Giorno: 13 Marzo 2022

“Il Coro di Babele” al Teatro Off
Storie di pendolari “migranti” per ridere e riflettere

“Non ero pronta ad assistere alla storia della mia vita!”. Il commento di una giovane spettatrice al termine della messa in scena de “Il Coro di Babele” al Teatro Ferrara Off riassume l’intensità di uno spettacolo che la settimana scorsa ha riempito la sala dell’associazione ferrarese, che è tra le più attente a intercettare le novità e capace di selezionare opere di ricerca che coniugano impegno, professionalità, ma anche un’estrema godibilità di visione.

La compagnia “Barbe à papa”

La compagnia “Barbe à papa” formata da cinque giovani attori di origine siciliana ha saputo tenere tutti inchiodati ad assistere a un condensato di storie, dove in parte ci possiamo ritrovare tutti, ma che sicuramente sono efficaci condensati di vita dei ragazzi di oggi. Nella scheda descrittiva si parla di “Cinque racconti di altrettanti migranti che viaggiano nei voli low cost”. I “migranti” non sono quelli dei barconi o delle fughe da terre insanguinate di cui parlano i giornali, ma i nostri figli, i nostri vicini di casa, i ragazzi che escono dalle scuole e dalle università italiane e cercano un approdo, un futuro, un traguardo di vita e di completezza professionale ed esistenziale da far sbocciare da qualche parte.

Ognuno dei racconti-sketch mette in luce alcuni aspetti diversi che caratterizzano la condizione di giovane migratore: la ricerca, la nostalgia, la curiosità, la voglia di rivalsa, il senso di trionfo e la memoria di chi va lontano e si guarda indietro riannodando le sue scelte agli episodi dell’infanzia e delle vicende familiari.

La scena del viaggio quotidiano (foto GioM)

Come spettatrice, mi ha particolarmente colpito la scena della metropolitana, che riassume in maniera meravigliosamente fotogenica gesti, pensieri e attitudini tipici di chi fa il pendolare. Così ciascuno può ritrovare il suo, dentro ai cinque diversi atteggiamenti rappresentati. Certo è che si assiste a un ritratto sociale reso con godibile enfasi caricaturale di quello in cui prima o poi ci si imbatte, se si viaggia con una certa continuità su treni, metropolitane o bus. C’è il passeggero che si immerge nel telefonino, chi ascolta la musica in cuffia, quello che si chiude dentro al suo cappotto e dietro ai suoi occhiali scuri approfittandone per estraniarsi e dormire, chi legge e – ovviamente – non può mancare quello o quella che sbircia e che magari legge le pagine del vicino nutrendosi dello spettacolo collettivo che ha intorno.

La compagnia Barbe à papa

Sul palco di volta in volta prendono la parola i cinque attori della compagnia. Federica D’Amore (maglietta rossa) coniuga un’abilità da ginnasta con il racconto esilarante e coinvolgente del legame che finisce per tessere con il venditore del fast food dove fa la sua colazione quotidiana. Il suo racconto viene reso così ancor più efficace e divertente, mentre fa con grande naturalezza la ruota e la spaccata, come gesti espressivi dell’intensità di cui si tingono questi incontri casuali.

Federica D’Amore in uno dei 5 episodi del Coro di Babele (foto GioM)

Brava e piena di pathos Chiara Buzzone (maglietta bianca) protagonista del primo di cinque episodi, molto espressiva e ammiccante l’interpretazione di Roberta Giordano (maglietta verde), efficace Totò Galati (maglietta blu) che interpreta la parte di chi ha un cedimento e viene preso dalla voglia di ritornare, grande capacità comunicativa per Claudio Zappalà (maglietta gialla) che oltre che interprete è anche ideatore dell’opera.

Chiara Buzzone in una delle scene iniziali dello spettacolo (foto GioM)

Calzante la scelta dell’immagine scenica, che con pochi tocchi riesce a creare un allestimento scenografico con l’utilizzo delle semplici magliette a colori sgargianti con cui si presenta ciascuno dei cinque protagonisti e che – al bisogno – vengono trasformate anche nel simbolo della patria d’origine, in forma di bandierone. Il tricolore viene composto come per magia, legando con maestria e prontezza d’uso le t-shirt bianco, rosso e verdi a una lunga pertica. Significativo anche il modo in cui i temi vengono affrontati, a partire da una ricerca del significato delle parole, basata su definizioni del vocabolario. Una modalità che suona tutt’altro che scolastica e più che mai vera e attuale, in un mondo dove siamo continuamente tentati di “googolare”, tuffandoci sul motore di ricerca del computer alla ricerca dei significati ultimi di qualsiasi cosa.

