Giorno: 24 Gennaio 2022

quirinale roma presidente della repubblica

VOLEVO SPOSARE SIMON LEBON
In margine al sogno spezzato del Cavaliere

 

Molti giornali non solo scrivono ma titolano che fare il Presidente della Repubblica era il sogno di Berlusconi da piccolo. Lo fanno con la solita condiscendenza, come fosse una notizia, come fosse un dispiacere per l’Italia tutta che quel sogno non si sia avverato.

A parte che assai probabilmente è una balla grande come una casa, una delle mille e mille che Berlusconi ci ha rifilato in questi (troppi) anni, è anche un bel chi se ne frega, diciamolo.

Che lo sognasse da bambino vuol dire che oggi ne avrebbe più diritto, più merito, più non so cosa? Perché a leggere su certi giornali, sempre genuflessi, questa Ode al povero Cavaliere caduto da cavallo (Foscolo perdonami) sembrerebbe proprio di sì. E la cosa peggiore è che citare quell’ipotetico temino infantile sembra una cosa commovente, che fa onore a Berlusconi, che un poco lo risarcisce della delusione. Invece è solo patetico, e anche ridicolo (le due cose vanno spesso a braccetto).

Quanti bambini avranno scritto a sette anni “da grande voglio fare il Presidente della Repubblica?”. Pochi, mi figuro, pochi megalomani malamente politicizzati già a quell’età. Ma qualche decina o qualche centinaia ci sarà stato. Che facciamo? Un’ode anche per ciascuno di loro? Un bel titolone di prima pagina, o in Home page? E tutti quelli che volevano fare gli astronauti e ora portano in giro le sacche di Glovo rovinandosi la salute e rischiando la pelle correndo in strada per quattro euro lordi l’ora? Quei sogni infantili malamente spezzati come li risarciremo? Avremo la stessa attenzione e compassione (in senso nobile)?

C’era chi voleva sposare Simon Le Bon e qualcosa – più di qualcosa – ne ricavò anche, a conferma che i sogni è sempre bene inseguirli tenacemente, ma quel matrimonio non s’era da fare e non si fece, e il Paese non ne soffrì più di tanto, che io ricordi.

Pudore pudore… (Raffaella Carrà, 1979).

Nota: questo articolo di Piergiorgio Paterlini è già uscito il 23 gennaio in  http://paterlini.blogautore.espresso.repubblica.it/

GLI SPARI SOPRA
Io sono un qualunquista

 

Io sono un qualunquista? Sono un qualunquista. Affermazione o domanda? Già alla prima frase dell’articolo mi balza alla mente una canzone di uno dei cantanti amati dalle mie figlie, di cui non ricordo il nome, ma il solo fatto di citarlo fa venire i brividi ad un rockettaro come me.

Ho dei seri dubbi su me stesso: ho passato tutta la vita da partigiano (in senso Gramsciano) e lo sono tutt’ora, sono stato attivista per diversi anni, molto distanti tra loro, a quindici e a quaranta anni. Ho sempre avuto certezze granitiche e ortodosse sulle mie idee o sui miei dogmi. E pure quelli non sono cambiati negli anni, la mia coerenza o ottusità ai miei ideali di gioventù (cit.) è ancora lì che mi guarda da quella prima tessera della Fgci del 1984. E pure mi sento diverso, meno coinvolto, con molta meno voglia di persuadere chi non la pensa come me, mi sento disarmato, la verità è che non ne sono più capace. Ma poi, io come la penso? Mi mancano gli strumenti cognitivi che avevo, leggevo saggi, giornali, riviste di partito. Poi sono diventato un ex, di un sacco di cose. Un ex attivista, un ex adolescente, un ex calciatore, un ex motociclista, un ex pescatore. Vero è, come dicono i vecchi, fichi e meloni ogni frutto le sue stagioni e via con la fiera delle banalità. Vedi, allora è vero. Sono un qualunquista. Non riesco a capirmi, vorrei essere coinvolto, vorrei sentirmi partecipe, vorrei avere quella cosa che mio cugino (il mio terapeuta dall’infanzia) definisce con un termine ferrarese bellissimo e intraducibile, sghizuìglia. Parteggiare, stare con, sentirsi parte di un noi politico, una sorta di innamoramento eterno e immutabile. Dalle farfalle nello stomaco al reflusso gastrico è un attimo.

