Giorno: 30 Giugno 2021

mikado bastoncini shangai

DI MERCOLEDI’
Il gioco dei bastoncini shanghai

 

Ho molte sollecitazioni in testa. Sono venute così, un giorno dopo l’altro leggendo libri, ascoltando su Rai3 una bella puntata di Maestri sulla presenza femminile tra gli autori della storia letteraria italiana, conversando a tavola con le amiche sulle nostre letture. Ora che l’Italia è di colore bianco rispetto alla pandemia si incontrano le persone, si pranza nella solita trattoria vicina al Liceo, si fa il giretto del mercoledì al mercato e, nonostante il caldo, ci si ferma a parlare.

Ho letto per primo un libro che è da dimenticare e che ho già dimenticato: Molto amore per nulla. L’ho scelto distrattamente sul tavolo delle novità alla biblioteca del mio paese; ho pensato ‘non conosco questa Anna Premoli’. Ho visto che ha già venduto oltre 800.000 copie. L’ho letto, come dicevo. Ho anche saltato, con l’avallo di Pennac, molte delle pagine centrali, nella sicurezza di non perdere il senso della storia che è tutta uno stereotipo.

Lui e lei si conoscono, alla fine si amano e nel mezzo sono raccontate le tappe del loro avvicinamento: un repertorio di occasioni di lavoro e di incontri casuali, che portano i due verso il lieto fine. La scrittrice ha inserito alcune variabili narrative accattivanti, del tipo che lei è avvocato ed è single, ha una promettente carriera davanti a sé, ma non si cura come dovrebbe. Lui è bellissimo, ma anche sensibile e intelligente, al punto da accorgersi di lei anche se indossa abiti poco vistosi.

Sono passata ai racconti: ho aperto la raccolta curata da Corrado Augias dal titolo Racconti parigini e ho scelto di cominciare da La Torre Eiffel del nostro Dino Buzzati, unico italiano tra i venti mostri sacri scelti dal curatore, del tipo Walter Benjamin, Marcel Proust, Gertrude Stein e così via. Leggo molti più racconti ultimamente, perché è una sollecitazione che mi è venuta dall’esterno e perché voglio riaccostarmi in modo libero a questo genere, fuori dai percorsi scolastici.

Buzzati ne ha scritti di bellissimi e li ha ambientati in ogni parte del mondo, in situazioni concrete e quotidiane piene dei dettagli della vita ordinaria. Spruzzandoli però abbondantemente di magia, spargendoli di una polverina che li trasforma in fiabe misteriose.

Gli operai che costruiscono la Torre, a centinaia cominciano a lavorarci a turni serrati; il narratore è uno di loro, è un bravo operaio meccanico che è stato ingaggiato da Gustavo Eiffel in persona: descrive perciò il lavoro iniziale con una precisione tecnica che rimanda al filone della letteratura industriale in voga negli anni Sessanta; fa pensare alle grandi opere narrate da Primo Levi nel suo La chiave a stella.

Gli operai condividono fin dall’inizio un segreto e, quando la Torre raggiunge i cento metri di altezza, un anello di nebbia, che piacerebbe a Magritte, avvolge il suo culmine, impedendo a chi ci lavora di vedere in basso e di essere visto. Il cappello di fumo sale mentre anche la costruzione va su fino ai 200, poi ai 280 e infine ai 300 metri e anche oltre: fino all’infinito la porteranno gli operai, il loro segreto si trasforma via via in un sogno.

Il racconto si chiude con la inaugurazione del 31 marzo 1889 [Qui]: è finita la Torre che il mondo intero attende, dalla straordinaria altezza di 312,28 metri. Durante la cerimonia, però, i vecchi operai piangono tutta la loro delusione: da quando le forze dell’ordine hanno minacciato di aprire il fuoco contro di loro, sono stati costretti a scendere dal “sublime esilio” e ad amputare la guglia, rinunciando al “poema” che volevano elevare fino al cielo.

Dopo il libro totalmente orizzontale di Anna Premoli, fatto per solleticare una facile emotività, mi ci voleva la spinta verso l’alto narrata da Buzzati, l’ardore di osare, il gusto delle situazioni paradossali che tocca in profondità le simbologie del nostro immaginario.

Nel ripensare a La mattina dopo di Mario Calabresi, che ho riletto appena sveglia per alcune delle ultime mattine, mi viene in mente una linea obliqua, o meglio una linea spezzata che punta comunque verso il basso. E’ partita da un punto alto di dolore e di smarrimento e lo perde via via, come una zavorra che non può fare testo nella vita dell’autore, non le viene lasciato il modo di corrodere troppo.

La mattina dopo la brusca interruzione del suo lavoro di direttore di La Repubblica Calabresi si reinventa. E così si comporta nei mesi successivi, occupandosi della storia di famiglia e della ricerca di un tempo adatto ai rapporti con gli altri, con coloro che ama o che gli sono amici. Intanto metabolizza il vuoto che è subentrato nelle sue giornate e si abitua al nuovo silenzio, lontano dalla redazione e dal telefono che squillava perennemente. Il racconto della sua nuova vita segue i lembi della ferita che gli è stata inferta e li cuce poco alla volta, con le parole che nascono dai ricordi e dalle riflessioni di cui si è capaci nella maturità.