Barbe à papa in scena a Teatro Ferrara Off (foto GioM)

Ottimo debutto, insomma, per la stagione di prosa 2022 del Teatro Ferrara Off. E sicuramente un post-it da mettere in agenda per le prossime rappresentazioni che la compagnia Barbe à papa ha in serbo. Venerdì 6, sabato 7 e domenica 8 maggio 2022 – è stato infatti anticipato nella breve chiacchierata-riflessione di fine spettacolo – la compagnia tornerà sul palco di viale Alfonso I d’Este. La compagnia sarà di nuovo in scena a Ferrara per raccontare nuovi temi e nuovi episodi di una generazione affacciata sul mondo, che non dimentica di guardarsi indietro e di interpretare quello che siamo e che sogniamo con il dovuto distacco, carico di tenerezza e di ironia.

Per info sulla stagione del Teatro Ferrara Off: viale Alfonso I d’Este 13, Ferrara, sito web www.ferraraoff.it, tel. 333 628 2360, email info@ferraraoff.it

Lettera dei bambini ai signori che fanno la guerra

 

A scuola non possiamo fingere che i bambini ed i ragazzi non siano preoccupati per questa guerra: occorre ascoltarli, aiutarli a dialogare e a confrontarsi, insegnargli a litigare bene, raccogliere testimonianze, far riflettere, partecipare ad iniziative di solidarietà, tenerli stretti.

La guerra non si fermerà per questo ma forse si inizieranno a piantare i semi di una consapevolezza maggiore verso la complessità del nostro tempo, forse si riuscirà ad offrire qualche strumento per affrontare le incertezze e per ragionare sulla condizione umana. Forse si potrà far riflettere sull’assurdità di tutte le guerre. Forse, così facendo, si riuscirà a fare scuola. Forse, in questo modo, si potrà fare la pace. Forse…

A questo punto, non aggiungo altre parole a quelle scelte dai bambini e dalle bambine della classe seconda che sto frequentando per rivolgersi ai signori che fanno la guerra: come maestro io ho soltanto raccolto i loro pensieri, ho chiesto cosa pensano che serva per fare la guerra, cosa credono che occorra per fare la pace, ho proposto la creazione di un alfabeto e due di loro hanno inventato la filastrocca che chiude la lettera.
Comunque la pensiate, buona costruzione della pace.
Mauro Presini

Lettera dei bambini ai signori che fanno la guerra

Voi che fate la guerra, lo sapete che rischiate di far morire delle persone innocenti e vi potete fare del male.
Usate le parole invece di sparare.
Smettete di fare la guerra e fatevi dei nuovi amici così sarete più contenti.
È meglio non fare la guerra perché qualcuno che conoscete può morire.
Non ci piace quando muore qualcuno.
Non fate la guerra perché ogni giorno muoiono già tante persone per altri motivi ma con la guerra ne muoiono anche di più e poi ci sono anche dei feriti.
Non fate la guerra perché c’è anche il coronavirus.
Se tutti si mettessero a fare la guerra come voi, non esisterebbe più l’umanità.
Per fare la guerra servono: le armi, i cannoni, i fucili, le bombe, i carri armati, gli aerei, gli elicotteri, tanti soldati, un nemico ma anche la forza, il coraggio, l’odio, la rabbia e la cattiveria. Per fare la guerra servono soprattutto gli uomini.
Invece per fare la pace servono: la tranquillità, la bontà, la gentilezza, l’amicizia, la felicità, un cuore buono, l’amore, la gioia, l’accoglienza, la bellezza, i gesti gentili, le parole gentili, la fantasia, la gioia, la generosità, la giustizia, le carezze ma anche un amico che ti aiuta, giocare insieme, chiedersi scusa, parlarsi, litigare bene, non usare le armi, qualcuno che convince gli altri a non arrabbiarsi, stare insieme, scusarsi, usare le braccia per abbracciare ma non per imbracciare i fucili. Anche per fare la pace servono soprattutto gli uomini.

