Giorno: 4 Marzo 2022

Storie in pellicola
“Lei mi parla ancora”: quando l’amore resta

 

Avevo recensito su questa stessa testata il bellissimo libro di Giuseppe Sgarbi, Lei mi parla ancora, affascinata da tanta tenerezza e tanto amore e da come si potesse imprimerlo con tale abilità sulle pagine di un libro. Trasformandolo in eterno, come solo la scrittura sa fare.

Oggi l’adattamento cinematografico di Pupi Avati – girato in piena pandemia a Ferrara, Riva del Po, Copparo, Bondeno, Argenta, Ro – ha nuovamente raccontato a tutti, fissandolo ancor di più nell’eternità, quell’amore fra Giuseppe “Nino” e la sua Caterina, “Rina”, un legame indissolubile di quelli che si vedono solo nelle favole. Un amore che va oltre quei 65 anni di vita vissuta insieme, mano nella mano, fra alti e bassi, ma con immensa complicità e garbo. Quel garbo nostalgico dal sapore antico del suo fragile protagonista, rimasto solo. Giuseppe (interpretato da Lino Musella/Renato Pozzetto) ha amato profondamente la sua Rina (Isabella Ragonese/Stefania Sandrelli), e non può smettere nemmeno ora che lei se ne è andata: perché lei gli parla ancora, e lui continua a parlare con lei, soprattutto di notte, a porte chiuse, per non farsi sentire dai figli Elisabetta (Chiara Caselli) e Vittorio (Matteo Carlomagno) e dai domestici. Sarà proprio sua figlia Elisabetta a inventarsi un modo per permettere al padre di parlare ancora “della Rina”, commissionando una raccolta di memorie, racconti e aneddoti a un cinico e impaziente ghostwriter romano, Amicangelo (Fabrizio Gifuni). Dopo un’iniziale diffidenza, Nino si aprirà allo scrittore e insieme, con grande complicità, ritracceranno la grande storia d’amore fra due coniugi che si sono creduti immortali in virtù del “gran bene che si sono sempre voluti”. Tutto a partire dalla lettera/promessa che Rina consegna al suo sposo alla vigilia del matrimonio, con su scritto “Dandoci reciproco e infinito amore saremo immortali”.

Un film che emoziona e commuove, anche se non come le pagine del libro, autentico capolavoro di pensieri, ricordi e sentimenti, nelle parole eterne di un uomo dai valori ottocenteschi. Una dichiarazione d’amore. Ritrovandosi nelle valli, tra la foschia e la nebbia, abbracciati, passeggiando lungo gli argini del fiume e al chiarore della luna. Con la memoria di un tempo che fu, splendido, unico. Quelle perle. Che perle. Quante.

“Finché morte non vi separi è una bugia. Il minimo sindacale. Un amore come il nostro arriva molto più in là. E il tuo lo sento anche da qui”. […]
“E tu, dimmi: perché sei andata via? Così presto, poi. Che fretta c’era? dimmi…
(Giuseppe Sgarbi, Lei mi parla ancora).

Trailer

 

 

 

 

 

Lei mi parla ancora, di Pupi Avati, con Stefania Sandrelli, Isabella Ragonese, Renato Pozzetto, Lino Musella, Fabrizio Gifuni, Italia, 2021, 100 mn.

[Qui] per leggere tutte le uscite della rubrica Storie in pellicola di Simonetta Sandri 
Tutti gli articoli di Simonetta Sandri [Qui]

TERZO TEMPO
Le vite di Paul Canoville, primo giocatore nero del Chelsea

È la sera del 12 aprile 1982, e il giovanissimo Paul Canoville non vede l’ora che il suo esordio tra i professionisti finisca. L’ala originaria di Southall non ha paura di commettere qualche errore o di non essere all’altezza del derby londinese contro il Crystal Palace: è il primo giocatore nero a vestire la maglia del Chelsea, e al suo ingresso in campo è stato accolto da entrambe le tifoserie con insulti e cori razzisti.

