Giorno: 18 Dicembre 2021

“Banadét al mié putìn”.
Se la scuola prepara sudditi invece di formare cittadini.

 

In questi giorni , il sindaco del Comune di Ferrara a maggioranza leghista (Alan Fabbri) e l’assessore alla Pubblica Istruzione (Dorota Kusiak), si stanno recando nelle scuole per distribuire gratuitamente un piccolo dizionario del dialetto.

L’altro ieri, dopo la distribuzione del libretto ad un paio di scuole, sul profilo facebook del sindaco sono state pubblicate diverse foto che hanno scatenato polemiche nell’ambiente scolastico e non solo.
In quelle foto si vedono bambini che mostrano cartelli in cui si ringrazia il sindaco dandogli confidenzialmente del tu (“Grazie Alan”) o disegni in cui lo si ringrazia per aver reso “stupenda la città”.

Molti hanno criticato il sindaco per l’uso propagandistico e strumentale delle foto ed io, confesso sinceramente, non mi sento di unirmi al coro.

Io penso che il sindaco e l’assessore (di una maggioranza che non ho votato) abbiano fatto quello che ritenevano giusto fare per “promuovere legami con le nostre radici e la nostra storia”.

Qualcuno dice che, più che il dialetto, volevano “promuovere” se stessi.
Io dico che non ci vedo assolutamente niente di nuovo o di strano in questo. Da quando in qua i politici hanno smesso di fare promozione e propaganda?
Si può discutere sui modi in cui le fanno ma non sulla novità della cosa. Può piacere o non piacere, ma trovo strumentali le polemiche esagerate al riguardo fatte da detrattori che si fingono ingenui.

Quello che invece, a me come maestro elementare, fa molto strano e preoccupa è l’atteggiamento della scuola nei confronti dell’autorità.
Cerco di spiegarmi bene anche se so già che qualcuno interpreterà le mie parole come quelle di un invidioso elettore di un altro schieramento e non come una critica professionale ed amichevole fatta da un vecchio maestro a quelle colleghe o a quei colleghi della classe che ha prodotto i disegni di ringraziamento al sindaco e all’assessore.

Io penso che quando si riceve un regalo sia giusto, gentile, rispettoso e doveroso ringraziare. Si può ringraziare a parole, si può ricambiare con un altro dono oppure con un invito, si può ringraziare inventandosi qualcosa di originale come un disegno: i bambini e le bambine lo fanno spesso. Ma In quelle foto che ritraggono il ringraziamento al sindaco per il dono del libretto, trovo “da adulti ed artificiale” (non “da bambini e spontanea”) la riconoscenza (“Per la stupenda città”), la confidenza (“Grazie Alan”), la personalizzazione dell’amministrazione (l’effige del sindaco).

Penso, cioè, che la libertà con cui si dovrebbero esprimere i bambini – nella quale io credo fortemente  – non dovrebbe intendersi come un generico “i bambini possono scrivere tutto quello che vogliono perché son bambini”.  Per me, libertà di espressione vuol dire essere consapevoli e responsabili di ciò che si vuole comunicare.
Provo a spiegarmi meglio. Quel “Grazie per la stupenda città”, scritto su un disegno, vuol dire aver permesso ai bambini e alle bambine di pensare o di affermare che la città l’abbiano fatta “bella e splendida” il sindaco e l’assessore e non l’architetto Biagio Rossetti, Bartolino da Novara, gli Estensi e tutti i costruttori, i manovali e le persone che hanno contribuito a rendere “stupenda” la nostra città dal punto di vista architettonico.

Se questo è vero, il o la loro insegnante ha permesso a quei bambini di compiere una grande inesattezza ma soprattutto ha creato le premesse perché si generasse un grave fraintendimento che qualunque politico avrebbe potuto facilmente “cavalcare” a fini propagandistici.
Non è un caso infatti che proprio quelle foto siano pubblicate sul profilo facebook del sindaco, che è un politico, ma non siano presenti nell’articolo di Cronaca Comune.

Se invece quel “Grazie per aver reso la nostra città stupenda” vuol dire “Grazie per come state cambiando la nostra città. Grazie per quello che state facendo” allora non c’è tanto da interpretare: chi ha scritto il messaggio da bambino (o come se fosse un bambino) e chi l’ha accettato da insegnante (o come se fosse un insegnante) ha voluto far arrivare un messaggio chiaro di ringraziamento e di apprezzamento a questo sindaco e a questa amministrazione.

Che sia bello o brutto, giusto o sbagliato, strumentale o meno, lo lascio dire ad altri che non fanno gli insegnanti perché a me, da maestro elementare, la risposta sembra molto chiara ed, in questo contesto, una tale discussione non mi appassiona più di tanto.
Se proprio la scuola, sapendo della presenza dei giornalisti e volendo preparare l’accoglienza, ha scelto quei disegni e quei cartelloni allora si è legittimati a concludere che la scuola ha scelto di preparare proprio quei messaggi e ne è consapevole e responsabile.

Non tutti si sarebbero comportati allo stesso modo ma, se proprio con quei disegni e quei cartelloni i bambini volevano inviare un messaggio simile io, come maestro,  prima mi sarei interrogato sull’utilizzo che di quei messaggi ne avrebbero fatto i politici ma soprattutto, da maestro, sarei intervenuto per aiutare i bambini e le bambine ad essere più espliciti: “Grazie perché? Grazie per cosa? Grazie per il Castello? Per il Duomo? Per le Mura? Per le luci di Natale in centro? Per l’albero di Natale? Per le giostre al grattacielo? Per i cancelli nei parchi? Spiegati meglio così chi leggerà il tuo messaggio non avrà dubbi e capirà meglio”.
Insomma, avrei aiutato a ragionare, senza condizionare, per far capire.

Io però sto diventando vecchio e sono affezionato alle mie idee romantiche di scuola che non vanno tanto di moda in questo periodo. Nel mio piccolo, immagino una scuola elementare che promuova una conferenza stampa tenuta dai bambini e dalle bambine per raccontare come fa scuola. Non una che ospiti la conferenza stampa di un sindaco e di un assessore.
Nonostante i locali delle scuole primarie siano del Comune, se fossi stato un dirigente scolastico non avrei permesso che il Sindaco potesse disporre di quei locali per una sua conferenza stampa.

