Giorno: 14 Marzo 2022

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, in considerazione dell’inasprirsi delle ostilità internazionali e della crescita esponenziale dei prezzi delle materie prime che si riflette sui beni di consumo primari, ritiene molto preoccupante la diminuzione del potere d’acquisto degli stipendi del personale scolastico, soprattutto se fuorisede.
La vita del docente, lontano dalla propria città di residenza, sta diventando insostenibile; ma i costi pesano anche su chi vive nelle grandi città del centro nord, notoriamente caratterizzate da costi della vita elevatissimi.
Le bollette del gas e dell’energia elettrica si abbattono come mannaie sui budget familiari; i beni di prima
necessità stanno diventando inaccessibili (per esempio secondo la Coldiretti dal grano al pane il prezzo
aumenta di 13 volte).
Sono tantissime le segnalazioni pervenuteci dai nostri colleghi circa la situazione in atto; in funzione di
quanto detto e in concomitanza con la domanda di mobilità del personale scolastico, il CNDDU chiede una maggiore flessibilità da parte del Ministero dell’Istruzione nell’accogliere le domande al fine di favorire il rientro dei docenti fuorisede nel proprio comune di riferimento. Dalla pandemia all’attuale fragilità economica del nostro sistema le difficoltà socio – affettivo – economiche stanno diventando pesantissime.
Attendiamo con fiducia un pacchetto di misure d’emergenza atte a contenere le gravi criticità rilevate.

Su Piazza Verdi concertare una soluzione con il Comune – l’intervento di Fipe Confcommercio Ferrara

“Limitare gli orari dei pubblici esercizi attorno a piazza Verdi non risolve certo il problema – spiega Matteo Musacci, presidente provinciale di Fipe Confcommercio Ferrara – perchè la maleducazione e l’inciviltà non si limitano comunque in questo modo. D’altronde continua – anche posizionare delle cancellate mi sembra non sia certamente risolutivo. Anzi chiudere un area sarebbe un passo indietro clamoroso peraltro a due settimane dalla conclusione dello stato d’emergenza sanitario (previsto il prossimo 31 marzo). Che senso avrebbe chiudere una zona non essendoci più un limite imposto alla capienza? Nessuno. Credo sia opportuno ricordare invece i sacrifici che in questi due anni (dal marzo del 2020) sono piovuti sulla testa dei colleghi dei pubblici esercizi che peraltro proprio in quell’area hanno investito, in momenti complessi e difficili, risorse di tasca propria per sostenere i costi della vigilanza privata”. 
Il presidente Musacci conclude: “La questione della salvaguardia del decoro in centro storico esiste e non va certo sottovalutata:  al contrario va affrontata in piazza Verdi – così come in altre zone – ritrovandosi con il Comune per concertare una soluzione razionale che salvaguardi sia i residenti che gli stessi pubblici esercizi operando dal punto di vista della prevenzione che con adeguati provvedimenti che garantiscano il rispetto delle norme.  Soluzioni affrettate e non condivise rischiano di non portare a nulla. Solo collaborando possiamo affrontare la cosa”.

Conflitto Ucraina, emergenza materie prime, Vertuani: “Necessaria più indipendenza nella produzione”