Canoville ha preso il posto di Clive Walker – autore del gol decisivo di quel derby, nonché idolo della tifoseria del Chelsea – e già dai primi passi sul prato di Selhurst Park è stato pervaso da un’angoscia apparentemente insormontabile, alla quale purtroppo dovrà abituarsi negli anni a venire. Insomma, quei pochi minuti diventano l’ennesimo ostacolo di una vita già complicata: del resto, a soli vent’anni Paul Canoville ha già vissuto un’infanzia instabile – i suoi genitori si sono separati poco dopo la sua nascita – e un’adolescenza a dir poco alienante, durante la quale si è ritrovato più volte a dormire in strada.
Come se non bastasse, una scivolata dell’attaccante del Sunderland Dave Swindlehurst gli causerà, nell’autunno del 1986, un po’ di problemi al ginocchio destro: dislocazione della rotula, lesione della cartilagine e rottura del legamento crociato anteriore. Un anno più tardi, gli strascichi di quell’intervento lo costringeranno addirittura a ritirarsi dal calcio professionistico

Il periodo susseguente al ritiro sarà altrettanto problematico: nel 1991 diventa dipendente dal crack, e ciò porrà fine anzitempo alla sua breve carriera da DJ; nel 1996 e nel 2004 intraprende un percorso di disintossicazione in cliniche specializzate, e in entrambi i casi gli verrà diagnosticato un tumore del sistema linfatico, ossia un linfoma non Hodgkin. Una volta guarito, Paul Canoville darà una svolta alla sua vita a partire dal 2005.

Infatti, da circa sedici anni l’ex giocatore inglese mette a disposizione degli altri, e soprattutto dei più giovani, le sue esperienze: mentre la Paul Canoville Foundation intende aiutare gli adolescenti e i bambini in difficoltà con degli incontri motivazionali, lo stesso Canoville è solito supportare i centri di accoglienza per senzatetto di Londra, com’è accaduto in occasione delle prime due edizioni dell’evento benefico Stamford Bridge Sleep Out, organizzato in collaborazione col Chelsea [Qui]

Nella sua autobiografia del 2008 Paul Canoville dice che le suddette avversità lo hanno reso più fragile, ma anche più consapevole delle sue emozioni. Tuttavia, vuoi per la giovane età o per l’importanza dell’esordio, quei pochi minuti sul prato di Selhurst Park lo hanno scosso più di ogni altra esperienza, al punto che l’ex centrocampista del Chelsea ha cercato, invano, di rimuoverli. Il fatto che non ci sia riuscito è, nel bene e nel male, una fotografia della condizione umana: il passato si può nascondere, ma non dimenticare.

“Quando mi guardo indietro, una parte di me vorrebbe dimenticare quei primi giorni al Chelsea, ma non ci riesco. Le mie esperienze mi hanno condizionato, mi hanno cambiato, e ci ripenso ogni giorno. Ci sono domande che non trovano mai risposte nella mia testa. Perché è successo a me? Perché ho reagito in quel modo? Ci sono stati degli insegnamenti che non ho colto lungo il percorso? Perché ho fatto sempre la scelta sbagliata? Dimenticare non è un’opzione.”

Cover: foto di Chelsea FC

silhouette libri cultura

Si censura Dostoevskij … per l’Ucraina o per noi?

 

Il fatto è noto: l’Università Bocconi ha annullato un corso su Dostoevskij tenuto da Paolo Nori [qui] (peraltro gratuito) in omaggio all’Ucraina invasa da Putin.
Dopo l’incredulità del docente, l’università ha ritirato la sua decisione demenziale. Un piccolo segno, ma è noto che è proprio dai ‘piccoli segni’ che si coglie il futuro che ci aspetta (se non si reagisce). Confondere un autocrate come Putin con il suo popolo e la sua cultura (considerata patrimonio dell’umanità), è un ‘segno dei tempi’: ci si deve tutti accodare al pensiero unico di totale condanna di Putin (e fin qui va bene) senza discutere sulle nostre (europee, per non dire Usa) responsabilità.

