Giorno: 2 Novembre 2021

C’è speranza se accade a Ferrara

 

Finalmente nella mia città un fine settimana come si deve. Non un assembramento ringhioso contro le misure anticovid, espressione incivile di un disagio profondo, che non trova adeguata, diversa risposta. Piccole iniziative, invece, dicono di una città nella quale i diritti di tutti vanno riconosciuti. E come tali c’è chi li sente.

29 ottobre, venerdì pomeriggio, in piazza municipio è la risposta alla bocciatura del Senato di un disegno di legge contro la discriminazione determinata da sesso, genere, orientamento sessuale. Una concittadina, segreteria nazionale di Arcigay, ricorda ai tanti intervenuti che una legge così era attesa da più di trent’anni. Una proposta era stata allora avanzata. Ci sono cittadine e cittadini che quotidianamente subiscono soprusi non per quello che fanno, ma per quello che sono. Se la libertà non è di tutti ci sono solo privilegi e soggezioni.

mediterranea

Sempre lo stesso giorno, ma alla sera, in una grande sala di fronte a un folto pubblico, Mediterranea sbarca a Ferrara. C’era già stata una prima volta a marzo per illustrare la propria attività. Denuncia la violazione dei diritti umani e si è assunta il difficile complito di monitore la situazione del Mediterraneo, con soccorso a chi vi si trova in pericolo. È un compito che la situazione dei paesi europei non agevola. Sostanzialmente non è mutata neppure in Italia, con il cambiare dei governi. Almeno non si assiste più all’oscena esultanza del Ministro dell’Interno per gli sbarchi impediti. È l’occasione di celebrare la formazione di un gruppo locale, uno degli equipaggi a terra, essenziali per l’attività degli equipaggi in mare.

30 ottobre, sabato mattina. È una piccola, privata, riunione rispetto a quelle ricordate. Per me è molto importante. Una dozzina di persone si incontrano, in maggioranza donne. Sono tutori volontari di minori stranieri non accompagnati. Si confrontano, partendo dalle loro concrete esperienze.
Sono riuniti in un’associazione, primo esempio in regione, nata da un corso di formazione e autoformazione del 2015. Da allora se n’è fatta di strada. Io sono invitato per l’accompagnamento che ho offerto sia nel primo che nel secondo corso e nella nascita dell’associazione. È un’attenzione che mi onora. L’associazione svolge un’opera di divulgazione e approfondimento sulla presenza dei minori, in particolare non accompagnati, tra i migranti. Anche quando lo sguardo si rivolge ad ambiti più generali – stamane è uscito il tema della tratta – sempre forte è il radicamento all’esperienza in corso. L’associazione si chiama Tutori nel Tempo,TnT, a significare che non vi è abbandono al passaggio alla maggiore età. È questo un momento particolarmente delicato. Cessa la protezione dovuta al minore e questi, da adulto, deve confrontarsi con le pessime leggi e disposizioni che in Italia – non solo in Italia – regolano immigrazione e condizione dello straniero.

Yaya Yafa

Nel pomeriggio dello stesso sabato un corteo, con una forte partecipazione di giovani lavoratori africani, si forma nei pressi dello stadio. Viene rapidamente ricordato il giovane Yaya Yafa e le circostanze della sua morte sul lavoro. Poi parte un corteo che raggiunge la piazza municipale. Parole d’ordine: Giustizia per Yaya, Lottiamo insieme per i diritti di tutti i lavoratori, Lottiamo insieme contro le discriminazioni. La promozione è di Amici di Yaya, Comunità africana, Cittadini del mondo. C’è molta commozione.

Yaya ha solo 22 anni, una moglie e un figlio di pochi mesi
da mantenere. È conosciuto da coetanei e famiglie, anche per la sua attività di calciatore in una squadra locale. Lavora come bracciante, iscritto alla Flai Cgil. Nella disoccupazione stagionale ha accettato un contratto di lavoro come facchino per sette giorni, o forse sarebbe meglio dire notti, all’interporto di Bologna. Proprio a metà del periodo muore schiacciato da un camion mentre è intento, nella notte del 21 ottobre, al carico e scarico di merci. L’inchiesta accerterà le responsabilità.

