Giorno: 31 Dicembre 2021

Ferrara, anno IV Dopo Naomo. Invece di lamentarci per le luci, prepariamo le nostre.

 

Ferrara (Fràra) è un posto unico. 

La nebbia che la avvolge da millenni rende incerta la sua localizzazione, ne sfoca i contorni, ne sospende il tempo, modella il carattere delle persone. Fino a qui, nulla di originale. Gianni Celati, Giorgio De Chirico, Roberto Pazzi, Giorgio Bassani, Michelangelo Antonioni… ecco, Antonioni. Dicevo: modella il carattere delle persone. Non che i ferraresi siano tutti uguali, ma esiste una vena comune, ombrosa, lombrosiana verrebbe da dire. E quando un ferrarese la trasforma in uno spleen internazionale, il risultato è … Antonioni.

Palazzo dei Diamanti, Ferrara | ferrara, corso Ercole d'Este… | Flickr

Quando altrove nello stivale splende il sole, a Ferrara l’abitante vaga avvolto in una coltre di nebbia, come un criceto nell’ovatta. La conformazione del territorio conserva nel cuneo una nube umida che si fa galaverna o stofaga a seconda della stagione. C’è chi si lamenta perchè Ferrara addobbata dalle luminarie riduce le persone a ombre, ma le persone a Ferrara sono ombre, e nell’ombra agiscono i segreti, che le luminarie nascondono solo meglio; come le luci che addobbano l’albero, sotto le quali le palline più preziose restano celate, rinvenibili solo al cercatore raffinato.

Ferrara è la città più segreta, la città nella quale l’inconfessabile viaggia di bocca in bocca senza essere detto, come il segreto del dottor Fadigati ne “Gli occhiali d’oro”. Una città neoromantica, come il balconcino d’angolo che ingentilisce la struttura a corazza del Palazzo dei Diamanti e fa l’effetto della sciarpetta rossa sul vestito a bugne di John Taylor nel video di Wild BoysJOHN TAYLOR DAILY | John taylor, Taylor, Duran

Una città paese, dove l’urbe imperiosa del Castello sfocia dritta con veloce stupore nella piena campagna attraverso l’arteria di corso Ercole d’Este. Quindi anche una città rustica, grezza: solo un indigeno può comprendere l’ intima coerenza di un personaggio come il vicesindaco, la cui ascesa è incomprensibile vista da ogni prospettiva esterna, ed infatti viene studiata da fuori come un bizzarro fenomeno etnologico. Noi lo capiamo benissimo, anche attraverso le cosmicomiche di uno Stefano Lolli che, libero dagli obblighi della grigia cronaca, ci regala da mesi pillole di satira al gusto di salama da sugo. La salama, altro esempio ossimorico di grezzuria ducale: una prelibatezza greve, ma talmente raffinata (chiedere a Carlo Cracco) da risultare troppo succulenta per molti forestieri.

Ferrara è una città che si guarda l’ombelico? Provate voi a guidare in mezzo alla nebbia, quando l’unica cosa che potete scorgere è il bordo del fosso, e lo dovete tenere ben presente per evitare di piombarci dentro, al fosso. Quando dico che il clima plasma il carattere. L’ombelico se lo guardano tutti, perchè almeno quello si vede. Tutti, compresi quelli che si scandalizzano di chi governa la città come fosse un luna park di paese. Ferrara non è Bologna. E’ stata piena di fascisti e piena di comunisti, e se si sente abbastanza comoda nella sua coltre, si adagia sul potere di turno anche per settant’anni. Ricordiamocelo, almeno questo: gridare contro “la peggiore amministrazione d’Italia” non sposterà un voto. Uno lo capisce anche quando arriva in stazione (soprattutto d’inverno, quando dal finestrino si passa dalla Terra alla Luna in dieci chilometri): Ferrara, Ferrara, stazione di Ferrara. Nonostante il nome della città sia pronunciato per ben tre volte, il sostantivo determinante è “stazione”. Ferrara sta ferma, sovente in posizione prona. Invece di lamentarci per le luminarie, prepariamo le nostre, se pensiamo di averne di più belle. Magari senza essere troppo schizzinosi: a cantarcela e a suonarcela da soli siamo già capaci.