Io ho ancora l’idea di una scuola protagonista che dialoghi alla pari con le amministrazioni e non che viva se stessa come se dovesse ingraziarsi i potenti.
Se fossi stato uno di quei maestri avrei accolto sindaco e assessore (lo abbiamo fatto lo scorso anno a Cocomaro), li avrei fatti sedere in cerchio con i bambini, li avrei ascoltati e per ringraziarli del libretto avrei donato copie della nostra “Gazzetta del cocomero” e avrei invitato i bambini e le bambine a ringraziare a voce con i loro pensieri originali.

Sono rimasto legato all’idea di una scuola che formi cittadini e non ad una che prepari sudditi. Se fossi stato uno di quegli insegnanti avrei organizzato un’intervista al sindaco sui suoi compiti in modo da spiegare ai bambini e alle bambine a chi far arrivare le proposte che loro hanno per la città in cui vivono.

Non mi rassegno a questa scuola che non vuole vedere e sentire i bambini e le bambine ma li seleziona e li adopera tutte le volte che gli servono per fini non propriamente educativi.

Perché non mi rassegno, vi consegno la frase stupenda che Mario Lodi, il maestro di noi maestri, ha dedicato a tutti gli insegnanti: “Non dimenticate che davanti ai maestri e alle maestre passa sempre il futuro. Non solo quello della scuola, ma quello di un intero Paese”.

Proprio perché non mi rassegno, insegno che il futuro si prepara insieme “allenando” i bambini e le bambine con “gli attrezzi” della Costituzione in quella formidabile “palestra della democrazia” che è la classe.

P.S.
Banadét al mié putìn” è un’espressione in dialetto ferrarese, tenera ed affettuosa, che significa “Benedetto il mio bambino”, frase che immagino il sindaco abbia pronunciato alla visione della foto dei bimbi con i cartelli di ringraziamento nei suoi confronti.

Il Monello Charlie Chaplin

SCUOLA PUBBLICA
Perché un bambino deve essere un monello?

 

L’altro giorno, a scuola, ho voluto tentare un esperimento: ero in una classe quinta a sostituire una collega e, nel pomeriggio, ho fatto vedere un film che durava poco meno di un’ora: non un film “normale” ma un film muto ed in bianco e nero.
Qui sarebbe bello fermarsi un attimo per chiedervi: un film con queste caratteristiche potrebbe attirare l’attenzione dei bambini e delle bambine?
Immagino e prevedo un coro di no, invece è stato decisamente proprio tutto il contrario: i bambini e le bambine lo hanno visto con grande attenzione e concentrazione in un silenzio inconsueto, interrotto soltanto da fortissime risate o da commenti partecipi che sottolineavano i momenti emotivamente forti.
Alla fine, durante la discussione che ne è seguita, i giudizi positivi si sono sprecati, le osservazioni acute si sono moltiplicate e la loro curiosità verso un artista immenso è scattata.
Quel film è “Il monello” di Charlie Chaplin che, quest’anno, compie 100 anni!
Ancor oggi mi chiedo come mai il titolo originale “The kid” (Il bambino) sia stato tradotto in modo non troppo diverso dall’originale in Paesi diversi (“Il bambino di Charlot”, “Il vagabondo e il bambino”, “Il figlio di Charlot”, “Il figlio adottivo di Charlot”) ma in Italia sia stato tradotto con “Il monello” cioè in modo tale da dare un giudizio negativo sul bambino. Che sia dovuto al retaggio bigotto di un Paese più attento all’apparire che all’essere? Al fuori che al dentro? Alla superficie che all’anima?
Ricordo che a Mario Lodi piacevano moltissimo i film di Charlie Chaplin e per questo, nel gruppo di lavoro sui linguaggi multimediali che si ritrovava alla casa delle Arti e del Gioco (in pratica a casa sua), in diversi maestri e maestre avevamo deciso di provare a sperimentare in classe un lavoro su alcuni film in bianco e nero.
A questo proposito, allego di seguito la trascrizione di una conversazione avuta con i bambini e le bambine che erano in classe con me nell’anno 1999.
Lo faccio volentieri non solo per documentare i loro pensieri originali e le loro osservazioni non banali ma per dimostrare come sia importante mostrare ai bambini e alle bambine “la bellezza” perché si possano educare a riconoscerla e la possano coltivare direttamente.
Comunque la pensiate, buona lettura e buona visione del film.

Conversazione in classe dopo la prima visione del film “Il Monello” di Charlie Chaplin
(3 marzo 1999)

