovero. Per 488 casi è ancora in corso l’indagine epidemiologica.

La situazione dei contagi nelle province vede Bologna con 911 nuovi casi, poi Modena con 389 e Ravenna (328); seguono Rimini (223), Reggio Emilia (190), Cesena (186) e Ferrara (174); poi Parma (155), Forlì (140), Imola (118). Infine, Piacenza (31).

Questi i dati – accertati alle ore 12 di oggi sulla base delle richieste istituzionali – relativi all’andamento dell’epidemia in regione.

Nelle ultime 24 ore sono stati effettuati 23.322 tamponi molecolari, per un totale di 3.622.387. A questi si aggiungono anche 378 test sierologici e 16.510 tamponi rapidi.

Per quanto riguarda le persone complessivamente guarite, sono 1.558 in più rispetto a ieri e raggiungono quota 218.332.

I casi attivi, cioè i malati effettivi, a oggi sono 60.666 (+1.242 rispetto a ieri). Di questi, le persone in isolamento a casa, ovvero quelle con sintomi lievi che non richiedono cure ospedaliere o risultano prive di sintomi, sono complessivamente 57.160 (+1.162), il 94,2% del totale dei casi attivi.

Purtroppo, si registrano 45 nuovi decessi: 2 a Piacenza (una donna di 86 anni e un uomo di 70); 3 nella provincia di Reggio Emilia (una donna di 73 anni e 2 uomini di 46 e 77 anni); 8 nella provincia di Modena (6 donne – rispettivamente di 72, 78, 84, 88 e 2 di 91 anni – e 2 uomini, di 72 e 83 anni); 17 nella provincia di Bologna (5 donne, rispettivamente di 65, 76, 84 – quest’ultima di Imola – 90, 95 anni, e 12 uomini, di 66, 68, 71, 72 – quest’ultimo di Imola – 73, 74, 76, 78, 82, 85, 86, 92); 2 nella provincia di Ferrara (entrambi uomini, di 92 e 96 anni); 4 in provincia di Forlì-Cesena (una donna di 85 anni e 3 uomini, rispettivamente di 39, 73 e 84 anni, quest’ultimo deceduto a Bologna); 9 nel riminese (5 donne, rispettivamente di 71, 84 – quest’ultima deceduta a Cesena – 85, 91 e 98 anni, e 4 uomini: uno di 81, 2 di 90, e uno di 85 anni). Nessun decesso nelle provincie di Parma e Ravenna.

In totale, dall’inizio dell’epidemia i decessi in regione sono stati 10.959.

I pazienti ricoverati in terapia intensiva sono 345 (+12 rispetto a ieri), 3.161 quelli negli altri reparti Covid (+68).

Sul territorio, i pazienti ricoverati in terapia intensiva sono così distribuiti: 9 a Piacenza (-1 rispetto a ieri), 19 a Parma(numero invariato), 30 a Reggio Emilia (+2), 69 a Modena (-1), 98 a Bologna (+8), 35 a Imola (+2), 32 a Ferrara (+1), 15 a Ravenna (invariato), 4 a Forlì (invariato), 8 a Cesena (invariato) e 26 a Rimini (+1).

Questi i casi di positività sul territorio dall’inizio dell’epidemia, che si riferiscono non alla provincia di residenza, ma a quella in cui è stata fatta la diagnosi: 20.651 a Piacenza (+31 rispetto a ieri, di cui 22 sintomatici), 19.554 a Parma(+155, di cui 98 sintomatici), 36.170 a Reggio Emilia (+190, di cui 98 sintomatici), 50.209 a Modena (+389, di cui 280 sintomatici), 61.625 a Bologna (+911, di cui 476 sintomatici), 10.346 casi a Imola (+118, di cui 64 sintomatici), 16.699 a Ferrara (+174, di cui 59 sintomatici), 22.209 a Ravenna (+328, di cui 231 sintomatici), 11.133 a Forlì (+140, di cui 114 sintomatici), 13.922 a Cesena (+186, di cui 148 sintomatici) e 27.439 a Rimini (+223, di cui 109 sintomatici).

Oltre 470mila alberi già distribuiti gratuitamente in Emilia-Romagna.

 

Ambiente. “Mettiamo radici per il futuro”, oltre 470mila alberi già distribuiti gratuitamente in Emilia-Romagna. L’assessore Priolo: “In un momento difficile come quello che stiamo vivendo, questo progetto simbolicamente rappresenta la ripartenza e il 21 marzo, primo giorno di primavera, può aumentare il corridoio verde nella nostra regione. Un contributo per migliorare la qualità dell’aria delle nostre città e quindi la qualità della vita”.