Continua il conflitto in Ucraina e con il passare dei giorni si fa sempre più preoccupante la situazione economica che sta coinvolgendo gran parte degli stati europei. L’attenzione, inizialmente puntata sui rincari di luce, gas e carburanti, oggi si focalizza anche sulle pesanti ripercussioni del sistema agroalimentare. A sottolineare quella che sta diventando una vera e propria emergenza è il presidente di Confagricoltura Ferrara Gianluca Vertuani.
“Vi sono situazioni – spiega – che stanno diventando piuttosto critiche, e che riguardano, in maniera trasversale, tutti i comparti dell’agricoltura. Alla base vi è il fatto che non siamo sufficientemente indipendenti e che dobbiamo attingere da altri paesi sia per quanto riguarda le fonti energetiche che per le materie prime. Il blocco delle importazioni da Ucraina e Russia, e le limitazioni dell’Ungheria, ci fanno capire quanto sia importante per l’Europa essere maggiormente autosufficiente nell’ambito delle coltivazioni cerealicole e in quello delle colture da semi oleosi.  Inoltre bisogna rivedere le normative comunitarie vigenti, facendo in modo che aumenti la produzione agricola e che il sistema agroalimentare rientri tra i destinatari dei provvedimenti allo studio per il caro energia. La metà del mais che entra nell’Unione europea, ad esempio, viene importata dall’Ucraina, lo scorso anno, di questi tempi, uscivano circa 3,5 milioni di tonnellate al mese, un anno dopo i movimenti sono totalmente bloccati.
Un’altra stangata per l’agricoltura – continua Vertuani – riguarda l’improvviso innalzamento dei prezzi dei fertilizzanti. L’iniziale aumento causato dal costo del gas ora sta continuando a lievitare, il tutto in un momento cruciale dell’anno agricolo. In questo periodo, infatti, si iniziano a seminare le colture primaverili e a concimare quelle piantante in autunno/inverno. Questo, unito ad un annata particolarmente siccitosa, che richiede l’intervento dell’irrigazione artificiale, porta a un deciso innalzamento dei costi che l’agricoltore si trova a sostenere e che, in un qualche modo, dovrà far ricadere sul prezzo di vendita. Oggi vi è grande preoccupazione anche per chi alleva bestiame in quanto la produzione di mangimi, non potendo contare sul mais dell’Ucraina e su quello dell’Ungheria, sarebbe limitata a un mese o poco più. Ora sarà necessario attivarsi rapidamente per ottenere le materie prime necessarie per la produzione di mangimi da altri paesi, quali Usa e Argentina; fallire in questo significherebbe costringere i grossi allevamenti all’abbattimento dei capi.
Infine – conclude il presidente di Confagricoltura Ferrara – ritengo fondamentale, come da tempo insistentemente proposto da Confagricoltura, il ricorso a sistemi di genome editing e cisgenesi, che possano permettere di studiare le tecniche di evoluzione assistita in campo agricolo. Si tratta di nuove biotecnologie che permettono di aumentare la produzione a parità di suolo utilizzato, il tutto rispettando la biodiversità e garantendo la sostenibilità ambientale. Ritenevo fondamentale l’utilizzo di queste tecniche già prima, in quanto sfamare la popolazione mondiale è una sfida di per sé difficilissima, oggi, visti gli scenari internazionali e la crisi energetica, penso sia una delle poche vie percorribili per produrre le materie prime di cui necessitiamo”.

Medico per i senza tetto, venerdì Agorà con Speranza, Letta e associazioni.

Bologna, 14 marzo – Venerdì 18 marzo, alle 16, si terrà l’Agorà online ‘Avrò cura di te’ (Medico di base per persone senza fissa dimora). Antonio Mumolo, consigliere regionale del Pd e presidente dell’associazione Avvocato di strada – che offre assistenza legale gratuita ai senza dimora e alle persone in stato di indigenza – ha organizzato questo incontro insieme a tante associazioni e alla presenza del ministro della Salute, Roberto Speranza, e del segretario del Pd, Enrico Letta, per “chiedere l’approvazione di una legge nazionale, che riconosca il diritto al medico di base alle persone senza fissa dimora” com’è avvenuto, prima tra tutte le regioni, In Emilia Romagna, con una legge proposta da Mumolo che è stata approvata a luglio del 2021. Una legge presa ad esempio dalla Regione Puglia e dalla Regione Piemonte. “Bisogna arrivare ad una legge nazionale, che tuteli le oltre 60mila persone senza dimora in Italia che oggi possono usufruire solo di prestazioni da pronto soccorso” sottolinea Mumolo che spiega che “il progetto di legge nazionale è appena stato presentato sia alla Camera dei Deputati (dal deputato Luca Rizzo Nervo) che al Senato (dalla senatrice Monica Cirinnà), ma ha bisogno del supporto di tanti per andare avanti”.
“Insieme – conclude Mumolo, invitando tutti a partecipare all’Agorà – possiamo riuscire a far approvare questa legge, per la tutela del diritto alla salute di tutti, perché è una legge di civiltà, perché riduce le disuguaglianze, perché è una legge giusta”. All’incontro parteciperanno le associazioni: Fnomceo; Fiopsd; Cittadinanzattiva; Emergency; Comunità Papa Giovanni XXIII; Cnca; Anpas; Alleanza contro la povertà; Caritas e Comunità S.Egidio. Sarà presente anche Leonardo Cecchi che ha lanciato una petizione su Change.org perché la legge diventi nazionale, sottoscritta finora da 11.507 persone.