MAURO: Abbiamo visto il film “Il monello”, ognuno di voi ha segnato le sue osservazioni.
Adesso volevo farvi qualche domanda. Vi è piaciuto il film?
ELEONORA: a me il film è piaciuto molto perché quando io vedo i film a casa mia ci sono sempre i morti o qualcuno che spara invece questo film era molto bello perché parlava di felicità.
LAURA S.: mi è piaciuto moltissimo perché è fatto molto bene anche se Charlie non parlava si capiva benissimo quello che voleva dire.
FEDERICO C.: mi è piaciuto anche perché faceva molto ridere. La scena che mi è piaciuta di più è quando si sono picchiati.
FILIPPO: mi è piaciuto molto perché in certi momenti faceva ridere e in certi invece mi commuovevo molto. La scena che mi è piaciuta di più è quando il bambino con i sassi rompeva il vetro e suo papà andava ad aggiustarli.
LAURA D.M.: a me il film è piaciuto molto perché, come ha detto Laura, anche se non c’erano le parole si capiva molto bene e poi è mi piaciuta molto la scena che è piaciuta a Filippo.
GIULIA: a me è piaciuto molto perché il film parlava con il sentimento e non con le parole. Secondo me spiegava più così che con le parole.
MASCIA: a me è piaciuto molto perché è molto bello. Io ce li ho tutti i suoi film e li ho guardati quasi tutti. A me è piaciuto molto quando sognava.
ANDREA: il film mi è piaciuto perché è stato molto divertente. La scena che mi è piaciuta di più è stata quando Charlie si picchiava con il fratello del bambino che prima faceva a botte con il monello.
SARA: il film mi è piaciuto specialmente quando Charlie si metteva a correre o a camminare perché ha delle scarpe più grandi di lui ed era buffissimo.
FRANCESCA: mi è piaciuto perché ho scoperto che, anche se un film è in bianco e nero e non ci sono le parole, si capisce benissimo quello che vuol dire.
FEDERICO F.: a me il film è piaciuto molto perché era molto divertente e la scena che mi è piaciuta di più è quando il monello rompeva i vetri e Charlie li aggiustava.
CHIARA: il film mi è piaciuto moltissimo perché il film era divertente ma allo stesso tempo anche commovente. La scena che mi è piaciuta di più è quando il monello ha combattuto contro l’altro bambino e quella che mi ha fatto più commuovere è quando gli hanno portato via il bambino.
SIMONE: a me il film è piaciuto molto perché non era un film di quelli normali perché non parlavano; era un po’ triste e nello stesso tempo faceva ridere. La scena che mi è piaciuta di più quando andava a distruggere i vetri e Charlie li andava a riaggiustare.
FRANCESCO: il film mi è piaciuto molto perché faceva ridere e poi la scena che mi è piaciuta di più è quando ha combattuto contro quell’omone fortissimo e il pezzo che mi ha fatto più commuovere è stato quando gli hanno portato via il bambino e lui si è buttato a riprenderselo.
CLAUDIO: a me è piaciuto molto. La scena che mi è piaciuta di più è stata quando i due monelli si sono picchiati.
MAURO: avete detto tutti delle cose molto belle. Alcuni hanno detto cose simili, altri hanno fatto osservazioni molto originali.
Continuiamo con le cose che avete notato del film, di come era fatto il film. La cosa che avete notato quasi tutti è che “non c’era audio”; davvero non si sentiva proprio niente?

SARA: Secondo me, c’era qualcosa. Anche se non si sentivano le parole, si capiva dal sentimento che ci metteva Charlie a recitare.
MAURO: io intendevo proprio dal punto di vista tecnico. Quando abbiamo acceso il televisore c’era l’audio già impostato: abbiamo visto il film in assoluto silenzio oppure abbiamo sentito qualcosa?
GIULIA: Io ho notato che, oltre al totale silenzio, certe volte i protagonisti emettevano dei versi.
MASCIA: Io invece ho capito come parlavano dalla bocca cioè si capiva molto bene.
MAURO: quello che volevo chiedervi è: noi non abbiamo ascoltato proprio niente durante la proiezione del film?
LAURA D.M.: Di sottofondo c’era sempre una musica molto leggera che non dava fastidio anzi era molto dolce e anche la musica faceva capire cosa voleva dire.
MAURO: proprio così: c’era la musica che cambiava, come diceva Laura, a seconda delle scene. Diventava triste se la scena era triste e allegra o scanzonata se la scena era un po’ buffa.
Un’altra cosa da notare su come era fatto il film… Abbiamo osservato che il film era “muto”, nel senso che le persone non parlavano ma come ha detto Mascia questa cosa non è vera del tutto perché gli attori parlavano e lei capiva anche se non si sentiva la voce; poi si capiva dall’espressione, come ha detto Giulia; poi si capiva anche perché, ogni tanto, apparivano quelle scritte che ci introducevano alla scena seguente o che la commentavano un pochino.
Un’altra cosa su come era fatto il film: su come lo abbiamo sentito e su come lo abbiamo visto.

FRANCESCO: allora io ho visto che quando è cominciato il film hanno fatto vedere tutte le scritte e dopo il film si è visto solo in bianco e nero. Ma all’inizio quando è comparsa la scritta “Mondadori Video” era a colori.
TUTTI: è vero!
MAURO: adesso che l’ha detto Francesco lo dite tutti però è singolare che dopo aver avuto l’occasione di parlare più di una volta nessuno lo abbia detto. Non dico che non se ne era accorto nessuno però forse era l’aspetto meno evidente. Allora una domanda potrebbe essere: ma perché questo film è stato registrato in bianco e nero?
LAURA S.: secondo me perché è stato fatto tanto tempo fa.
CHIARA: secondo me il film era in bianco e nero non solo perché l’hanno fatto tanto tempo fa ma anche perché è una caratteristica del film, forse.
SARA: secondo me, è per il fatto che parla molto di persone povere allora anche i colori sono poveri.
FRANCESCO: visto che, come ha detto la Laura era un film vecchio…
MAURO: scusa Francesco, tu da che cosa hai capito che era un film di tanto tempo fa?
FRANCESCO: primo: i colori erano in bianco e nero e una volta non esistevano le telecamere a colori e poi si capiva perché era tutto povero, c’era solo poche case ricche. Anche i locali dove si poteva andare a passare la notte erano poveri.
SIMONE: adesso i film sono tutti a colori ed è stato bello vedere un film in bianco e nero perché li fanno vedere poco.
MASCIA: a me invece piace poco perché mi piacciono di più i film a colori.
GIULIA: io volevo dire, come ha detto Simone, che forse è più ricco di cultura cioè puoi percepire come erano fatti i film di una volta.
LAURA D.M.: secondo me era in bianco e nero per tutti i motivi che hanno detto gli altri. Poi si capisce che è vecchio perché il protagonista cioè Charlie nel film è giovane ma lui è adesso è morto. Anche per questo si capisce che è vecchio.
FILIPPO: io, di solito, guardo i film a colori e riesco a capire molto bene. Ma quando guardo un film in bianco e nero si capisce che è più originale e mi piace molto di più guardarli così.
ELEONORA: A me piacciono di più i film a colori però adesso che ho scoperto che i film in bianco e nero credo che siano anche quasi più belli.
MAURO: avete detto diverse cose: il film può essere in bianco e nero perché è stato registrato molto tempo fa: abbiamo modo di verificarlo per vedere se è proprio vero? Come possiamo fare a sapere quando hanno registrato questo film?
ELEONORA: forse sulla scatola della videocassetta.
MAURO: ci guardiamo subito… Poi ha detto una bella cosa anche Sara: forse hanno scelto di farlo in bianco e nero apposta perché, come ha detto lei, era un film “povero” e volevano dare l’idea di povertà, di tristezza… e forse lo hanno usato anche per questo motivo.
Andremo a verificare se nell’epoca in cui hanno fatto il film esisteva già la possibilità di fare i film a colori e quindi se era obbligato a fare il film in bianco e nero e se esisteva già l’audio quindi se era obbligato a fare un film senza parole o se invece era una scelta sua di non usare le parole e di non usare i colori.
Vi volevo fare un’altra domanda sul titolo: il film si intitola “Il monello”. Sapete tutti cosa vuol dire questa parola e allora, secondo voi, perché questo film si intitola così? Chi è il monello?