Per imparare a fare la pace bisogna conoscere l’alfabetoVi regaliamo il nostro:
Abbracciarsi Bontà Curare Delicatezza Entusiasmo Felicità Gentilezza Help Innamorarsi Libertà Meraviglia Natale Omaggio Parlarsi Quiete Ragionare Serenità Tenerezza  Umorismo Vita Zelo.

L’alfabeto è fatto di parole ma se si riescono a mettere in pratica si può imparare a fare la pace.

Noi vi diciamo che la guerra è uno schifo mondiale. Fate la pace!

Ve lo diciamo anche con una filastrocca che abbiamo inventato:

La guerra fa star male
puoi finire sotto terra,
non c’è festa per Natale
se la pace non si afferra.
La pace fa star bene
puoi avere nuovi amici,
non ci sono più catene
se tutti quanti siam felici.

I bambini e le bambine della classe seconda della scuola primaria “Bruno Ciari” di Cocomaro di Cona

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi del maestro Mauro Presini e dei bambini della scuola primaria clicca sul nome dell’autore sotto il titolo.

PER CERTI VERSI
Agrodolce

AGRODOLCE

Tutto mi rimbomba
Nella testa
Con crepe e musica di sangue chiodi
Rullo di passi
Ovunque
Sento
Le pietre
I calcinacci
Pietrificare me

Per assurdo
Ma è normale
Dico
Essere assurdi
La brina si azzurra
Delle tue mani
Vienimi a prendere
Si alza la luna
Come bandiera
C’è un aliante
Che ci aspetta
Voleremo
Voleremo assieme
Fino alla fine
Della contesa
Non atterreremo
Più
Fino alla pace
Che torni
Che bagni la tavola
Di tutta la gente
Che si rispetta

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
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albero del palaver bambini africa

PRESTO DI MATTINA
Sotto l’albero delle parole

 

Ricevo ancora posta dal Burkina Faso nonostante siano passati ormai più di venti anni dalla mia visita alle missioni dei Fratelli della Sacra Famiglia di Chieri.

È frère Julien Zoungrana, responsabile provinciale della comunità in Africa, che scrive. Le sue lettere iniziano o si concludono sempre con un proverbio del popolo del Burkina Faso, che significa ‘il paese degli uomini retti’.

Nell’ultima lettera in linguaggio morè o mossi era presente un augurio e un compito: Kend n biisdrogem, dove kend sta per ‘camminare’, n per ‘chi’, biisd equivale a ‘fermare, far maturare, crescere, consolidare’, mentre rogm designa ‘parentela, parto, nascita, fraternità’. S’intende così esprimere che solo il movimento dall’uno all’altro, l’uno verso l’altro può consolidare i vincoli di fratellanza.

tetto Burkina Faso AfricaInsieme al proverbio una fotografia, che raffigura degli uomini che reggono un tetto. Impressionante il simbolismo raffigurato da quella immagine e sottotitolato da un altro porverbio: Aya! aya! n zèkdsugri, che significa ‘È solamente con una sinergia di azione che è possibile ricollocare il tetto di una casa’.

Anche in Burkina − mi scrive frère Julien − è necessario riporre sulla casa comune, con unità di intenti, il tetto della pace:

«Se guardiamo alla situazione attuale nel nostro paese, abbiamo le lacrime agli occhi, quindi sfortunatamente non abbiamo buone notizie. Gli atti terroristici si sono ripetuti in tutto il Paese, così come nei paesi vicini, rendendo la sicurezza precaria. Oltre ai tanti morti che si registrano ogni giorno, l’altra conseguenza di questa guerra asimmetrica è l’aumento del numero dei profughi, che ora supera il numero di 1.800.000.

È davvero triste e rattrista vedere come la violenza rallenti la pace e il processo di sviluppo che da sempre caratterizza il popolo burkinabè… Nelle nostre scuole, dall’inizio dell’anno scolastico, abbiamo accolto molti ragazzi e ragazze provenienti da famiglie povere, in particolare i figli di sfollati interni, ora chiamati rifugiati, nelle nostre scuole affinché possano frequentare regolarmente le lezioni.

Se l’aiuto che riceviamo da voi, cari amici, per il supporto a distanza è sempre utile e prezioso, potete capire quanto sia sempre più difficile far fronte a questa situazione. Quindi, se guardiamo a questo cammino fraterno di solidarietà e condivisione, che ci permettete di intraprendere continuando a garantire la scuola e la mensa quotidiana a tanti studenti, possiamo dire che guardiamo sempre al futuro con speranza.