Le linee ora sono tre e, come shanghai [Qui] lanciati in alto e poi lasciati cadere, si trovano sovrapposti, ognuno col suo colore e con una direzione da seguire.

Le letture di questi giorni non sono però finite.

L’ultima non viene da me, ma dal gruppo di lettura di cui faccio parte al mio paese: Nessuno si salva da solo di Margaret Mazzantini. Ho pensato “meno male una donna, un’altra autrice che riporta in pari il conto con Buzzati e Calabresi”. Questo libro lo penso però come una narrazione poco riuscita, come un organismo in cui le parti non collaborano tra loro. I contenuti della storia hanno una loro stabilità (la separazione dolorosa tra Delia e Gaetano viene ricostruita dalla voce narrante mentre i due sono a cena al ristorante, in un continuo andirivieni tra presente e passato), mentre la lingua sembra non aderire in molti punti a ciò che viene detto dei due personaggi, sembra un vestito che non ha le stesse misure della persona che lo indossa.

Troppe esplosioni improvvise di un linguaggio turpe, che tradisce, anziché esprimere la personalità di ognuno. E’ la sua gratuità che fa suonare falsa la pagina; viene da pensare che due persone come Delia e Gaetano possono esistere, ma usano quel linguaggio? Che in una fase così delicata della loro storia il turpiloquio sia così spesso la chiave espressiva di cui hanno bisogno? Le linee che escono dal libro di Mazzantini restano due, come due lunghi shanghai, che hanno tratti in parallelo e tratti in cui si staccano l’uno dall’altro, assumendo il profilo di linee spezzate.

Mi succede spesso che la scia lasciata dai libri prenda la forma di linee colorate nello spazio, che si dispongono a formare geometrie composite. Quando guardo col giusto distacco gli oggetti della conoscenza mi riesce di sintetizzarli in un colore, in una linea o in una forma stilizzata.
Per esempio: I promessi sposi sono un quadrato di colore rosso, impenetrabile, La coscienza di Zeno una margherita dai petali gialli, azzurre e senza contorni precisi le nuvole di colore lasciate dalle poesie dei Canti orfici di Dino Campana.

Mi viene in mente che potrei ricostruire anche il repertorio degli odori che lasciano i libri. Magari un’altra volta.

Nel testo faccio riferimento ai seguenti libri:

  • Anna Premoli, Molto amore per nulla, Newton Compton Editori, 2020
  • Corrado Augias (a cura di), Racconti parigini, Einaudi, 2018
  • Mario Calabresi, La mattina dopo, Mondadori, 2019
  • Primo Levi, La chiave a stella, Einaudi, Premio Strega 1978
  • Margaret Mazzantini, Nessuno si salva da solo, Mondadori, 2011

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

cimitero militare

FANTASMI
C’è un rumore infernale lungo la scala

 

