Giorno: 30 Gennaio 2022

gioco dell'oca

Mattarella, Draghi e il Gioco dell’oca dei partiti

 

Quel giorno Luigi Pintor superò se stesso: “Non moriremo democristiani”, così titolava la prima pagina del manifesto il 28 giugno 1983. La DC aveva sostanzialmente perso le elezioni politiche e, per la prima volta dal lontano 1948, la Sinistra (allora esistevano ancora il PCI e il PSI) poteva sperare di andare al governo, scalzando il lunghissimo dominio scudocrociato.
Non andò cosi. A sbriciolare la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista ci pensò una decina di anni dopo Mani Pulite, mentre il PCI aveva già perso nome, simbolo e direzione politica dopo la Caduta del Muro di Berlino.

La fine dei vecchi partiti portò in scena una nuova classe politica. Nuovi partiti e nuovi leader (figli senza passione e senza memoria, quindi peggiori dei padri) che avrebbero dovuto aprire una era diversa ed inedita nella nostra storia repubblicana. Perciò si parlò tanto di “Seconda Repubblica”, e quindi, nei decenni a seguire, di Terza o Quarta Repubblica.
Anche questa volta, non andò così. Siamo rimasti alla Prima Repubblica.

O meglio, alla infinita, mortificante, sgangherata agonia della Prima Repubblica. Intanto, ci sono passati sotto gli occhi (e sulla schiena) molte stagioni. “Gli anni di panna montata” di Bettino Craxi. La discesa in campo del Cavaliere Azzurro e il suo sogno di Stato-Azienda. L’utopia qualunquista di Beppe Grillo. Il bonapartismo di Matteo Renzi. Il populismo pecoreccio di Matteo Salvini. Infine, dopo alcune prove generali, i tecnici hanno sostituito i politici, diventando essi stessi politici. Più politici dei politici. Non è forse un politico Mario Draghi?

Siamo a oggi, o appena a ieri. A quella indegna settimana di accordi mancati, veti incrociati e candidati bruciati. Giorni e notti per cercare inutilmente l’intesa su un nome da votare come Presidente della Repubblica. Ognuno ha mosso le proprie pedine, come in un grande Gioco dell’oca… per ritrovarsi poi, tutti insieme, alla casella numero uno. Mattarella presidente e Draghi a capo del governo.

Tutti (apparentemente) felici e contenti. Ma nessuno ci crede. La crisi dell’Italia dei partiti è ormai conclamata e irreversibile. Non comandano nel governo, nel parlamento, nel Paese. E non comandano nemmeno i loro governatori e i loto deputati. Iscritti, militanti e simpatizzanti si sono ridotti all’osso.
Dietro il paravento del povero Mattarella e lassù, sopra i partiti, governa Draghi e la sua squadra. A lui, l’ha detto chiaramente in conferenza stampa, sarebbe piaciuto tanto fare il Presidente della Repubblica, ma ci proverà di nuovo e con più chances fra un annetto.

Intanto, l’unico vero vincitore del grande gioco dell’oca, complice la pandemia, è proprio Mario Draghi, l’uomo solo al comando. Con lui, desideri e progetti dei partiti politici sono stati decisamente subordinati ai diktat dell’economia e della finanza. Con lui, anche senza un formale presidenzialismo, la Seconda Repubblica è già cominciata. E non è una buona notizia.

Auschwitz

FARE POESIA DOPO AUSCHWITZ

Iniziamo un percorso all’interno delle poesie di Primo Levi, proponendo l’approfondimento di suoi testi molto noti, che vale sempre la pena di ricordare come testimonianza della Shoà.
E’ famosa l’affermazione di Adorno del 1949: “Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto barbarico”: secondo un primo significato, ciò indica che dopo Auschwitz è impossibile, o ingiusto, fare poesia. Il termine “barbarico”, però, potrebbe anche significare “irrazionale”: quanto è accaduto chiederebbe al poeta di “ricollocarsi entro uno stato percettivo e cognitivo tutto straniero e anteriore rispetto a quello della cultura occidentale, fondata sui principi (…) della razionalizzazione”.

Primo Levi si pone più semplicemente rispetto al problema: in una intervista del 1984 con Giulio Nascimbeni che gli riproponeva l’affermazione di Adorno, egli risponde: “La mia esperienza è stata opposta. Allora (nel 1945-46 n.d.r.) mi sembrò che la poesia fosse più idonea della prosa per esprimere quello che mi pesava dentro (…): In quegli anni, semmai, avrei riformulato le parole di Adorno: dopo Auschwitz non si può più fare poesia se non su Auschwitz”, “…o per lo meno tenendo conto di Auschwitz”. Perché è stato un evento irreversibile nella storia umana, aggiungerà in una conversazione con Lucia Borgia.

 

In una intervista del settembre-ottobre 1986 su Qol preciserà ulteriormente: “Io credo che si possa fare poesia dopo Auschwitz, ma non si possa fare poesia dimenticando Auschwitz. Una poesia oggi di tipo decadente, di tipo intimistico, di tipo sentimentale, non è che sia proibita, però suona stonata. Mi pare che la poesia oggi, in qualche modo dovrebbe essere impegnata. Impegnata anche se non in modo vistoso. In modo esplicito, ma siccome penso che ogni essere umano debba in qualche modo impegnarsi, così a maggior ragione chi scrive prosa o poesia dovrebbe riflettere nel suo scritto un suo impegno. Ma non è un precetto, è una preferenza”.

Shemà

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

(10 gennaio 1946)

Questo articolo è uscito con il medesimo titolo su Peacelink del 27 gennaio 2022.

PER CERTI VERSI
Le api

LE API

Le api
Le api
Sempre più rare
piovono
In una pioggia
Irreale
Annegando
Nell’aria
Come fosse il mare
Loro
Volanti scie
Della diversità
Naturale
I veleni ne
Spezzano
Il radar
Non tornano
A casa

E l’Europa cosa fa

Per altri sette anni
Di questi pesticidi
Rinnova l’uso

Ma come si fa

Anche le parole
Annegano
Con le api

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