Quello che è certo è che le cosiddette morti bianche sembrano un bollettino di guerra, con i morti da una parte sola.

Il corteo si fa assemblea nella piazza municipale. Si susseguono ricordi di Yaya e testimonianze sulle condizioni di lavoro nell’Interporto dove il giovane ha trovato la morte. C’è anche un momento di preghiera proposto da un camionista: “Yaya per me era come un figlio. Era spesso a mangiare a casa mia. I miei familiari lo piangono. I morti sul lavoro vanno in paradiso”. Molto seguito e applaudito è l’intervento del segretario della Flai di Ferrara. Ricorda l’impegno del giovane nella ricerca di ogni occasione di lavoro. Dice dell’impegno sindacale per garantire dignità e sicurezza del lavoro, impedita da contratti brevissimi, senza alcuna formazione possibile. Ci sono contratti di un giorno, per persone contattate tramite Whastapp, dalla sera alla mattina.
Sono ragazzi prevalentemente africani, viene detto in diversi interventi. Accettano tutto – si dice – anche per il timore di non vedere rinnovato il permesso di soggiorno. “Bisogna rifiutarli, stare uniti. Hanno bisogno di noi. Possiamo spuntare contratti più degni”. In un grande striscione è scritto: “Protesta degli immigrati. Vivo qui, lavoro qui. Basta discriminazioni”. Così il pomeriggio del sabato si salda, contro una diversa non meno odiosa discriminazione, al giorno precedente.

mostro paura

Lettera: Chi ha votato contro il ddl Zan è un “mostro”?

A proposito della bocciatura del ddl Zan, il consigliere Pd Antonio Mumolo, che siede fra i banchi del nostro consiglio regionale, ha dichiarato : “Il sonno della ragione genera mostri. Nel buio, protetti dal voto segreto, quei mostri hanno bloccato una legge di civiltà. Quei mostri meritano l’oblio. A noi rimane la battaglia per garantire i diritti di tutte le persone e per difendere ogni persona dall’odio degli ignoranti. Non ci fermeremo. Il ddl Zan non si ferma”.

Insomma, dice Mumolo, “Chi si ferma è perduto”. Ma forse l’aveva già detto qualcun altro (forse un romagnolo di Predappio).

Ma a parte l’oratoria mussoliniana, mi complimento per il democratico “rispetto” ostentato verso gli avversari politici dal consigliere PD.

Perchè un parlamentare, cioè un rappresentante del popolo – che ha idee diverse da Mumolo – deve essere definito “un mostro”?

A parte il fatto che il consigliere regionale PD dovrebbe cercare qualche “mostro” anche dalle sue parti (politiche), che fine ha fatto l’appello di Veltroni a non considerare più “nemici” gli avversari politici? Con Mumolo dai nemici siamo addirittura passati ai mostri. E i mostri, come ognun sa, dovrebbero essere eliminati…

Quanta nostalgia dei Gulag e di “Baffone” riaffiora, ogni tanto, in certi ambienti di sinistra…

Mauro Marchetti

hera

Hera: l’8 novembre possibili disservizi causa sciopero

 

Hera informa che lunedì 8 novembre potrebbero verificarsi disagi nello svolgimento dei servizi ambientali causa uno sciopero Nazionale, su tutta la giornata, proclamato dalle Organizzazioni Sindacali Confederali di categoria e da un’Organizzazione Sindacale non Confederale.

Hera ricorda che saranno garantite le prestazioni minime, assicurate per legge, e che al termine dello sciopero i servizi torneranno alla normale operatività.