Per partecipare all’Agorà occorre andare sul link https://decidim.agorademocratiche.it/…/f/68/meetings/638

cane tristezza vuoto

DIARIO IN PUBBLICO
Riflessioni involontarie

 

Mi gingillo con tanti lavori cominciati e solo pochi conclusi: Bassani, Canova, Paola Masino, Elsa Morante, mentre l’occhio ansioso non abbandona le immagini e i commenti che la tv propaga ad ogni ora del giorno e della notte.

Dall’inconscio affiorano le terribili immagini che da bambino mi hanno accompagnato come ossessione e incubo, legate alla presa di coscienza che quello era – ed è – il mondo che mi toccava vivere. Unica salvezza: rifugiarsi nell’immaginario che diventa Storia, come ha scritto e insegnato la grandissima Elsa [Qui].

Nel mio percorso (orrida parola che rimanda al percorzo ogni giorno recitato nei mezzi di comunicazione) umano e culturale ho imparato che l’immaginario è ciò che di più reale vi sia e ci sia imposto. Un reale che s’impone e che non lascia via di scampo, come ha scritto ed esemplato il mio Cesarito, Cesare Pavese [Qui].

Allora la divaricazione tra vissuto quale fonte dell’immaginario e la realtà si fa precisa, dura, implacabile. L’esempio che spesso ho portato in anni giovanili al mio psicanalista è che qualunque avvenimento più o meno clamoroso si ritorceva – e tuttora si ritorce – in immagini familiari, in vissuto.

Allora, guardando la tragedia dell’Ucraina, involontariamente l’inconscio riporta alla memoria i passi cadenzati dei soldati tedeschi, che alla fine della seconda guerra mondiale si spostavano al Nord, mentre noi tremavamo nel ridicolo rifugio che ci ospitava, appoggiato al muro della Villa delle Statue.

O la sensazione del dolore fisico, che si propaga dalle innumerevoli immagini degli ospedali ucraini, che mi fa ancora dolere l’estirpazione di una ghiandola sotto la gola eseguita da un medico militare a Riccione, o nell’ospedale sant’Anna di Ferrara semi-assediato in tempo di guerra il terrore di mio fratello e mio, condotti mano nella mano all’operazione di ernia, eseguita bruscamente e duramente. Unica consolazione le camicie da notte mia e di mio fratello, di felpa bianca con cagnolini azzurri.

Sarebbe allora pericoloso rifugiarsi nell’immaginario? Certamente sì se non si compisse l’operazione rischiosa ma necessaria di far divenire l’immaginazione realtà, non rifiutando il vissuto, ma partendo da quello.

Ogni volta che un peloso attraversa la mia esistenza, specie le mie due Lille, ecco che il vissuto proietta nello specchio dell’immaginazione la Pupa grassa e ringhiosa, il mite Tavi e anche quelli che avrei voluto, ma che non mi è stato possibile avere.

Così l’immagine tremenda del ragazzo ucraino che porta in spalla per chilometri un grande cane dice in modo angoscioso e irreversibile come gran parte degli umani sia indegna di trattenere rapporti con gli altri ‘animali’ che popolano il pianeta.

E la frase che stupidamente pronunciamo come offesa e ingiuria: “Ti comporti come un animale”, andrebbe rovesciata in quella ancor più mostruosa e offensiva: “ti comporti come un uomo”.

Esempio totale e assoluto l’osceno Putin.

Per leggere tutti gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

Aspettando la notte
…un racconto

Aspettando la notte
Un racconto di Carlo Tassi

Mangio per noia.
Il grasso della pancia è un peso che accetto con filosofia.
Il tempo fugge, mi frega, s’allontana.
Lo inseguo, goffo come sono, coi miei biscotti in bocca.
Resto indietro come previsto, il tempo vince sempre. Lui corre, io mangio… non c’è partita.
Forse è la luce. Troppa luce mi disturba, mi distrae, m’acceca.
Resta il pensiero, lui è mio amico e gli chiedo aiuto.
Alla fine siamo sempre io e lui a fare i conti col mondo.
Quale mondo? L’altro mondo? La fine del mondo?