La stessa speranza che ci permette di andare incontro ai bisogni dei bambini piccoli, spesso malnutriti. Questa speranza si fonda sulla certezza che il Padre Buono che si è fatto bambino, che si è fatto uomo per ciascuno di noi, non lascerà soli i suoi figli, anche là dove la sofferenza e la povertà sembrano avere il sopravvento».

A fissare con più attenzione quell’immagine di mani nascoste che ricollocano sulla casa il tetto, come a dire che insieme portano il peso di far rialzare la pace, mi ha fatto ricordare un corale degli anni ’80 di Marcello Giombini [Qui], che cantavamo nelle nostre liturgie e incontri sulla Parola di Dio.

«È un tetto la mano di Dio è un rifugio la mano di Dio è la pace la mano di Dio».

E così sono andato a cercare un racconto del vangelo di Luca sulle mani di Gesù, che esprimessero le mani di Dio come un tetto:

«C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: “Donna, sei liberata dalla tua malattia”. Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.

Ma il capo della sinagoga, sdegnato prese la parola e disse alla folla: “Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato”. Il Signore gli replicò: “Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?”.

Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute. Diceva dunque: “A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami”» (Lc 13,11-19).

Scrutando ancora più in profondità nei miei ricordi è poi emerso anche il simbolo dell’ACHNUR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, la cui rivista era bene in vista già dagli anni ’90 al Cedoc SFR. Il logo in copertina raffigura due mani che non solo fanno da tetto a una persona, ma formano con il palmo leggermente arcuato l’intera casa.

Così ho pensato che anche le mani dell’uomo sono un tetto per quel Dio umanato che si è sprofondato nell’umano e condivide il destino di chi ha fame e sete, è ignudo, rifugiato, forestiero malato, in carcere: perché dice il vangelo di Matteo 25, che ogni volta che le nostre mani sono state luogo di ospitalità, senza saperlo noi abbiamo ospitato anche lui, che si è impoverito per arricchire noi della sua umanità.

L’ALBERO DEL PALAVER

La parabola dell’alberello di senape mi ha fatto ricordare che in Africa vi è un albero simile − in origine un baobab − «l’albero del palaver [Qui]»; rappresenta il tradizionale luogo di aggregazione, di incontro all’ombra del quale ci si esprime sulla vita sociale e i problemi di interesse comune che riguardano un villaggio. È anche un luogo dove i bambini vengono ad ascoltare le storie di un anziano o si fa scuola. È un punto di dialogo, di riavvicinamento in cui tutti possono esprimersi per ritrovare vie di riconciliazione nella comunità.

«Il palaver africano» (l’arbre à palabre) è una singolare arte di conversazione e dialogo creativo per cercare collettivamente soluzioni pratiche alle sfide e ai conflitti quotidiani nelle relazioni personali, famigliari, comunitarie e intra-comunitarie.

La traduzione palaver (talora anche palaber) mal restituisce il senso di una ricca tradizione ancestrale socio-etica e religiosa propria di diversi gruppi etnici africani, che offre alla comunità strumenti per salvaguardare la giustizia, la pace, la coesione sociale e favorire solide scelte etiche, che promuovano il bene comune e la prosperità umana e cosmica…

Il palaver africano invita tutte le persone, che hanno a cuore la comunità, in uno spazio sacro di dialogo creativo sui modi per promuovere quelle norme etiche che favoriscono un’esistenza piena e combattere quei vizi o atti ingiusti, che pregiudicano la partecipazione di ciascuno al vincolo della vita».

Sotto l’albero del palaver ci si riunisce anche per condividere la Parola di Dio e tutte le parole generative di vita, quelle che suturano e rimarginano le ferite, avvicinano i lontani, l’estraneo, fratello; la parola compresa in tutti i suoi vari aspetti è itinerante, intreccia la periferia al centro e viceversa.

Legame e vincolo tra l’alto e il basso la parola è «come principio vitale in una catena ininterrotta di esistenza che va da Dio e dagli antenati all’umanità e a tutte le creature; come il prosperare, l’essere chi si è destinati a essere; il relazionarsi in modo giusto, partecipando e contribuendo al bene comune e condividendolo – e non si riferisce solo ai vivi (l’assemblea riunita), ma alla comunità, una nozione ampia e complessa che abbraccia anche gli antenati, i non ancora nati, ogni realtà spirituale, le creature visibili e invisibili, la vita ecologica, il pianeta e l’intero cosmo. Tutti e tutte nella comunità hanno qualcosa da offrire al comune vincolo della vita» (Stan Chu Ilo, Il metodo del Palaver africano, Concilium 2021/1, 89 ss.).