Gli anziani e la solitudine”, un importante convegno di Anap Confartigianato Emilia Romagna

Gli anziani e la solitudine”, un titolo davvero appropriato, soprattutto dopo questi due anni di pandemia, per il convegno organizzato da Anap Confartigianato Emilia Romagna nella mattinata di sabato 30 ottobre all’Hotel Centergross di Bologna, che ha visto la presenza di oltre 140 persone.
“Già avevamo pensato nel 2019 di fare un’importante iniziativa sulla solitudine con lo stesso professor Trabucchi, poi c’è stata la pandemia – ha affermato Giampaolo Palazzi, presidente Anap Confartigianato Emilia Romagna -. Questo convegno serve sia per affrontare un problema che con la pandemia si è acuito, nello stesso tempo, però, oggi è necessario risollevarci dopo due anni terribili. Abbiamo bisogno di ritrovarci, di riprendere il dialogo e di confrontarci. Il tema della solitudine è importantissimo, ricordiamo che in Italia ci sono 16 milioni di pensionati, tra questi tanti soffrono, non solo dal punto di vista sociale o sanitario, ma anche economico, molti vivono con pensioni bassissime e questo è un altro problema che intendiamo affrontare”.
“Mi piace sottolineare quanto faccia l’Anap, il nostro settore che dedica attenzione al mondo dei pensionati e a quello che hanno rappresentato – ha detto Davide Servadei, presidente Confartigianato Emilia Romagna -. I pensionati sono un po’ come gli ex combattenti, sono coloro che sono stati in trincea, che hanno rappresentato il nostro mondo sotto vari punti di vista. Per noi è molto importante tenere le luci accese su questo mondo e sulle attività che svolge”.
“Dopo due anni di chiusure, oggi è importante ritrovarci – ha aggiunto Guido Celaschi, presidente nazionale Anap -. Ben vengano queste iniziative per far sì che la gente esca, torni a socializzare, a discutere di temi importanti che richiedono l’impegno e il contributo di tutti. La solitudine è una brutta bestia che porta con sé tante altre problematiche, a cominciare da quelle che riguardano la salute. E’ importante l’impegno che la nostra associazione svolge giorno per giorno in ogni territorio”
“Il senso della vita è dato dal vivere con gli altri – ha affermato nel suo intervento il professore Marco Trabucchi -. Se non si verifica questo la solitudine non si batte. Come Anap dovete rendere palese alla comunità la sofferenza di chi è solo e diffondere la conoscenza della solitudine. La sofferenza talvolta è nascosta, per questo occorre impedire che si chiudano gli occhi di fronte a questo problema. Poi servono scelte strategiche. In alcuni piccoli Comuni sono stati fatti degli assessorati alla Solitudine, non è la soluzione del problema, ma un passo avanti, si richiama l’attenzione, forse ci possono essere un po’ di risorse per fare iniziative. Noi dobbiamo tutti impegnarci perché l’anziano esca di casa, occorre indurlo alla relazione, ecco quindi l’importanza di tante iniziative che si fanno nei territori: passeggiate, giochi, attività culturali. E’ fondamentale lo stile della vicinanza a una persona sola, non dobbiamo parlare, ma saper ascoltare con gentilezza e con amore, sentimenti che non sono mai sprecati”, ha concluso il professore Trabucchi.
“Un ringraziamento all’Emilia Romagna che dopo la pandemia ha affrontato un tema così importante con un convegno in presenza – ha concluso Fabio Menicacci, segretario nazionale Anap -. La presenza di oggi ci indica che il tema è molto sentito. La nostra associazione sono anni che presenta ai vari governi che si sono succeduti delle proposte sull’autosufficienza, al cui interno c’è chiaramente il tema della solitudine, cercando di trovare soluzione, compresi eventuali aiuti economici ai familiari, oltre ad altre formule che permettano alle persone di entrare in contatto tra di loro, anche con forme di mutuo aiuto. Confatigianato, Anap, assieme all’Ancos, l’associazione di promozione sociale che costituisce i circoli ricreativi, stanno svolgendo un ruolo importante per combattere questo fenomeno di grande importanza sociale”.
Didascalia persone al tavolo: Da sinistra, Emanuele Buti, coordinatore Anap Emilia Romagna; Guido Celaschi, presidente nazionale Anap; il professore Marco Trabucchi; Giampaolo Palazzi, presidente Anap Confartigianato Emilia Romagna; Fabio Menicacci, segretario nazionale Anap.
(Rizomedia, Valerio Zanotti, tel. 335375457)

 

biblioteca tresigallo

Venerdì 5 novembre, ore 18,00, terzo appuntamento di “Autunno da sfogliare” alla Casa della Cultura di Tresigallo

 

“Autunno da sfogliare 2021” terzo appuntamento 5 novembre ore 18,00 con Manlio Castagna che presenta La notte delle malombre, Mondadori, 2020. Dialoga con l’autore Maria Gloria Panizza, Letture a cura di Gian Filippo Scabbia, accompagnamento musicale di Roberto Berveglieri.