C’è tempo fino al 15 aprile per ritirare gli ultimi 30mila alberi dai vivai accreditati e raggiungere l’obiettivo dei 500mila esemplari piantati nel primo anno di progetto. I dati aggiornati sulla ripartizione delle piantine per provincia.

Emilia-Romagna ancora più verde. Hanno superato quota 470mila (470.303) gli alberi distribuiti da Piacenza a Rimini grazie al progetto “Mettiamo radici per il futuro”, il grande piano green messo in campo dalla Regione che punta ad ampliare la superficie boschiva e le aree verdi per dare un contributo alla lotta ai cambiamenti climatici e migliorare la qualità dell’aria con la distribuzione gratuita, grazie ad una rete di vivai accreditati, di 4,5 milioni di specie arboree, una per ogni abitante, nei prossimi quattro anni.

Mancano quindi poco meno di 30mila alberi (29.697) per raggiungere il traguardo fissato in 500mila esemplari piantati nel primo anno di progetto. Una sfida che coinvolge cittadini, associazioni, enti, scuole. Entro il 15 aprile basterà quindi recarsi in uno dei tanti vivai accreditati per ritirare gratuitamente gli alberelli nel pieno rispetto delle norme anti-Covid.

“Facciamo del 21 marzo, primo giorno di primavera, un giorno simbolico per piantare nuovi alberi– sottolinea in proposito l’assessore regionale all’Ambiente, Irene Priolo-. In un anno di lavoro intenso e complicato dall’emergenza pandemica non era per nulla scontato che la campagna di forestazione urbana proposta nelle linee di mandato del presidente Bonaccini, potesse decollare. Invece, grazie alla sensibilità degli emiliano-romagnoli, dal momento in cui abbiamo presentato l’iniziativa il 26 settembre a Bobbio, è stato un crescendo di entusiasmo e adesioni, con risultati inattesi, come ad esempio nel mese di dicembre quando abbiamo proposto una specifica campagna natalizia”.

“Vorrei quindi ringraziare tutti- prosegue l’assessore- e invitare chi ancora non l’avesse fatto a organizzarsi per ritirare le ultime 30.000 piante che mancano per chiudere la prima annualità della campagna. Stiamo regalando ossigeno alle città e in particolare alle nuove generazioni. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il fine ultimo di “mettiamo radici per il futuro” è quello di contribuire a migliorare la qualità dell’aria soprattutto nelle zone urbane e periurbane”.

Si ricorda che lo spostamento per raggiungere un’attività non sospesa, come quella della campagna alberi, è sempre ammessa, anche nelle zone rosse o arancioni qualora non siano presenti vivai accreditati nel proprio comune di residenza.

La distribuzione per provincia:

Ecco il dettaglio della distribuzione delle piantine sul territorio, con i dati aggiornati all’11 marzo. In totale sono 470.303. In provincia di Reggio Emilia ne sono già state consegnate 98.064; seguono nell’ordine Modena (74.867), Parma (72.991), Bologna (68.843), Forlì-Cesena (65.754), Ravenna (29.375), Rimini (24.000), Ferrara (21.225) e Piacenza (15.184). Le specie arboree più gettonate sono alloro, ligustro, carpino e nocciolo. /BB

 

L’attestato di Alfiere della Repubblica a tre ragazze e un ragazzo emiliano-romagnoli .

 

Giovani. Dal Quirinale l’attestato di Alfiere della Repubblica a tre ragazze e un ragazzo emiliano-romagnoli che si sono distinti per coraggio e solidarietà nell’anno della pandemia. Il presidente Bonaccini: “A loro il grazie di tutta la comunità regionale. Impegno per gli altri: un grande esempio di come si possano affrontare, insieme, le difficoltà”.

A ricevere il riconoscimento, tra i 28 premiati in tutta Italia, la 18enne Alice Chiozza di Piacenza, la 13enne Elena Mora di Parma, la 18enne Aruna Rossi di Cento (Fe) e il 15enne Matteo Zini di Casalecchio di Reno (Bo).

C’è chi ha organizzato e coordinato il lavoro di tanti coetanei, come volontaria nella Protezione civile, per aiutare chi era in difficoltà durante il primo lockdown, e chi ha messo in mostra qualità di scrittrice con il suo romanzo d’esordio; c’è chi ha inventato un progetto per dialogare con gli anziani costretti all’isolamento e chi si è preso cura di loro con un costante supporto telefonico e consegne a domicilio.