GIULIA: secondo me perché è riferito a questo signore che andava praticamente a far fortuna facendo dei disastri… Però forse sono un po’ monelli tutti e due perché Charlie mandava apposta il bambino a rompere i vetri e lui li andava ad aggiustare così ci ricavava qualche soldo.
ELEONORA: la penso come Giulia.
LAURA S.: il titolo significa che loro due facevano il disastro: però era monello di più il bambino perché era più adatto ai disastri, l’adulto ne faceva anche lui ma di meno.
LAURA D.M.: lo hanno chiamato il monello riferendosi a tutti e due gli attori perché non solo il bambino andava a rompere i vetri ma il padre glielo lasciava fare. Per questo dovevano essere tutti e due dei monelli.
ANDREA: secondo me il titolo “il monello” è più riferito al bambino perché, come già hanno detto, il bambino rompeva i vetri apposta e suo padre (non proprio padre perché l’aveva trovato) andava ad aggiustarli quindi ci ricavava.
Filippo: io credo che il monello sia il bambino perché lui rompeva i vetri. Poi era lui quello che si cacciava sempre nei guai; era più furbo; aveva la faccia da monello.
SARA: sono monelli tutti e due perché è stata un’idea del padre quella di mandare il bambino a rompere i vetri.
MASCIA: per me il bambino rompeva i vetri e non faceva giusto perché le persone non erano contente.
FEDERICO F.: secondo me i monelli erano tutti e due perché il padre gli permetteva di rompere i vetri e il bambino li rompeva.
CHIARA: per me il monello era il bambino ma anche un po’ il padre perché visto che erano poveri andavano a fare quelle cose.
SIMONE: no, per me invece, il monello è il bambino.
FRANCESCO: per me lo sono tutti e due soltanto che il bambino è più monello perché va a rompere i vetri e poi, essendo piccolo, quando va a fare la lotta con l’altro bambino, anche lui un po’ monello, vince lui anche se è più piccolo.
CLAUDIO: secondo me il monello è quello che va a rompere i vetri.
MAURO: in Italia questo film si intitola “Il Monello” ma questo film, c’è scritto sulla copertina, è americano. Secondo voi anche in America il film porta lo stesso titolo?
FRANCESCO: Possiamo guardare sulla copertina.
MAURO: infatti sul retro c’è scritto: titolo originale “The Kid”. Laura vi ha già insegnato cosa vuol dire “Kid”? Vuol dire “bambino, ragazzino”.
In spagnolo il film si intitola “El chico” e “chico” vuol dire ancora “bambino”. Secondo voi c’è differenza se un film lo si intitola “Il Monello” o “Il bambino”?
TUTTI: Sììììììììììì!
MAURO: vi dico questo: voi avete visto il film e mi avete detto che vi è piaciuto; adesso ognuno potrebbe provare a far finta di essere la persona che deve decidere il titolo di questo film in italiano.
Ad esempio “Il monello” è molto vecchio e oramai al cinema non si vede più da parecchi anni; esiste la videocassetta ma è difficile da trovare. Immaginate allora che a qualcuno, o a noi, venga in mente di proiettarlo ancora nei cinema e che venga anche in mente di cambiare il titolo.
Pensate quale titolo vi piacerebbe dare al film che non sia quello originale Potrebbe essere un nome ma anche una frase. Facciamo un giro di parola.

