Giorno: 28 Febbraio 2022

Ucraina: al confine del genere umano, dove la guerra non è tabù

 

Ukraina, ovvero: sul confine.

Il mondo è già pieno di virologi che si sono appena riconvertiti in esperti di relazioni internazionali. Quindi non c’è bisogno che io mi aggiunga alla lista come esperto riqualificato, per quanto lodevole possa essere l’intento di acquisire nuove competenze da spendere sul mercato delle cazzate. Mi limito sommessamente a qualche osservazione.

La NATO è una alleanza militare, fondata nel 1949. Essa fu fondata dagli Stati occidentali vincitori della seconda guerra mondiale come argine alle mire espansionistiche dell’altro vincitore della guerra contro il nazismo, il vincitore “orientale”: l’URSS. Simbolo di questa contrapposizione è Berlino, la città del Fuhrer, entrata nell’orbita dell’Unione Sovietica per la sua collocazione geografica, e sineddoche della Germania sconfitta e poi suddivisa tra i vincitori in Germania Ovest, sotto l’ombrello occidentale, e Germania Est, aderente al Patto di Varsavia, nato nel 1955 come alleanza militare uguale e contraria alla NATO. Sia l’una (Berlino) che l’altra (la Germania) furono letteralmente oggetto di spartizione territoriale tra vincitori occidentali e vincitori orientali (nota: nutro un’ammirazione sconfinata e inquieta per la Germania. Nessuna nazione sarebbe riuscita a ridiventare la locomotiva economica dell’Europa poco dopo che i vincitori si erano divisi le sue spoglie. Pensate solo a cosa saremmo diventati al suo posto. Pensiamo a cosa siamo in effetti diventati).

State tranquilli: chi parteggia per la NATO dirà che gli imperialisti, gli espansionisti sono i russi. Del resto, come dar loro torto quando lo Stato retto dallo Zar Putin, in tempo di “pace”, si riprende con l’esercito la Crimea e adesso bombarda l’Ucraina?

State tranquilli: chi parteggia per la Russia dirà che gli imperialisti, gli espansionisti sono gli yankee, spalleggiati dagli euroccidentali e dagli stati dell’est che hanno aderito alla NATO, per cui ormai la Russia è circondata. Del resto, secondo voi cosa farebbe Biden se Putin gli piazzasse dei missili Cruise in Messico? Vi siete scordati di Cuba, della Baia dei Porci, del Vietnam, del Cile?

Entrambi hanno le loro ragioni. L’unico dettaglio è che si tratta di ragioni costruite con la testa rivolta all’indietro, la direzione prevalente cui sembra guardare il genere umano, ed in particolare i suoi esponenti di vertice, gli uomini di potere. Personalmente, mi rifiuto di iniziare con l’escalation della realpolitik d’accatto, di cui tutti siamo capaci quando ci mettiamo a fare gli strateghi della domenica. Mi rifiuto di appuntare l’attenzione sul fatto che il Patto di Varsavia non esiste da più di trent’anni, mentre la NATO vive e lotta insieme a noi e continua a inglobare aderenti tra i paesi dell’ex cortina di ferro (e ripeto, la NATO è un’alleanza militare, non un cartello economico). Mi rifiuto di approfondire che, quindi, uno zar di stampo prebolscevico si possa sentire accerchiato e si senta autorizzato a bombardare un ricco paese confinante che rischia di ripresentargli interessi ed armamenti yankee sul muso, nel cortile di casa. Mi rifiuto di approfondirlo non perchè non meriti un approfondimento – anche le cose orribili non accadono per caso – ma perchè mi rifiuto di accettare che la soluzione sia il greve assalto putiniano.

Mi rifiuto altresì di pensare che Putin sia un pazzo, un malato di mente. Tecnicamente, non lo è. Eppure manifesta una patologia mentale collettiva, alimentata da una sorta di coazione a ripetere, che la psichiatria descrive come la tendenza a compiere atti psichici per un irresistibile bisogno interno, contro il quale nulla possono il ragionamento e la volontà.

