Giorno: 4 Novembre 2021

Cina e USA tra Big Tech e Sociale
Analisi delle differenze

Nell’ultimo anno stiamo assistendo ad un tentativo di ridimensionamento dello strapotere delle big tech cinesi ad opera di Xi Jinping. In realtà qualcosa di più di un semplice tentativo, esempio ne è la donazione da parte di Alibaba di 100 miliardi di yuan (15,5 miliardi di euro) ai programmi sociali ed economici del Partito Comunista.

Era successo anche a Pinduoduo, che aveva donato 1,5 miliardi di dollari, e a Tencent che da aprile ha annunciato donazioni complessive di 15 miliardi per un programma dedicato al “bene comune”.

Precedentemente sempre Alibaba di Jack Ma, a luglio di quest’anno, aveva donato altri 23 milioni di dollari all’Henan, la regione della Cina centrale colpita da un’alluvione.

Un susseguirsi di donazioni apparentemente spontanee ma che nei fatti seguono le richieste dell’apparato comunista cinese e, come notano e fanno notare gli analisti finanziari tra cui quelli di Mf – Milano Finanza, “il presidente Xi Jinping … pretende collaborazione dai Cresi del tech per la redistribuzione della ricchezza e, considerate le recenti ingerenze governative, le aziende stanno rispondendo all’appello.”

Ma per capire quello che sta succedendo bisogna fare qualche passo indietro ed arrivare fino al 1979, quando la Cina ristabilì le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti e Deng Xiaoping divenne il primo leader supremo di quel Paese a visitare gli Usa. Una lunga visita di nove giorni, iniziata il 28 Gennaio 1979, nel corso della quale vi furono tanti incontri tra Deng e il Presidente statunitense Jimmy Carter.

La storica visita ruppe il ghiaccio delle relazioni Cina-Usa, e portò alla firma di accordi di cooperazione in materia di tecnologia, cultura, istruzione e agricoltura. Lo scopo di Deng era far uscire la Cina dalle esperienze traumatiche imposte da Mao Zedong copiando il modello capitalista americano senza perdere l’impronta asiatica.

Deng divenne così il pioniere della riforma economica e l’artefice del “socialismo con caratteristiche cinesi”, teoria che segnava la transizione dall’economia pianificata a un’economia aperta al mercato, con la supervisione dello stato nelle sue prospettive macroeconomiche.

Da quel momento iniziò la grande corsa del pil cinese e Pechino si accreditò sempre di più agli occhi degli occidentali fino ad essere accettata nel Wto (World Trade Organization) nel 2001. Ma già allora il capitalismo cinese assomigliava sempre meno a quello americano e più a quello delle “tigri asiatiche”, cioè Taiwan, Corea del Sud, Singapore e Hong Kong cioè iniziativa privata con la presenza discreta (eufemismo) dello stato, che mantiene quote di partecipazione nelle grandi aziende e controlla le banche e gli interessi strategici.

Le concessioni alle leggi di mercato avevano un fine politico, funzionale agli scopi prefissati e non ideologiche, quindi le leve del potere non sono mai state cedute, solo messe da parte per il tempo ritenuto necessario. E per Xi Jinping il tempo di tirarle fuori e mostrare alla finanza cinese, ma anche al mondo, chi comanda davvero è arrivato, anche perché le big tech stavano oltrepassando il limite accettabile dalla nomenclatura.

Grazie a questo sistema la Cina ha ottenuto un successo dietro l’altro, fino a diventare la seconda potenza economica mondiale, tantissime persone sono uscite dalla povertà estrema (anche se con qualche trucco contabile) e Xi è arrivato a dire in un suo discorso a febbraio di quest’anno che in Cina “la povertà estrema è stata sconfitta”, intestandosi ovviamente il successo. Sembra che solo Di Maio sia riuscito in occidente nella stessa impresa!

Ma raggiunti i risultati, è tempo di tirare i remi in barca, in questo caso i remi sono le big tech e in primis Jack Ma a cui è richiesto il ritorno nei ranghi con il pretesto che tecnologica e protezione dei dati devono avere un ruolo nello sviluppo equo delle comunità, quindi non può essere un privato a detenerne il monopolio.

L’Occidente magari si scandalizza, abituata a un liberismo protetto per legge da schiere di avvocati, ma un po’ d’invidia in fondo c’è, visti i tanti grattacapi che le multinazionali ci danno in termini di trasparenza e ricorso ai paradisi fiscali.