Il mondo fuori da queste mura e il mondo dentro la mia testa, i conti non tornano mai.
E il tempo? Il tempo corre, io rifletto e resto indietro.
Fuori la gente passa, vive, muore, m’ignora, non esiste…

Io non esisto per la gente ma non m’importa, nella mia testa c’è una gran folla che m’aspetta.
Ma questa luce mi danneggia, mi confonde, mescola i pensieri, li corrode, li dissolve.
Così aspetto. Il tempo passa e io aspetto.
E finalmente arriva!
Arriva la sera, fresca e leggera. Mi culla e mi coccola un’ombra giovane e calma.
Apro gli occhi lentamente, il mio dolce mondo di tenebre è qui.
Liberato, fuoriuscito, sconfinato. Fluttuante di pensiero, senza il peso del giorno.
Ora posso vivere come voglio, andare dove voglio, parlare con chi voglio.
Almeno per un’altra notte ancora.

L’una di notte, seduto ad ascoltare una vecchia canzone.
L’oscurità circostante espande l’orizzonte.

E il tempo?
Il tempo s’è fermato ad ascoltare, anche lui come me.
Per un istante, io e il tempo riusciamo anche a guardarci, a salutarci, rigorosamente al buio.
Poi l’istante, per incanto, diventa come eterno.
E rivedo un ragazzo di quarant’anni fa canticchiare la mia stessa canzone.
È a casa dei genitori in via Belletti al numero sei, in una taverna rustica con un caminetto acceso.
Gli amici, gli amori, la scuola, le serate al campetto. Cuori selvaggi, ingenui, in sella ai motorini a far castelli di carta.
Meravigliosi castelli di carta dissolti dal tempo.

Il tempo appunto. Me n’ero quasi dimenticato.
Il tempo non s’è mai fermato, anche se per un po’ ci avevo creduto.
Ho cantato quella canzone per tutta la notte, o forse per tutta la vita, non lo so, il tempo corre.

Tra poco tornerà la luce e un nuovo giorno per continuare a invecchiare.
Non rimane che aspettare la prossima notte per ascoltare un’altra vecchia canzone assieme a quel ragazzo di quella casa in via Belletti al numero sei.

Bring On The Night (The Police, 1979)

Per visitare il sito di Carlo Tassi clicca [Qui]

LO STESSO GIORNO:
è morto Giangiacomo Feltrinelli

14 marzo 1972
è morto Giangiacomo Feltrinelli

É mattina quando ai piedi di un traliccio dell’alta tensione alla periferia di Milano viene trovato un corpo carbonizzato. Ad arrivare per primo sul posto dopo la chiamata è il giovane commissario di polizia Luigi Calabresi, conosciuto da tutti per le indagini sulla strage di Piazza Fontana. In una tasca del vestito da guerrigliero, parzialmente bruciato per l’esplosione, i documenti di Vincenzo Maggioni. Il corpo viene portato all’obitorio, subito i primi controlli, ma qualcosa non torna. Poco più di 24 ore, poi il riconoscimento, quello è Giangiacomo Feltrinelli.

Feltrinelli, Marchese di Gargnano, giovanissimo partigiano, fondatore dell’omonima casa editrice, intellettuale comunista e fondatore del Gruppo d’Azione Partigiana (GAP) è morto.

La morte è assurda, intrisa di domande senza risposta. La prima ricostruzione parla di un incidente. Durante il tentativo di piazzare un ordigno esplosivo fuori il traliccio dell’ENEL per sabotare il congresso del PCI un innesco sbagliato avrebbe causato la morte dell’intellettuale. A supporto di questa tesi nelle tasche tre mazzi di chiavi, di altrettanti covi di brigatisti.

