Giorno: 17 Gennaio 2022

VIGARANO, IL SINDACO BERGAMINI REPLICA AL CONSIGLIERE DE MICHELE: “DIRETTA WEB PER IL CONSIGLIO COMUNALE? TRASPARENZA E PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI SONO I NOSTRI OBIETTIVI. FOSSERO STATI ANCHE I SUOI AVREBBE CONTRIBUITO A RENDERLO POSSIBILE ANNI FA.”

Durante la prima seduta del consiglio comunale di Vigarano Mainarda, in data 18 Ottobre 2021, il sindaco Davide Bergamini ha annunciato pubblicamente la sua volontà di rendere possibile la diretta del consiglio comunale e lo ha più volte ribadito. Oggi, date le recenti ed inutili polemiche la risposta del primo cittadino vigaranese non tarda ad arrivare. “Un atto di trasparenza e di apertura verso i cittadini, uno dei nostri obbiettivi principali come abbiamo sempre dichiarato – spiega il sindaco Bergamini – ma fa sorridere che il consigliere Agnese De Michele la pensi allo stesso modo, quando per anni avrebbe potuto farlo, a differenza di noi che siamo insediati da pochi mesi e conosce bene la situazione in cui versano gli uffici comunali.” Un servizio importante di cui molti Comuni del ferrarese sono già dotati da tempo ed anche in passato, chi adesso è in maggioranza e tempo fa sedeva tra i banchi dell’opposizione, ha più volte chiesto all’ex giunta, di cui Agnese De Michele ne faceva parte, di rendere possibile la diretta web della seduta consiliare, ma tutto ciò non è mai stato fatto. “Questo atteggiamento denota una carenza di idee e argomenti costruttivi, chiedere su temi già affrontati e discussi non le darà la visibilità che cerca – commenta il sindaco Bergamini e prosegue – e continuare a fare accesso agli atti, gli stessi che per anni sono stati lì, a pochi passi, ci fa pensare che prima d’ora non ha dedicato neanche un minuto di tempo per visionarli.” Il consiglio comunale è l’organo più rappresentativo dell’intero elettorato e, la giunta Bergamini, insieme agli uffici tecnici ha iniziato a lavorarci lo scorso Ottobre 2021 ma l’iter burocratico richiede tempo: servono apparecchiature idonee, una normativa sulla privacy e regole ben definite; la situazione delicata che l’attuale amministrazione ha ereditato di certo non aiuta. “Per quanto riguarda l’ultima seduta che si è tenuta il 30 dicembre 2021, verranno pubblicati tutti i verbali come è sempre stato e così sarà per quelli futuri se saranno ancora online per motivi legati alla pandemia.” Così commenta il sindaco di Vigarano Mainarda, Davide Bergamini. “Auspico che i prossimi anni di opposizione, per l’aspirante sindaco De Michele, siano più significativi rispetto a quelli trascorsi in maggioranza, – conclude Bergamini –  e che consentano una più efficace comprensione del funzionamento dell’ente pubblico e dei relativi processi amministrativi.”

Con “Rigenerazione Culturale” è disponibile il nuovo bando di Servizio Civile Universale di Arci Ferrara APS

“Rigenerazione Culturale” è il nome del nuovo progetto del Servizio Civile Universale targato Arci Ferrara APS. L’associazione punta a incrementare l’impatto sociale delle attività culturali di Ferrara in un’ottica sostenibile. Durante i 12 mesi, i volontari in servizio civile saranno impegnati a migliorare le relazioni interculturali tra giovani di nazionalità diverse e stimolare l’integrazione sociale nell’ambito della promozione della cultura e del turismo in città.
Oltre a ciò i volontari parteciperanno attivamente nelle attività culturali dell’Arci di Ferrara, tra queste le iniziative cinematografiche d’essai storiche del Comitato, oltre alle collaborazioni con il Festival di Internazionale, Ferrara sotto le Stelle ed il Festival dei Diritti.
All’interno del percorso di 12 mesi i volontari e le volontarie saranno seguiti anche attraverso una formazione specifica dell’ente di attuazione oltre ad una formazione generale che punta a fornire ai partecipanti strumenti idonei all’interpretazione dei fenomeni socio-culturali al fine di costruire percorsi di cittadinanza attiva e responsabile e alla consapevolezza di ciò che rappresenta il Servizio Civile e la
cittadinanza attiva.
Per chi ancora non ha compiuto i 29 anni di età c’è tempo fino al 26 gennaio per inviare la propria candidatura tramite il seguente link https://scn.arciserviziocivile.it/visprog.asp?idp=99536 All’invio seguiranno i colloqui che porteranno alla selezione dei quattro volontari di “Rigenerazione Culturale” prima di iniziare il percorso di 12 mesi con Arci Ferrara APS.
Il Servizio Civile è un’esperienza importante che punta a valorizzare i giovani e il loro futuro, includendo loro all’interno di un percorso culturale, umano e attivo.

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VACCINAZIONE COVID 5-11 ANNI. AL VIA LA SPERIMENTAZIONE PER L’APPUNTAMENTO VIA SMS.