Sotto il palaver si sta come sotto un tetto sostenuto da tutti in vario modo; si prende la parola anche danzando, mimando, raccontando storie. Questo albero è diventato così il simbolo della libertà e del diritto di parola nella comunità, luogo di inclusività e di ascolto dell’opinione di ciascuno come decisiva per gli altri.

Nel gruppo etnico Ibo dell’Africa occidentale il palaver costituisce una istituzione egualitaria perché ciò che riguarda tutti deve essere deciso da tutti. Il palaver è così uno spazio di ascolto, «uno spazio di parola veritiera» e, come parola pronunciata nel dialogo, manifesta tutta la sua forza di trasformazione e cambiamento, perché la verità guarisce, unisce e ricostituisce la comunità.

«Nelle comunità tradizionali africane, le profondità, la pluralità e le ramificazioni della verità emergono dall’ascolto paziente e dall’apertura e dall’attenzione alla parola detta – detta in libertà». La dinamica del palaver permetteva di spalancare il cuore e di parlare liberamente, soppesare insieme quei conflitti che rischiavano di minacciare la vita della comunità, ed era generativa di «un’etica del consenso» per salvaguardare, promuovere e proteggere il bene comune.

Come non riconoscere qui un processo sinodale esemplare anche per la chiesa di oggi che ci viene dalla cultura e chiese d’Africa? Non è forse questa la via che papa Francesco ha indicato anche alle nostre comunità che si facciano come l’albero del palaver, luogo comunicativo in ascolto del popolo di Dio sulle questioni di oggi, interpellando i battezzati e tutti coloro a cui sta a cuore la dignità e il destino umani?

Anche l’idea di sinodalità mette in atto un processo di interdipendenza tra le persone nell’ambito del governo ecclesiale. Lo stile sinodale infatti implica il radunarsi assembleare, la partecipazione di tutti al processo deliberativo, la cooperazione nello scambio, il dialogo e l’ascolto reciproco, la collaborazione nella comunione, sotto la presidenza del vescovo. La sinodalità presuppone questo esercizio di corresponsabilità, di un dare e ricevere per arrivare a un consenso della fede.

Del resto, lo stesso termine palaver si avvicina molto presso gli Ibo al concetto di sinodalità. «L’entrare in comunione delle persone unite da un vincolo vitale condiviso»: questa comunione che avviene in molteplici luoghi è generativa, secondo l’espressione di papa Francesco, di una “cultura dell’incontro”. Come l’arte di intrecciare cesti, il palaver esige un’arte della conversazione che intersechi e sia aperta alla diversità di prospettive e tollerante verso le differenze.

Mai senza l’altro” diviene così il life motiv di ogni esercizio di sinodalità e a me sembra che Clemente Rebora [Qui] l’ha declinato poeticamente: ogni parola è un chicco di una moltitudine di altri chicchi, e si sa come dice un altro proverbio africano di frère Julien:

«Nug bi yend ka wukd zom ye»
(Nug = ‘dito’, bil = ‘piccolo’, yend = ‘da solo’, ka = ‘non’, wugd = ‘raccogli’, zom = ‘farina’, ye = ‘!’)
per dire che “un dito senza le mani non può raccogliere la farina”.

Nihil fere sui.
(‘Nulla si fa senza consultare l’altro’)

Son l’aratro per solcare:
Altri cosparga i semi,
Altri èduchi gli steli,
Altri vagheggi i fiori,
Altri assapori i frutti.

Son la sponda per il mare:
Altri assetti le navi,
Altri spinga le prore,
Altri diriga il viaggio,
Altri tocchi le mete.

Il mio verso è un istrumento
Che vibrò tropp’alto o basso
Nel fermar la prima corda:
Ed altre aspettano ancora.

Il mio canto è un sentimento
Che dal giorno affaticato
Le notturne ore stancò:
E domandava la vita.

Tu, lettor, nel breve suono
Che fa chicco dell’immenso,
Odi il senso del tuo mondo:
E consentire ti giovi.
(Tutte le poesie, 134)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

Cover: i ragazzi della scuola di Baziri (Burkina Faso) e il loro maestro Philips Toè foto di Andrea Zerbini
Nel testo: foto di freire Julien Zoungrana

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