Trump aveva provato a opporre qualche resistenza ma era stato subito ridimensionato. L’America non è la Cina, ci sono le elezioni, c’è la libertà, l’opinione pubblica manipolabile dai giornali manipolabili a loro volta dalle stesse big tech, e quindi capitolò e addirittura fu estromesso, come si ricorderà, da alcuni social. Il potere economico e lo stuolo di avvocati a sua difesa vince sul potere politico che lo ha creato.

Jo Biden è stato a guardare e quando è stato il momento ha seguito il coro di critiche a Trump comprendendo però che alcune delle lotte dei repubblicani avevano un senso. Motivo per cui ha lasciato in piedi tutti i dazi a carico della Cina, indugiando su quelli all’Europa, in funzione antiglobalista e di protezione del welfare interno, dei lavoratori e delle merci americane (quasi fosse un Trump qualsiasi).

Ovviamente senza troppo sbandierare le intenzioni per non turbare la sinistra mondiale (il baluardo della finanza costruito da Clinton fino a Obama) sembra proprio che anche lui sia intenzionato a ridimensionare il “libero mercato”. Ha assunto come assistente al National Security Council Jake Sullivan per ricostruire l’economia americana su basi meno liberiste e più protezioniste promuovendo lo slogan “Buy american”.

Un’altra mossa interessante è stata la nomina della giovanissima Lina Khan, una donna sempre all’attacco delle big tech alla Federal Trade Commission (Ftc, antitrust americano), proprio con lo scopo di portare più stato nelle grandi imprese. Un po’ di quel controllo statale cinese che Biden vorrebbe per gli Stati Uniti.

Di questi giorni è la nuova misura economica che immette nell’economia ulteriori 1.750 miliardi di dollari, un’iniezione di soldi per far ripartire i consumi proprio come aveva fatto la Cina immediatamente dopo la grandi crisi del 2008 e come ha fatto già dall’anno della pandemia, il che le ha permesso di superare immediatamente le difficoltà causate dalla pandemia. Il “Build back better framework” di Biden guarda alla classe media, alla scuola a partire dall’asilo, la cura dei disabili e in generale gli aiuti ai caregiver, le agevolazioni per il passaggio a energie rinnovabili e il rafforzamento dell’assistenza sanitaria. In particolare, vi figura la scuola materna gratuita per tutti i bambini di 3 e 4 anni, portando a circa 20 milioni il numero di bambini con accesso ai servizi di assistenza all’infanzia di alta qualità e a prezzi accessibili.

Non a tutti potrebbe piacere questo modo di fare, questo tentativo di imbrigliare le big tech e grandi spese per ambiente, cosa che la Cina sta facendo da tempo, e sociale. Biden sta operando in velocità perché sa che il suo orizzonte temporale è ben diverso da quello di Xi, dura solo due anni e già nelle elezioni di medio termine la sua maggioranza potrebbe cambiare, sullo sfondo di grandi lacerazioni interne tra cui quelli di movimenti come Black Lives Matter che tende a descrivere l’America agli stessi americani come un paese di razzisti incalliti che devono fare ammenda e scontare il peccato originale dell’imperialismo. Un paese diviso e in preda a isterismi continui che hanno portato persino all’abbattimento di statue per riscrivere il passato, metodi a metà tra talebani e 1984 (il libro di George Orwell). Una realtà di divisione e conflitti che per ora crea seri problemi interni ma sembra non fiaccare ancora la proiezione di potenza esterna.

Ma prima o poi l’America potrebbe crollare su stessa e sulle sue contraddizioni mentre la Cina all’interno è forte e questo le permette di perseguire i suoi scopi di politica estera senza contraccolpi. Noi non siamo pronti ad un futuro cinese e quindi dobbiamo sperare che l’Europa sappia trovare una terza via, staccarsi quanto basta dall’egemonia e dal caos americano, evitando ad esempio di impelagarci nelle future guerre nell’indo-pacifico dove già sono accorsi gli inglesi in funzione anti Cina, e tornare ad occuparci di Mediterraneo e del cortile di casa nostra. Ovviamente facendo attenzione a non cadere nelle lusinghe del mercato economico cinese, come ad un certo punto sembravano voler fare alcuni “portavoce” del passato governo Conte.

fischietti e trottole

Bastava poco per divertirci
(un racconto)

 

“Quando ero piccolo mio padre mi regalava sempre dei giocattoli ed io li rompevo sempre, perché volevo capire quello che c’era dentro. Allora io non capivo niente perché ero piccolo, ma adesso che sono grande e capisco i soldi che costano i giocattoli, me li conservo gelosamente per ricordo della mia infanzia.”.
(Da: Racconti impensati di ragazzini, a cura di E. De Vivo, Feltrinelli) 

Per tante ragioni, nonostante il copioso sudore che mi viene a trovare ogni anno, l’estate è sempre stata la mia stagione preferita… fin da quando ero bambino (nei primi anni ’60). L’anno scolastico terminava, mettendo la sordina ai pensieri di noi bimbi e il caldo ci aiutava a non avere molti problemi su che cosa metterci addosso. Una maglietta a righe o a tinta unita (non firmata), un paio di braghine corte e i sandali.