Un tragico viaggio in cui le storie di tre ragazzi si intrecciano alla Storia, le leggende alla realtà del più grave disastro ferroviario italiano – per tanti anni dimenticato – in un racconto magistrale e potente.

Il libro: Ispirato ad una sconvolgente storia vera: nella gelida notte del 3 marzo 1944, il treno che da Napoli sarebbe dovuto arrivare a Potenza viene trovato fermo in una galleria all’altezza di Balvano. Dentro e intorno, centinaia di cadaveri. Certo, una strage non è inconsueta in tempo di guerra, ma questi morti sono senza ferite. Per dipanare il mistero del treno merci 8017 bisogna tornare indietro nel tempo, salire sgomitando su quel lungo convoglio e guardare in faccia i suoi passeggeri clandestini. Come Rocco il mariuolo, che nella bolgia cerca bottino. O Brando, costretto a farsi carico della famiglia troppo presto. Quando il suo sguardo, puro e determinato, incrocia quello di Nora, la figlia del dottore, le loro anime si legano indissolubilmente. C’è qualcosa però che tormenta la ragazza: ha visto il pericolo incombente sotto forma di malombre, presenze oscure che secondo le credenze popolari annunciano la morte. Ma chi le crederà?

L’autore: Manlio Castagna nasce a Salerno nel 1974 ed esordisce alla regia nel 1997 con il pluripremiato corto “Indice di frequenza”, con Alessandro Haber. Da oltre vent’anni collabora ad organizzare il Giffoni Film Festival e nel 2007 ne diventa vicedirettore artistico, ruolo che manterrà fino al 2018. Esordisce nella narrativa per ragazzi con la saga bestseller Petrademone edita da Mondadori. Per la stessa casa editrice pubblica  “La notte delle Malombre”, “I venti del male”,  “Alice resta a casa”, scritto a 4 mani con Marco Ponti e il manuale di cinema “116 film da vedere prima dei 16 anni”. Con Guido Sgardoli ha scritto il romanzo horror “Le Belve” (Piemme), ambientato a Tresigallo. Per Emons ha invece pubblicato “L’amore vince tutto” (serie “I misteri di mercurio”) e l’audio serie originale: “I diari del limbo” da cui è stato tratto l’omonimo graphic novel edito da DeAgostini.

Durante l’incontro sarà possibile acquistare l’opera dello scrittore.
Ingresso libero fino ad esaurimento posti
green pass (maggiori di 12 anni)  e mascherina obbligatori

Anita Arlotti –  Responsabile Biblioteca Comunale di Tresigallo

piergiorgio cattani

Per ricordare Piergiorgio Cattani
Niente sta scritto. Libertà e limiti della condizione umana
Sabato 6 novembre, Biblioteca Cedoc, ore 16.00

Gruppo SAE di Ferrara e  Biblioteca Cedoc
Sala parrocchiale di Santa Francesca Romana, Via XX settembre 47, Ferrara
Sabato 6 novembre ore 16.00
A un anno dalla scomparsa  di Piergiorgio Cattani (1976-2020), inaugurazione del lascito librario presso la Biblioteca Cedoc

Niente sta scritto.  Libertà e limiti della condizione umana
Proiezione di alcune sezioni del documentario “Niente sta scritto” di Marco Zuin
dedicato a Martina Caironi e Piergiorgio Cattani.
Intervento di Vito Mancuso