Ferrara, 17-01-2022. Per dare ulteriore impulso alla vaccinazione dei giovanissimi (fascia d’età 5-11 anni) l’Azienda USL di Ferrara ha avviato una sperimentazione che prevede di contattare direttamente le loro famiglie (quelle che l’hanno ancora effettuato o prenotato) con un sms di invito a sottoporsi alla somministrazione, in cui viene dato il relativo appuntamento (luogo, data ed orario). Le famiglie non avranno più bisogno dunque di prenotare, nelle consuete modalità, ma dovranno semplicemente rispondere “Si” con sms allo stesso numero di cellulare da cui riceveranno il messaggio. Se invece il genitore vorrà spostare o disdire la prenotazione, potrà farlo attraverso i consueti canali, disponibili a questo link www.ausl.fe.it/vaccinazione-anticovid-19 , a sua volta contenuto nel sms.
La sperimentazione che si avvia con l’sms di oggi, vuol rappresenta una ulteriore modalità per tentare di semplificare la vita delle famiglie in una fase in cui la diffusione dei contagi, causata dalla diffusione della variante Omicron, rende ancora più chiara la necessità di proteggersi contro il virus per la salute propria, dei propri cari e della comunità. Se la sperimentazione darà esito positivo la modalità sarà ampliata a tutte le famiglie coinvolte e anche alle famiglie dei ragazzi in fascia d’età 12-18 che non hanno ancora iniziato il ciclo vaccinale.
Come si ricorderà già da alcuni giorni l’Azienda ha messo in campo la modalità del messaggio diretto alle famiglie per incentivare la vaccinazione di bambini e ragazzi. I primi messaggi sono stati inviati ai genitori dei bambini dai 5 agli 11 anni, nella giornata di giovedì 13 gennaio, contenenti una lettera aperta per rassicurarli e rispondere alle domande più comuni sul vaccino. L’indomani è stato spedito alle famiglie dei giovani dai 12 ai 19 anni che non hanno ancora eseguito la terza dose, un sms di invito a sottoporsi alla dose booster dopo almeno quattro mesi dal completamento del ciclo vaccinale.

OSPEDALE DI CENTO: RIAPERTO IL PUNTO NASCITA

Ferrara, 17-01-2022. Da Lunedì 17 gennaio ha riaperto il Punto Nascita dell’Ospedale di Cento. Il servizio, momentaneamente sospeso dallo scorso 23 dicembre a causa di improvvise criticità di personale, è quindi operativo a pieno regime per garantire a tutte le future mamme di tornare a partorire in massima sicurezza.
Il riavvio delle attività, nei tempi previsti e indicati dall’Azienda USL di Ferrara lo scorso 29 dicembre, è stato possibile grazie alla procedura di reclutamento di alcune professioniste con contratto libero professionale che hanno completato il necessario periodo di formazione; una ricerca continua che ha anche attinto dalle graduatorie esistenti e aperte.
Grazie al monitoraggio e l’assunzione, quindi, anche di personale dirigente pediatrico, il Punto Nascita di Cento garantisce sia la presenza H24 del pediatra/neonatologo sia dell’anestesista -comunque già attivo- oltre a ginecologi e ostetriche.
Questi, sono alcuni degli sforzi intrapresi fin da subito dall’AUSL per garantire la riapertura del Punto Nascita prima possibile e quindi limitare al massimo il periodo di sospensione dei parti programmati al “Santissima Annunziata”, causato, come si ricorderà, da alcuni avvicendamenti e malattie di operatrici ostetriche che si sono sovrapposti, e hanno aggravato l’endemica difficoltà a reperire personale sanitario sul mercato del lavoro.
Contestualmente, si ricorderà, è stato predisposto un ulteriore nuovo bando per assumere personale a tempo indeterminato, al fine di dare sempre maggior stabilità a questo servizio essenziale per il territorio centese e per l’intero Distretto Ovest.
L’Azienda si scusa per i disagi causati alle donne in attesa che sono state contattate e indirizzate verso un altro punto nascita per il tempo strettamente necessario alla risoluzione delle criticità evidenziate.

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L’OMBRA LUNGA DELLA “FORTEZZA EUROPA”:
immagini di un arcipelago antirazzista

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Questo testo riprende alcuni spunti meglio approfonditi nel libro Quale rifugio? Razzismo di Stato e accoglienza in Italia. Una lettura antropologica, in uscita per i tipi Sensibili alle foglie alla fine di gennaio.

 

La fortezza, la tana

Il 22 Giugno del 2018 il quotidiano Il Manifesto pubblicava un inserto gratuito e interminabile: 56 pagine di nomi delle persone morte – documentate negli ultimi quindici anni – nel tentativo di raggiungere l’Europa attraverso il Mar Mediterraneo. 34.361 vittime, alle quali andrebbero aggiunte le circa 4.200 degli ultimi due anni. Ovviamente i numeri reali, che considerano anche le vittime non documentate, sono molto più alti. Nel titolo della ricerca si individuava una precisa responsabile: la ‘Fortezza Europa’ [1].

Colpisce la trasversalità di questa immagine: da una parte questo appellativo viene utilizzato in senso critico da chi richiede politiche migratorie europee meno disumane; dall’altra una “fortezza ancora più fortificata” è ciò che auspicano, con tanto di bandiere e magliette a tema, molti movimenti europei di destra apertamente razzisti.

L’origine è interessante: la Festung Europa, nella propaganda del Terzo Reich, indicava la parte del continente che era sotto il dominio della Germania nazista di Adolf Hitler e che avrebbe dovuto resistere agli attacchi degli Alleati. Il piano prevedeva la completa fortificazione della costa nord-occidentale dell’Europa, il cosiddetto ‘Vallo Atlantico’, al fine di impedire lo sbarco delle forze avversarie.