Tranquilli, non sto diventando un moderato. Sono e rimango una persona non di estrema sinistra ma estremamente di sinistra. La mia collocazione non esiste. In molti hanno fretta di andare a votare, perché il popolo deve decidere. Ma decidere cosa? Che vota sempre per quei quattro o cinque contenitori. Centro sinistra, centro destra, destra, né destra e né sinistra, sono ampiamente rappresentati, non sono la stessa cosa, anche se da undici mesi governano insieme. Sono diversi ma attendono di sedersi attorno a un tavolo per decidere il prossimo presidente della Repubblica. Do ut des. Forse è realmente solo questa la politica, forse di moderazione in moderazione ci si radicalizza solo da una parte, a destra? Sto per dirlo, no, non voglio… sono tutti uguali, tutti pensano al proprio orto, tutti pensano ai voti e non alle persone. Ecco, lo sapevo, sono un qualunquista. Tutti ladri, nessuno ladro (cit.), ecco ora cito pure la buonanima di Bettino.

Ma cosa mi sta succedendo? Sarà la pandemia che mi offusca la mente? Il periodo stagnante, come l’acqua di Valle Giralda? No, il mio abbassare la guardia ed affrontare l’avversario con le braccia sui fianchi e la faccia esposta ai pugni, parte da lontano. Forse ora ha toccato il livello più basso. Anche se si può sempre scavare.

E’ passato troppo tempo da quando in TV riconoscevo i politici di sinistra, della mia sinistra, dalle prime quattro parole. Li riconoscevo dal nodo lento della cravatta, da quella luce negli occhi che non ho mai più visto, erano i miei, eravamo diversi, non meglio, diversi.

Ora ascolto un lento e amorfo brusio, intervallato dalle urla di popolar populisti, cambia solo la tinta dei capelli, il gessato e la cravatta sono gli stessi, addirittura la felpa la indossa Salvini, gli operai stanno a destra, il centro sinistra è la borghesia dominante, la parola popolo e popolare brulica sulla bocca della Meloni.

Ma dove cazzo sono finito?

Mi accorgo di avere fatto questo discorso almeno mille volte. Oltre che qualunquista sto pure diventando sclerotico. Ho votato nella mia vita per almeno sette o otto partiti, dal più grande partito comunista d’occidente a Potere al Popolo, PdS e DS, PdCI, Sinistra Arcobaleno, SEL. Oramai da diverse elezioni non raggiungo il quorum. Una decina abbondante di anni fa credetti di avere trovato di nuovo un noi, ragazze e ragazzi giovani, pieni di idee, coraggio, voglia di cambiare, radicalità e allegria. Poi arrivarono gli squali e si spolparono la carcassa di quella nuova speranza di rinascita. Tutto come da copione, quando il piccolo si ingrandisce i culi cercano le poltrone. Politica come mestiere, che schifo. La politica è una missione per conto del popolo, i datori di lavoro degli eletti sono gli elettori, non le banche, i poteri forti (ma poi che cazzo sono i poteri forti, io non l’ho mai capito).

Occorrerebbe un agglutinamento (no, non è un errore di grammatica), bisognerebbe attaccare i cocci e le briciole, che, come la fascia di meteoriti, gravitano fuori dal parlamento nella galassia lontana, lontana della sinistra-sinistra. Esistono partiti più Leninisti di Lenin e più Maoisti di Mao. Marx non era marxista, era comunista. Tra il centro e il Soviet Supremo ci sarà pure uno spazio dove potersi tenere per mano senza andare a ricercare Lev Trockij a Coyoacán. Chiaro, non sono talmente sprovveduto dal pensare che lo schieramento vittorioso alle elezioni di non si sa quando sarà un monocolore rosso. Non ho fretta, più che altro ho paura, sono impaurito da come voteranno gli italiani. Certo che la politica è anche alleanza, ma a pari dignità e poi agli schieramenti ci si pensa dopo, prima occorre creare la scacchiera.

Comunque si, sono un qualunquista. Riduco tutto a pensieri semplici, cedo sotto i colpi di chi utilizza termini medici senza sapere di cosa parla, di chi spolvera la sua laurea su internet, io mi sono diplomato a mala pena. Anche se credo di avere letto negli ultimi trent’ anni molto più di tanti laureati, che dopo la tesi hanno abbandonato biblioteche e librerie.

Mi sento piatto e orfano. Vorrei essere in un angolo del quarto stato, ma ora siamo già al quinto o sesto. Vedo gente piena di certezze, mentre io brancolo nel buio dei miei dubbi, sento gente che cita a memoria l’ultima pubblicazione scientifica della nonsochecazzo, mentre io non sono informato nemmeno sul mercato invernale della  S.P.A.L. (non è vero).