Gli italiani hanno già vissuto durante il fascismo questi “piccoli passi” da pusillanimi che volentieri assecondano la vulgata dominante diventando più “prussiani del re di Prussia”, facendo cioè quei piccoli gesti che piacciono a quello che si reputa in quel momento “lo spirito dominante del tempo”. Discriminare, odiare, consigliare amichevolmente di non esporsi, un ammiccare complice, rigettare qualsiasi azione che possa comprometterti, una predisposizione millenaria al conformismo, il terrore di ogni complessità, soprattutto quella del pensiero, dividere tra buoni (noi) e cattivi (gli altri), soprattutto il rifugio della rassicurante appartenenza al nostro gruppo che ci scalda e protegge.

Colpire il pensare libero che è alla base della democrazia. Essere vissuti 75 anni in una democrazia non ci esenta da questi istinti e quindi se “soffia il vento contro la Russia di Putin” tutto ciò che è russo va demonizzato. La storia è colma di questi comportamenti opportunistici, com’è avvenuto durante il nazi-fascismo (e non solo). I partigiani che si rivoltarono furono solo il 3% della popolazione e nel ‘43 quando Mussolini era già stato destituito dal Gran Consiglio a Ferrara (per esempio) c’era una fila per andarsi a iscrivere al partito fascista che andava dalla sede (quasi alla fine di Viale Cavour) fino al Castello.

Fascisti diventati in molti casi comunisti, socialisti, democristiani, liberali nel dopoguerra ed è per questo che fu bruciato il Tribunale (conteneva compromettenti documenti). La condanna senza appello alla guerra e a Putin non ci deve esimere da un dialogo civile (da un libero pensiero) che ci faccia uscire da questa drammatica situazione in un mondo migliore (e più pacifico). Oggi le tifoserie sono dannose. La guerra non deve nasconderci che siamo dentro un capitalismo che crea crescenti disuguaglianze, disastri ambientali, che negli ultimi 20 anni ha impoverito il 90% di europei e americani e proprio di questo parla Dostoevskij che passò 4 anni in Siberia e 2 anni di servizio militare per aver contestato il regime zarista e in Delitto e Castigo insorge contro la pretesa dei sostenitori del liberalismo di rendere l’umanità calcolabile. Anche il Cristo scelse di non essere contato dal primo censimento dei Romani in Palestina, fuggendo in Egitto con la famiglia. Caifa nel condannare Gesù dirà “è meglio che muoia uno piuttosto che tutto il popolo”. Durante la pandemia e ora con la guerra (segnalo che in questo momento ci sono 30 guerre nel mondo) c’è chi vorrebbe creare un pensiero unico (senza se e senza ma), ma ciò significa minare l’individuo (e il suo libero pensare, amare, volere) che rappresenta l’essenza dell’umanità.

Il pensiero di Dostoevskij è molto critico coi meccanismi economici e il Raskolnikov di Delitto e castigo illustra come non credesse alla supposta razionalità dell’Homo economicus, su cui si basano le teorie dell’economia capitalista moderna (non tutte). Scrive Dostoevskij “L’uomo non persegue i propri interessi, ma i propri fantasmi”. Per questo motivo, ma forse anche per i tanti rovesci economici patiti, il grande scrittore russo “aborre il capitalismo, che ha osservato i danni che ha prodotto a Londra e che ora sta facendo a San Pietroburgo” la rivoluzione industriale nella quale Delitto e castigo è ambientato. Dostoevskij esprime nel romanzo il suo disprezzo per la borghesia del denaro tramite il personaggio dell’avvocato Lužin, ricco ma meschino e moralmente depravato, che offre una sua parodistica e interessata versione della “mano invisibile” di Adam Smith: “Non lavorando che per me stesso lavoro, di fatto, per tutti”. Anche la formalizzazione matematica dell’economia portata avanti da altri economisti classici anglosassoni, da David Ricardo in poi, era per Dostoevskij un’aberrazione.