Fare la guerra è un atto psicotico, eppure la specie umana non fa che ripeterlo. E’ inoltre un atto profondamente classista: la guerra la dichiarano i potenti, ma la pagano gli indifesi e i poveri, sia tra i “vincitori” sia tra i vinti.

Appunto invece l’attenzione sul fatto che l’umanità non riesca ad elaborare quello che Gino Strada definiva “il tabù della guerra”. Il tabù è un comportamento che ripugna talmente la coscienza comune da essere inammissibile alla stessa, al punto da non avere bisogno di una sanzione per essersi compiuto, perchè la sua inammissibilità è tale che non si compie. Come l’incesto, la necrofilia, la zooerastia. Un sacrilegio non religioso, ma ontologico. No. La guerra continua ad essere un’attività prediletta da molti esseri umani, che credono di realizzare attraverso di essa scopi abietti o nobili, ma il problema è la mancata elaborazione del fatto che il mezzo (la guerra) sia talmente inaccettabile da oscurare la nobiltà di qualunque fine.

Personalmente ho il tabù della guerra. Questo tabù mi impedirebbe di rispondere ad una chiamata alle armi del mio paese per andare a combattere in un paese straniero con lo scopo di ammazzare persone che non conosco e non mi hanno fatto niente. Diserterei, senza il minimo dubbio. Preferirei passare anni in carcere per diserzione che andare a combattere una guerra. Naturalmente, non sono ucraino: chi imbraccia un fucile per difendersi dall’aggressione di un nemico che ti vuole uccidere non sta combattendo una guerra, sta facendo una resistenza che, in un determinato contesto, non può che diventare armata. In tutti gli altri casi, un popolo di disertori è largamente preferibile ad una legione di volontari o coscritti addestrati ad ammazzare sconosciuti, che in una situazione diversa sarebbero chiamati killer, cecchini, sicari.

Invece l’umanità non riesce a sedimentare il tabù della guerra. Anzi, i potenti del mondo continuano a trastullarsi periodicamente con questo gigantesco incesto dell’uomo contro l’uomo, convinti di vincere qualcosa.

Illustrazione di copertina a cura di Carlo Tassi

hurricane

Lo stesso giorno
Rubin Carter: il pugile che sconfisse il razzismo

 

28 febbraio 1988:
Rubin ‘Hurricane’ Carter viene finalmente scarcerato.

“Questa è la storia di Hurricane, l’uomo a cui le autorità diedero la colpa per qualcosa che non aveva mai commesso, sbattuto in una cella, ma una volta sarebbe potuto diventare campione del mondo”
(Bob Dylan, Hurricane)

Rubin Carter era nato a Clifton nel 1937 e la sua non è una storia molto diversa da quella di tanti  giovani afroamericani nati e cresciuti in un’America razzista. Poco dopo il suo quattordicesimo compleanno cominciano i primi problemi con la giustizia, finisce in riformatorio per aggressione e piccoli furti. Scappato dal riformatorio nel 1954 si arruola nell’esercito americano a soli 17 anni. Dopo pochi mesi di addestramento viene spedito in Germania dove però il suo animo insubordinato e la sua incapacità a sottostare al razzismo dei superiori gli costano 4 convocazioni da parte della corte marziale che si concludono con il congedo per inadeguatezza dopo solo 21 mesi di servizio. Tornato in New Jersey finisce in carcere per la precedente evasione. Proprio in carcere, prossimo ad arrendersi a una vita di crimini e violenze – come lui stesso dice nella sua autobiografia – si avvicina alla boxe e comincia a intravedere la possibilità di una vita diversa. Appena uscito diviene subito professionista e combatte nella categoria dei pesi medi. Nonostante la sua altezza – 173 cm – non sia negli standard, si distingue da subito per forza e velocità. Testa rasata e baffi lunghi, stile di combattimento aggressivo e indomabile, gli fanno guadagnare in fretta il soprannome di Hurricane. Così Rubin, come un Uragano sale sul ring, e avversario dopo avversario in soli due anni batte contro ogni pronostico il campione del mondo dei welter Emile Griffith, mandandolo K.O. alla prima ripresa.

