Giorno: 6 Marzo 2022

collegio femminile

Marzo 1959 – Il collegio delle suore Morotee

 

Nel Marzo 1959 mia madre Anna e la sua compagna di classe Giuseppina si resero conto che mancavano pochi mesi alla maturità e decisero di dedicarsi alla scuola con maggiore assiduità.

Era loro abitudine andare a studiare dalle suore Morotee che gestivano un collegio per giovani donne in centro a Vergania. Il collegio rispondeva contemporaneamente alle esigenze di diverse categorie di ragazzine (ricche, benestanti e povere), con una marcata predilezione per le più ricche. Le figlie di ‘buona famiglia?, le predilette, vivevano sempre in collegio, avevano la divisa, spazi, arredi e personale dedicati esclusivamente a loro. Non uscivano mai, se non per recarsi a scuola accompagnate da suor Melina, la suora deputata a formare le future mogli degli ‘uomini di potere’ locali.
Oltre al collegio esclusivo, le suore Morotee gestivano un pensionato per le ragazze che si fermavano a Vergania durante la settimana e tornavano a casa tutti i sabati (le benestanti). Infine gestivano una mensa con doposcuola per le ragazze che viaggiavano (le povere).

Ognuno di questi tre gruppi aveva la sua suora responsabile (Melina, Giuditta e Dorotea) e i tre ‘mondi’ si incontravano raramente.
Mia madre e Giuseppina erano delle povere giornaliere, senza divisa, cappotto di vigogna grigio e cappello di feltro, poco considerate e molto libere.

Mio madre racconta che le ‘interne’, così venivano chiamate le ragazze che vivevano regolarmente in collegio, invidiavano molto le ‘giornaliere’ perché quest’ultime potevano andare in stazione a prendere il treno da sole e nel tragitto erano libere di fare ciò che volevano, compreso comprare il gelato e scambiare qualche battuta con i coetanei maschi.

Questa era la vera differenza che inaspriva gli animi e divideva il mondo tra bianco e nero, gettando una luce sinistra sulle viaggiatrici. Le povere “interne” non potevano decidere con chi parlare, sicuramente non erano libere di fare chiacchiere con maschi raminghi, curiosi e quasi sicuramente squattrinati.  Ogni tanto qualcuna scappava di notte dal collegio, calandosi con le lenzuola, rubando chiavi di scorta, oppure inventando qualche altro stratagemma tanto rocambolesco quanto pericoloso e mai scoperto perché ritenuto dalle suore inconcepibile, inaccettabile e quindi decisamente impossibile.

Quando il rigore impedisce di concepire eventi perché classificati impossibili, li si elimina dal mondo reale e questi, in quanto inaccettabili, spariscono dalle singole esistenze e da quella delle persone di cui si salva l’incolumità.
In alcuni casi riemergono come miti, archetipi, esempi nefasti di ciò che non succederà mai. In altri casi ancora non riemergono, vengono semplicemente rimossi e vanno ad affollare quell’incredibile mondo dell’inconscio nel quale si animano le nostre tendenze più sinistre ma anche alcuni dei nostri impulsi più nobili.

Con il gruppo delle collegiali ricche, mia madre e Giuseppina non si incontravano mai, mentre capitava che si incontrassero con le pensionate, che essendo libere il fine settimana, potevano intraprendere lo stesso cammino verso la stazione senza essere controllate da genitori, parenti, suore, insegnanti e malcapitati portieri.

La suora responsabile delle giornaliere si chiamava Dorotea. Suor Dorotea era piccola, di mezza età, robusta, occhi scuri. Amava molto raccontare l’origine del nome che le era stato assegnato quando aveva preso i voti perenni. Il nome Dorotea deriva dal tardo nome greco Δωροθεα (Dorothea), femminile di Δωροθεος (Dorotheos) e significa “dono di Dio”.
Quale nome migliore per una suora. In modo particolare quel nome le era stato assegnato per ricordare Santa Dorotea di Alessandria che si festeggia il sei di febbraio. Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica, VIII, 14) riferisce che Massimino Daia, trovandosi ad Alessandria d’Egitto, concepì un’insana passione per una nobile donna cristiana, ricca, educata e pura. Fece molti tentativi per conquistarla, ma la donna gli fece sapere che avrebbe preferito la morte piuttosto che concedersi a lui. Accecato dall’ira causato dalla sua passione non corrisposta, Massimino si vendicò condannandola all’esilio e confiscandole i beni.
Eusebio non ha tramandato il nome dell’eroica donna, ma Rufino, afferma che si chiamava Dorotea, che era una vergine consacrata a Dio e che, per sfuggire alle voglie di Massimino, si rifugiò in Arabia.