Su Ferrara, Natale, luci e luminarie vedi anche gli articoli su ferraraitalia di Giovanni Fioravanti [Qui] e Francesco Monini [Qui]

Al cantón fraréś
Luigi Vincenzi: “La ciupéta fraréśa”.

 

Luigi Vincenzi, “Gigi” per gli amici e in arte “Tamba”, tratta del pane ferrarese rinomato da più parti (in tut al mónd). Decantandone le caratteristiche, descrive in rima, fra storia e leggenda, un episodio alla corte degli Estensi che ricorda i natali del formato più celebre del pane di Ferrara ovvero la ciupéta.
Rievocando la lavorazione casalinga di un tempo, esprime il sentimento religioso nel “pane quotidiano”, richiamato dal rito materiale quando ci si alzava a notte fonda per preparare il pane per tutta la numerosa famiglia.
(Ciarìn)


La ciupéta fraréśa

“Ruśéta” opùr “Mantvàna” o “Pagnuchìna”,
“Michéta”, “Chìfel”, “Biòva” opùr “Panina”,
j’è nóm che a déη, nuàltar italiàn,
al nòstar prim sustentamént ch’l’è al paη.
Sól nu frarìś, però a gh’éη la rizèta
par far cal caplavór ch’l’è la ciupéta,
tgnusùda in tut al mónd e numinà
pr i sò grustìη biscòt e profumà!

Al sugh ad gómbi, l’aqua, l’aria péśa
di nòstar cò, la fantasia fraréśa,
j’à fat na creazión tant bòna e bèla
che, al furastiér, la tòl fiη la favèla.
Par catàr al pranzìpi dla sò gloria
bisogna andàr indré int la nostra storia:
a par che, un dì luntaη Giglio, furnàr,
al presentàs al Duca, da magnàr,

uη pan intòrt a gàliga, coi còran,
da lu iηventà e cot int al sò fóran.
Èrcul, al śgónd, gustànd cla maravié,
al l’à numinà “cónt” lì, sui du pié!
Dal milzinczént e… śbliśga l’è al Cranvàl
mo, par la ciòpa iηvéz, l’è sta al Nadàl.
Da alóra, tut quéi ch’pasa, iη paś o iη guèra,
iη luηgh e iη largh pr’ill strad dla nostra tèra,

da chì parténd, i spand in źir la fama
dal nòstar graη bóη pan e dla salàma.
J’ann i pasa iη présia e, int al peηsiér
am sa in d’avìś ch’al fus apéna iér
che, iη mèź al cuór dla nòt, là źó, mié mama
coη mié opà, i faśéva andàr la grama,
pistànd l’impast, prilàndal coi braz nud
fiη ch’al n’jéra mulśìη cumpàgn al vlud.

Dòp, a miśura ad pugη fat a murié,
l’jéra spartì fra tuta la famié:
fra i nòni već e aηch fra i ragazìt
che j’al cambiava prèst in tant panìt.
Far pan iη ca’ al jéra fadigóś
parché as rubàva al témp al giust ripòś;
però nu aη l’avéη mai tòlt pr’uη lavór
parché al cuηsideràvaη n’at d’amór,

un at ad féd e fónda divuzióη
cum è purtàr al Sant iη prucisión.
Al jéra al “Pater Noster” dit col maη
pr avér, gióraη par giórn, al nòstar paη.
Quand as varźéa dal fóran al spurtèl…
che udór ch’a sa spandéva vèrs al ziél!
Udór da zéndar calda col vapór
quasi… pagana ufèrta a Nòstar Sgnór.