Spesso mi sento un vaso di coccio tra i vasi di ferro.

E comunque nella certezza dei miei dubbi e col mio qualunquismo dilagante, vorrei seguire lassù verso la seconda stella a destra e la trovare la mia utopia, una sinistra unita, non litigiosa, non scunzamnestra, con la voglia di stare insieme più forte della voglia di essere perfettini.

Perché, sappiatelo, la perfezione è di destra.

ferrara notturna

Ferrara: hanno rotto le bolle.

A due settimane dalla riapertura dei servizi educativi, la situazione ci sembra essere esplosiva. Contrariamente a quanto viene raccontato, non sta andando tutto bene: il personale assente causa positività al Covid non viene prontamente sostituito; le sezioni, che dovrebbero essere chiuse con la
presenza di un solo positivo, rimangono aperte con il rischio di aumentare i contagi e di conseguenza le future chiusure; il lavoro straordinario è ormai diventato ordinario.
Ma andiamo con ordine. Il DL del 7.01.2022 prevede, per i nidi e le scuole d’infanzia, che: “in presenza di un caso di positività nella stessa sezione o gruppo classe, si applica alla medesima sezione o al medesimo gruppo classe una sospensione delle relative attività per una durata di 10 giorni”.
A Ferrara questa legge non si applica: il Dipartimento di Sanità Pubblica pare abbia comunicato alle scuole che i bambini non presenti il giorno nel quale viene riscontrato il caso di positività possano continuare a frequentare. Ma così si rischia di far saltare completamente il tracciamento e di non avere contezza della reale situazione. Peraltro di questa comunicazione sanitaria pare non esserci traccia scritta. Come ampiamente previsto dalla FP CGIL e dalla UILFPL, il personale attualmente in servizio non è sufficiente a coprire tutte le assenze. E per questo sono state rotte le sezioni-bolla. Anche dei bambini. E questo non va bene.
La rottura delle “bolle” da parte delle insegnanti e delle ausiliarie, che siamo certi avvenga nel rispetto dei protocolli COVID che prevedono la completa svestizione ogni qualvolta si cambi sezione, dovrebbe però essere l’estrema ratio e non lo strumento di gestione ordinaria delle assenze. A noi pare che questo non stia avvenendo. Ed infatti i contagi e le chiusure aumentano. Si aggiunga che, alla richiesta di FP CGIL e UILFPL, di sottoporre ad un tampone preventivo il personale che dovrà cambiare sezione
e quindi rompere la “bolla”, l’Assessora ha risposto in maniera negativa.
In tutto questo, il Comune si ostina a chiedere che le attività non frontali (formazione, collettivi, incontri con i genitori) vengano fatte in presenza: in un momento di recrudescenza del virus, quando lo stesso Brunetta ha sdoganato lo smart working, il Comune sceglie un’altra strada. In tutto questo, alla richiesta di parte sindacale di sottoporre, su base volontaria, il personale docente e non docente ad un tampone, a carico del datore di lavoro, ogni 14 giorni, il Comune continua a rispondere di no.
Ovviamente il mondo cooperativo che gestisce i servizi in appalto si è rapidamente adeguato a tutte queste scelte del Comune. Così anche nel privato abbiamo bolle rotte, sezioni aperte quando dovrebbero essere chiuse, personale a cui viene spesso richiesto di coprire l’intero turno di apertura
delle scuole. Ed un aumento di casi di positività e di conseguenti chiusure.
Anche in questo caso, di tamponi calendarizzati per il personale neanche l’ombra. Se l’obiettivo è mantenere aperti i servizi a qualunque costo favorendo il contagio del virus, si può dire che la strada intrapresa è quella giusta. Viceversa, se si ritiene prioritaria la tutela del personale, dei bambini e delle bambine, allora ci vuole un deciso cambio – da parte del Comune, dei soggetti gestori e dell’ASL – che rimetta al centro la salute di chi nei servizi lavora e di chi quei servizi utilizza.