Suor Dorotea raccontava a tutti questa storia antica che sembrava piacerle molto. Contrariamente a molte sue consorelle era soddisfatta del nome che le era stato assegnato dall’Ordine monastico e non rimpiangeva il nome di battesimo che veniva tolto alle converse per sradicarle definitivamente dalle loro radici originarie e ripiantarle nella terra di santa Madre Chiesa, facendole rigermogliare consacrate, rigogliose e belle.
Si vociferava che il nome di battesimo di Dorotea fosse Bortolina. Non c’era alcuna prova di questa diceria, se non la convinzione di tutti che il nome originale fosse la vera causa della predilezione che questa suora nutriva per quello nuovo. Quando le viaggiatrici volevano ridere dicevano a bassa voce “arriva Bortolina”. Se la suora lo avesse saputo, si sarebbe sicuramente offesa; non si sapeva nemmeno se quello fosse davvero il suo nome da bambina, magari non si era mai chiamata così. Comunque sia, Dorotea-Bortolina era molto brava.

Nonostante le fossero state affidate le ragazze meno ‘importanti’, perché contribuivano miseramente all’arricchimento del collegio, si occupava di loro con assiduità e gentilezza e mia madre conserva un buon ricordo di quella suora sempre vestita di nero, con una grande croce d’argento appesa al collo, gli occhi intelligenti e il sorriso sulle labbra.
A volte mia madre regalava a suor Dorotea qualche spagnoletta nera (rocchetto di filo sottile) per aggiustare la sua veste. Le spagnolette provenivano dalla merceria della nonna Adelina ed erano molto gradite dalla suora che in cambio del filo, regalava a mia madre qualche immaginetta di Santi del paradiso, raccomandandole di darla alla nonna. La nonna Adelina conservava le immagini dei Santi e le divideva con la prozia Ciadin che, essendo una ‘suora in casa’, le apprezzava quanto lei.

Fu così che in uno dei bauli della nonna, molti anni dopo, ritrovai una scatola di Santini (le immaginette dei santi) degna di un collezionista famelico. Alcune decorate a mano su carta artigianale strappata ai bordi, altre su pergamena. Belle, uniche, una delle mie collezioni preferite.
‘Il mondo della carta’ è affascinante per la sua storia, per le modalità con cui è stata prodotta nel corso del tempo, per le materie prime impiegate … e, molto di più, per l’uso importante e a volte essenziale fatto di questo prezioso materiale nel corso dei secoli.
Grazie alla carta si sono potuti documentare avvenimenti che sono successi ai nostri antenati. Storie di gesta umane ed eroiche arrivate fino a noi, a volte in maniera lineare e a volte in maniera rocambolesca, se non miracolosa. La mia stessa vita sarebbe diversa senza la carta, la maneggio sempre.
Piace anche a mia nipote Rebecca che si è fatta regalare un kit per costruirla.

Siccome mia madre e Giuseppina erano libere di fare ciò che volevano, non sempre andavano dalle Morotee a fare i compiti. A volte invece di andare dalle suore, andavano in biblioteca. La biblioteca di Vergania aveva una bella sala studenti dove erano allineate enciclopedie, vocabolari, atlanti e libri di libera consultazione. Era frequentata da molti ragazzi delle scuole superiori che passavano là il pomeriggio a studiare. Così come dalle suore, anche nella sala studenti della biblioteca, c’era del personale a cui rivolgersi per compiti particolarmente difficili o per reperire libri non direttamente accessibili dalle mani dei ragazzi.

In quella grande sala si parlava a bassa voce e non si disturbavano gli altri, come in chiesa e in ospedale. A Vergania c’è ancora adesso quella biblioteca, sempre bella e frequentata. Quando ci passiamo davanti, mia madre si ferma sempre a guardare l’ingresso di quel posto. Il portone è di legno marrone scuro, ad arco, con dei grandi battenti d’ottone.
Si capisce guardandolo che è stato concepito per essere l’accesso di un edificio importante e non quello di un palazzo residenziale. Ricorda a mia madre la sua gioventù e, come tutte le cose che ci riportano a momenti sereni della nostra esistenza, ha meritato nel suo cuore un posto particolare. Adesso anch’io, quando passo davanti alla Biblioteca, mi fermo sempre a guardare il portone e penso a mia madre che ha ottant’anni e a scuola non va più da moltissimo tempo.