Anche il maestro Alceste girava in bici per Argenta in canottiera ed era un avvenimento!

Si mangiava presto la sera e poi si correva subito in strada, sicuri di trovare degli amici con cui giocare al pallone, a spanna coi semi di pesca, a mondo, a figurine (a muro, a taglio), a biglie (a buca), a nascondino, a bandiera, a carte, a pulce . Si finiva sempre tardi, col buio, ben oltre Carosello. I grandi non avevano ancora inventato l’ora legale.
Ogni tanto, capitava di essere invitati dalla signora Bolognesi a vedere la TV in biancoenero (Campanile sera o Lascia o raddoppia). Io e mio fratello ci vestivamo un po’ meglio… poi, dopo un po’, mia madre restava a chiacchierare e noi uscivamo a giocare correre saltare e… sudare.

Un discorso a parte lo meritano i soldatini ed i tappi in lega d’alluminio delle bottiglie (detti anche coperchini).

Quando andavo in vacanza dai nonni, per me era una gioia. Ero sicuro di incontrare Piero, Ivan, Michele con cui preparavo delle vere e proprie sfide. Ognuno di noi si portava i propri soldatini… Io avevo un misto: indiani di diversi tipi, tedeschi dell’ultima guerra, cowboy, marines, nordisti, sudisti, alcuni David Crockett (tutti rigorosamente diversi), qualche cavallo e altro che non ricordo.
Nel cortile dietro casa c’erano cespugli d’erba, piccoli mucchi di terra, pietre, cassette della frutta. Insomma, tutto l’occorrente per ‘riprodurre’ un grande canyon. Ognuno disponeva il suo gruppo di soldatini sul terreno, metteva dei ripari o utilizzava quelli naturali che, però, non dovevano impedire al ‘nemico’ di colpirlo, poi s’incominciava la sfida. Si usavano tappi di sughero o piccoli sassolini per non buttare giù gli avversari senza romperli. Lo scontro era in contemporanea e ognuno era contro tutti. Finita la scorta dei dieci o quindici tappi, ci si fermava, si raccoglievano le ‘munizioni’ e si riprendeva un secondo giro. Vinceva chi rimaneva con un cowboy o un indiano in piedi.

Coi tappi delle bottiglie, invece, io e mio fratello avevamo inventato diversi modi per giocare. Gli si toglieva il sughero per farli andare più veloci e, dopo aver preparato tanti piccoli cerchi con lo stesso diametro dei coperchini su un foglio bianco, si scrivevano i cognomi di calciatori (intere squadre con le riserve) o di ciclisti. Si prendeva il foglio, ogni cerchio e si premeva sul tappo fino a quando il pezzo di carta non si staccava e vi restava dentro.
A quel punto, le strade dei tappi ciclisti e dei tappi calciatori si separavano. Il campo di calcio era o il tavolo da pranzo o una parte del pavimento della sala da pranzo, delimitata da libri o panni vecchi; in corrispondenza delle porte c’erano due spazi vuoti; la palla era un bottone; non esistevano fuorigioco o corner e gli unici falli, con relative punizioni, si ‘fischiavano’ quando un tappo si rovesciava.

Per i tappi ciclisti, si facevano le piste col gesso sui marciapiedi attorno a casa oppure nei sentieri dell’orto (se non era piovuto o se non era prevista l’annaffiatura immediata delle piante). Quando un tappo si rovesciava, tornava al ‘cicco’ precedente. Ogni tanto, al posto dei pezzi di carta mettevamo le foto colorate tolte dalle biglie di plastica che si erano rotte. I tappi li usavamo anche senza ‘modifiche’, cioè gli lasciavamo il sughero e, dopo aver trovato uno spazio sufficientemente liscio e lungo alcuni metri, li ‘ciccavamo’ e vinceva chi faceva arrivare il proprio tappo più vicino al muro o ad una riga in gesso senza che si fosse rovesciato. In queste gare e nelle corse ciclistiche, la presenza di amici concorrenti era assicurata, sul versante calcio ci siamo sempre tenuti l’esclusiva.
D’estate era anche il momento in cui si costruivano nuovi gruppi o ci si ritrovava per rifare la banda. Ad Argenta, solo nella mia zona (via Aleotti e dintorni) c’erano tre gruppi e, poco più in là, quello molto temuto della ‘chiavica’…

Grandi battaglie con cerbottane e ‘piroli’ di carta, per la… gioia dei netturbini il giorno dopo.