Fortificazioni, muri, sbarchi da impedire, morti: temi che ritornano

Immagine chiama immagine: in un racconto di Kafka intitolato La tana, il protagonista è uno strano animale che, nel costruire la sua ‘casa’, è ossessionato dall’idea che qualcun altro possa entrarvi. La paura è tale che l’animale escogita tutti i possibili sistemi di sicurezza: trasforma la tana in un labirinto e, di fatto, una casa in una prigione.
Ma non basta, e il personaggio si fa dunque sentinella di guardia all’entrata. Anche questo non è sufficiente. L’animale decide allora di uscire lui stesso dalla tana, nascondendosi nei dintorni, per meglio controllare l’unico accesso alla sua ‘fortezza’ e, paradossalmente, esponendosi così al rischio che cercava di evitare.
Il filosofo Pier Aldo Rovatti, in un libricino di poche ma intense pagine intitolato La follia, in poche parole, ne trae la seguente conclusione: «Più impazziamo a blindare il nostro Io (tana o casa che sia) più ci esponiamo all’invasione dell’altro, ottenendo dunque l’esatto contrario. […] La follia dell’altro, così bloccata in se stessa, ci renderà folli»[2].

Chi governa la Fortezza Europa dei nostri giorni pare comportarsi in maniera molto simile al protagonista kafkiano. Almeno dagli anni ’90 in poi, il processo di fortificazione del confine europeo al fine di contrastare l’immigrazione è avanzato a ritmi costanti, fino alla recente esternalizzazione delle frontiere. Respingimenti in mare e cancellazione delle vie regolari di ingresso non bastavano, e così siamo arrivati ai campi di prigionia libici, uno sconcertante esempio del più vasto processo di subappalto della gestione delle frontiere a paesi terzi. Altra nota ‘immagine’: il campo.

La “follia dell’altro” è davanti a noi, dentro di noi, avvolta in un velo di quotidianità raccapricciante: l’Altro siamo noi di fronte ad uno specchio onesto. L’assenza di scandalo, la normalizzazione e l’assuefazione sono sintomi della follia stessa: di fronte alla negazione dell’altro-straniero ecco riemergere l’altro-noi, il volto in ombra dell’Europa stessa, quello rimosso e non elaborato, che si pone in perfetta continuità col colonialismo e con i totalitarismi, con la caccia alle streghe e con le enclosures.
Quel volto nascosto sotto gli stendardi della civiltà, dei “Diritti Umani” e del progresso. Siamo noi che ammettiamo, finanziamo e organizziamo con criterio ed efficienza la morte dell’altro, come se fosse un principio inevitabile e necessario. Siamo noi a ignorare continuamente questo crudissimo dato di fatto, tra distanza, rimozione e rabbiosa legittimazione. Non abbiamo capito davvero quanto banale possa essere il male.

Le condizioni di possibilità

Nel 1951 Albert Camus poneva una questione che ancora oggi rimbalza senza risposta nell’inconscio collettivo della “civiltà occidentale” [3]: «Ogni azione sfocia nell’omicidio, diretto o indiretto, [e quindi] non possiamo agire prima di sapere se, e perché, dobbiamo dare la morte»[4]. Mentre l’Occidente sanciva – creando un enorme rimosso – che gli stermini della Seconda guerra mondiale e dell’Olocausto si dovevano ad un ritorno della barbarie e del selvaggio istinto animale nella culla della civiltà, alcuni critici del tempo offrivano un’immagine ben diversa e ben più onesta: “noi” in quanto “assassini”. Adorno, Horkheimer e la Scuola di Francoforte, Hannah Arendt, mostravano chiaramente come la barbarie del ‘900 non fosse un inciampo, una regressione o un vuoto all’interno del progresso, ma il punto di caduta preciso di un mo(n)do ben specifico.

D’altronde il nesso tra Illuminismo, razionalismo, colonialismo e capitalismo aveva già mostrato, fuori dai confini occidentali, la sua capacità distruttiva. La voce di Georges Snyders, filosofo ebreo sopravvissuto ad Auschwitz, aggiungeva una domanda ancora più paralizzante: «Auschwitz rappresenta forse un’eccezione nella storia del mondo? […] Si tratta piuttosto del punto culminante di una lunga catena di massacri, di guerre, di tratta di Neri, di secoli di schiavismo, di colonialismo – in fin dei conti di sfruttamento di uomini da parte di altri uomini?»[5].

Il razzismo del ‘900 fu certamente mostruoso, ma non nuovo. Averlo reso “mostruoso” in quanto inconcepibile, inspiegabile e folle, fa parte della follia stessa. Viene in mente Foucault quando dice che è molto più saggio e utile non perdere tempo a chiedersi, superficialmente, “come sia stato possibile”, quanto piuttosto andare a cercare le condizioni di possibilità di un certo avvenimento.

L’etnopsichiatra Piero Coppo ricostruisce un quadro piuttosto eloquente a riguardo: «La teoria dell’evoluzione giustificava esplicitamente l’organizzazione del dominio da parte della “razza eletta” e il meccanismo selettivo per eccellenza, la guerra. Hitler “era parlato” da ciò che molti in Europa sentivano, pensavano, facevano e lasciavano accadere […]. Non era un’improvvisa follia, ma la seria, metodica, esplicita applicazione dei principi del dominio, dell’organizzazione, dell’evoluzione, della gerarchia già operanti altrove, ma importati in Europa»[6].

La storia è ben raccontata, gli elementi sono a disposizione, l’operazione non è intellettualmente difficile. Eppure c’è qualcosa di più profondo che ci impedisce di elaborare collettivamente e consapevolmente la dimensione dell’assassinio. Forse ha a che fare con quel filo che arriva ai giorni nostri e che non si è mai reciso del tutto. Oggi come allora, la morte dell’altro non è frutto di un’improvvisa follia, ma di una cosmogonia radicata, di dinamiche che diremmo tanto materiali quanto epistemologiche, di una particolare concezione del sé, dell’identità, della “natura” umana e del suo posto nella relazione col mondo.