Qualcosa non convince.
Perché Feltrinelli, fondatore del GAP che credeva nella guerriglia stile ‘Che Guevara’ avrebbe aderito alle linee delle BR che non aveva mai supportato?
Com’è possibile che i brigatisti, tanto attenti all’estrema segretezza dei propri covi di carcerazione dei quali manco i capi conoscevano tutte le posizioni avrebbero lasciato tutto il mano a un solo uomo?
In più Feltrinelli, che dal ’69 si era rifugiato in clandestinità in Austria per sfuggire alla morsa dei servizi segreti, non avrebbe avuto motivo di correre un tale rischio compiendo un gesto così imprudente.

Da subito questi e altri dubbi vengono sollevati da tanti, tra cui intellettuali e nomi importanti della scena. Eugenio Scalfari e Camilla Cederna sono i primi a scrivere senza paura sul manifesto che Feltrinelli era stato assassinato. L’ipotesi è che l’editore sia stato aggredito e successivamente fatto esplodere per depistare le indagini. Alla luce di questi dubbi la domanda è solo una: chi lo voleva morto?
In molti nel tempo hanno definito Feltrinelli un ‘uomo (politicamente) scomodo’, tanto che l’intelligence di diversi paesi lo tenevano sotto stretto controllo. Dai servizi segreti italiani alla CIA fino a quelli Israeliani, il Mossad. Proprio su questi ultimi si accendono i riflettori. Feltrinelli, forte simpatizzante (e segretamente finanziatore) dell‘Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) aveva conosciuto personalmente alcuni importanti membri della stessa, e per questo era entrato nel mirino dei servizi segreti israeliani.
“A uccidermi sarà il Mossad”, disse una volta all’ex partigiano e amico Giambattista Lazagna.
In quegli anni il Mossad, con una base proprio a Milano, era attivissimo in Italia, con attività che comprendevano anche il killing. Ne è un esempio l’omicidio proprio nel ’72 dell’intellettuale palestinese  Zwaiter Abdel Wail.
Il caso viene comunque archiviato, i colpevoli mai trovati.

Nel 2012 nuovi processi fanno emerge importanti prove che riporteranno in auge la tesi dell’omicidio.
Il magistrato Guido Viola che allora giovanissimo condusse le indagini consegna una pesante rivelazione: i carabinieri fecero pressioni sull’allora procuratore generale di Milano, Enrico De Peppo, perché il primo magistrato Bevere incaricato di indagare sulla morte di Feltrinelli fosse sostituito perché “troppo di sinistra”.
Il coinvolgimento di Stato, carabinieri o servizi segreti è sempre più sicuro.
Il Corriere della sera per primo lo scrive, citando una perizia ignorata dalla magistratura firmata dai medici legali, i quali rivelano che alcune delle lesioni riscontrate sul cadavere di Giangiacomo Feltrinelli non possano e non devono essere ascritte ad esplosione”.
Le ferite “sfalsate nel tempo” lasciano poco spazio all’interpretazione, riconducono con certezza a un pestaggio.

La rilettura dei nuovi documenti non fu sufficiente secondo la magistratura,  l’inchiesta non fu riaperta. La morte di Feltrinelli rimane una pagina nera nella nostra storia non ancora conclusa. Come sui casi di Piazza Fontana o di Ustica, anche sull’omicidio dell’editore una cosa è chiara: lo Stato risulta in qualche modo coinvolto.

Sarà la terza moglie Inge Schonthal pochi mesi prima della morte, nel 2018, a dichiarare:
“La morte di mio marito fu un omicidio politico: Giangiacomo sapeva di Gladio. Era un uomo scomodo. Troppo scomodo, troppo libero, troppo ricco; troppo tutto. Era tenuto d’occhio da cinque servizi segreti, inclusi Mossad e Cia. E ovviamente quelli italiani. Forse sono stati loro. Lui sapeva di Gladio e dei loro depositi di esplosivi. Temeva un golpe di destra; e non era una paura immaginaria”.

Cover: L’ultima carta d’identità falsa di Giangiacomo Feltrinelli / Vincenzo Maggioni.