FRANCESCO: il duo monellesco.
LAURA S.: la famiglia dei due monelli.
GIULIA: l’adozione.
MASCIA: il bambino che rompe i vetri.
FILIPPO: il torello perché quando il bambino correva mi faceva venire in mente un toro che scappava.
SARA: i due lottatori.
CHIARA: l’orfanello ben alloggiato.
SIMONE: l’abbandono del brigante.
LAURA D.M.: l’orfanello birichino.
FEDERICO F.: il ritrovo.
CLAUDIO: il duo dei monelli.
ELEONORA: l’orfanello monello.
FRANCESCA: Charlie e l’orfanello.
FEDERICO C: l’orfanello.
ANDREA: all’orfanotrofio non ci vado.
MAURO: finora abbiamo parlato di come è fatto il film: quello che si sente, quello che si vede, il titolo. E voi, avendo dato il vostro titolo, avete fatto una specie di riassunto della trama del film per come lo avete visto e per quello che vi ha fatto venire in mente. Avete capito bene la storia raccontata da questo film?
TUTTI: sìììì!
MAURO: allora posso proprio farvi una domanda di questo tipo: perché quella signora che si vede all’inizio esce e poi decide di lasciare quel bambino sulla prima automobile che trova?
MASCIA: perché lei non lo voleva ed era anche triste.
ANDREA: il perché lo dice quel cartello che si vede all’inizio e che dice: “il guaio di questa donna fu la maternità”. Infatti lei era da sola e non aveva il marito perché forse è da un’altra parte e quindi non pensava di riuscire a dare quello che voleva al suo bambino.
FILIPPO: secondo me ha abbandonato il figlio perché, come si vede nel film, era ricca. Io sento certe volte al telegiornale che certe donne che hanno molti soldi non pensano ai bambini ma vogliono solo uscire con le amiche e cose così. Insomma pensano solo a se stesse.
SARA: sono molto d’accordo con Andrea e c’è una cosa che mi dispiace molto del film: la madre, dopo aver fatto questo sbaglio, va a ricercare il figlio quando era già cresciuto e abitava con qualcun altro che gli voleva anche molto bene.
MAURO: che cosa ti ha fatto dispiacere?
SARA: che lo ha staccato da Charlie.
MAURO: Sara ti ricordi come finisce il film? Pensi che lo abbia proprio staccato?
SARA: no, perché prende anche Charlie in casa con lei.
MAURO: com’è questo finale per te? Un bel finale o un brutto finale?
SARA: bello, è molto bello.
FEDERICO F.: secondo me la donna ha lasciato il bambino su una macchina perché credeva che senza padre non poteva vivere molto bene.
LAURA D.M.: secondo me, al contrario di quello che ha detto Filippo, credeva di non potergli dar tutto quello di cui aveva bisogno e pensava di non poterlo rendere felice senza papà.
GIULIA: secondo me questa donna ha abbandonato il proprio figlio perché aveva un lavoro che non le permetteva di stare con il proprio figlio.
LAURA S.: perché senza padre pensava di non riuscire a mantenerlo; perché una persona è felice quando ha dei genitori che gli vogliono bene e non ha solo la mamma ma anche il papà.
SIMONE: per me l’ha lasciato perché non riusciva a tenerlo. Non avendo il lavoro e non avendo neanche il padre che gli poteva stare dietro non riusciva a tenerlo. Solo dopo si è trovata il lavoro.
FRANCESCO: da quello che ho capito dal film, lei all’inizio era povera e ha abbandonato il bambino poi cinque anni dopo è diventata ricca perché aveva fatto un’interpretazione in un film. Così se l’è ripreso perché aveva i soldi.
CHIARA: secondo me, la mamma non l’ha abbandonato definitivamente perché se lo avesse fatto non ne avrebbe voluto più sapere invece alla fine è ritornata a prenderselo.
FILIPPO: per me, come ha detto Andrea, l’ha lasciato anche perché era divorziata dal marito allora quando uno è proprio in esasperazione non sa cosa fare.
E poi volevo dire un’altra cosa: come alla Sara anche a me non è piaciuta quella parte… insomma la donna è stata anche un po’ ignorante perché ha lasciato il figlio e dopo cinque anni è andata a riprenderselo… allora cosa l’ha lasciato a fare? Se lo poteva anche tenere.
SARA: allora io, forse, ho trovato una cosa che mi è venuta in mente adesso: potrebbe anche essere che la mamma, dopo aver visto che il figlio aveva già qualcuno che era meglio del padre (perché stava sempre con lui), ha detto: “Beh, adesso è come se avesse un padre e io mi faccio un’altra famiglia”.
ELEONORA: l’ha lasciato forse perché la maternità può averle causato dei danni.
LAURA D.M.: io volevo anche dire che dal film si vede che la donna quando abbandona il bambino non è felice quindi sicuramente non lo fa perché non le importava niente. Quindi potrebbe anche essere che, questo bambino, le abbia causato un po’ di infelicità.
LAURA S.: lei lo ha lasciato anche perché forse il bambino le ha causato dei problemi seri e non dei problemi da niente. Per cui lei, non sapeva cosa fare e poi si vede che è anche giovane, non era in grado di capire cosa volesse dire avere un figlio e lo ha lasciato sulla prima macchina che ha trovato.
FRANCESCO: io volevo dire che sua mamma lo ha lasciato e poi se l’è tornato a riprendere dopo cinque anni… ma poteva anche lasciarlo lì perché dopo ha anche dato dei dispiaceri a suo figlio e a Charlie.
CLAUDIO: secondo me l’ha lasciato perché non lo voleva più.
ANDREA: lei l’ha lasciato e lei era triste. Secondo me lei l’ha fatto anche senza volerlo… proprio un gesto d’istinto.
MASCIA: per me lei è stata maleducata perché non ha neanche pensato al suo bambino e poi anche egoista perché non l’ha voluto.
MAURO: avete detto che la donna ha abbandonato il bambino per diversi motivi e forse un po’ tutte le risposte contengono un po’ di verità.
Poi però c’è stato qualcuno che questo bambino lo ha raccolto: prima la donna lo ha messo sulla macchina poi la macchina è stata rubata dai due ladri; i ladri se ne sono sbarazzati subito e l’hanno messo per terra in un angolino. Poi questo bambino è stato raccolto e portato in una casa.
L’altra domanda che mi viene da fare allora è questa: perché Charlie se l’è portato subito a casa sua. Perché non l’ha portato all’orfanotrofio, ad esempio? O perché non lo ha lasciato lì? O perché non ha chiesto a qualche signora del vicinato di prendersene cura? O perché non l’ha portato all’ospedale?