Un passo indietro: razzismo epistemologico

Lo storico George Fredrickson nel suo Breve storia del razzismo[7] definisce quest’ultimo a partire dal nesso tra “differenza e potere”: la differenza insormontabile di un “Altro” rispetto a un “noi” legittima un trattamento che, se applicato ai componenti del “noi”, riterremmo insopportabile. Ma il razzismo tra umani radica in qualcosa di molto più ampio. Potrebbe essere utile applicare la definizione in una prospettiva che diremmo antispecista: l’“Altro” è, prima di tutto, qualsiasi “alterità”. La “differenza” è qui una “radicale partizione” e il “potere” è, in realtà, polarizzato in forma di “dominio”.

Si tratta di ripartire dai presupposti del nostro mo(n)do, della nostra onto-epistemologia. Il quadro, con qualche semplificazione, può essere tracciato così: il pensiero occidentale si è caratterizzato, a partire almeno da 2.500 anni fa, per un approccio prevalentemente partitivo: soggetto/oggetto, natura/cultura, umano/ambiente, essere/non-essere. Uno dei perni centrali di questa partizione è l’istituzione di ciò che ancora oggi chiamiamo “natura”.

L’idea di “natura” – lungi dall’essere “naturale” – costituì nella polis greca l’ambito fondamentale per dare spiegazioni fisiche vincenti. I filosofi battagliavano: chi era più convincente aveva più allievi e quindi più prestigio e denaro. «Il modo di spiegare le cose dei naturalisti era superiore – o almeno così essi credevano – proprio perché restava esclusivamente in termini di natura. La loro spiegazione eliminava in teoria l’arbitrario, il premeditato, l’arcano in favore di ciò che era in linea di principio regolare e osservabile»[8].

L’ambito divenne progressivamente autoreferenziale ed escludente, fino a pretendere di includere tutta la realtà possibile. La “natura” in quanto alterità diventava così l’oggetto-mondo del quale poter dire la “verità”. La distinzione parmenidea tra essere e non-essere rappresenta forse l’emblema più chiaro di questa operazione: l’essere è unico, compatto, uguale a se stesso, non soggetto al divenire; ciò che è mutevole appartiene al regno dell’opinione, della non-verità. Attraverso la spiegazione razionale, la logica formale ed il principio di non-contraddizione si afferma, in definitiva, una forma di monismo: c’è un unico essere e un’unica verità su di esso.

Questa traccia non si perde nel tempo, anzi, si radicalizza con la scienza moderna: vi è un’unica natura e un unico metodo (corretto) per conoscerla, la scienza. Questa natura viene letta sotto la lente del riduzionismo: comprendiamo il mondo quantificandolo, frammentandolo in piccoli pezzi, ciascuno dei quali dotato di caratteristiche sue proprie. Il problema centrale di questo approccio è che si fonda sulla separazione. La relazionalità non è nel cuore del reale: gli enti possono intrattenere delle relazioni, ma la loro essenza non è relazionale.

Questi presupposti sono alla base di una particolare idea di “identità”. Come sottolinea Stefania Consigliere, in questo modo si «fonda la concezione atomistica dell’identità, in cui l’esistenza dipende dall’identità, e questa dipende esclusivamente dalle proprietà intrinseche dell’ente: ciascuna cosa è ciò che è in virtù delle sue qualità, indipendentemente dalle relazioni»[9].

La “natura” è spiegata in termini di natura, l’identità è definita nei termini del proprio: il campo della discussione (e la possibilità di deduzione) sono ben circoscritti – perciò controllabili – e “decisi in anticipo”.

È la stessa espressione che Horkheimer e Adorno usano nella Dialettica dell’illuminismo: questo è il più totalitario dei sistemi proprio perché in esso “il processo è deciso in anticipo”. Il ragionamento (la lettura del mondo e dell’umano) funziona molto bene se si tiene arbitrariamente fuori ciò che lo può far saltare. C’è un escluso, o meglio, ci sono molti esclusi: l’indefinibile, il non-oggettivabile, il continuo, il non-quantificabile, il contraddittorio, per certi versi quel “noi” che non si limita ad essere la somma di tanti “io”. È una forma di razzismo epistemologico: io sono io solo se pretendo di non essere anche altro; la natura è “quella cosa lì” se pretendo di poterne circoscrivere e sigillare i componenti. L’unica ragione ammessa è quella strumentale.

Questa lettura del mondo regge nella misura in cui separa ed esclude l’alterità. La storia ci mostra, però, come l’impalcatura scricchioli: “l’io non è padrone nemmeno in casa propria”, si dice con la nascita della psicoanalisi, mentre oggi l’ecologia radicale ci mostra come nulla “in natura” sia realmente circoscrivibile: il corpo umano contiene migliaia di “specie” diverse; l’Altro è in ogni “cosa”.