A Francesco e Carla

La casa era grande e fatta di pietre. Anche la scala che le girava intorno era di pietra e finiva al primo piano in una vasta terrazza. Da tutte le finestre vedevi la montagna di un Appennino né dolce né aspro. Perfetto, come solo in Toscana riesce ad esserlo, quasi per vocazione. I prati, non ancora bruciati dal freddo, erano interrotti dalle ginestre, si alternavano ai castagni, alle farnie, pochi ulivi e isolati alberi da frutto. Vicini o più distanti i paesi medievali dai nomi illustri, non lontano, in mezzo alla piana, ma invisibile dalla casa, Arezzo.
La casa e gli amici erano quanto di più affettuoso si possa immaginarsi. Erano finiti lassù da non molti anni e avevano fatto come le api, avevano curato in ogni minimo dettaglio l’esterno, il prato in pendenza, il viale d’accesso, il taglio degli alberi stranieri e le nuove piantate di alberi autoctoni. E all’interno, a piano terra e al primo piano, diffondendo armoniosamente mobili, stufe, libri e oggetti familiari.
Durante il giorno avevamo vagato per campi e paesi, in macchina e a piedi, verso il crinale della montagna, seguendo il filo della Linea Gotica. A sera, vicino alla stufa economica, si mangiava e si parlava. Di ricordi e cose molto vecchie, e dei ragazzi, così confusi e spaventati, del futuro che vattelapesca cosa mai o molto poco gli potrà riservare. E naturalmente di Piero della Francesca. E della natura che qui ti circonda dai quattro lati. Dei vicini di casa simpatici o strambi, dei tanti inglesi che qui hanno scelto di metter su casa. Ma anche e inevitabilmente, perché siamo a pochi chilometri dalla Linea Gotica, dell’ultima guerra, di quando i tedeschi scappavano e gli alleati risalivano, con molta calma, un’Italia spaccata in due come una mela.
Durante l’ultimo anno di guerra fu il capitano dell’8° Armata Tony Clarke, contravvenendo agli ordini e per amore del bello, a salvare San Sepolcro e le opere di Piero della Francesca. Amava Piero e la sua Resurrezione, o semplicemente era convinto che i tedeschi si fossero già spostati un po’ più a nord, verso Pieve Santo Stefano, là avevano intenzione di attestarsi, resistendo fino a quando fosse pronto quel tratto di Linea Gotica appena qualche chilometro sopra il crinale. Così San Sepolcro si salvò, mentre Pieve Santo Stefano fu rasa al suolo, distrutta non dai bombardamenti americani o dai mortai inglesi della 43° Divisione Corazzata Falco, ma dalle mine che i tedeschi fecero brillare come se il paese fosse una cava di arenaria. Il paese si sbriciolò in ogni sua pietra. Resistere all’avanzata alleata era più facile dietro trincee di macerie piuttosto che scavando buche, e a da quella posizione, da quello che era stata Pieve Santo Stefano e ora era solo un cumulo di sassi, potevano controllare tutta la valle del Tevere. Quell’inverno e quella primavera non finivano mai, la Linea Gotica fu abbandonata solo nell’aprile del 1945. Quando gli abitanti di Pieve Santo Stefano, sfollati nei borghi vicini o nelle campagne, tornarono alle loro case, non ne trovarono in piedi nemmeno una.
Mi raccontano gli scontri a fuoco, le rappresaglie, gli eccidi di cui trovo nomi, date, croci e distratta memoria in tante lapidi, nei crocicchi, ai bordi delle strade, nelle piazzette delle contrade, nei paesi più grandi, magari accanto alle statue o ai ricordi del passaggio vero o presunto del generale Garibaldi. Gli eccidi, le rappresaglie, le hanno fatte i tedeschi ormai allo sbando e in affannosa ritirata, con i panzer senza più nafta e riadattati con rudimentali caldaie a legna, improvvisamente spaventati della loro stessa paura, per la prima volta dubbiosi di poter tornare a casa.
La strage più vicina? E’ appena dietro quel monte, a pochi chilometri, dove una volta c’era e ora non c’è più il borgo di Val Lucciole, un nome così incongruo per una storia così atroce. All’alba del 13 aprile ’44 la famigerata Divisione Hermann Goering eliminò per rappresaglia tutto il paese, 107 persone in tutto. Ma in tutta la valle, e nelle valli vicine, è morto un numero impressionante di persone. Civili, e soldati tedeschi, partigiani, inglesi, tantissimi pakistani in forza alle forze alleate e che i comandanti britannici mandavano ad aprire le vie e a prendersi le pallottole. Questa terra ha avuto sangue e concime per molti secoli a venire.
I racconti, le parole e il vino sono finiti, almeno per questa sera. I cari amici mi accompagnano nella mia stanza, con un ultimo scherzoso avvertimento: “Se questa notte senti un rumore infernale in giardino, fin sulle scale della terrazza, non spaventarti, sono solo i cinghiali che scorrazzano. Sono loro i padroni della montagna, bisogna farci l’abitudine”.
Leggo per pochi minuti, la mano che tiene il libro spunta appena dal piumino. Provo ad ascoltare le voci del bosco, un ultimo gioco fra me e me, e sento che per vincere a quel gioco mi basterebbe una sola foglia contro il vetro, un cane dalla collina di fronte, ma c’è un silenzio compatto, primitivo. Il libro fa un volo leggero dall’altra parte del lettone, mi addormento di colpo come un bambino piccolo.
Cerco con qualche affanno il cellulare seppellito nelle pieghe del piumino, buio pesto, sono le tre e mezza. Ora sono seduto ritto sul letto, perfettamente sveglio e ascolto quel rumore tremendo, sfacciato, infinito, infernale come ha detto il mio amico la sera prima. Cerco di localizzarlo nel buio. Si sta avvicinando alla casa, diventa più forte, si frange in molti suoni e toni discordanti, nemici tra loro ma che si sommano in un unico ringhioso muggito. Il branco di cinghiali padroni della montagna.
Ora sono davvero vicini, salgono la scala esterna, raspano contro la porta finestra. Ma non sono cinghiali, e neppure lupi, in un attimo ne ho la certezza. Dentro quel rumore sento cose che con i cinghiali non possono accordarsi in nessun modo. Sento una risata, un battere di mani e alcune parole, frasi concitate, altre risate. Sento gridare Schnell Schnell. E in dialetto toscano: Siamo arrivati prima noi. In uno strano inglese: Very well. come one, let’s do it again. Un’altra voce italiana ha un accento del Sud, forse calabrese: Sì, però ora tocca a noi nasconderci.
Mio dio, non sono cinghiali. Sono i civili trucidati e i fantaccini innocenti, i mille morti della valle che giocano fra loro a nascondino o a moscacieca. Possono giocare, finalmente l’orrore è finito. Mi alzo di scatto, afferro la maniglia della porta finestra, apro il vetro, ascolto ancora dietro le persiane. Ora stanno ripartendo di corsa, si allontanano, le voci sono inghiottite dal buio.
Dalle persiane della mia stanza filtra la debole luce invernale dell’alba. Mi alzo e vado in cucina. Dentro tutte le finestre c’è un muro di nebbia. Bevo un bicchiere d’acqua. Non si sente più alcun rumore.

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