Rubin ce l’ha fatta. Il 14 dicembre 1964 ottiene un incontro per il titolo mondiale dei medi contro il detentore Joey Giardello. L’incontro lo perderà ai punti tra sdegno e incredulità dei giornalisti che lo avevano visto vincere almeno 10 round su 15. Nonostante quella che alcuni chiamano the hoax – la beffa – Hurricane ha finalmente abbandonato il mondo della criminalità, diventando l’esempio per la comunità afroamericana: un uomo che ha rotto le catene senza cedere i propri valori. Una grande beffa sicuro la sconfitta con Giardello, ma niente in confronto a quello che stava per accadere.

Durante la notte del 17 giugno 1966 due uomini di colore entrarono nel Lafayette Bar and Grill a Paterson, New Jersey, e aprono il fuoco. Muoiono il barista, una donna e un uomo di passaggio, una quarta persona rimane ferita e viene trasportata d’urgenza all’ospedale. Sulla scena del crimine ci sono dei testimoni però: il noto malavitoso Alfred Bello e il suo braccio destro Bradley.

Nel frattempo Runin Carter è in una macchina bianca, proprio come quella dei criminali, insieme all’amico di John Artis. I due vengono subito fermati dalla polizia che li porta all’ospedale, dove Willie Marins sopravvissuto alla sparatoria non li riconosce.
Non li riconosceranno neanche tutti gli altri testimoni che avevano visto la scena dalla strada o dai palazzi adiacenti. Passano 24 ore quando il pugile con il suo amico vengono rilasciati essendo ovviamente innocenti e non legati al fatto. Sette mesi dopo la polizia ferma Bello e Bradley e li convincono a testimoniare contro il pugile assicurando ai malavitosi che non avrebbero più dovuto preoccuparsi della polizia se avessero collaborato. Rubin Carter e John Artis si presentano in aula accusati di triplice omicidio e per la giuria di soli bianchi non ci sono dubbi: carcere a vita per entrambi.

La sentenza non piega Hurricane come sempre indomabile. Grazie alla biografia  – Il sedicesimo round: da sfidante numero 1 a numero 45472 – pubblicata nel 1974 ottiene il sostegno della gente che chiede a gran voce la grazia per il pugile. A combattere per il pugile sono tanti, anche figure importanti come Muhammad Ali e Bob Dylan. Proprio quest’ultimo nel ’76 pubblica Hurricane e grazie a una serie di concerti in tutti gli USA riesce a coinvolgere sempre di più l’opinione pubblica arrivando addirittura a far riaprire il caso. Nonostante la presenza di due afroamericani nella giuria e la ritrattazione delle dichiarazioni fatte da Bello in sole 9 ore viene riconfermato il carcere a vita per gli imputati.

Proprio quando sembrava che Carter avesse perso le speranze arriva la lettera inviatagli da Lesra Martin, un giovane ragazzo afroamericano adottato da una famiglia in Canada. I due si incontrano nel carcere dove era detenuto Carter e da qui nasce la loro profonda amicizia. Lesra insieme alla famiglia, avvocati e altri attivisti per il caso lavorano a lungo per dimostrare l’innocenza del pugile sino a promuovere una petizione per appellarsi alla Corte Federale.