Sono Alice Chiozza, Elena Mora, Aruna Rossi e Matteo Zini, hanno dai 13 ai 18 anni, risiedono in città diverse dell’Emilia-Romagna e in comune hanno l’impegno per gli altri profuso durante un anno, il 2020, segnato dalla pandemia. E per questa loro dedizione sono stati insigniti dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella, dell’attestato d’onore di “Alfiere della Repubblica“, assegnato a 28 ragazze e ragazzi di tutta Italia che si sono distinti “per l’impegno e le azioni coraggiose e solidali, e rappresentano, attraverso la loro testimonianza, il futuro e la speranza in un anno che rimarrà nella storia per i tragici eventi legati alla pandemia”.

“Ad Alice, Elena, Aruna e Matteo, voglio dire grazie a nome dell’intera comunità regionale, ancora prima di complimentarmi con loro- afferma il presidente della Regione, Stefano Bonaccini-. In mesi durissimi, non hanno mai perso curiosità e voglia di capire. Chi ha valorizzato il proprio talento, chi ha intravisto soluzioni per aiutare gli altri e le ha rese concrete con impegno e passione, in maniera spontanea e disinteressata. Ci hanno ricordato come sia solo con lo spirito di comunità, con la forza del fare insieme, che si possono superare le crisi, anche quelle più difficili come questa pandemia. Un’altra testimonianza della generosità e della forza della nostra gente, a partire dai più giovani”.

I premiati e le motivazioni:

Ecco le motivazioni con le quali il Quirinale ha insignito con gli attestati di Alfiere della Repubblica i quattro giovani emiliano-romagnoli: in totale sono state 28 le ragazze e i ragazzi in tutta Italia a ricevere il riconoscimento, oltre a tre progetti collettivi.

Alice Chiozza, 18 anni, residente a Piacenza: premiata “per l’impegno e la generosità con cui ha prestato il proprio servizio volontario nella pattuglia di Protezione civile dell’Agesci di Piacenza. Grazie al suo lavoro organizzativo e di coordinamento tanti scout sono riusciti ad alleviare le difficoltà di persone costrette a casa e in stato di bisogno”.

Elena Mora, 13 anni, residente a Parma: premiata “per il suo impegno e le sue qualità di scrittrice, coltivate sin da quando era più piccola e ora sbocciate nel primo romanzo”.

Aruna Rossi, 18 anni, residente a Cento in provincia di Ferrara: premiata “per la passione con cui si è dedicata, insieme agli amici del gruppo Agesci di Cento, al dialogo con gli anziani costretti all’isolamento a causa della pandemia. Il dialogo si è sviluppato nella forma epistolare, dando vita al progetto ‘Amici di penna’ e facendo emergere nell’incontro tra generazioni una grande ricchezza di contenuti e sentimenti”.

Matteo Zini, 15 anni, residente a Casalecchio di Reno in provincia di Bologna: “Per il servizio di volontariato svolto, con grande passione e sensibilità, presso la Croce Rossa di Bologna nel periodo del lockdown. Chiamando al telefono gli anziani isolati in casa (quasi 2000 telefonate), è riuscito a far recapitare la spesa, a fornire le medicine necessarie, e non di rado anche a favorire la visita del medico specialistico”. /JF

 

Per contrastare le varianti del virus Sars-Cov-2 bisogna velocizzare il piano vaccinale.

 

«Bisogna cominciare a pensare a scenari alternativi e rispondere in maniera preparata».

11 Marzo 2021 – Le varianti del virus Sars-Cov-2 stanno cambiando il quadro epidemiologico della pandemia mettendo in discussione il criterio dei colori regionali con le rispettive decisioni di intensità delle restrizioni (per esempio, l’RT il cui limite di 1 è il riferimento di mutazione del colore regionale, con la variante inglese muterà l’attuale significato essendo stimato l’impatto aggiuntivo del 0,4-0,7). Non a caso nell’ultimo Dpcm l’incidenza diventa fattore decisionale per le chiusure delle scuole a discrezione delle regioni, e tale parametro potrebbe essere utilizzato anche per le altre eventuali misure senza che tali decisioni vengano impugnate dai vari TAR.

Le varianti del virus stanno mettendo in evidenza che l’infezione facilmente si sposta e ha fluttuazioni molto legate alla realtà locale, che è strategico, e lo sarà anche in futuro, mantenere le misure di contenimento (dall’uso delle mascherine a garantire i distanziamenti sociali) e che vaccinarsi resta l’unica arma per spegnere l’epidemia nel più breve tempo possibile e tenere sotto controllo più facilmente le varianti.