Accesso  consentito con  il green pass. Non occorre prenotazione

Le persone anziane sanno che tra dieci o vent’anni non ci saranno più, nessuno però è tanto vecchio da non immaginarsi ancora in vita l’anno prossimo. In questo clima ha vissuto a lungo anche Piergiorgio Cattani, che di anni però non ne aveva tanti, era nato nel 1976. Aveva tuttavia dentro di sé una dura compagna: la distrofia muscolare di Duchenne che gli procurò, in maniera crescente, l’impossibilità di muoversi e lo obbligò a ricorrere a un apposito ventilatore per riuscire a respirare. Sapeva che le sue aspettative di vita erano limitate; tuttavia quando, per decenni, all’oggi succede il domani, si è nelle condizioni di proiettarsi in un futuro sia pur breve. Domenica 8 novembre 2020 il cuore di Piergiorgio si è improvvisamente fermato quando la sua mente era piena di progetti.
Le battaglie etiche e civili di Cattani, scrittore, giornalista e uomo politico nel suo Trentino, hanno avuto un centro: fare spazio nella vita pubblica a tutti coloro che, per un motivo o per l’altro, sono ai margini.
Molti condividono questa posizione, ma c’è chi è in grado di sostenerla con le stimmate di verità di cui altri sono privi. La dignità umana cessa allora di essere un principio astratto per diventare testimonianza e impegno concreto.

omofobia sessualità

Ferrara, aggressione omofobica in pieno centro

 

Nella giornata odierna ci è stato segnalato, tramite messaggi e condivisione di video, un episodio di aggressione omofobica ai danni di un gruppo di ragazzi minorenni, avvenuto in pieno centro città nel pomeriggio del 31 ottobre scorso. Condividiamo il presente comunicato su quanto accaduto nella speranza che venga diffuso il più possibile.

Giacomo Catucci – Arcigay Ferrara Gli Occhiali d’Oro

Cover: Pixabay su licenza Wikimedia Commons
macchina del tempo

La scuola è una macchina del tempo:
invece che sul futuro, è puntata sul passato.

 

No signori, non è come la raccontate. Pare che le ricette per cambiare l’istruzione non manchino al pensiero ben pensante. Azzerare tutto e portare indietro la macchina del tempo.
C’è chi invoca cattedre e predelle e chi il ritorno al riassunto nell’epoca degli abstract. Ben pensanti che neppure si preoccupano di visitare il sito della Fondazione Agnelli dedicato alla Scuola, giusto per tentare di aggiornare i loro archetipi per diradare le nebbie che offuscano la loro navigazione.

Scrivere di istruzione richiederebbe una buona cultura almeno in scienze dell’educazione, quelle che in tutto il mondo da decenni hanno soppiantato la pedagogia. Bisognerebbe conoscere la psicologia dell’apprendimento, un po’ di docimologia, un po’ di ricerca educativa, sempre di scarso interesse nel nostro Paese, persino per la formazione dei docenti dalle scuole medie in su.

Immaginare di trattare più di mezzo secolo di storia del nostro sistema formativo come se il tempo, il mondo, la società fossero stati pietrificati intorno ad esso, denuncia una concezione della scuola come corpo a se stante. Come tempio incontaminato. Come luogo degli otia studiorum. Una scuola  che non si sporca le mani con le cose prosaiche come il lavoro e le altre necessità materiali. Chi osa aprirne le porte, come pretenderebbero di fare l’Invalsi e le indagini Pisa dell’Ocse, altro non è che un profanatore del tempio e dei suoi sacerdoti.

Se qualcuno l’ha dimenticato, a scuola si va con il corpo e la mente. Il primo dovrebbe trovarsi a suo agio, la seconda andrebbe impiegata in un continuo allenamento.

Raffaele Simone, il linguista, alcuni anni fa nel suo libro Presi nella rete. La mente ai tempi del web ha sottolineato come la tecnologia, modificando il nostro modo di comunicare, ha trasformato il nostro modo di usare il corpo e la mente.
Il libro è del 2012 come le “Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo dell’istruzione”, che sono legge dello Stato. Ci sta scritto che lo scenario è così cambiato che l’apprendimento scolastico altro non è che una delle tante esperienze di formazione che bambini e adolescenti vivono e che spesso per acquisire competenze specifiche non vi è bisogno dei contesti scolastici.