Oppure si costruivano ‘armi’ con elastici ricavati dalle camere d’aria delle ruote delle biciclette… Si andava dalla ‘pistola’ ad un colpo, alla doppietta fino ad una ‘mitragliera’ (o, meglio, elastichiera) portatile da dodici colpi. Della sua efficacia (chi era colpito tre volte era fuori da quel giro) e del bruciore alle cosce ne ho fatto esperienza personale perché ero rimasto isolato ed accerchiato e senza elastici di scorta. Mi scaricarono due dozzine di colpi, eliminandomi dal gioco. Il ricordo mi porterebbe a scrivere tante altre cose, episodi, aneddoti, ma il significato di queste righe potrebbe smarrirsi. Nessun confronto tra la creatività di allora e l’omologazione (presunta) di oggi. Sarebbe un’inutile dimostrazione retorica.

Invece, un ultimo vissuto diffuso. Non ci si arrabbiava o si facevano i capricci se mancavano i giochi nuovi. QUELLI arrivavano solo a Natale e ci si giocava solo durante le vacanze.
Poi la scuola tornava ad imporre i suoi ritmi, i compagni giocattoli dell’estate tornavano fuori ogni tanto, ma di nascosto, perché erano fuori stagione.

Ci vediamo nel metaverso

 

Non so Voi ma io mi sento decisamente sollevato al pensiero di questo numero N di bacucchi riuniti a Glasgow per discutere delle condizioni pietose in cui versa questa palla che ci ospita.
Ho così tanta fiducia nella loro capacità di fermare questo delirio che boh, potrei anche ricominciare a mangiare le bestie,
Ma mica per il gusto che hanno i pezzi di bestia cucinati: lo farei solo per fare la mia parte in questa nuova onda di ritrovato ottimismo sul futuro della razza umana.
Peccato però che ci siano i soliti guastafeste – “stati canaglia” li potremmo chiamare – che vogliono mettere i bastoni fra le ruote fatte di buona volontà di noi europei e dei sempre buoni, buonissimi americani.
È veramente carino, da parte degli americani, questo gesto così magnanimo di impegnarsi a negoziare il loro tenore di vita che – come sapevamo da quasi trent’anni – “non è negoziabile”.
Questo virus però ha cambiato tutto e proprio come si diceva più di un anno fa: ne usciremo migliori.
E il bello è che sta succedendo, ne stiamo uscendo migliori e riusciremo a salvare la terra.
Tutto questo sempre grazie agli americani che come al solito hanno deciso di salvarci tutti quanti.
Mi aspetto dunque un futuro roseo all’insegna della democrazia e della libertà, mica come in Cina dove sono tutti cattivi e hanno un presidente il cui nome odora di schedina del Totocalcio mentre i buoni americani hanno Joseph Robinette Biden, nome che ricorda un attrezzo che si usa ogni mattina dopo aver usato quello posizionato solitamente al suo fianco.
È bello sapere che secondo i nostri leader il mondo riuscirà ad arrivare al 2050, forse anche al 2070, tutto questo nonostante India e Cina che si ostinano a fare quello che gli americani hanno fatto per anni con quelle loro belle macchinone grandi quasi come delle chiatte e con motori tipo seimila di cilindrata che consumano sei litri solo per parcheggiare.
Parcheggiare dove?
Ma da McDonald’s naturalmente.
A proposito: ho visto su quel social network – prossimamente noto come “Meta” – che McDonald’s ha lanciato un nuovo panino con non una ma ben due svizzere dentro.
E ne esiste anche una versione con addirittura tre svizzere!
Insomma, come si diceva: andrà tutto bene.
Ci stiamo impegnando a salvare il pianeta, finalmente.
Tutto questo però riuscendo a mantenere la nostra possibilità di mangiare il panino con la svizzera.
Comunque se dovesse andare male – tipo che arriva un altro virus – ci possiamo sempre rifugiare tutti quanti nel metaverso creato per noi da Mark Zuckerberg, uomo che “non vende sogni ma solide realtà”.
Mi sembra però un’ipotesi un po’ campata per aria, è impossibile che arrivino altre pandemie o addirittura uragani dove non ci sono mai stati.
Ma vabbè, buona settimana e ci vediamo tutti nel metaverso!