Formalizzazioni che ancora oggi sono ben presenti nella cultura degli economisti neo liberisti che sono molto “efficienti” ma iniqui, direbbe Dostoevskij, per il quale “non c’è niente di più disumano della miseria delle grandi città moderne”. Il suo sguardo sulla povertà è vicino a quello di Charles Peguy (scrittore e saggista francese di poco posteriore a Dostoevskij, autore di Il denaro), che stabiliva una distinzione tra “l’inferno” della miseria e la povertà, la quale non solo preserva la dignità dell’uomo ma gli assicura anche (almeno fino a prima della rivoluzione industriale) una forma di “sicurezza”. “Nella povertà infatti si può conservare ancora la nobiltà dei sentimenti innati, mentre nell’indigenza nessuno potrebbe farlo”, afferma Dostoevskij. Ma è nella critica all’Homo economicus richiamata all’inizio che sta, forse, l’elemento di maggiore modernità di Dostoevskij. Ricordiamo infatti tre premi Nobel per l’economia, Herbert Simon (1978), Daniel Kahneman (2002) e Richard Thaler (2017), che hanno criticato, sulla base della psicologia comportamentale, quel modello di presunta razionalità nelle scelte economiche, spiegando come queste ultime siano viziate, sia nei consumatori che negli investitori, da pregiudizi cognitivi. Uno che ha scritto Il giocatore guardandosi in pratica allo specchio, non poteva non averlo capito.

Attaccare Dostoevskij non significa attaccare la Russia ma il nostro “sistema” che rende il 90% dei cittadini (europei e americani inclusi) sempre più poveri, mentre arricchisce in modo esponenziale una piccola fascia (sfruttando paradisi fiscali e riduzione delle imposte), che non genera lavoro (abbiamo lo stesso livello di occupati del 1960), dove un quarto dei giovani né studia né lavora, sempre più separati dalla Natura e dalle altre persone, più dipendenti dal digitale e dalle grandi multinazionali. Un “sistema” che mina le stesse democrazie (in grande ritirata nel mondo da 30 anni). Bisogna ritornare a pensare con la nostra testa, smettere di barattare libertà nostra (e degli altri) con consumismo e falso benessere, una nuova Europa federale, fondata su pace e autonomia (anche difensiva) dalla Nato e dagli Usa, diventare un polo mondiale di democrazia e di “buona vita” per tutti (non solo per i ricchi) attraente per i cittadini russi, cinesi, americani. Le dittature lavorano su odio e guerra perché sanno che dividono (divide et impera), la cultura e l’arte uniscono e sono il punto di partenza per la pace.

mandala tibetano

uno per meditare, due per rilassarci, tre per non reagire

 

I mandala, nati come rappresentazione dell’universo del suo centro e della sua periferia, spesso una volta realizzati venivano distrutti, per sottolineare l’impermanenza del tutto. Ora, la traduzione occidentale in filosofia spicciola, è che colorare mandala rilassa parecchio. Effettivamente, di quaderni da colorare per gli adulti, ne sono piene le librerie. Li puoi trovare di vario genere, dai mandala classici a veri e propri disegni.
Ne sto colorando uno anche io. Ed effettivamente si ottiene beneficio, come i monaci buddhisti per la meditazione e la concentrazione. Dicono sia anti-stress. E lo è per qualche momento. Come costruire un puzzle.

Un’altra filosofia di fondo è quella in cui, prima il lavoro, poi una pandemia, poi ancora la minaccia di una terza guerra mondiale, sono cose che ci mettono un po’ sotto stress e che quindi per rilassarci dovremmo colorare mandala. Lo trovo molto giusto. Ma il passo è breve quando penso ad una frase che spesso mi hanno ripetuto.  La frase classica di quando ti trovi in situazioni abbastanza snervanti. Quelle in cui ti trovi a difendere qualcuno o te stesso da soprusi, abusi o cattiverie. Quelle in cui vorresti dire la tua: ‘”Rilassati! Non preoccuparti di questo o di quello, non ti riguarda!”