Al nòstar pan, a nisùn àltar śgónd,
séηz’ómbra ad dubi, l’è al più bón dal mónd!
L’è zert che i mèź mudèran e al prugrès
j’à cambià iη pèź al paη ch’as magna adès!
Aηch s’al mantién, i diś, la so sustàηza,
l’à pèrs dla poesia l’impurtàηza:
cla poesia ad plaśmàr, col tò dó maη,
cl’impàst ad fiór e trasfurmàrl in paη.

La coppietta ferrarese (traduzione dell’autore)

“Rosetta” oppure “Mantovana” o “Pagnottina”, / “Michetta”, “Kifel”, “Biova” oppure “Panina”, / sono i nomi che diamo, noi italiani, / al nostro primo sostentamento che è il pane. / Soltanto noi ferraresi, però, abbiamo la ricetta / per fare quel capolavoro che è la coppietta, / conosciuta in tutto il mondo e nominata / per I suoi crostini biscotti e profumati! /

Il sugo di gomito, l’acqua, l’aria pesante / delle nostre parti, la fantasia ferrarese, / hanno fatto una creazione tanto buona e bella / che, al forestiero, toglie persino la favella. / Per trovare il principio della sua gloria / è necessario andare indietro nella nostra storia: / sembra che un giorno lontano Giglio, fornaio / presentasse al Duca, da mangiare, /

un pane ritorto a spirale, con i corni, / da lui inventato e cotto nel proprio forno. / Ercole II d’Este, gustando quella meraviglia, / lo ha nominato “conte” lì, su due piedi! / Del millecinquecento e… rotti è il Carnevale / ma, per la coppia invece, è stato il Natale. / Da allora, tutti quelli che passano in pace o in guerra, / in lungo ed in largo per le strade della nostra terra, /

di qui partendo, spandono in giro la fama / del nostro gran buon pane e della salama. / Gli anni passano in fretta e, nel pensiero, / mi sembra che fosse appena ieri / che in mezzo al cuore della notte, laggiù mia mamma / con mio papà, facevano funzionare la gramola, / pestando l’impasto, rigirandolo con le braccia nude / finchè non era soffice come il velluto. /

Dopo, a misura di pugno fatto a pezzi, / era diviso fra tutta la famiglia: / tra i nonni vecchi ed anche tra i ragazzi / che lo cambiavano presto in tanti panetti. / Fare pane in casa era faticoso / perché si rubava il tempo al giusto riposo; / però noi non l’abbiamo mai giudicato un lavoro / perché lo consideravamo un atto d’amore, /

un atto di fede e profonda devozione / come portare il Santo in processione. / Era il “Pater Noster” detto con le mani / per avere, giorno per giorno, il nostro pane. / Quando si apriva, del forno, il portello… / che profumo si spandeva verso il cielo! / Profumo di cenere calda con il vapore / quasi… pagana offerta a Nostro Signore. /

Il nostro pane, a nessun altro secondo, / senz’ombra di dubbio è il migliore del mondo! / È certo che i mezzi moderni ed il progresso / hanno cambiato in peggio il pane che si mangia adesso! / anche se mantiene, dicono, la sua sostanza, / ha perso della poesia l’importanza: / quella poesia di plasmare con le tue mani, / quell’impasto di fiore di farina e trasformarlo in pane.

 

 

Tratto da:
Luigi Vincenzi (Tamba), Grépul, Ferrara, Arstudio, 2003.

 

Luigi Vincenzi (Bondeno 1926 – Ferrara 2011)
Altre note biografiche sull’autore nel Cantóη Fraréś di Ferraraitalia del 29 maggio 2020 [vedi qui] e del 11 settembre 2020 [qui]

 

Al cantóη fraréś: testi di ieri e di oggi in dialetto ferrarese, la rubrica curata da Ciarin per Ferraraitalia,
esce ogni 15 giorni al venerdì mattina. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

Cover: foto Consorzio Tutela Coppia Ferrarese.

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