L’esperienza che è stata fatta sul campo nelle altre nazioni, come Israele, testimonia quanto sia importante in questo momento fare una vaccinazione con qualunque vaccino disponibile nel più breve tempo possibile raggiungendo quanto prima i soggetti più suscettibili, sia per salvare vite sia per evitare gli effetti devastanti che ha l’infezione nel lungo periodo.

Per discutere di tali problemi, Mondosanità ha organizzato il talk webinar Buona Salute dal titolo “Varianti Covid e dintorni” in collaborazione con Motore Sanità ed Eurocomunicazione.

“Al 10 marzo 2021 secondo il report che elaboro ogni giorno, le prime cinque province più colpite nell’ultima settimana sono Bologna Brescia, Rimini, Forlì-Cesena, Udine, non c’è neanche una provincia veneta mentre anche solo un paio di mesi fa erano soprattutto queste province ad essere maggiormente dilaniate dal virus. Questo testimonia che l’infezione facilmente si sposta alle regioni vicine e ha fluttuazioni molto legate alla realtà locale – ha spiegato Roberto Buzzetti, Epidemiologo clinico di Bergamo -. Da questi dati non è possibile fare delle inferenze su quanto stiano pesanti le varianti, possiamo solo seguire la curva epidemica e cercare di notare se ci sono dei rialzi o delle accelerazioni particolari. Il quadro generale mette in evidenza che la marca del vaccino non sembra influire molto sul numero finale di casi; che è molto importante continuare a mantenere le misure di contenimento (mascherine, distanziamenti sociali) sia che non si vaccini, sia che si vaccini poco, sia che si vaccini tanto; che è molto importante avere la massima velocità nelvaccinare per spegnere l’epidemia nel più breve tempo possibile e per tenere sotto controllo più facilmente le varianti”.

“Rispetto alla variante inglese gli anticorpi dei vaccini disponibili funzionano e possiamo stare abbastanza tranquilli – ha rassicurato Antonio Cascio, Direttore Unità Operativa Malattie Infettive Policlinico “P. Giaccone”, Palermo – restano importantissimi i tracciamenti e i sequenziamenti ed evitare che le altre varianti possano prendere piede. Se rallentiamo la vaccinazione però rendiamo più probabile che il virus muti e che non sia più suscettibile ai vaccini, perché tanto è maggiore la presenza del virus che circola e tanto sarà più facile che possano emergere delle varianti e che queste possano essere resistenti agli anticorpi del vaccino, pertanto è giusto vaccinarsi nel più breve tempo possibile. Auspico che a settembre saremo tutti vaccinati e che in autunno si parlerà di un vaccino che comprenderà le diverse varianti. Sono fiducioso che la battaglia la vinciamo e sono favorevole al patentino vaccinale non solo per i vaccinati ma anche per coloro che hanno avuto naturalmente la malattia”.

“Come comunità di igienisti stiano cercando di dare il nostro contributo alla campagna vaccinale per organizzarla nel miglior modo possibile e per raggiungere quanto più rapidamente possibile l’obiettivo dell’immunità di gregge, ammesso che si riesca a farlo in tempi brevi – ha aggiunto Alberto Fedele, Componente Giunta Esecutiva SITI, Direttore UOC ASL Lecce, Servizio d’Igiene Sanità Pubblica -: infatti abbiamo elaborato un decalogo per il piano vaccinale antiCovid che dà una serie di contributi per poter raggiungere al più presto l’obiettivo. Il nostro invito alle regioni che hanno avuto un maggiore quantitativo di vaccino ma che sono più indietro è di attuare delle strategie organizzative che proprio con il nostro decalogo possono essere utili per cercare di utilizzare al più presto le dosi; l’altro invito è quello di ridistribuire le dosi in ragione della popolazione per evitare il problema della disomogeneità nell’assegnazione delle dosi”.

La vaccinazione è strategica per evitare le conseguenze devastanti del Covid.
“Studi scientifici infatti dimostrano che dei 26 sintomi che possono avere i soggetti Covid durante la malattia due terzi vengono conservati a tre mesi, come astemia e stanchezza – ha ribadito l’importanza della vaccinazione Onofrio Resta, Direttore UO Malattie Apparato respiratorio, AOU Consorziale Policlinico di Bari -. La malattia purtroppo lascia in eredità problematiche che interessano il cervello, il cuore e i polmoni. Abbiamo perso molto tempo nell’organizzazione della campagna vaccinale e della fornitura dei vaccini che è ancora ridotta. Dobbiamo sbrigarci per salvaguardare la salute di tutti”.