Tutti i lunedì, per non perdere la memoria, seguite la rubrica di Filippo Mellara Lo stesso giorno. Tutte le precedenti uscite [Qui]

Lo Zar teme le libertà e l’Occidente gioca a Risiko:
il disarmo globale è l’unica realpolitik possibile

 

Non so dire quanto sia mortificante scrivere di una guerra comodamente seduto nel tepore della propria casa. E’ un esercizio quasi spudorato, perchè davanti ai nostri occhi non c’è un plastico con le basi missilistiche di latta, gli aerei e i soldatini con le divise dipinte, ma ci sono esseri umani come me, come te, come tua figlia, che dormono al freddo sotto i tubi arrugginiti di un capannone, mentre le loro case vengono bombardate da altri esseri umani – e questa è la tragedia supplementare, che non sono bestie quelli che fanno il male, perché le bestie non sono e non saranno mai così malvage da ammazzare i loro simili per una Patria, per una Nazione, per un Regno. Costruzioni mentali prettamente umane: noi non difendiamo un territorio pisciandoci attorno, noi distruggiamo l’umanità per trionfare vittoriosi, e soli.

L’unica arma è spegnere la tv (che crea inutile angoscia, oltre a riprodurre virtualmente la logica bellica, arruolando gli opinionisti tra le fila dei proputin o controputin) e leggere chi indaga e ragiona, cercando di spiegare le origini di tanto male.

Particolarmente inquietante è l’opinione di Fabio Mini, non un passante, bensì ex Generale di Corpo d’Armata dell’Esercito Italiano, già Capo di Stato Maggiore del Comando NATO del Sud Europa e pluridecorato comandante della missione internazionale in Kosovo. Pur avendo un curriculum atlantista inattaccabile, Mini attualmente non passa sui media mainstream nostrani, impegnati a costruire una narrazione antirussa che genera mostri culturali, tipo la cancellazione di Dostojevskji.

In una recente intervista (di cui potrete leggere ampio resoconto domani sul nostro giornale) l’ex generale afferma che la NATO non ha sottovalutato la reazione russa, ma viceversa ha fatto di tutto per sollecitarla, armando gli Stati confinanti con l’Ucraina, in particolare la Polonia, e influenzando pesantemente le dinamiche politiche in Ucraina in funzione antirussa.
Secondo lui, mandare armi in Ucraina non farebbe che rendere più sanguinoso e pericoloso il conflitto. Alla domanda su cosa dovrebbe fare l’Europa, la risposta è tranchant: “Negoziare, finirla con il pensiero unico e la propaganda, aiutare l’Ucraina a ritrovare la ragione e la Russia ad uscire dal tunnel della sindrome da accerchiamento non con le chiacchiere ma con atti concreti. E quando la crisi sarà superata, sperando di essere ancora vivi, Italia ed Europa dovranno impegnarsi seriamente a conquistare quella autonomia, dignità e indipendenza strategica che garantisca la sicurezza europea a prescindere dagli interessi altrui.”

Diverso, anche per estrazione accademica, è l’approccio analitico del criminologo Federico Varese, nostro concittadino che ha fatto ‘fortuna’ nel Regno Unito grazie al suo talento di studioso delle mafie, tra cui la mafia russa. Il suo punto di vista non è mai banale: come quando leggi le sfumature dell’animo umano descritte da un abile narratore, nel suo argomentare trovi quell’elemento obliquo capace di aprirti una prospettiva che non cogli nelle fredde, ciniche retrospettive storiche di molti altri esperti.

In questa sua intervista (qui), apparsa di recente su La Voce di New York, Federico ipotizza che l’elemento che ha mosso Vladimir Putin verso la sciagurata e criminale decisione di invadere l’Ucraina non sia da ricercare tanto o solo, come sostengono molti (tra i quali l’appena citato generale Mini), nella minaccia (percepita o reale) dell’accerchiamento ad opera di una NATO sempre più vicina, attraverso i Paesi ad essa progressivamente aderenti, ai confini russi. Questa ricostruzione, preferita dagli studiosi che colpevolizzano le mosse dell’alleanza difensiva occidentale, rendendole concausa della precipitazione degli eventi, si concentra sulle iniziative dei governi, dei potenti, dei vertici. Sono personalmente persuaso che questa ricostruzione contenga elementi di verità, ma essa guarda solo alle decisioni assunte da chi detiene le leve del potere, conferendo preminente importanza alla capacità di manipolare i popoli.
L’interpretazione di Federico Varese esamina le cause da una prospettiva diversa. Putin non era tanto preoccupato dell’adesione alla NATO di paesi limitrofi, quanto del fatto che in alcuni di questi paesi – segnatamente la Georgia e l’Ucraina – si fosse sviluppata una dinamica democratica, costellata di molte fragilità, battute d’arresto e pesanti contraddizioni, ma comunque espressione di istanze provenienti da una parte della popolazione; e che questo processo potesse scatenare un ‘effetto domino’, una saldatura tra questi moti e le istanze provenienti da una parte della popolazione russa.