Insomma, invece di reagire, dovremmo rilassarci. Farci i fatti nostri. Forse sembra un po’ azzardato il confronto, ma è quello che mi è venuto in mente, dopo aver assistito ad una notte di sopruso in una grande stazione ferroviaria.
Chi si trova dalla parte di avere più potere, poi si trova a maltrattare fino a far piangere chi sembra diventare la sua vittima sacrificale. Quello che la mia generazione ha fatto proprio è che se stai zitto è meglio: rilassati e non ti impicciare!
Questo il modello dal quale dovremmo uscire. Questo tipo di rilassamento forse potremmo evitarlo. Poi si sa non siamo tutti dei cuor di leone. C’è chi affronta le ingiustizie facendosi anni di galera come Mandela e chi lo ha fatto scrivendo una poesia, una canzone, un articolo.

CI SIAMO ROTTI I POLMONI
Conferenza della Rete Giustizia Climatica: sabato 5 marzo, ore 10 alla Factory Grisù

 

Secondo l’ultimo rapporto ISPRA sui rifiuti urbani aggiornato al 2020, in Italia si registra una produzione di quasi 29 milioni di tonnellate, quantitativo che risulta in calo negli ultimi 5 anni, specialmente rispetto al 2018 quando la produzione era stata di circa 30,5 milioni di tonnellate.

La regione Emilia Romagna risulta seconda, dopo la Lombardia, per produzione di rifiuti urbani, ma è prima nella produzione pro capite, con 639,9 Kg per abitante all’anno. Quest’ultima ha registrato un calo negli anni dal 2011 al 2013 (circa 40 Kg) per poi rimanere sostanzialmente costante.

Per quanto riguarda la raccolta differenziata una specifica normativa ha individuato, dai primi anni 2000, gli obiettivi minimi da raggiungere: dal 35% del 2006 si è arrivati al 65% del 2012. Ma questo obiettivo a tutt’oggi (2020) a livello nazionale non è stato raggiunto, siamo infatti al 63% di raccolta differenziata, e in presenza di notevoli differenze tra le aree geografiche del paese. Nel Nord Italia si registra infatti un 70,8% di raccolta, mentre al Centro e al Sud vengono differenziati rispettivamente solo il 59,2 e il 53,6% dei rifiuti.

Tra le regioni italiane la nostra si colloca con il 72,2% di raccolta differenziata dopo Veneto (76,1%), Sardegna (74,5%), Lombardia (73,3%) e Trentino Alto Adige (73,1%), ma è prima per la raccolta pro capite con circa 462 Kg/ab*.anno (erano 468 nel 2019). In termini assoluti nel 2020 sono stati differenziati in regione poco più di 2 milioni di tonnellate, mentre la Lombardia, prima in Italia, ne ha raccolti di quasi 3,5 milioni. A livello provinciale è Treviso con l’88,3% la prima in Italia, mentre Ferrara, sempre nell’ultimo anno di rilevazioni, il 2020, ha fatto registrare il 79,0% di raccolta differenziata, terza tra le province emiliano romagnole.

E’ nella prospettiva di una transizione del ciclo dei rifiuti verso modalità improntate alla sostenibilità e alla luce dell’attuale situazione che la Rete per la Giustizia Climatica di Ferrara ha ritenuto necessario organizzare per sabato 5 marzo, presso Factory Grisù dalle ore 10 alle 13, una conferenza su queste importanti tematiche. Sia per la necessità di riflettere e confrontarsi, da un lato con esperti e addetti ai lavori, ma anche con il mondo della politica a cui sono demandate le scelte sulle modalità e le tecniche con cui affrontare le problematiche che coinvolgono tutti noi cittadini e che sempre più spesso mostrano aspetti critici di difficile soluzione. A questo proposito è emblematica la decisione che ha permesso ad HERA di aumentare di 12.000 t/anno il quantitativo di rifiuti da trattare nell’inceneritore di Ferrara che passeranno così a 142.000 t.