La pandemia mette di fronte ad un dato che non si può sottovalutare. “La storia naturale del Coronavirus potrebbe avere espressioni future che non conosciamo, è probabile che arriveranno tantissime altre varianti, per questo bisogna cominciare a pensare a scenari alternativi ai quali rispondere in maniera preparata – ha ammesso Stefano Vella, Adjunct Professor Global Health, Catholic University of Rome -. Ribadisco che oggi è importante vaccinarsi e il più presto possibile e che l’efficacia dei vaccini è sicura”.

Concetti che ha ribadito in chiusura Claudio Zanon, Direttore scientifico di Motore Sanità.
“La pandemia in atto sta confermando la necessità di mantenere i sistemi di distanziamento e continuare a indossare le mascherine, perché la prevenzione è fondamentale. L’appello è fare i vaccini il più velocemente possibile perché ritardare la vaccinazione può aumentare le varianti e aumentare le varianti significa andare incontro ad una situazione in cui la scienza porrà rimedio sicuramente, ma sarà uno scenario più complesso che causerebbe un aumento di contagiosità e di morti inevitabilmente. Gli esperti hanno ribadito che tutti i vaccini sono validi e lo hanno dimostrato paesi come Israele e altre nazioni. La vaccinazione che salverà vite deve essere uniforme nelle varie regioni. È importante che l’Europa si affretti affinché arrivino le dosi promesse”.

 

 

CANGIASCUTMÁI: LA CITTA INVIVIBILE

 

Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: EnochBabiloniaYahooButuaBrave New World.

E Polo: Puoi aggiungere Cangiascutmai, la città che cambia nickname, la città Camàlea. Da rossa che si fa faticosamente all’inizio del secolo XX, in armonia con i mattoni delle sue case, si fa nera in un batter d’occhio – e di legnate – per oltre un ventennio, per tornare rossa. Da poco è nuovamente nera. I cittadini si bastonano da sé, con pesanti schede elettorali. Si è detta Bicicléta, il solo mezzo di trasporto che può portare al socialismo. Fa procedere alla giusta velocità, trasporta pesi incredibili, accompagna, in luogo del bastone, il passo che con gli anni si fa insicuro. Ora è Màkina: tutti in auto, i pedoni sono automobilisti provvisoriamente appiedati. L’auto segna il passaggio all’età adulta, spesso anche quella a miglior vita e lo stesso concepimento. Qualche parte della città ne era faticosamente risparmiata. Ora non più da nessun mezzo, per quanto ingombrante. Occorrono però interventi radicali per trasformarla nella mitica Tiro, la città dei TIR, come pure si vorrebbe. E’ detta pure Nèbia, Calìgo la dicono i visitatori goranti, Fumàna, i quasi mantovani. È indescrivibile perché non si vede niente. Lo spasso consiste nell’appoggiarsi al muretto – circonda il fossato del grande Castello, al centro della città – e dire “Vedi che non si vede. Si taglia con il coltello. Ci puoi appoggiare la bicicletta…”.

Pandèmia è un nome che condivide con altre. Si sta molto in casa. Balli e canti dai balconi sono cessati. Si esce mascherati e con i guanti, per non lasciare impronte. E’ pure detta Sgàrbia, da un mecenate generoso con i soldi di tutti. Invita gli amici a prendere posti di rilievo in città. Sono spesso persone stimate nei campi loro. Al suo tocco si trasformano. Una sorta di re Mida al contrario, lo si direbbe. I suoi ammiratori si salutano dicendosi “Capra”, “Capra”. Bàlbia è uno scutmai che pure si sente. Onora un grande trasvolatore, caro al mecenate esteta, forse perché raccomanda A quel prete dategli delle bastonate di stile. Ed era solo un prete di campagna. Naòma è nome popolare. Non so se il Naomo locale – taluno lo vede bene emulo di Pietro Gonnella – abbia preso lo scutmài da un personaggio del comico Panariello, abituato a umiliare i suoi interlocutori. Le sue gesta sono molte e quasi leggenda. Noto solo che sia Panariello che Gonnella sono un dono della città di Fiorenza, alla quale Cangiascutmài ha dato Savonarola e il più noto degli Aldighieri.