C’è anche scritto che le finalità della scuola devono essere definite a partire dalla persona che apprende (vedi: corpo e mente), non dagli insegnanti e dai programmi, ma dal bambino o dall’adolescente in carne ed ossa che hai di fronte, con cui dovresti stipulare un patto formativo per garantirgli l’originalità del suo percorso individuale come prescritto dalle stesse “Indicazioni nazionali”.

Dewey ci ricorda che il fine dell’istruzione è quello di andare incontro alla società: «Ogni qualvolta ci proponiamo di discutere un nuovo movimento nell’educazione, è particolarmente necessario mettersi dal punto di vista più ampio, quello sociale».

È mettersi dal punto di vista sociale che il nostro sistema di formazione non sa fare.
Quando la società e con essa gli individui cambiano e l’istruzione resta immutata in se stessa, allora si crea il cortocircuito con i diritti delle persone, in particolare delle nuove generazioni, correndo il rischio di vendere merce avariata ai nostri giovani, come dimostrano le indagini nazionali e internazionali sul nostro sistema formativo.

Se i giovani escono dalle nostre scuole impreparati non è colpa né della media unica né di Barbiana né delle lettere alle professoresse, ma del fatto che nel corso degli anni si è accresciuto il distacco tra il nostro sistema di istruzione e lo sviluppo della conoscenza, due funzioni sociali che si muovono a velocità differenti.
La scuola ha perso sempre più terreno rispetto alla rivoluzione spettacolare prodotta dalle nuove tecnologie della comunicazione e dallo sviluppo impetuoso della mediasfera.

L’abbiamo toccato con mano con l’emergenza della didattica digitale, della didattica a distanza.
Tenersi al passo con un’evoluzione tecnologica e cognitiva inarrestabile è un enorme impegno. Come conseguenza, la scuola risponde guardando al passato. Limitandosi a trasmettere un pacchetto ben delimitato di conoscenze, pochi ben definiti saperi. Tenendosi alla larga da due meccanismi che oggi sono invece essenziali: il veloce processo di accrescimento della conoscenza e la diffusione di metodologie di accesso ai depositi della conoscenza.
Invece di essere il luogo dell’incontro con la conoscenza e della sua prima elaborazione, la scuola si ripiega su se stessa difendendo cattedre, discipline e trasmissione del sapere, per proteggersi dalla conoscenza, dal suo fluire, dal suo accrescersi che preme alle sue porte.

Siamo un paese di retori e di retorica, di buone oratorie ma di pessime cattedre. Non sappiamo pensare al nostro sistema scolastico in termini moderni, un sistema di istruzione che ormai da troppo tempo accusa una crisi profonda nei suoi moduli organizzativi e nelle sue strutture. Se ne discetta da decenni, ma non abbiamo ancora chiarito per quale idea di scuola debbano essere formati gli insegnanti, per quali finalità dell’istruzione sono chiamati a lavorare.

In giro per il mondo gli argomenti che hanno preso il centro della scena trattano di come i giovani imparano meglio nel 21° Secolo, di come rendere le scuole i catalizzatori del loro impegno per il sapere e la cultura, di come i giovani possono scegliere di imparare, di quanto la motivazione e l’amore per l’apprendimento significano nel contesto della scuola, di come dare più enfasi al coinvolgimento degli studenti nella scelta e nelle modalità dei loro percorsi formativi.

Siamo tornati al divorzio tra scuola e società. Non si tratta di una distanza di classe come nel passato, ma della distanza tra bisogni culturali diversi che determina una nuova forma di discriminazione tra chi può soddisfarli e chi no.
La scuola si è chiusa in se stessa, nella sua autoreferenzialità. Il rischio è di rimanere stritolati tra la tentazione di un ritorno al centralismo amministrativo per insipienza, l’assordante silenzio di una classe docente senza spessore sociale e professionale, e le ricette di intellettuali ben pensanti che finiscono per cumulare la loro supponenza all’ignoranza che la scuola è oggi accusata di produrre.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

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