Autogeddon blues (Julian Cope, 1992)

gorgo vortice pozzo

Parole a capo
Carlotta Mantovani: “Il petalo e il gorgo” e altre poesie

Il poeta vede al tempo stesso e da un punto solo ciò che è visibile a due isolatamente
(Boris Leonidovič Pasternak)

Attesa?

Ora tutto è fermo
ogni odore
ogni rumore
tutto sospeso

la polvere s’è posata
e come la neve
non ha fatto rumore

Pare che nemmeno
l’attesa
ora
abbia più sostanza

Non è più l’esercito in fuga
il vortice squilibrato degli echi
non tende più l’arco
la musa
ai propri amanti
non sente più
l’umore inquieto del vento

Tutto è posato
o finito
…o in agguato

 

Cercando il sogno

Forse è nei riflessi…
si, forse è solo in quelli

nel mutevole volto dell’acqua
quando al mattino ritrova il sole

Forse è qui che dovremmo cercare
le tracce
e farci spiegare…

Oppure
è il silenzio?!
quell’attimo che sempre
ci passa accanto inosservato
incorporeo tessuto
che solo può imbrigliare il passato

…il passato ma non
il pensiero!

Magari cercando
nel largo obliquo
dissolversi del giorno

lasciando incustodito il tracciato
magari…

Magari ci avessimo pensato..
averlo incontrato
avrebbe cambiato
il nostro destino.

 

Il petalo e il gorgo

E nonostante tutto
la mia vita
sta scivolando via

E non è il tempo
non è la neve
non la stanchezza
dell’anima

o la solitudine

sono le fessure
nella struttura
del ponte

l’acqua che penetra
il gorgo che spacca..

Passano le nubi
volano via
verso altri porti

manca un tetto
manca un racconto

Tremano le parole
timorose di farsi vedere

Cade a terra
il petalo del bocciolo
esploso

inesorabile sorte
di ogni nuova formula magica

lo guardo attardarsi nell’aria
incapace
una volta ancora
di volare

 

La mia mamma

Ho ascoltato il tuo respiro tutta la notte
Ho guardato i tuoi occhi chiusi
Ho respirato l’odore della tua ultima fatica

La tua mano
ancora tanto bella
mi lasciava ricordare
un tempo passato

luoghi e profumi
dai bordi sfumati
colori e dolori
socchiusi

rancori ondulati

Ma un grande mistero
avvolge questo legame
un cordone che non si taglia

che non si inganna

Ho raccolto come uno straccio
Il tuo debole respiro
Ho pulito con un bacio
Il tuo avvilito sorriso.

Carlotta Mantovani (Ferrara,1961), ha conseguito il diploma d’Istituto Magistrale nel 1978 e di Accademia di Belle Arti nel 1982. Ha lavorato come disegnatrice illustratrice dal 1987 al 1991 nel campo della cartotecnica per una agenzia di Milano e come freelance in collaborazione con altri disegnatori. Terminata l’Accademia aveva esposto in una prima mostra con altri due giovani artisti nel 1983 presso il Chiostro di S. Romano a Ferrara (ora sede del Museo della Cattedrale). Dopo un lungo periodo di riflessione (durante il quale si è dedicata alla famiglia allevando i suoi 3 figli) e altre attività lavorative ha ripreso la pittura negli ultimi 15 anni e ritrovato una espressione che le appartiene e completa e ha deciso quindi di iniziare ad esporre i suoi lavori.
Ha sempre scritto poesie e racconti ottenendo vari premi letterari e pubblicato un  primo libro di poesie, La chiave della finestra, edito da Book Editore nel 1995 che ha ottenuto il primo premio “Città di Fucecchio” nel 1997. Ha ottenuto altri premi con singole poesie: Premio nazionale di narrativa e poesia “Il Golfo” nel 2014, Menzione d’Onore ”Spazio donna” nel 1998  e con 2 racconti: “La quercia e l’anatra selvatica” nel 2013, Premio: Il Saggio – Città di Eboli  e “Marisol correva” nel 2014: Premio letterario nazionale“La mia storia” progetto Babele.
Un secondo libretto di poesie, Nel telaio il sigillo nascosto è stato pubblicato dal Movimento Letterario UniDiversità  nella Collana “Wiola”, in un cofanetto di molti autori.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Gian Paolo Benini e Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su ferraraitalia. Per leggere i numeri precedenti clicca[Qui]

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