Fòbia, pessimo: ama il nero, ma non il negro, soprattutto se nigeriano. Ha soppiantato, nel rigetto, il sempreverde zingaro e l’albanese, che ha ultimato la sua breve stagione. La Nigeria, leggo, prende il suo nome dal fiume Niger. Questo non deriverebbe dal latino niger ma dal portoghese negro preto, che vogliono dire appunto nero. È la differenza tra la zuppa e il pan bagnato. Ma se sono portoghesi si spiegherebbe l’aspirazione – proclamata a gran voce dai fobici – di condividere il nostro benessere senza pagare. Mi piace di più che il nome derivi dal Tuareg gber-n-igheren, ‘il fiume dei fiumi’, abbreviato in ngher, un nome locale utilizzato lungo il medio corso nei pressi di Timbuctù”. E, aggiungo, lungo il Po: negher, nègar.

Pentàgona per la forma benaugurante della città, ispirata agli studi del grande Pellegrino Prisciani. Molto ci sarebbe da dire, Gran Kan, a questo proposito. Forse sarebbe la risposta alle domande sullo scopo dei miei viaggi: rivivere il passato, ritrovare il futuro. Così la città può farsi Tetràgona, pur restando Pentàgona. Non si restringe al quadrandolo del castrum, che l’ha generata. Si fa ferma, costante, resistente a ogni urto e contrarietà; irremovibile di fronte alle odierne sciagure. Lo dice un suo figlio, che ha avuto altrove fortuna, avvegna ch’io mi senta Ben tetragono ai colpi di ventura. Allora, Gran Kan, non sarà più tra le città minacciose e maledette.

Cover: Ferrara, corso Ercole d’Este in una notte di nebbia – Foto Beniamino Marino

Automobilisti emiliani vittime di incidenti sulla A14: salvi per miracolo, ma pesanti danni alle auto.

 

Viaggiano sulla a14 e si scontrano entrambi con uno… pneumatico: due automobilisti emiliani “miracolati”, ma vetture danneggiate.


I due inquietanti incidenti sono avvenuti a un mese di distanza sulla stessa tratta:
Studio3A, che assiste i due malcapitati, ha chiesto i danni al gestore.

Entrambi emiliani e, sopratutto, entrambi in transito sull’A14 e accomunati dalla stessa disavventura, a poco più di un mese di distanza l’una dall’altro: un incidente con uno… pneumatico seminato e rimasto inopinatamente in mezzo alla carreggiata. Sarà per pura coincidenza, sta di fatto che l’inconsueto e inquietante sinistro verificatosi nella stessa tratta autostradale avrebbe potuto causare conseguenze ben peggiori dei comunque pesanti danni materiali prodotti ai due automobilisti che hanno vissuto la brutta esperienza e che peraltrosono “utenti abituali”, muniti tutti e due di telepass.

Il 21 gennaio, alle 9.15 del mattino, inaugura la “serie” una cinquantaquattrenne di Cento, in provincia di Ferrara. La donna, entrata al casello di Bologna Interporto, sta percorrendo con la sua Audi A1 l’Autostrada Adriatica in direzione di Riccione, dove poi uscirà, e si trova nella corsia centrale, all’altezza di Forlì: il traffico è intenso, procede (per fortuna) a soli 80 km/h. All’improvviso si trova davanti, in mezzo alla sua carreggiata, una strana sagoma: è il copertone di un camion. Impossibile frenare o cambiare corsia, la vettura è circondata da altri veicoli, inevitabile l’impatto con lo pneumatico: l’automobilista riesce miracolosamente a tenere la sua macchina in strada, evitando pericolose sbandate, e si salva, ma, appena può accostare, nota subito che il danno al paraurti anteriore è notevole. La signora avvisa subito del fatto Autostrade per l’Italia, anche per segnalare il pericolo che possono correre altri automobilisti. E che infatti si materializza ancora.

 

Stavolta, il 26 febbraio, tocca a un quarantacinquenne di Bagnocavallo, in provincia diRavenna, e con conseguenze ancora peggiori, perché qui il sinistro accade di notte. L’automobilista sta rientrando a casa dalla provincia di Varese, dove lavora, e viaggia con la sua Bmw Serie 1 nel tratto dell’A14 compreso tra Castel San Pietro e la diramazione per Ravenna,dove deve uscire, quando sente all’improvviso un botto sulla vettura e un violento scossone: provvidenzialmente, il malcapitato sta procedendo nel rispetto dei limiti di velocità, con un’andatura entro i 130 km/h, e con sangue freddo mantiene il controllo della macchina, che sbanda inevitabilmente in seguito all’ostacolo centrato in pieno a quella velocità.