Assassini

«Questo è il tempo degli Assassini»[10], scrive Rimbaud alla fine del 1800. Sembra un invito a considerare onestamente il peso mortifero di buona parte della storia occidentale. Ai bambini di dieci anni nelle nostre scuole parliamo di “scoperta dell’America” quando raccontiamo il più grande genocidio della storia. Non riconosciamo nei volti dei migranti, che oggi respingiamo come illegittimi ladri, i segni della devastazione coloniale e postcoloniale. Accettiamo le scuse più banali riducendoci a distinzioni di forma inquietanti: il migrante economico no; quello di guerra sì, ma solo se… Non ci tocca minimamente che lo Stato democratico riconosca l’essere giuridico prima dell’essere umano, che i “diritti umani” valgono solo se vidimati burocraticamente. Non ci rendiamo nemmeno più conto che gli oggetti di consumo che tengono in piedi le nostre quotidianità sono intrisi di violenza, sfruttamento e morte. Se allarghiamo questa riflessione ad un’ottica antispecista la distruzione animale e vegetale in corso è annichilente. E se un dubbio sulla violenza in atto sorge, l’unica alternativa alla paralisi sembra essere il there is no alternative di thatcheriana memoria.

Separazione e assuefazione sono concetti fondamentali per accogliere la provocazione del nostro coinvolgimento omicida. Viene alla mente un’altra storia. Quella degli Assassini era una setta ismailita di cui scrive Marco Polo. I membri, cresciuti in una fortezza piena di godimenti di ogni genere, erano capaci dei peggiori assassinii pur di continuare a vivere nel loro “paradiso”. È un legame circolare tra consumo, assassinio e paradiso a far sì che il meccanismo non si fermi.

La fortezza si è espansa, l’assassinio è delegato, la dissociazione infinitamente maggiore, ma non trovo immagine più efficace per raccontare questo pezzo del nostro mo(n)do. Nel frattempo i cadaveri si posano sul fondo dei “nostri” mari e gli sfruttati si accalcano sui fili spinati delle frontiere, mentre una piattaforma interattiva su internet chiamata how many slaves work for you? ti permette di quantificare l’“impronta schiavistica” del tuo stile di vita. Chi siamo veramente?

Specchio, specchio delle mie brame

Quando lavoravo nei progetti istituzionali di accoglienza per migranti, una delle cose più interessanti era vedere come il contatto con l’alterità mostrasse prima di ogni altra cosa il nostro modo di essere. L’“Altro”, i suoi modi e le sue priorità, rimanevano per mesi un mistero; i nostri invece, con tutti i tic e le rigidità del caso, venivano subito a galla. Il primo “altro” a emergere era il nostro lato in ombra.

Abdelmalek Sayad scriveva negli anni ’90: «Abitualmente si parla di “funzione specchio” dell’immigrazione, cioè dell’occasione privilegiata che essa costituisce per rendere palese ciò che è latente nella costituzione e nel funzionamento di un ordine sociale, per smascherare ciò che è mascherato, per rivelare ciò che si ha interesse a ignorare e lasciare in uno stato di “innocenza” o ignoranza sociale, per portare alla luce o ingrandire (ecco l’effetto specchio) ciò che abitualmente è nascosto nell’inconscio sociale ed è perciò votato a rimanere nell’ombra, allo stato di segreto o non pensato sociale»[11].

I migranti che bussano alle porte della “fortezza Europa” proiettano sul nostro specchio collettivo almeno tre storie rimosse che rappresentano le ragioni materiali del razzismo: la tratta degli schiavi; l’imperialismo e il colonialismo (passato e presente); l’odierna e taciuta “inclusione differenziale”, ovvero quel governo istituzionale delle migrazioni che crea clandestinità al fine di produrre manodopera altamente sfruttabile, sempre essenziale al capitalismo.

Ad accomunare queste tre storie mortifere è la violenza, perennemente occultata, necessaria a tutte le ondate di accumulazione e creazione di capitale. Affinché violenza e dominio siano legittimati e sopportati, l’Altro dev’essere di volta in volta collocato in quella posizione di “differenza insormontabile”. Se lo sterminio degli indigeni d’America e la tratta degli schiavi furono accompagnati dall’idea che essi fossero non-umani (si pensi alle grandi diatribe sul possesso o meno dell’anima), per quel che avvenne successivamente le parole di Hannah Arendt nel suo Il razzismo prima del razzismo sono di una chiarezza disarmante: «L’imperialismo avrebbe richiesto l’invenzione del razzismo come unica possibile “spiegazione” e giustificazione delle proprie azioni, anche se nel mondo civile non fosse mai esistito alcun pensiero razziale. Essendo però esistito, il pensiero razziale si è rivelato un potente alleato del razzismo. […] serviva a occultare la forza distruttiva della nuova dottrina […]»[12].

Ragione strumentale: la “costruzione dell’altro” è sempre stata in qualche modo funzionale a ciò che dell’altro si voleva fare. Oggi il razzismo di Stato[13] non discute dell’anima dei migranti, ma del suo equivalente statale, il riconoscimento giuridico-burocratico, che legittima o meno l’annientamento di migliaia di persone. Come in una sorta di nevrosi collettiva, l’Europa si ritrova a ripetere gli stessi gesti che da secoli ne svelano il suo lato in ombra. La sostanza è la stessa, e nemmeno la forma cambia molto. L’impalcatura retorica ci permette di non vedere la crudezza di fatti altrimenti indigeribili.
Allora, per i “buoni”, le politiche razziste sono solo quelle dei fascio-leghisti e non l’intero governo istituzionale delle migrazioni; mentre i “fascio-leghisti” nel frattempo raccontano tutte le “ragioni” per cui il buonismo, nel “regime della scarsità”, non è più sostenibile. Mentre i primi non vedono, i secondi indicano il punto che gli fa più comodo.