FP CGIL – Luca Greco
UILFPL – Leonardo Uba

Carabinieri assolti, Nsc chiede ispezione in Procura Ravenna. Due sottufficiali processati per presunte omissioni in indagini

Il Nuovo sindacato carabinieri annuncia la richiesta al ministero di un’ispezione alla Procura di Ravenna dopo l’assoluzione per due sottufficiali dell’Arma, accusati di omissioni nell’indagine sulla morte di Matteo Ballardini, 19enne di Lugo deceduto la mattina del 12 aprile 2017 per overdose da metadone. Una vicenda da cui è nato un processo a quattro amici: in appello l’omicidio volontario con dolo eventuale è stato derubricato in morte come conseguenza di altro reato per la ragazza che gli passò la dose letale e in omissione di soccorso aggravata per gli altri tre e pende il ricorso in Cassazione. Nsc contesta duramente, però, un filone secondario, quello avviato a carico dei due carabinieri per presunte omissioni in perquisizioni o acquisizioni testimoniali. Nella motivazione dell’assoluzione, pronunciata il 22 luglio, «il collegio – evidenzia il segretario nazionale Massimiliano Zetti – non ha ravvisato gli elementi costitutivi del delitto, sia sotto il profilo oggettivo, sia sotto quello soggettivo».
I due sottufficiali imputati, si ricorda, sono stati “sottoposti dal 2017 al 2021 ad indagini, sino a giungere ad un dibattimento pubblico, per aver assunto comportamenti inerenti il proprio lavoro, leciti, coerenti e cogenti alle circostanze”. Inoltre la Corte ha stabilito che proprio gli accertamenti avviati dai due non solo non avevano intralciato le indagini, bensì “hanno costituito in tutto il prosieguo del procedimento la piattaforma logica e probatoria a cui si sono ispirate le forze di polizia giudiziaria subentrata”. Non solo: “la lettura della sentenza offre uno scenario inquietante del rapporto investigativo che si instaura (o si dovrebbe instaurare) durante un’indagine tra il Pm, che dirige, e le forze di polizia, un rapporto che dovrebbe basarsi sulla fiducia”. Per questi motivi il sindacato chiede di conoscere le statistiche sul numero di iscrizioni nel registro degli indagati, in Procura a Ravenna, di appartenenti alle forze di Polizia “culminati con l’assoluzione piena o per insussistenza del reato negli ultimi dieci anni”.

Con un evento online e una settimana di letture si celebra a Codigoro IL GIORNO DELLA MEMORIA

In occasione del Giorno della Memoria, l’Istituto comprensivo di Codigoro e la Biblioteca Comunale “Giorgio Bassani” hanno messo a punto una settimana di letture, rivolte agli alunni delle scuole del territorio, nonchè un evento in diretta streaming dal Palazzo del Vescovo, che sarà trasmesso, contestualmente, sul canale You Tube dello stesso istituto scolastico e sui profili Facebook del Sindaco e dell’Amministrazione Comunale. Questa mattina la bibliotecaria Francesca Poltronieri ha dato il via, dalla scuola primaria di Pontelangorino, alla settimana dedicata alla memoria delle vittime innocenti della Shoah.
Seguiranno, nei prossimi giorni, altri incontri di lettura, rivolti agli alunni delle scuole di Codigoro. Giovedì 27 gennaio, alle ore 11, con i saluti del Sindaco Sabina Alice Zanardi e della Dirigente scolastica Ines Cavicchioli, dal piano nobile della biblioteca comunale “Giorgio Bassani”, prenderà il via l’appuntamento online di letture a tema, incentrate su pagine buie della storia del Novecento, quali sono state quelle dell’Olocausto, che hanno profondamente segnato la storia dell’umanità. Primo Levi e Tamar Meir sono tra gli autori prescelti per le letture che le dicitrici Milena Medici, Francesca Poltronieri e Giorgia Ruffato dedicheranno agli alunni e a tutti coloro che seguiranno la diretta sui profili Facebook del Sindaco e dell’Amministrazione Comunale. Le conclusioni dell’iniziativa saranno affidate all’Assessore alla Pubblica Istruzione Simonetta Graziani.
“Nonostante le restrizioni dettate dalla pandemia, non potendo organizzare eventi e cerimonie pubbliche all’aperto – spiega il Sindaco Sabina Alice Zanardi -, in collaborazione con l’Istituto comprensivo abbiamo organizzato una diretta online e una settimana di letture, per rimarcare l’importanza della memoria storica delle atrocità dell’Olocausto. Tutti quanti, adulti e giovani generazioni, abbiamo il dovere morale e civile di ricordare le vittime della Shoah, perchè solo conoscendo il passato, possiamo costruire solide basi per il futuro, evitando di ripetere errori e orrori come quelli che hanno portato la Germania nazista di Hitler allo sterminio di 6 milioni di innocenti, in prevalenza ebrei, ma anche persone con disabilità.”
Collaborano alla realizzazione del programma del Giorno della Memoria, il dott. Claudio Dolcetti, vicario della dirigente scolastica, la dott.ssa Sandra Stella, coordinatrice delle scuole primarie, il dott. Marco Ronconi, responsabile dei Servizi Informatici del Comune di Codigoro e lo staff della biblioteca comunale.