L’uomo si ferma quindi in corsia di emergenza per riprendersi dallo spavento e per verificare cosa sia successo ed è allora che si rende conto di aver impattato con il muso della sua Bmw – anche lui – contro un grosso pezzo di pneumatico che si trova sul manto autostradale e che, a quell’ora di notte, è difficilmente percepibile e distinguibile dal resto della strada: anche qui con ogni probabilità la gomma persa da qualche mezzo pesante. Pure lui tira un sospiro di sollievo per avere salvato la “pelle”, ma dopo arriva il momento amaro, quello della constatazione dei danni al veicolo, ancora più ingenti rispetto al caso precedente: il davanti della vettura è praticamente sfasciato e sistemare tutto in carrozzeria costerà caro.

Entrambi gli automobilisti, tramite la consulente legale dott.ssa Sara Donati, si sono quindi rivolti a Studio3A-Valore S.p.A., società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini, che i danni li ha già chiesti ad Autostrade per l’Italia, essendo ampiamente assodato, anche da sentenze della Cassazione su precedenti analoghi, che l’Ente gestore è responsabile dell’incidente provocato da uno pneumatico presente nella tratta di sua competenza, indipendentemente da chi lo abbia perduto, e come tale è tenuto a risarcire gli utenti della (auto)strada coinvolti. E’ suo obbligo infatti quello di mantenere sempre condizioni di sicurezza le tratte gestite: prerogativa che mal si concilia con la presenza di ostacoli vari e insidiosissimi sulla carreggiata. E anche con il ripetersi di questi sinistri.

 

Nuovi casi di operatori sanitari già vaccinati e infettati dalla variante inglese del virus.

 

Coronavirus, Nursing Up De Palma: «I casi di operatori sanitari già vaccinati e infettati dalla nuova variante del virus ci preoccupano non poco. Occorre aumentare gli screening per la misurazione del livello anticorpale»

«Rispondiamo a Sileri che a Tgcom afferma che “è raro che oggi tra il personale sanitario si ammali ancora qualcuno”. Caro Sileri, 4021 operatori sanitari si sono infettati nell’ultimo mese (dati Istituto Superiore Sanità). Di questi oltre l’80% sono ancora infermieri. Basta con le frasi di circostanza e il pressapochismo».

ROMA 11 MAR 2021 – «Una infermiera in servizio all’Ospedale Moscati nell’area Covid (tutto il suo nucleo familiare risulta contagiato), e anche una sua collega dell’Asl di Avellino: oltre a loro nelle ultime ore si è ammalato anche un medico di base in Irpinia. Sono tutti in isolamento e sarebbero, usiamo il condizionale, i primi ufficiali casi di professionisti della sanità in Italia infettati dalla nuova pericolosa variante del virus.

Probabilmente, ma attendiamo approfondimenti in tal senso, potrebbe essere quella inglese.

Cosa sta succedendo? Una nuova affilata spada di Damocle pende sulle teste dei nostri infermieri? Dire ce lo aspettavamo non ci basta! Affermare che tutto rientra nel rischio preventivato di farmaci che sono efficaci solo al 90-95% non ci conforta affatto. Si tratta infatti di colleghi che erano stati tutti sottoposti alla seconda dose del vaccino. E che a quanto pare, presentavano tutti un livello anticorpale molto basso».

Così Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up, ci racconta di quanto sta accadendo nelle ultime ore in Irpinia, dove due infermiere e un medico sono rimasti contagiati dal Covid nonostante a fine gennaio avessero fosse stata iniettata loro la seconda dose del vaccino.

«Chiediamo subito l’apertura di una indagine per capire cosa sta succedendo: anche perché a quanto pare dei tre, solo la prima infermiera lavora in area covid. Chiediamo di approfondire gli studi sul rischio che corrono i nostri operatori sanitari in relazione a questa variante, subdola e ancora poco conosciuta, soprattutto sulla correlazione esistente tra il titolo anticorpale che si riscontra negli esami ematici degli operatori interessati dopo aver ricevuto la vaccinazione, ed il livello di aggressività, con i correlati effetti dell’infezione che ne consegue.

Insomma a questo punto vogliamo sapere in quali termini il titolo anticorpale riscontrato incide sul rischio di re-infezione dei sanitari interessati. Solo così potremo essere sicuri, in qualche modo, che vi sia congruenza tra gli anticorpi che l’organismo genera a seguito della somministrazione vaccinale, e la loro effettiva capacità di proteggere l’individuo.

Alla fine qui si parla di operatori sanitari, soggetti esposti ogni giorno a possibile contagio, quindi da proteggere in maniera particolare.

Occorre perciò rafforzare subito i protocolli di sicurezza partendo dagli infermieri che lavorano nelle aree covid, ancorchè vaccinati. Bisogna implementare protocolli di costante misurazione del livello anticorpale, che peraltro tutti sappiamo che può variare anche in presenza di peculiari condizioni di stress psicofisico. I più esposti al rischio sono sempre i nostri operatori sanitari: occorre ed evitare di abbassare la guardia come accaduto tra la prima e la seconda ondata.