Un posto per Pan

Oggi la scienza non ha solo dimostrato l’inconsistenza di qualsiasi teoria razziale, ma, andando ben oltre, pone in discussione persino l’idea di specie e svela tutta l’inadeguatezza di un’identità immaginata come chiusa e autonoma. Dagli studi di neuroscienze a quelli di filogenetica, appare sempre più evidente che l’alterità è in noi, ci costituisce ed è necessaria alla vita. Non che in precedenza siano mancate cosmologie che lo sostenessero.

Pan veniva spesso considerato il dio incarnante tutto ciò che non era (o non era più) umano: la bestialità, la natura, la sessualità selvaggia; l’alterità più radicale. Se disturbato, o escluso, era in grado di emettere un urlo terrorizzante, che spaventava persino lui stesso: il panico. Eppure gli ateniesi riuscirono a sconfiggere i persiani a Maratona solo dopo averlo accolto tra le divinità onorate.

Quando De Martino indaga la “presenza” dell’umano si appunta: «il singolo è il mai solo che rischia di essere assolutamente solo, il sempre comunicante che rischia di essere l’assolutamente incomunicabile»[14]. Il rischio è la chiusura, la fissità, la rottura di una relazionalità essenziale. L’alterità porta inevitabilmente con sé il terrore di Pan, la paura della perdita e della dissolvenza. Ma strutturare la nostra identità in termini di un’individualità chiusa fa sì che il rischio si concretizzi, esattamente come nel racconto di Kafka. Pan va accolto. Oggi costituiamo una società che, da una parte, si barrica in fortezze omicide, da un’altra distrugge ogni forma di vita “altra” in un ecocidio che mina la stessa possibilità della vita sulla Terra; e parallelamente, come individui, viviamo nel nostro intimo un’epidemia di panico sempre più diffusa. In tutti questi casi l’alterità è qualcosa con cui non sappiamo più relazionarci al di là del nesso di “radicale partizione” e “dominio”. Il razzismo è una postura che va ben al di là di ciò che comunemente intendiamo: è multidimensionale, è materiale ed epistemologico, sociale e psicologico.

Il movimento di fuoriuscita difficilmente può essere dei singoli. Il mo(n)do capitalista che abbiamo costruito, seppur nelle sue diverse declinazioni, si muove sulla partizione, premessa necessaria ad ogni quantificazione e capitalizzazione. Ha bisogno di quel binomio di “differenza e dominio” proprio del razzismo. E si muove sulla menzogna, sul racconto malefico di una “naturalità” della separazione e del dominio: “è sempre stato così”, si dice. Eppure ci sono segni, contorni, di possibilità diverse. C’è una pluralità di racconti che dai miti antichi alle scienze contemporanee ci parla di un modo non-razzista di essere e di abitare la Terra. Continuamente nascosti, attaccati, quasi sempre sconfitti, questi racconti non hanno tuttavia mai smesso di essere ereditati e di trasformarsi in pratiche. Ci dicono che nel nostro profondo più intimo non troviamo noi stessi, ma tutta l’alterità che siamo, lo sfondo comune. Per non perderci nel panico che l’apertura comporta dobbiamo riconoscere e negoziare con Pan. Il mondo fuori non fa che offrirci continuamente l’occasione per iniziare a lavorare su questa nostra imprescindibile “noità”.

Note:
[1] List of 34.361 documented deaths of refugees and migrants due to the restrictive policies of “Fortress Europe”, in http://www.unitedagainstracism.org/blog/2018/06/20/press-release-unitedlist-of-34361-refugee-deaths-published-in-the-guardian/ , consultato il 31/10/2018.
[2] Pier Aldo Rovatti, La follia, in poche parole, Bompiani, Milano, 2000, pp. 39- 40.
[3] Per quanto solo con un certo grado di semplificazione si possa dare una definizione di “Occidente”, rimandiamo al quadro che ne disegna la filosofa ed antropologa Stefania Consigliere: «Una prima definizione di Occidente potrebbe indicarlo come l’asse storico-culturale che percorre e lega l’ebraismo, la Grecia classica, il cristianesimo e la modernità scientifica, coloniale e capitalista. […] Esso dispone tuttavia di una certa coerenza tassonomica conferitagli da un insieme di elementi che hanno un’aria di famiglia e si ritrovano oggi in modo ubiquo, sedimentati e variamente combinati, quasi sempre attivi: il monismo ontologico (che si declina anche in monoteismo); l’essenzialismo; l’esigenza di universalità; il prestigio della dimostrazione; il risalto dei termini individuali atomici anziché della relazione tra di essi; il risalto tutto tondo dell’individuo rispetto allo sfondo; la superiorità accordata alla vista; la propensione a privilegiare la razionalità deduttiva e la ragione strumentale; l’integralità del bene; il tempo lineare; la progressione evolutiva dei processi; l’aspirazione palingenetica; la percezione degli esseri secondo una gerarchia di valore; il nesso scarsità-valore; l’enfasi sull’attività cognitiva e sulla sua regolatività rispetto a ogni funzione psichica; la verità come rappresentazione fedele dello stato delle cose nel mondo», in Antropo-logiche, Colibrì, Paderno Dugnano (Mi), 2014, p. 42.
[4] Albert Camus, L’uomo in rivolta, (1951), Bompiani, Milano, 1994, p. 6.
[5] In Piero Coppo, Passaggi. Elementi di critica dell’antropologia occidentale, Colibrì, Paderno Dugnano (Mi), 1998, p. 93.
[6] Ibidem.
[7] George Fredrickson, Breve storia del razzismo. Dall’antisemitismo allo schiavismo dalla Shoa al Ku Klux Klan, Donzelli, Roma, 2002.
[8] Una precisazione è fondamentale: 2500 anni fa, nella Grecia antica, così come per molti secoli successivi, vi era una compresenza di modi e quindi di mondi diversi. Probabilmente ciò è vero anche oggi, benché la coazione all’Uno sia sempre più forte e pervasiva.
[9] Stefania Consigliere, La piega logicista, in Rizomi greci, Colibrì, Paderno Dugnano (MI), 2014, p. 84.
[10] Arthur Rimbaud, Una stagione in inferno – Illuminazioni, (1886), Mondadori, Milano, 1990, p. 135.
[11] Abdelmalek Sayad, La doppia pena del migrante. Riflessioni sul “pensiero di stato”, “aut aut”, 275, 1996, p. 10.
[12] Hannah Arendt, Il razzismo prima del razzismo, Castelvecchi, Roma, 2018, pp. 75-76.
[13] Per un approfondimento sul tema si veda Pietro Basso, a cura di, Razzismo di stato. Stati Uniti, Europa, Italia, Franco Angeli, Milano, 2010.
[14] Ernesto De Martino, Scritti filosofici, Società editrice Il Mulino, Istituto Italiano per gli Studi Storici – Napoli, 2005, p. 3.