Lui se l’è portato a casa. Perché?
CLAUDIO: secondo me se l’è tenuto lui perché gli piaceva.
FRANCESCO: perché… poverino… lo ha commosso la scritta che c’era sul biglietto: di prendersi cura di quel povero orfanello.
SIMONE: per me è perché lui ha trovato il bambino, ha cercato dappertutto se era di qualcuno poi dopo lo stava andando a rimettere per terra ma il poliziotto l’ha visto. Allora lui se l’è portato con sé; sicuramente voleva chiamare qualcuno però dopo ha letto il biglietto, allora si è commosso e l’ha tenuto in casa sua.
CHIARA: io ho visto che, in tutto il film, Charlie è buono di cuore. E allora secondo me lo vuole prendere e non vuole lasciarlo lì.
SARA: io sono d’accordo con Francesco che è stato da quando ha letto il biglietto. Poi vedere un orfanello così gli faceva anche tenerezza.
FRANCESCA: io credo che Charlie quando ha visto quell’orfanello e poi aveva letto il biglietto si era anche intenerito.
FILIPPO: secondo me all’inizio, quando Charlie vede il bambino, si capisce che non lo vuole subito. Infatti cerca dappertutto dove lasciarlo e poi alla fine lo tiene perché ci ha fatto l’abitudine e non vuole lascialo agli altri.
ANDREA: invece per me all’inizio lo ha preso perché c’era il poliziotto però dopo si è affezionato, si è abituato alla presenza del bambino e quindi l’ha voluto tenere.
MASCIA: per me, il bambino è stato contento… lui l’ha preso perché se stava in mezzo alla strada moriva.
FEDERICO C.: io sono d’accordo con Francesco: perché ha letto il biglietto e si è commosso.
FEDERICO F.: io sono d’accordo con Francesco ma vorrei aggiungere perché ha pensato anche che dentro alla casa era da solo e voleva un po’ di compagnia.
LAURA D.M.: all’inizio non lo voleva, infatti ha cercato in tutti i modi di sbarazzarsene ma quando ha letto il biglietto si è commosso e poi anche perché voleva un po’ di compagnia.
GIULIA: perché ha letto il biglietto.
LAURA S.: perché lui, vedendo un bambino ed essendo buono di cuore, si è intenerito e l’ha portato a casa con lui.
ELEONORA: io sono d’accordo con Francesco e poi perché voleva compagnia.
MAURO: va bene. Per oggi, facciamo l’ultimo giro di parola perché ci sono ancora tante cose da dire. Voi avete usato spesso la parola “papà” o “padre” per definire Charlie. Era il suo padre vero?
TUTTI: nooooo!
MAURO: infatti non era suo padre; ma quanti di voi pensano che Charlie sia stato un buon papà per “il monello”?
TUTTI: io! Io! Io! Io! Io! Io! Io! Io! Io! Io! Io! Io!
MAURO: la domanda allora è questa: a voi piacerebbe avere un papà come Charlie?
FRANCESCO: a me non piacerebbe avere un padre povero come Charlie perché, primo, non avrebbe i soldi per comprare da mangiare poi io ho anche una sorella quindi non credo che avrebbe i soldi per comprarci da mangiare.
LAURA S.: io vorrei un padre così perché Charlie è una persona buonissima e se ce l’avessi non mi pentirei.
CLAUDIO: io invece ho un padre buono ma se fosse anche Charlie lo accetterei.
SIMONE: io ho un padre buono però io prenderei Charlie perché mi piacerebbe come padre e poi è gentile.
ELEONORA: io ho un padre buono però se avessi Charlie lo accetterei comunque.
SARA: volevo dire che a me piacerebbe molto un padre come Charlie però… lasciare mio padre… No. Secondo me è più speciale lui.
GIULIA: io in parte vorrei aver come padre Charlie e in parte no. In parte sì perché mi divertirei un mucchio con lui. In parte no, perché non avrebbe abbastanza soldi per mantenere una famiglia.
LAURA D.M.: non credo ci sia nessuno che possa sostituire mio padre.
CHIARA: io non vorrei mai un padre come Charlie. Non perché è povero… anche se fosse ricco non mi interesserebbe… ma perché mio papà è troppo speciale per me.
FRANCESCA: io sono daccordissimo con la Laura S. e poi perché credo che se anche mio papà non avesse i soldi, io lo aiuterei come ha fatto il bambino nel film.
FILIPPO: Io in parte lo vorrei avere e in parte no. In parte sì perché con lui potrei andare dove voglio poi certe volte potrei anche non andare a scuola. In parte no perché con mio papà sto molto bene, è molto gentile e non credo che possa sostituirlo.
FEDERICO F.: io andrei con Charlie perché è simpatico ed è buono.
FEDERICO C.: anch’io andrei con Charlie perché mio papà, certe volte, mi sgrida un bel po’ forte.
MASCIA: io invece ci andrei perché è anche gentile, buono, non è mai cattivo, è molto simpatico e fa troppo ridere.
ANDREA: io in parte non lo vorrei perché mio papà è troppo buono.
MAURO: per concludere davvero per oggi, ognuno provi a pensare che cosa può aver imparato guardando questo film.
CLAUDIO: io ho imparato che non è molto bello rompere i vetri.
FRANCESCO: io ho imparato che, anche avendo un padre povero, si può star bene.
SIMONE: anche avendo una famiglia povera c’è sempre qualcuno che ti vuole bene.
CHIARA: ho imparato che se anche Charlie aveva preso quell’orfanello, l’orfanello si trovava bene con lui. Bisogna saper accettare i figli anche se non sono propri e volergli bene.
SARA: ho imparato una cosa molto importante per me. Prima di abbandonare un bambino bisogna pensarci due volte.
FRANCESCA: io sono d’accordissimo con Francesco.
FILIPPO: io ho imparato che, se due persone si vogliono bene, nessuno può dividerle perché sono troppo attaccate. Non si può.
ANDREA: non bisogna lasciare le persone che ti sono care.
MASCIA: aiutare le persone povere perché potrebbero anche morire.
FEDERICO C.: se da grande incontrerò un bambino piccolo non lo abbandonerò per la strada.
ELEONORA: io sono d’accordissimo con la Chiara.
FEDERICO F.: io ho imparato che se anche hai un padre povero puoi vivere benissimo lo stesso perché, secondo me, essere ricchi ti fa viziare.
LAURA D.M.: io ho imparato che se uno ha un padre povero è sempre più ricco dentro.
GIULIA: l’amore di una persona per un’altra non si può distruggere.
LAURA S.: io sono d’accordissimo con Filippo però vorrei aggiungere una cosa: se tu vedi una persona per la strada che ti chiede di aiutarlo e tu non lo aiuti, saresti soltanto una persona con l’anima sporca dentro.