Quando si parla di “processo democratico” in Ucraina, o in Georgia, non è probabilmente corretto leggerlo in astratto, con le nostre lenti di ‘democratici atlantici’. Se lo facciamo, concludiamo ben presto che in Ucraina non c’è una democrazia, ma c’è una guerra civile che dura da almeno otto anni; che non può essere definito democratico uno stato che vanta tra le file ufficiali del suo esercito il battaglione Azov, infestato da neonazisti. Le contraddizioni sono battute d’arresto (anche tragiche, anche sanguinose) dentro un faticoso percorso di affermazione della volontà popolare attraverso gli strumenti della democrazia rappresentativa, strumenti che non appartengono alla tradizione di un paese come l’Ucraina.

Eppure, se leggessimo certi eventi nostrani unendone i punti per ricavarne una (sinistra) trama, nemmeno l’Italia potrebbe essere considerata una nazione pienamente democratica: lo storico che ricostruisse i nostri anni post bellici fino alla caduta del muro di Berlino troverebbe Gladio, le stragi di Stato, la Loggia P2, le cellule neofasciste utilizzate come braccio stragista di una “strategia della tensione” orchestrata anche dai nostri servizi di intelligence. Quello storico faticherebbe a non ammettere che anche la nostra dinamica democratica sia stata gravemente condizionata dall’ ombrello della NATO. Per un lungo periodo l’Italia è stato un paese a sovranità limitata; l’analisi del contesto internazionale che portò Berlinguer, nel 1973, a partorire l’idea del “compromesso storico” è lì a dimostrarlo. E tuttavia, potremmo da questo tragico filotto di eventi trarre la conclusione assoluta che l’Italia non è uno stato democratico?

Ecco, riflettendo meglio, forse sono proprio le lenti che dovremmo indossare, da democratici mediterranei più che atlantici, che potrebbero aiutarci a leggere la guerra in Ucraina con quella acutezza laterale che ritrovo in Federico Varese. Se l’Italia, invece di Berlinguer e Moro (politici dotati di un altissimo senso della responsabilità) avesse avuto uno Zelensky (personaggio di tutt’altra statura), cosa sarebbe potuto accadere al nostro paese, già martoriato da decine di tragici attentati?

L’Italia aveva il più grande partito comunista d’Europa, ed è innegabile che attraverso questo veicolo le istanze delle classi subalterne stessero raggiungendo il livello più alto della rappresentanza. Da cosa era spaventato il potere atlantico? Dal fatto che il Patto di Varsavia potesse estendersi all’Italia o dal fatto che la classe subalterna potesse salire al potere attraverso il suo principale strumento di partecipazione democratica?
Nel 1976 Enrico Berlinguer azzerò ogni possibilità di equivoco, affermando che si sentiva più tranquillo sotto l’ombrello della Nato, ma aggiunse subito: “Di là, all’Est, forse, vorrebbero che noi costruissimo il socialismo come piace a loro. Ma di qua, all’Ovest, alcuni non vorrebbero neppure lasciarci cominciare a farlo, anche nella libertà.”.

Anche lo storico Marcello Flores, in un articolo apparso sulla rivista Il Mulino (qui) afferma che il pericolo che avverte Putin non va letto con le lenti della Guerra Fredda: “Il «pericolo», tuttavia esiste, ma è un pericolo politico che Putin non può tollerare: quello di avere ai propri confini Stati che stanno – con fatica, lentezza e contraddizioni – camminando verso la democrazia e la libertà. Un pericolo di contagio democratico, questo è il motivo della faccia feroce che Putin da anni sta facendo sui suoi confini orientali, dietro la scusa della «minaccia» della Nato e dell’allargamento dell’Unione europea.”