Questo contributo è uscito con altro titolo sulla rivista online Altraparola.

 

tampone di natale

Prenotare il tampone sotto Natale?
L’odissea di una cittadina toscana vaccinata e con il Covid

Potrebbe sembrare un’esagerazione giusto per attirare l’attenzione e magari fomentare mancanza di fiducia nelle istituzioni e un dissennato dissenso e invece no, il senso ce l’ha, eccome. I medici e gli specialisti ci stanno ripetendo alla radio e ai telegiornali che “devono già scegliere a chi dare la precedenza per il ricovero, che devono rinunciare a eseguire operazioni per casi di tumore per far posto ai malati di Covid”. È un refrain martellante e insistente che ci fa saltare su, che ci colpevolizza e ci fa sentire impotenti ed egoisti. Nel mio piccolo ho registrato la disorganizzazione assoluta del Servizio Sanitario regionale, nonché Azienda sanitaria locale Toscana Centro, preso d’assalto a causa dell’ennesimo rialzo dei casi di SARS COV2, in tempi di 4° ondata pandemica, seconda in periodo natalizio.
Ed è così che ai cittadini si conferma per l’ennesima volta la sensazione di essere in uno Stato di Emergenza, ora davvero prolungato e senza fine.
E io, cittadina che è stata alle regole, mi chiedo: hanno speso già tutti i soldi per fronteggiare la pandemia? Siamo rimasti senza scorte di tamponi? E il famoso booster, nonché terza dose? Ma come si fa, se non si riesce a proteggere adeguatamente nemmeno i già bis-vaccinati, a pretendere di aggregare anche i renitenti? Chi alla guerra non vuole partecipare e non si vuole proteggere e prevenire gli effetti devastanti del virus?
Certo qualcosa è andato storto, nessuno nei mesi scorsi ha pensato che l’inverno sarebbe arrivato e con lui il nuovo proliferare e circolare dei virus, influenza compresa?
Io credo che per convincere la popolazione della bontà delle azioni messe in campo si poteva e si sarebbe dovuto fare qualcosa di più e di meglio che oberare i medici di base delle vaccinazioni e le farmacie dei tamponi veloci e farlocchi al 50%, data la bassa sensibilità, venduti, tra l’altro, al costo medio di €15,00 ciascuno.
Mi sembra che il Generale Draghi, con Capitan Speranza e il Sottotenente Figliuolo, abbiano perso su tutti i fronti, una Caporetto sanitaria! Ma quelli che veramente hanno perso, siamo noi cittadini, prima istigati a spendere e spandere per fare un bel Natale in difesa del PIL, poi presi in giro con la diffusione esagerata di tamponi costosi e poco attendibili, e poi sul più bello, a metà strada tra Natale, Capodanno e la Befana: ammalati, chiusi in casa, lasciati soli dal medico, dalle strutture, da chi ci circonda, spaventati e ormai disillusi.
 Vediamo allora di riassumere in pochi punti la disfatta:
1. la salute generale degli italiani, visti i contagi quotidiani che si sono moltiplicati proprio nel periodo festivo in cui avremmo gradito un po’ di serenità e di riposo, non certo di fare ore e ore di coda fuori dalle farmacie sotto la pioggia al freddo e umido per accaparrarsi al modico prezzo di €15,00 un responso farlocco, il più delle volte falso negativo, per andare sereni verso il contagio;
2. la credibilità anche verso chi non si è vaccinato: si sono ammalati tutti, senza tregua né ritegno. Ma non si doveva accelerare con la campagna vaccinale? Ma se gli Hub li hanno chiusi, li hanno diminuiti e poi si sono scatenati sui No Vax. Certo non è colpa loro se sono saltati i tempi, ma allora? Tutto sto puzzo per fare cosa? Per farci odiare tra sorella e fratello? Per dividere famiglie e comunità? Per dare la colpa dell’errore al diverso, strano, controcorrente?
3. In Toscana le assunzioni di personale per la Sanità sono sempre bloccate? Ma se manca il personale, se quello che c’è ha già passato un anno e più sotto stress e si ammala e non ce la fa più? Ma allora qui qualcuno l’emergenza vuole tenerla viva e vegeta: “un’emergenza è per sempre!”.
4. Come dipendenti pubblici (io lo sono), dovremmo essere contenti, perché il ministro Brunetta aveva tolto lo smart working,  in quanto lavoro ‘agile’ voleva dire ‘volontario’ (ed è proprio così, non conta cosa produci, le pratiche che porti a buon fine in un tempo ragionevole, ma le ore che stai seduto al tavolo, come i ragazzini a scuola, quante ore stai seduto, fermo, mani dietro la schiena, al banco!) e ora, con la nuova ondata, lo hanno reintrodotto. Ma sempre con la sensazione di una iattura, un’emergenza che non finisce mai, non per migliorare l’organizzazione dei tempi di lavoro, gli spazi sociali delle persone, l’organizzazione dei trasporti, ma come scappatoia da un pericolo peggiore e ‘chiusura sociale’, oltre che mentale, proposta di un ministro che arriva quando i buoi sono già scappati e la P.A. diventa la ‘cenerentola’ su cui si scaricheranno le frustrazioni e le accuse di inefficienza dei soliti privati, che invece si sacrificano in maniera dannunziana… per la Patria!
5. Emergenza continua, incapacità di dare risposte adeguate, ma anche volontà di non dare le risposte che servono e mantenimento di continuo controllo sulla popolazione spaventata e tenuta isolata per giorni e giorni, senza avere la possibilità di incontrare le persone, di fare la spesa, di andare a lavorare… perché nemmeno il tampone rapido si riesce più a fare.
E qui mi fermo, si perché devo riprovare a catturare un appuntamento online per fare un tamponcino (come chiamo io i test rapidi antigeni sars-covid-2) per vedere di anticipare il mio ‘rientro in società’. Eh già, in farmacia, a pagamento, sono riuscita a prenotare per il 18/04/22, ma stare in attesa un’altra settimana mi sembra un po’ esagerato, quindi con la ricetta del medico riprovo sul portale della sanità regionale: “Seleziona il presidio più comodo per te”. “Disponibilità esaurita”.
ULTIMA NOTIZIA che fa rizzare i capelli: in Mugello, il presidente della Società della Salute, nonché sindaco di Vicchio, nonché figlio del farmacista del paese di Vicchio, cosa fa per meritarsi la riconoscenza dei cittadini mugellani e vicchiesi?
Il sabato 8 e la domenica 9 gennaio, nel pomeriggio dalle 14,00 alle 18,00, organizza una cooperativa per fare tamponi rapidi certificati e a pagamento (€15,00) presso l’HUB di Vicchio, dove di norma vengono fatti i tamponi organizzati dalla della Regione Toscana, senza prenotazione e senza richiesta del medico. Come ha fatto a diffondere la notizia di questo servizio spot? Ha fatto circolare un vocale su whatsapp…
Evvai! L’improvvisazione al potere!