Se avete un’ora di tempo riguardate il capolavoro di Charlie Chaplin. E come hanno fatto i bambini del Maestro Mauro scrivete un commento sotto l’articolo. 

gioia avvenire siepi marzo

PRESTO DI MATTINA
La gioia avvenire

È con sempre nuovo stupore, misto a sorpresa, che mi incammino per i sentieri della poesia scoprendovi continui incroci con quelli di Isaia e del Messia, il Servo sofferente del Signore. Meraviglia di quella poesia che non basta a se stessa, e che non smette mai di confrontarsi con la storia e le sue vicende.

È il caso, mi sembra, anche dell’itinerario tortuoso di Franco Fortini [Qui]. Dalle sue liriche traspare il dramma e la tragicità, le disillusioni, ma anche un residuo di inestinguibile speranza nell’umano.

Ad un tempo privato della fede, e rianimato, spogliato dell’avvenire, ma sempre di nuovo alla sua ricerca, in una lotta per liberare quella gioia pregustata, un momento, un guizzo della luce, ma ancora da venire.

Una “quieta letizia” che ha vinto i tiranni, come affiora nel testo Per un compagno ucciso: «Eri ogni ora dentro la quieta letizia/ Dell’uomo che ha vinto i tiranni;/ Non temevi gli inganni della nostra malizia/ Non chiedevi più niente al tuo amore… E guideremo l’amore avvenire e il canto/ Dove hai amato per noi l’ultima volta/. Lo spino apre la gemma e l’acqua apre il mattino» (Tutte le poesie, Milano 2015, Ebook, 86).

La volontà e la difficoltà di “essere nella storia” è stato il suo continuo intento, la sua pratica comunitaria, la sua militanza. In quanto anticipazione e utopia della forma poetica, la poesia per Fortini mantiene il suo valore di liberazione, anche contro la tendenza del marxismo ufficiale a considerarla reazionaria, astratta, senza concretezza storica.

Semmai, in quanto forma e funzione della realtà, essa ne dice la profezia, dischiude nell’avvenire un “principio speranza” direbbe il filosofo marxista Ernst Bloch. Nell’allegoria del «cieco nato» che tuttavia «può in sé vedere il lampo, e i «compagni coraggiosi» che si muovono fra «le sostanze reali», Fortini scrive: «Ma a ognuno le sue armi. / A voi il fuoco felice e il vino fraterno / a me la speranza acuta dentro la notte». (155).

Italo Calvino lo ricorda come «poeta della resistenza perché la sua vena di tristezza non è mai abbandono o rinuncia, la sua nostalgia di lunghissimo esilio non è mai impotente desiderio di evasione». (Poesie scelte (1938-1973), Milano 1974, 25).

Gli fa eco Luca Lenzini nell’introduzione a Tutte le poesie: «la poesia di Franco Fortini non ha mai smesso di parlare, anche quando ha discorso di rose e di magnolie, di mulini e di colorifici, volpi o rondini.

Il “tesoro antichissimo” che può apparire nella storia fatta dagli uomini, in mezzo al dolore e alla devastazione, nei travestimenti dalle forme più svariate, vi rinnova la promessa sempre inevasa, ogni volta tradita o defraudata ma mai dimenticata, che porta con sé l’idea di una felicità condivisa, restituita a una nozione fraterna e non privativa, laicissima e dotata – quel che più ci sfida e interroga – della capacità di trasformazione che è propria delle visitazioni, così incisiva in quanto sperimentata nel vissuto, nella storia collettiva ma anche personale.

I versi ne recano il ricordo affinché quella tradizione sommersa, carsica, ogni volta da riscoprire, sia ereditata da altri, e perché essi sappiano altresì che “la scuola della gioia è piena di pianto e sangue” (La gioia avvenire)», (ivi, 9-10).

Tra rabbie e speranze, dentro all’esperienza del tragico nella storia, la sua poetica tiene viva la promessa della notte. Dalla notte viene la gioia come guizzo di luce: «Quindi ancora e sempre l’unico lampo di “gioia”… concesso a chi prende la parola nei versi… Tutto è in bilico, pericolante; non c’è patria o casa sicura per il poeta, che nell’interno (nell’intérieur) sa sostare solo per guardare fuori, e oltre», (ivi, 17).

Questo porsi con lo sguardo come un esule, come il Nazareno, che «cerca le strade bianche di Galilea», non distoglie dall’amarezza del presente, sfiduciato, inaffidabile: «Non è vero che siamo in esilio./ Non è vero che torneremo in patria,/ non è vero che piangeremo di gioia/ dopo l’ultima svolta del cammino./ Non è vero che saremo perdonati».

Ma è sempre la “gioia avvenire” che ritorna, lasciando uno spiraglio nel disincanto, dopo ogni tappa verso l’utopia, mancata o riuscita che sia: «Voglio sapere e so che la unica forza/ è la gioia brevissima/ la certezza sensibile che viene dopo tutto», (ivi, 104; 284; 391).

Ecco allora, di seguito la poesia La gioia avvenire che ho sentito come un “preambola fidei: l’attesa messianica di un futuro possibile alle umane attese, radicata, insradicabile, nell’umano vivere e che sempre accompagna, fa strada insieme all’umano credere.

I preambola fidei in teologia sono quei segni indicatori del rivelarsi di Dio nella storia, assumendo come Sua la condizione umana, sicché la vita stessa viene disseminata e contaminata di attesa pervicace di futuro.

Leggo ancora nell’introduzione di Lenzini: «Un’aria di veglia e di vigilia anima gli scritti di Franco Fortini. Si incontrano spesso termini, immagini, espressioni bibliche, questo perché questi strumenti espressivi “servono ad indicare un oltre visibile soltanto attraverso il cambiamento, che può avvenire in interiore homine, ma di lì farsi plurale, persino istituire una nuova comunità. Qui – non prima, né dopo – il messaggio incrocia la novità più sovversiva e radicale del Cristianesimo», (ivi, 10).

La gioia avvenire
Potrebbe essere un fiume grandissimo
Una cavalcata di scalpiti un tumulto un furore
Una rabbia strappata uno stelo sbranato
Un urlo altissimo.
Ma anche una minuscola erba per i ritorni
Il crollo d’una pigna nella fiamma
Una mano che sfiora al passaggio
O l’indecisione fissando senza vedere.
Qualcosa comunque che non possiamo perdere
Anche se ogni altra cosa è perduta
E che perpetuamente celebreremo
Perché ogni cosa nasce da quella soltanto.
Ma prima di giungervi
Prima la miseria profonda come la lebbra
E le maledizioni imbrogliate e la vera morte.
Tu che credi dimenticare vanitoso
O mascherato di rivoluzione
La scuola della gioia è piena di pianto e sangue
Ma anche di eternità
E dalle bocche sparite dei santi
Come le siepi del marzo brillano le verità
(ivi, 119).