Velázquez a Cento in visita al Guercino, la conferenza dell'Autunno Guerciniano guarda oltre i confini italiani dell'arte.

Con la conferenza Velázquez a Cento in visita al Guercino, in programma sabato 29 gennaio 2022 alle ore 18, si vuole indagare la visita dell’artista spagnolo alla bottega di Cento per incontrare Guercino ed approfondire le peculiarità della sua tecnica e del suo stile.
L’appuntamento, che si terrà nella sala F. Zarri del Palazzo del Governatore di Cento (Fe) e in streaming sui canali Facebook e Youtube del Comune, è curato da Luigi Ficacci, storico dell’arte, ed è promosso dal Centro Studi Internazionale Il Guercino in collaborazione con il Comune di Cento.
Per spiegare l’assoluta individualità della pittura del Guercino, tra gli stili dei grandi protagonisti della pittura europea del suo tempo, da Rubens a Guido Reni a Pietro Cortona, ci si riferirà alla venuta a Cento di Velazquez quando, nel 1629, il trentenne artista spagnolo, già da sette anni al servizio della Corte di Spagna, intraprese il suo primo viaggio in Italia per aggiornare le proprie conoscenze sull’arte più avanzata d’Europa. Comprendere quali motivi avessero determinato il desiderio del giovane pittore del Re di Spagna di rendere visita al Guercino nella sua bottega, raggiungendolo nella sua città, consentirà di capire la portata dell’artista centese nello scenario dell’arte europea. Esattamente nel tempo della visita di Velazquez, il Guercino stava eseguendo, tra molte committenze, la pala commissionata dal Duca di Modena per la chiesa dei Teatini della città, opera rubata qualche anno fa e poi ritrovata in pessime condizioni conservative. Il restauro effettuato dall’Istituto Centrale per il Restauro e le connesse analisi dei materiali e della tecnica, hanno consentito di conoscere precisamente gli accorgimenti tecnici usati dal Guercino per ottenere quella coesistenza di consistenza volumetrica e delicatezza sfumata delle forme che è la più eccezionale novità portata dal suo stile ai modi della pittura fino allora conosciuti. I risultati del recente restauro dell’opera dei Teatini di Modena consentono di conoscere con precisione oggettiva e materiale quelle particolarità tecniche che erano state il movente del viaggio a Cento di Velazquez per incontrare il Guercino.

BIBLIOTECA POPOLARE GIARDINO

Giovedì 27 gennaio 2022 alle ore 16,00 la Biblioteca Popolare Giardino ospiterà nella sala polivalente del Grattacielo di Ferrara (Viale Cavour 183) l’iniziativa dal titolo “L’ago della Memoria punta alla Poesia” che fa parte del calendario generale approvato dalla prefettura di Ferrara per il Giorno della Memoria. «Siamo particolarmente contenti che la nostra Biblioteca sia sede di una delle manifestazioni programmate per il Giorno della Memoria – dice Arianna Chendi, presidente dell’Associazione Biblioteca Popolare Giardino Odv – e stiamo mobilitando i nostri volontari per la migliore accoglienza di chi vorrà partecipare, nel rispetto delle disposizioni anticovid.»
La performance, patrocinata dall’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, sarà introdotta dalla stessa Arianna Chendi, i testi dedicati alla Shoah sono di Athos Tromboni e le canzoni di Patrizio Fergnani saranno eseguite dall’autore; la performance recitata avrà come protagoniste le lettrici Gianna Andrian, Ambretta Balboni, Rita Campalani, Grazia Pantaleo ed Elvira Tanzilli, del Gruppo GAD di Lettura Espressiva. Apertura della sala polivalente alle ore 15,30, ingresso libero fino a esaurimento posti, con super green- pass, mascherina Ffp2 e temperatura corporea inferiore ai 37,5 gradi.

venerdì 28 gennaio inaugurazione ciclo conferenze

Siamo lieti di comunicarvi che venerdì 28 gennaio 2022, presso la sala Agnelli della biblioteca Ariostea, si terrà l‘inaugurazione del ciclo di conferenze Elogio dell’onesto ignoto. Il ciclo nasce come tributo ad Ágnes Heller (Budapest, 1929 – Balatonalmádi, 2019), una delle più celebri pensatrici del ‘900, vittima di due totalitarismi.
Per l’occasione avremo l’onore di ospitare a Ferrara Francesco Comina, che terrà la conferenza inaugurale Ágnes Heller, in ricordo di un’amica. Giornalista professionista e scrittore, Comina è stato legato alla filosofia ungherese da profonda amicizia e da una fertile collaborazione editoriale.