È il 28 febbraio 1988 quando Rubin Carter alias Hurricane esce dal carcere. I giudici della corte federale infatti avevano riconosciuto che i due afroamericani non avevano avuto un processo equo, affermando che l’accusa era “basata su motivazioni razziali”.
Dopo 19 anni passati ingiustamente in carcere, Hurricane non vuole solo essere un esempio per la sua comunità, ma combattere in prima linea le ingiustizie del suo paese.
Trasferitosi a Toronto sceglie di ricoprire la carica di direttore esecutivo dell’Associazione per la Difesa dei Condannati per Errore (ADWC) dal 1993 al 2005. Colpito dalla malattia muore nel 2014 tramandando l’esempio di chi ha combattuto le ingiustizie per migliorare la propria vita e quella di molti. Nonostante la dura interruzione della carriera pugilistica, Hurricane riuscì a collezionare persino la cintura di Campione del Mondo ricevuta ad honorem dal World Boxing Council.

Sole rosso sangue sull’altipiano (prima parte)
…un racconto

Sole rosso sangue sull’altipiano (prima parte)
Un racconto di Carlo Tassi

Manio ha dieci anni, sua sorella Naki sei.
Manio è andato al fiume con due taniche da riempire, serve l’acqua per bollire le patate e impastare la farina di sorgo per la sera. Sua nonna Keya è una brava cuoca e lo aspetta al villaggio.
Manio è sulla riva assieme alla sorellina, la rincorre lanciandole manciate di fango senza colpirla, Naki ride e scappa andando a ripararsi da suo nonno Coffie.
Coffie è il più anziano del villaggio e tutte le mattine accompagna i nipoti al fiume. Lui è considerato il più saggio di tutti e tutti al villaggio lo rispettano, ma dai nipoti si fa prendere in giro volentieri.

Il sole è grande: un cerchio rosso che riempie il cielo e scalda e regala un altro giorno di vita. Ma l’acqua è altrettanto importante, come la pioggia che riempie il fiume due volte l’anno. Il sole e l’acqua spesso si fanno la guerra, ma servono entrambi, servono alla vita.

Manio sogna un regalo: un pallone per giocare coi cugini Obie e Gali. Come quello che ha visto un giorno alla tv della scuola di Arawala. C’era una partita tra due squadre europee di cui non ricorda il nome, ma quei giocatori bianchi e neri con le maglie tutte colorate erano bravi, velocissimi con quel pallone tra i piedi.

All’improvviso due scoppi sordi, violenti, poi altri ancora, raffiche e poi urla lontane. Provengono dal villaggio che dal fiume dista circa mezzo miglio.
Coffie chiama a sé i nipoti, è allarmato, dice sottovoce che devono andare a ripararsi dietro quell’anfratto tra la riva e un grosso cespuglio di acacia, glielo indica. Poi si raccomanda con Manio di stare accanto a Naki, di proteggerla e di stare nascosti fino al suo ritorno.
Coffie dà un’ultima occhiata ai nipoti, il suo sguardo è un ammonimento a fare ciò che ha ordinato, ma c’è dell’altro: forse è uno sguardo d’addio.
Poi s’allontana camminando spedito verso il villaggio.

Manio si acquatta al terreno abbracciando sua sorella e guarda in alto il cielo azzurro dell’altipiano, immenso velo che sovrasta tutto fino all’orizzonte irraggiungibile delle montagne color porpora. Suo nonno gliele ha raccontate tante volte: montagne che nascondono altre montagne e altre ancora. Montagne mai viste ma immaginate, sognate. Quanto è grande il mondo…

Manio apre gli occhi, è buio ormai, si è addormentato mentre aspettava.
Si guarda attorno: sua sorella dorme e il nonno non è ancora tornato.
Si alza in piedi e vede che sopra il villaggio il cielo è insolitamente illuminato: un sole invisibile ha acceso la notte di rosso sangue. Bagliori ardenti si alzano dall’oasi del villaggio crepitando, come gli sbuffi ruggenti dei draghi delle favole.
Manio non ha paura del buio ma pensa che il nonno non volesse che restassero al fiume anche di notte. Decide di tornare al villaggio, sveglia la sorella, prende le due taniche piene d’acqua e si avvia. Naki, ancora mezza addormentata, lo segue in silenzio…

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Living Darfur (Mattafix, 2007)

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