I casi di contagi si stanno finalmente abbassando, i dati però degli operatori sanitari infetti dell’Istituto Superiore della Sanità restano, ciò nonostante, ancora alti: 4021 nuovi ammalati negli ultimi 30 giorni, di cui, lo dice l’Inail, oltre l’80% continuano a essere infermieri, quindi circa 3500 nell’ultimo mese. Con una media di oltre 100 infermieri al giorno. E’ vero, solo a Gennaio la media era di oltre 350, qualcosa è cambiato e non possiamo che gioirne, ma queste varianti ci preoccupano ed è questo il momento di attivarsi per evitare un nuovo tracollo.

E soprattutto è ora di lasciare da parte il pressappochismo o le frasi di circostanza. Non ci è piaciuto infatti il modo in cui, qualche giorno fa, il sottosegretario Sileri, ha “liquidato” l’emergenza contagi degli operatori della sanità, definendola un caso ormai brillantemente superato, affermando a Tgcom, “che il personale sanitario è raro che si ammali oggi qualcuno”. I numeri non dicono certo questo caro Sileri e adesso è il momento più che mai di proteggere i nostri infermieri, evitando di cadere in “leggerezze fatali”.

 

Parole a capo
Angelo Andreotti: “Le secche mani del tempo” ed altre poesie

“La poesia è la ragione messa in musica.”
(Francesco De Sanctis)

 

Le secche mani del tempo

Le secche mani del tempo non hanno
più presa, le cose importanti
ritornano ma come sbalordite
dalla vaghezza delle mie domande,
ora
        che tardive
vanno a sbattere
scivolando sui forse dei ricordi.

Giusto il silenzio conserva memoria

 

Assieme al buio

Assieme al buio, a un fresco lontano,
all’ottundersi sordo dei margini,
allo sfollare lento dei rumori,
si aggiunge nell’aria
– e la penetra quasi –
un altro tempo che diresti vuoto

ma di te invece è rimasto in attesa.

 

In quella casa dove iniziai il cammino

In quella casa dove iniziai il cammino
un tempo c’era un fico, molte ortensie,
un orto di passeri e merli
con tante parole nascoste

che più tardi ho ritrovato
incastrate in cespugli di spine.

 

Pace non so…

Pace non so… né dove sia
quel lontano in cui ti andasti a nascondere
togliendo lo sguardo dal mondo,
e ancora non so chi vedevi
nel chiuso degli occhi,
o quali voci, e quali silenzi,
quali volti indicavi
in quella tua lingua segreta.

Sorridevano?

Angelo Andreotti (1960) vive e lavora a Ferrara. Laureato in Filosofia si è sempre occupato di linguaggi artistici, curando mostre e scrivendo numerosi saggi su arti visive e letterature in riviste, cataloghi, collettanee. Per la poesia ha pubblicato: Porto Palos (Book, 2006); La faretra di Zenone (Corbo, 2008); Nel verso della vita (Este, 2010); Parole come dita (Mobydick, 2011); Dell’ombra la luce (L’arcolaio, 2014 – introduzione di Matteo Bianchi e postfazione di Duccio Demetrio); A tempo e luogo (Manni, 2016); L’attenzione (puntoacapo, 2019 – prefazione di Antonio Prete). Ha inoltre pubblicato i saggi Il silenzio non è detto. Frammenti da una poetica (Mimesis, 2014) e Il nascosto dell’opera. Frammenti sull’eticità dell’arte (Italic, 2018), nonché la raccolta di racconti Il guardante e il guardato (Book Salad, 2015 – introduzione di Flavio Ermini e postfazione di Patrizia Garofalo).
Le poesie qui raccolte sono tratte dall’inedito Le notti non dormono qui.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Gian Paolo Benini e Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

Eccheccazzo!

di Riccardo Francaviglia

I protagonisti delle vignette sono sgargianti individui che non sembrano appartenere al nostro mondo, forse vivono in un mondo variopinto o più probabilmente i loro colori accesi spiccano in un mondo all-white; un avatar del nostro contesto quotidiano, dove ciascuno di loro assomiglia a tutti e non assomiglia a nessuno. In fondo diverte l’idea di identificarsi con sagome fluo col naso a pera, ma voglio credere che anche questo può contribuire a guardarsi “da fuori” per sorridere e riflettere su ciò che siamo e ciò che stiamo diventando.

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