Come nei mesi precedenti, anche nel Marzo 1959, successero nel mondo molti avvenimenti che non influirono sulla vita che si svolgeva tra il negozio della nonna e la città.
Il 10 marzo la resistenza tibetana culminò in una grande sollevazione popolare repressa dal governo cinese. Il 14 marzo il Consiglio nazionale elegge Aldo Moro nuovo segretario politico della Democrazia Cristiana. Il 17 marzoTenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, fugge dal Tibet alla volta dell’India. IL 29 marzo: la Cina, dopo la rivolta nel Tibet, scioglie il governo tibetano ed insedia il Panche Lama.

Per leggere tutti i racconti di Costanza Del Re è sufficiente cliccare il nome dell’autore sotto il titolo. 

Sole rosso sangue sull’altipiano (seconda parte)
…un racconto

Sole rosso sangue sull’altipiano (seconda parte)
Un racconto di Carlo Tassi

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Dieci minuti buoni è il tempo che Manio e sua sorella Naki ci mettono per raggiungere il villaggio. Manio posa a terra le due taniche e prende per mano la sorellina: il villaggio non esiste più.
Si guardano attorno senza capire. Il cielo è di un nero assoluto e contrasta col bagliore rosso e giallo delle fiamme che si dissolvono nell’oscurità sopra di loro superando in altezza le palme stesse, le uniche cose rimaste intatte.
Tutto il resto è distrutto o sta bruciando.
Le capanne, tutte le capanne, sono state buttate giù e incendiate. Ora ci sono mucchi di cenere, fumo ed enormi falò che rendono l’aria tutt’intorno ardente e irrespirabile.
Manio e la sorellina non parlano, sembrano incantati dal fuoco. Poi vedono passare una capra col vello mezzo bruciacchiato, è malconcia ma viva e sta belando, la guardano allontanarsi dal villaggio e scomparire nel buio.
Manio si riprende dallo stupore quando sente Naki chiamare il nonno. E’ troppo piccola per capire cosa sia realmente successo e tutto quel fuoco le fa paura. La bimba chiama il nonno e la nonna e comincia a singhiozzare. Manio le dice di non piangere e cerca di farle coraggio, ma anche lui ha paura.

In quelle terre, a dieci anni un bambino può già fare tutto quello che fa un adulto. Può lavorare e condurre le pecore. Manio sa che altrove i suoi coetanei imparano a usare le armi e vanno a combattere. Anche Naki tra una manciata d’anni sarà promessa sposa, è sicuro.
La verità è che sono bambini, e fino a quel giorno i nonni li avevano lasciati tali. Liberi di giocare e fare i bambini. Fino a quel giorno.
Manio dice a Naki di non muoversi mentre lui va a cercare i nonni. Naki ubbidisce e resta sul posto ad aspettarlo, è troppo spaventata per allontanarsi da sola.
Manio cammina tra le macerie incenerite delle capanne. E’ difficile orientarsi, niente è più come si ricordava. Poi vede i primi corpi.
Sembrano mozziconi fumanti ma sono persone. Sono stati uccisi a colpi di kalashnikov e bruciati. Alcuni sono stati arsi ancora vivi, altri sono stati finiti coi macete.
Nessuno s’è salvato. Erano vecchi, donne e bambini. I villaggi sono abitati solo da loro ormai.
Gli uomini giovani sono andati lontano, chi a combattere e chi a cercar lavoro o fortuna.

Sono stati i diavoli a cavallo, Manio lo sa perché una volta suo nonno gliene ha parlato. Sono assassini pagati per uccidere, gente feroce che non risparmia nessuno. Come quel giorno.
Manio si blocca, si sente soffocare. Il fumo e le lacrime gl’impediscono di vedere bene ma le due sagome indistinte che giacciono a terra davanti a lui sono Coffie e Keya, i suoi nonni. Anche loro, come tutti gli altri, sono stati bruciati.
Il bambino, guardando quello strazio, capisce cos’è successo: la nonna è stata torturata e squartata probabilmente sotto gli occhi di Coffie, poi entrambi sono stati finiti dai mitra.
Manio sa che sono loro perché ha riconosciuto il volto della nonna, l’unica cosa che il fuoco non è riuscito a consumare.
Manio aveva già visto un morto durante il funerale di un parente, ma non aveva mai visto un morto ammazzato. Il bambino cade in ginocchio e vomita. Si sente bruciare dentro e gli sembra che il cuore si sia fermato.
Trema, fatica a respirare, poi si rimette in piedi e si ricorda di sua sorella. Corre da lei.
Naki è sempre lì, di solito non lo ascolta e gli fa i dispetti, tanto c’è il nonno a proteggerla, ma stavolta ha ubbidito ed è rimasta ad aspettarlo.
Manio si china su di lei e la stringe forte. Naki è ormai tutta la sua famiglia e ora se ne dovrà occupare senza dover ubbidire a nessun altro che a se stesso.
A volte basta solo qualche minuto perché un bambino diventi un uomo.
Manio recupera le due taniche piene d’acqua, se le lega sulle spalle con un laccio e s’incammina prendendo sua sorella per mano.