La luce immensa di Kori
…un racconto

La luce immensa di Kori
Un racconto di Carlo Tassi

Kori è una bambina e gioca a nascondino.
Una piccola stella s’avvicina senza dir nulla, senza fare alcun rumore.
Kori chiude gli occhi e inizia a contare fino a trenta: uno, due, tre…
La stella viaggia sopra nuvole rarefatte, chiusa nel suo uovo d’acciaio.
Kori ogni tanto sbircia per guardarsi attorno: otto, nove, dieci…
I cavalieri volanti guardano in basso, puntano i loro strumenti di precisione, fanno calcoli, regolano i timer, respirano affannosamente nelle loro maschere. Nessun pensiero lento nelle loro menti, solo ordini da eseguire, gesti a memoria, istruzioni veloci, metalliche, distanti.
Kori bisbiglia a occhi chiusi e ridacchia, i fratellini ripetono alle sue spalle: tredici, quattordici, quindici…
Distanza prevista, velocità del vento costante, cielo sereno, temperatura mite, calcolo delle coordinate. Ogni tassello al proprio posto.
Kori ripensa alla sera prima: la mamma ha detto che suo padre tornerà a casa per sempre, con un piede di meno ma salvo. Anche senza un piede potrà portarla a cavallo. Immagina il giorno che rivedrà il suo papà, zoppicante, col bastone e sorridente. Immagina di abbracciarlo insieme ai fratellini, sospira felice e conta: diciotto, diciannove, venti…
I cavalieri hanno provato e riprovato. Ogni gesto è previsto, senza remore, programmato. L’uovo è pronto per cadere, tutti i bottoni sono stati schiacciati. La volontà è ferrea, disumana.
Kori alza la voce, pochi numeri ancora e inizierà a cercare: ventitré, ventiquattro, venticinque…
L’uovo è fuoriuscito dalla pancia volante. Sibila e cade. Veloce e preciso. Pochi secondi all’appuntamento, dritto e fino in fondo. Quanto lavoro, quanto studio e quanta volontà per arrivare a tutta questa perfezione: tre, due, uno…
Kori non resiste, apre gli occhi e smette di contare: ventotto, ventinove, trenta…

Kori vede la stella imbiancare il cielo. Lo fa in un secondo. Nemmeno il tempo di un pensiero fuggente. Così la vita e la stella diventano luce immensa. E tutto si fonde: spensieratezza, gioco, attesa. I grandi occhi neri e i neri capelli, i nastrini alle trecce e le babbucce col fiocco. I tre fratellini nascosti nel piccolo cortile intorno a lei, e la mamma in casa a cucinare, e suo papà che dovrà tornare. E la sua vita futura, quella che doveva diventare…
Tutto è luce e nulla più.

Kori e la sua famiglia si dissolsero nel cielo di Hiroshima, alle otto e un quarto del mattino del 6 agosto 1945.

Woman in gold (Hans Zimmer, 2015)

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