Jeff Bezos: il nuovo dottor Stranamore

 

Evitare la morte è una cosa su cui devi lavorare. Se gli esseri viventi non lavorano attivamente per impedirlo, alla fine si fonderebbero con l’ambiente circostante e cesserebbero di esistere come esseri autonomi. Questo è quello che succede quando muoiono“.

Questa dichiarazione agli azionisti Amazon racchiude, in mirabile sintesi, la filosofia del superuomo postmoderno che l’ha rilasciata: Jeff Bezos da Albuquerque. La cronaca di questo progetto la potete leggere su diverse testate (per tutte, una: QUI). In sostanza, il patron di Amazon metterà un sacco di soldi dentro la società Altos Labs, che lavora sulla “riprogrammazione biologica”, ovvero la possibilità di rigenerare le cellule umane fino a rendere il medesimo essere umano non più umano, ma immortale.

Il CEO di Altos Labs è stato il direttore del National Cancer Institute degli Stati Uniti. Bezos sta reclutando inoltre, pagando loro ingaggi stratosferici, il miglior manager farmaceutico (Barron, dalla Glaxo), il miglior biochimico (Juan Carlos Belmonte), il premio Nobel per la Medicina 2012 (Yamanaka, scopritore delle cellule staminali “pluripotenti indotte”). E’ singolare il fatto che tutti questi scienziati abbiano un età che va dai 57 ai 60 anni. Bezos stesso è nato nel 1964. Verrebbe da pensare che stiano lavorando anzitutto per loro stessi, esattamente come Bezos. Tuttavia sarebbe semplicistico ridurre questo progetto al tentativo di trasformare una plurima crisi di mezza età in un elisir di lunga vita (se possibile, eterna). Perchè loro stanno invece lavorando per l’Uomo. Non ogni uomo, beninteso. Da questo punto di vista non c’è niente di rivoluzionario: gli eventuali benefici di questo faraonico sforzo saranno privati e riservati ai pochi che se li potranno permettere. Però l’idea che sta dietro a questo gigantesco laboratorio è racchiusa in quelle tre frasi.

Evitare la morte è una cosa su cui devi lavorare“. Non rinviare la morte, non curare la malattia, non migliorare la qualità della vita. No. Evitare la morte. Del resto, se l’obiettivo fosse meno ambizioso avremmo a che fare con quanto la scienza medica e biologica tentano di fare da sempre, cioè allungare la vita media del genere umano e se possibile renderne più piacevole (o meno sgradevole) la parte conclusiva. Qui si punta dichiaratamente a fare in modo che vi sia un’unica specie vivente che supera la natura, che la cambia, anzi, che oltrepassa le sue leggi e crea una propria natura, immortale per sè e gli altri eletti. Il fine sembra essere quello di poter diventare (chi potrà permetterselo) delle meduse immortali, l’unico organismo vivente avente una tale capacità di rigenerazione cellulare da essere considerato una vera e propria macchina del tempo, una concretizzazione dell’eterno ritorno: da medusa a polipo e così via per sempre, senza mai morire.

Se gli esseri viventi non lavorano attivamente per impedirlo, alla fine si fonderebbero con l’ambiente circostante e cesserebbero di esistere come esseri autonomi. Questo è quello che succede quando muoiono“. Capite qual è considerata la disdetta più grande, l’epilogo più disdicevole? Fondersi con l’ambiente circostante. Non c’è solo il rifiuto del “polvere sei e polvere ritornerai” della Genesi. C’è il sogno di porsi al di sopra della sola infinità filosoficamente concepibile, la sostanza, la divinità di Spinoza, il Deus sive Natura, unica realtà eterna ed infinita. Torniamo ad un antropomorfismo religioso, nel quale però non è Dio ad avere forma di uomo, ma è il Superuomo ad essere Dio, perchè quello che vale per l’universo non vale per lui. “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, il postulato di Lavoisier che fonda la legge di conservazione della massa, implica che dopo la trasformazione ciò che risulta dalla stessa non è l’individualità di prima. Invece no: Bezos vuole essere lo stesso di sempre, per sempre. Lui, e nessun altro. Lui non vuole diventare parte di un albero, di un seme, della terra, del mare. Non so nemmeno come pensi di esser stato concepito. Siamo oltre l’avidità, la smania di potere. Siamo alla trasformazione antropologica dell’imprenditore di successo in Superuomo.