Così i due bambini s’allontanano da quell’inferno perdendosi nella notte. Non è dato sapere dove stiano andando. A dieci miglia lungo la linea del fiume c’è un altro villaggio che potrà accoglierli.
Sempre che prima non siano già passati i diavoli a cavallo!

Dall’2003 ad oggi il conflitto nel Darfur, un vasto territorio semidesertico ad ovest del Sudan, ha causato centinaia di migliaia di morti, molti dei quali tra le popolazioni dei villaggi dediti all’agricoltura. Si è perpetrato un vero e proprio genocidio a cui nemmeno l’intervento (tardivo) dei caschi blu dell’Onu è riuscito a porre rimedio. Il governo del Sudan, dopo le prime sconfitte ad opera dei ribelli, ha assoldato e armato bande di nomadi di stirpe araba per riprendere il controllo del territorio devastando i villaggi e compiendo una vera e propria pulizia etnica per conto di Khartum.
Queste bande di miliziani sono conosciute col nome di Janjawid, i famigerati demoni a cavallo, criminali sanguinari, responsabili impuniti di molte delle atrocità commesse sulle inermi popolazioni africane di quei territori.

La guerra del Darfur, che dura da vent’anni e ha provocato centinaia di migliaia di vittime, non è che una delle tante, troppe guerre sparse per il mondo che l’Europa e tutto l’Occidente hanno sempre ignorato e continuano tuttora ad ignorare. Probabilmente ci sono guerre di serie A e guerre di serie B, dipende da chi le fa e dove le fa. Forse le seconde non sono degne d’ispirare cortei e manifestazioni per la pace nelle piazze delle nostre città.
L’attuale e sacrosanta mobilitazione pacifista per l’Ucraina, accompagnata dalla totale assenza d’attenzione verso tutte le altre guerre che pure in questi stessi giorni insanguinano il mondo, starebbe a dimostrarlo.

Living Darfur (Mattafix, 2007)

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PER CERTI VERSI
Metacorposi

METACORPOSI

Un giorno
Gli esseri umani
Divennero cose
Facilmente
Lo erano già
Furono macchine
Oggetti
Soft and hard
Ware
Le cose
Fatalità
Divennero umane
Esplose
La primigenia
Libertà
Erano folli
Come il mondo
Che smise di girare
Le stelle
Sapevano
Di brillare
Le nuove genti
Umane
Erano così diverse
Da essere
Quasi uguali
Non dissero molto
Si cercavano
Si abbracciavano
In collane di silenzi

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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In copertina illustrazione di Carlo Tassi

Un piccolo e solitario globo sullo sfondo delle stelle

 

Continuo a pensare a come un astronauta vedrebbe le nostre guerre dallo spazio. Un astronauta capisce bene come la minuscola, miracolosa, infinitesima esistenza di ogni essere umano dipenda da una stella abbastanza vicina da non farci congelare all’istante, nel buio, e abbastanza lontana da illuminarci e scaldarci senza bruciarci tutti. Tutti siamo vivi perchè siamo scaldati dalla medesima stella, che è essa stessa un minuscolo astro nell’universo infinito di stelle. Invece di ringraziare ogni giorno per essere beneficiari di questo inaspettato prodigio, ci distruggiamo a vicenda per affermare la superiorità della nostra Nazione. Immaginiamo di osservarla dallo spazio, come un astronauta, quella Nazione. Vediamone le nubi delle esplosioni che ne coprono i contorni, come minuscoli sbuffi di fumo già patetici al confronto della vastità del nostro piccolo pianeta; immaginiamoli al cospetto dell’immensità dello spazio cosmico.

Non è facile capire come le forme più estreme di nazionalismo possano continuare a sopravvivere quando si osserva la Terra nella sua vera prospettiva, come un piccolo e solitario globo sullo sfondo delle stelle.”
(Arthur C. Clarke)

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