Sul territorio nazionale, al 2020, sono operativi 37 impianti di incenerimento che trattano rifiuti urbani; di questi 7 sono in Emilia Romagna, mentre 13 sono quelli presenti in Lombardia, prima regione per numero di impianti. Tutto questo per un quantitativo incenerito in Italia nel 2020 di oltre 5,3 milioni di tonnellate (-3,6% rispetto al 2019). A livello regionale l’analisi dei dati mostra che in Lombardia, che registra il valore più alto, è incenerito il 34,8% del totale dei rifiuti urbani, seguono l’Emilia Romagna (17,5%) e la Campania, con il 13,7%, rispettivamente seconda e terza tra le regioni dove sono presenti questi impianti di trattamento.

La quantità pro capite di rifiuti urbani inceneriti ha presentato una flessione da 92,6 kg/abitante a 89,9 kg/abitante dal 2019 al 2020, pari a una riduzione del 2,9%. I dati relativi all’ultimo quinquennio hanno mostrato una riduzione del pro capite di incenerimento dello 0,7%.

Prendendo in considerazione gli anni 2017-2020 il massimo incremento di rifiuti inceneriti è stato registrato in Lombardia (53.000 t, +2,9%); nella nostra regione invece vi è stata una diminuzione di circa 14.000 t (-2,9%).

Facendo invece un confronto tra le percentuali di rifiuti inceneriti quelli differenziati nell’ultimo decennio (2011-2020) si osserva che la quantità dei primi è rimasta sostanzialmente la stessa (16,9-18,4%) mentre la raccolta differenziata è aumentata dal 37,8 al 61,3%.

La conferenza del 5 marzo, il cui titolo – CI SIAMO ROTTI I POLMONI – non lascia dubbi su quali siano finalità e obiettivi che la Rete intende perseguire, prevede vari interventi di esperti ed attivisti che da anni si occupano delle tematiche della filiera dei rifiuti.

La mattinata sarà aperta dall’introduzione di Dario Nardi, portavoce della Rete per la Giustizia Climatica di Ferrara. A seguire la prima relazione sarà presentata da Rossano Ercolini, presidente di Zero Waste Europe e fondatore del centro di ricerca Rifiuti Zero, che tratterà l’aspetto della riduzione della produzione di rifiuti, questione fondamentale e prioritaria per poter affrontare con più efficacia le fasi della raccolta, riciclo, riutilizzo, ecc. Seguirà la relazione “L’esperienza del porta a porta a Forlì”, tenuta da Angelo Erbacci, direttore di ALEA AMBIENTE, società in house, di proprietà di 13 comuni della provincia di Forlì-Cesena, che si occupa di gestione dei rifiuti secondo un sistema integrato.

Il tema della ripubblicizzazione del servizio di gestione dei rifiuti in ambito del territorio ferrarese verrà illustrato, da Corrado Oddi, della Rete per la Giustizia Climatica di Ferrara. Seguirà Marianna Suar, sempre della Rete per la Giustizia Climatica, con l’intervento “L’incenerimento a Ferrara: alcuni elementi critici dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale”.

Interverrà infine Natale Belosi, coordinatore scientifico della Rete Rifiuti Zero Emilia-Romagna, che illustrerà la proposta per la legge regionale di iniziativa popolare sui rifiuti relativamente alla prospettiva, nell’ottica dei principi dell’economia circolare, della riduzione e dell’azzeramento dell’incenerimento dei rifiuti.

Alla conferenza sono stati invitati a partecipare Sindaco e Assessore all’Ambiente del Comune di Ferrara, Assessore Regionale all’Ambiente e i capigruppo dei gruppi Consiliari del Comune di Ferrara. L’incontro sarà moderato dalla dr.ssa Francesca Cigala.

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