La “cessazione dell’esistenza come essere autonomo” è l’altro orrore da superare, per Bezos e i suoi scienziati. E’ straordinario come voglia pervenire attraverso la ricerca scientifica all’estrema realizzazione, una realizzazione hardcore, dell’antropocene. Non gli basta più essere l’uomo più ricco del mondo, non gli basta più piegare la natura (anche la natura umana) ai propri interessi economici, non gli basta più avere tanti soldi da potersi comprare un’isola, un continente, un pianeta, per farci quel cazzo che gli pare. A questo tipo di uomo, tutto questo non basta più, perché, sfortunatamente, tutto questo presto o tardi finirà. E’ il concetto di finitezza che non può accettare. Tutto questo non può finire, e non finirà. Costi quel che costi, agli altri, compreso l’universo (non parliamo dei poveri topi da laboratorio).

Siamo al cospetto di un gigantesco disturbo narcisistico della personalità, che si autoalimenta del suo stesso successo. Mentre però un megalomane fallito è pericoloso per sè, un megalomane di successo è pericoloso per gli altri. Una manica di megalomani di successo apre prospettive che definire fantascientifiche è ottimista e riduttivo, a meno che non ci abituiamo all’idea che le nostre utopie saranno distopie, e iniziamo ad amarle, nostro malgrado. Un po’ come nel sottotitolo de Il dottor Stranamore di Kubrick: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba.

miraggio

Celati forever (10):
L’incanto greve di cui parlano i Gamuna

 

I GAMUNA

I Gamuna dicono che l’incanto greve “ti attira verso il ta“: parola che per loro indica il “questo” (ta) dove l’individuo è piantato. Il ta è insieme l’incanto del vivere e l’uomo piantato nella terra, con la polvere che lo avvolge, con i suoi sogni e la deriva dei sogni, con il suo modo d’essere nella grande allucinazione del mondo. Inoltre loro vedono questo incanto del vivere come un tremolio delle cose che si stanno sfaldando nell’afa delle stagioni calde, o tra i barbagli della polvere che invade l’aria marzolina. Oppure lo vedono nelle cose che sono destinate a sfaldarsi, disfarsi e crollare per l’attrazione di tutto verso il basso. Così si crea attorno alla città una bolla di aria tremolante in cui tutto, dicono, diventa “stupido come un cencio” (pertuma bin), tutto greve e insignificante. Ed è questa atmosfera che dà la voglia di crollare a terra, per ritrovarsi nel proprio “questo” (ta), nel “questo qui ora” (ta muna ti), come quando si va nel sonno.
[…]
L’incanto greve di cui parlano i Gamuna non è altro che la forza di gravità, da loro descritta come l’incanto del vivere, perpetuo e irresistibile. Di questo gli adulti non amano parlare, ma s’intendono attraverso certe immagini. Ad esempio: qualcuno posa lo sguardo su una ragnatela e la vede tremolare per un colpo di brezza; oppure alza gli occhi a guardare le nuvole e le vede sfilacciarsi nel vento; oppure si fissa su una crepa nel muro e vede che si è allargata rispetto a ieri; oppure contempla una goccia che pende da una grondaia ed è sul punto di cadere. In questi casi, un adulto prova il sentimento del disfarsi, del cedere di tutte le cose lentamente o all’improvviso. Allora lui comincia a pensare al suo amico Donghi, al cugino Wanghi, a suo zio Fonghi, e sente che la rete di abitudini che li ha uniti è destinata a sfaldarsi per via della forza irresistibile che trascina tutto verso il basso. Ecco l’incanto del vivere, come un sogno sospeso sopra l’abisso di centomila ripetizioni, frusciante tra suoni lievi e improvvisi sfasci
[….]
C’è un altro aspetto di quell’incanto, che solo i profeti gamunici sanno dire in modo melodioso. Bonetti rende appena l’idea. Col sentimento dell’incanto greve, l’avvenire non è più là davanti che ti aspetta, dicono, ma ti avvolge all’intorno in tutte le cose. L’avvenire si vede dovunque come un’onda che viene e ti trascina, ma spazza anche via l’altalena di speranze e timori, perché avvolgendoti ti guida e ti culla con la “dolcezza del tremolio” (ouina ki truntrun). Quella è la dolcezza delle epoche mute, la dolcezza dell’inizio dei tempi, quando c’era solo l’alta cupola del cielo e nessuno sapeva di essere capitato in un’allucinazione.