Senza questa scuola, anche la teologia non avrà futuro. Lo ha ricordato di recente il teologo milanese Pier Angelo Sequeri [Qui]: questa oggi appare «senza peso» sia nella comunità cristiana come nella società civile (Cfr. Vita e pensiero, 4/2021, 71).

Essa, dunque, dovrà essere nuovamente immaginata, intrecciando il sogno dei poeti, l’utopia dei resistenti e dei migranti, l’estasi dei mistici, sino a tracciare le orme di una chiesa in cammino sinodale, sognata da papa Francesco.

La teologia dovrà farsi esule tra la gente, tra le parole ‘altre’, in uscita da un certa autoreferenzialità che l’ha resa distante, riprendendo consonanza e comunanza con l’immaginazione, frequentando di nuovo gli ambiti dell’estetica e dell’affettività, le dimore esistenziali della fede nel suo voler comprendere e pensare il Logos dell’umanato Iddio.

Il venire della gioia è così come il venire impetuoso di un fiume senza sponde, fuori dagli argini, come urlo che scoppia e strappa gli steli rinsecchiti della morte; come l’ardore friabile di una brace infuocata, ma anche l’esilità di un filo d’erba, che trattiene tremolante una goccia di rugiada.

È come lo sfiorare con la mano il volto di un morente, e pure come quella debolezza del credere che sembra indecisione, titubanza incredula. Perché la fede è un affidarsi pur non avendo visto.

Insomma la “gioia avvenire” è qualcosa che non possiamo perdere, come non si perde, nonostante le doglie di un parto, la gioia del nascere, come non si perde, nonostante la morte, la bellezza del sacrificio della vita che libera gli oppressi. Nel dolore essa rinasce, sorge sempre nell’orizzonte avvenire.

Lo ha ricordato anche Gesù: «La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, dice ai discepoli ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (Gv 16, 22-16).

Quando Gesù dice queste parole è vicinissimo alla sua passione; sta entrando nel suo e nostro dolore, nella nostra e nella sua morte. Egli è al termine della sua notte, sta per entrare nel giorno avvenire, dove la morte con i suoi dolori partorirà la vita nuova: perché come una volta è nato a Natale, così una seconda volta Gesù è nato a Pasqua e per nascere ancora in chi gli sarà ospitale.

Dall’oscurità del sepolcro, come un grembo fecondo, verrà alla luce la vita risorta, e con essa risorgerà anche la gioia, che dà a noi una speranza di una fragilità invincibile. Hanno voluto chiudergli la bocca, a lui e a tanti altri martiri di fede e per la libertà, ma «dalle bocche sparite dei santi/ Come le siepi del marzo brillano le verità… Perché ogni cosa nasce da quella soltanto»: “la gioia avvenire”.

Come un «disperato camminatore» che chiede di «riposare il fianco sulla creta…/ dove la pietra/ non specchia il mutare del cielo»/ – così inizia la drammatica lirica Logoi Christou – allo stesso modo Franco Fortini ricerca le parole del Cristo dentro il sepolcro chiuso, nel cavo d’ombra dei tanti sepolcri chiusi della vita.

Cerca un’impronta di gioia lasciata dal suo riso d’uomo. Così i suoi occhi anelano, del Cristo, almeno il suo sorriso “svenato”, “dormente”, “gioia antica” di riso d’uomo, impronta di speranza per sempre. Gli occhi, quelli del poeta, restano resistenti a scrutare là dove essi, ancora velati, non arrivano a vederlo risorto e neppure asceso al cielo. Una «Rosa sepolta» cercano, «Ah letizia del mattino», gli occhi chiusi attendono in ascolto.

… dentro il cavo d’ombra guardate
il tempo di un solo respiro
oh adorando guardate
è il riso di Gesù dormente
nel ragno che sparisce
nel lombrico che si torce
nel serpe che striscia dal sonno.
Lui non risorto non salito al cielo,
l’amore e la memoria anche per noi
del suo sorriso svenato hanno data un’impronta.
E quell’orma è l’antica nostra gioia
e dove il viso è celato delle cose vediamo
come dorme l’amore e la memoria
e la speranza dal riso d’uomo.
(ivi 161-162).

È come un salmo laico la lirica seguente che contempla la gioia nascosta nel paesaggio: «Acque di eletto lume/ dell’isole beate che ai tramonti/ veste l’oro dei monti,/ tiepide arene e avventurati scali, l’occhio di un dio benigno/ dai dolci marmi del cielo vi scalda/ ed io esulto al pensiero/ che nella mia natura/ profondamente avvinto/ qualcosa è pur di voi, della letizia/ che in voi matura: onde bionda sull’Istmo/ splende di vigne e di miele Corinto», (ivi, 839).

Un altro salmo, 64 (65) fa eco al primo. Si narra della gioia delle creature al modo con cui Francesco nel cantico delle creature gioisce, lodando la provvidenza del suo “Altissimo Onnipotente e Bon Signore”: «Gli abitanti degli estremi confini/ stupiscono davanti ai tuoi prodigi:/ di gioia fai gridare la terra,/ le soglie dell’oriente e dell’occidente./ Tu visiti la terra e la disseti:/ la ricolmi delle sue ricchezze./ Il fiume di Dio è gonfio di acque;/ tu fai crescere il frumento per gli uomini./ Così prepari la terra:/ ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle,/ la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli./ Coroni l’anno con i tuoi benefici,/ al tuo passaggio stilla l’abbondanza./ Stillano i pascoli del deserto/ e le colline si cingono di esultanza./ prati si coprono di greggi,/ di frumento si ammantano le valli;/ tutto canta e grida di gioia».

La “gioia avvenire” per Gesù è quella del Regno: una gioia per tutti, soprattutto per i poveri, i sofferenti, i perduti dimenticati: «In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda» (Mt 18, 12-14).

SE SPERANDO

Se, sperando con te, dalle sere d’aprile verrà
La gioia delle estati fedeli
E un sole sui volti profondo;
Quando il silenzio sarà
Come una viva parola fecondo,
E un giusto dolore con radici di quercia
Stringerà i giorni; se i giorni
Persi a noi giusti torneranno liberi;
Compagni, se tutto non è finito…
(ivi, 77).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

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