Secondo Flores, Putin teme più di ogni altra cosa la democrazia, il libero dibattito, lo sviluppo di una opposizione interna, la libera informazione.
Lo dimostrano i fatti che elenca in successione: “Il rafforzamento della repressione in Cecenia, la guerra contro la Georgia per l’Ossezia del Sud nel 2008, la costruzione di una dittatura sempre più forte all’interno, segnata dalle uccisioni di Anna Politkovskaja nel 2006, di Boris Nemtsov nel 2015, dal tentativo di omicidio e dall’incarcerazione di Aleksej Naval’nyj nel 2020-21, dalla messa fuori legge di Memorial, non ha spinto a vedere nella strategia di Putin un mutamento profondo rispetto sia agli anni della Guerra fredda che al decennio dopo di essa..

Particolarmente inquietante sotto questo aspetto appare la “dichiarazione congiunta” Russia-Cina del febbraio scorso, in cui (scrive sempre Flores) si teorizza l’ “inizio di una «nuova era» in cui non è più determinante la “democrazia dell’occidente” ma ogni nazione possa scegliersi le «forme e metodi di attuazione alla democrazia che meglio si adattano al loro stato»”.
Se gli Stati Uniti possono essere accusati di avere esportato la “democrazia liberale” a suon di bombe o colpi di stato, Russia e Cina teorizzano ora una “democrazia non democratica”, su misura della nazione imperiale di turno (a tal proposito dovrebbe destare molta preoccupazione il destino di Taiwan).

L’originalità dell’analisi di Fabio Mini (oltre che dal fatto di provenire da un ex generale di primo piano nello scacchiere NATO) risiede nel sollevare il velo d’ipocrisia filoatlantica che imperversa sui principali media: se Putin è un criminale (e non da oggi), chi ha bombardato Belgrado per settanta giorni per ‘difendere’ il Kosovo autoproclamatosi indipendente (cioè la NATO) lo è stato altrettanto.
Mi limito ad un esempio geograficamente vicino per non allargare il campo alle innumerevoli guerre di “difesa” o “instaurazione forzosa” della democrazia combattute nel mondo dall’Alleanza Atlantica. Aggiungo che, mentre Ucraina e Russia condividono un vasto confine, la distanza tra Washington e Pristina è di circa settemila chilometri …

La peculiarità delle argomentazioni di Varese e Flores sta nella sottolineatura di quanto le spinte libertarie che provengono dal basso siano percepite come il massimo dei pericoli per una tirannide o un regime totalitario; che quindi l’aggregazione libera e democratica delle persone conta eccome, quando invece una narrazione cinica sembra attribuire valore, per le sorti del mondo, solo ai comportamenti delle elites economiche e militari. Che quindi il popolo non è solamente una massa indistinta di persone che possono essere manipolate, ma può essere ancora il motore dei cambiamenti.

Varese e Flores gettano una luce sul terrore del tiranno per le istanze di libertà.
Mini illumina con un faro di pragmatismo la situazione russo-ucraina, suggerendo una dose di sano realismo per evitare l’allargarsi del conflitto.

Un tempo si chiamava realpolitik. Non è azzardato affermare che l’avvento degli armamenti nucleari ha costituito una cesura tra la guerra novecentesca e la guerra del futuro. La guerra del futuro non solo non ha vincitori né vinti, soprattutto tra i popoli. Ma potrebbe non avere più il genere umano, per come lo conosciamo, a ricostruirne storicamente genesi e svolgimento, nelle generazioni a venire.

Mentre i ministri dell’Europa (nano politico-diplomatico) si fanno deliberare un aumento delle spese militari, non è paradossale affermare che il concetto di realpolitik adesso è traslato verso un’idea che cinquant’anni fa veniva tacciata di utopia e tuttora viene considerata da molti stupido idealismo: l’idea di un pianeta disarmato, che ha bandito l’ipotesi stessa della guerra. Che ha maturato il tabù della guerra. E’ questo il più elevato livello di realpolitik al quale l’umanità dovrebbe ormai guardare: se non per convinzione, per necessità.

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Redazione

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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