Gianni Celati, Fata morgana, Milano, Feltrinelli, 2005

Per leggere tutti i testi di Gianni Celati su questo quotidiano, clicca [Qui]
Puoi visitare l’esposizione NEL MIO DESTINO DI DISAVVENTURE PERPETUE: OMAGGIO A GIANNI CELATI presso la Biblioteca Bertoldi di Argenta fino al 31 gennaio 2022.

Ragazzi di favela
…un racconto

Ragazzi di favela
Un racconto di Carlo Tassi

Case su case. Capanne di latta con radio e tv. Vaniglia e immondizia, cemento e orchidee.
Fogna a cielo aperto e sopra il Paradiso che guarda e non fa nulla.
Giochi di strada con palloni ai piedi e pistole nelle mani…
Ieri Albino è morto ammazzato, due colpi in testa e ogni sogno se n’è andato.
Le guardie nere l’hanno ricattato, lui ha parlato e i compagni non l’hanno perdonato.

“Ma io e te siamo diversi, prima o poi ce ne andremo e una vita nuova inizieremo.”

Celino col pallone è davvero bravo, il suo idolo è Zico…
Lui vorrebbe diventare come il grande fuoriclasse, e stavolta il Mondiale lo vincerebbe a mani basse.
Ma per adesso gioca nel campetto di Vidigal, distante appena trenta baracche dalla sua. Vive coi nonni. Papà e mamma non sa dove siano…
A scuola ci va quando gli pare, solo il calcio un giorno lo farà volare.
Nair è mingherlino, a lui non importa giocare, a lui basta vedere Celino correre e calciare. E per ogni gol dell’amico del cuore, gridare e gioire.

Una volta Celino l’aveva difeso da un bullo. Il bullo aveva preso di mira Nair minacciandolo e dandogli del frocio…
Quando arrivò Celino, il bullo tentò una reazione per evitare la figuraccia, ma le prese di santa ragione beccandosi un pugno in faccia.
Celino sapeva che a Nair piacciono i trucchi e le bambole, ma non gli importava perché sono cresciuti insieme e Nair è il suo più grande tifoso.

Ma è arrivato il grande giorno e un tizio del Flamengo è venuto a parlare coi nonni di Celino…
Una busta con tanti real, sorrisi e strette di mano. Celino tenterà la fortuna col pallone e andrà via, in un luogo lontano.
Notte dopo notte Nair sognava e temeva questo giorno…
Ora va da lui per salutarlo e, nel farlo, abbracciarlo e baciarlo.
Lo bacia sì, ma con un bacio salato di lacrime e azzardato di labbra sulle labbra…
Celino lo fissa contrariato e stupito, per lui è solo un buon amico anche se da tempo aveva intuito.
Lo spinge via pulendosi la bocca, lo guarda di uno sguardo ostile e imbarazzato. Tace di un addio muto e sospeso, sanguinante di troppe cose non dette…
Si volta e se ne va, ferito dall’amore dell’amico che mai più rivedrà.
Nair è felice perché il suo amore ha dichiarato. Troppo tardi e senza speranza, ma non importa: meglio odiato che ignorato.
Il suo amico adorato, il suo amore segreto se n’è andato. Ma il suo dolce ricordo nel cuore sarà sempre conservato.
Così Nair s’allontana, pervaso di un’allegria strana, umiliato e abbandonato e tuttavia risoluto.

Dieci anni son passati e tutta Rio è ferma davanti alla tv…
La finale del Mondiale con l’eroe nazionale pronto a battere il rigore della vittoria. Celino è sul dischetto a tre secondi dalla storia. Il ragazzo ne ha fatta di strada, ricco, famoso, pronto per la gloria.
Nella sua stanza d’albergo la squillo più bella di Copacabana guarda la tv e piange di gioia per il gol segnato. Il Brasile l’ennesima coppa ha meritato e Celino è da tutti osannato.
E per un po’ la mora, la splendida Naira, ricorda il suo vecchio amore impossibile e il gusto salato di un bacio rubato, un attimo prima di quell’addio mai dimenticato.

Era un’altra vita, erano due metà della stessa mela.
Era una storia ormai sbiadita, erano due ragazzi di favela.

Velha Infancia (Tribalistas, 2002)

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