Giorno: 16 Marzo 2022

bottiglie vetro riuso

Perchè il nostro impegno per il riciclo e il riuso è un atto politico

E’ chiaro a tutti che l’emergenza globale determinata dai cambiamenti climatici rappresenta il problema con cui tutti i Paesi a livello mondiale, in maggiore o in minor misura, stanno facendo i conti e li dovranno fare sempre più negli anni a venire.
La produzione di gas climalteranti, come la CO2 in primis, ma anche come il metano, il biossido d’azoto e altri derivati dalla combustione delle fonti fossili ai fini della produzione energetica, sono la causa principale del riscaldamento del pianeta.
La società capitalista e il modello liberista, che hanno preso il sopravvento ormai in tutti i Paesi, si fondano sullo sviluppo senza limiti del consumismo produttivista di una parte della popolazione, quella più ricca(cioè anche noi), e sullo sfruttamento delle popolazioni più povere e delle risorse naturali (acqua, aria, estrazione di minerali, distruzione di foreste, cancellazione di forme vegetali e animali con perdita di biodiversità ecc..).
La produzione di beni semplici e complessi, la trasformazione dei prodotti, la movimentazione delle merci e tutte le fasi, fino al consumatore finale, esigono un dispendio di energia enorme, un’altrettanto enorme disponibilità di risorse naturali e danno luogo a grandi sprechi sia di energia che di risorse. Tutto questo viene ottenuto attraverso forme di sfruttamento del lavoro e delle persone che si pensavano inimmaginabili in società avanzate e ‘civilizzate’ come i Paesi occidentali. Per non parlare delle condizioni “sotto il livello di sopravvivenza” in cui sono costretti i popoli di quelli che amiamo chiamare “Paesi in via di sviluppo”.
Sappiamo bene ormai, e da più di mezzo secolo, che le risorse del nostro pianeta sono ‘finite’, non infinite e inesauribili. Sappiamo anche che la velocità di consumo e di spreco delle stesse sembra diventata  inarrestabile. Eppure, sotto il dominio della finanza e del mercato, e con il silenzio assenso dei capi di governo, il motore consumista continua a girare a pieno regime.
La prima conseguenza del consumismo, quella che è davanti agli occhi di tutti, è l’incredibile produzione di rifiuti. Rifiuti che, per essere smaltiti, non solo richiedono un’altra grande quantità di energia, ma che provocano ulteriori forme di inquinamento delle risorse naturali e la  devastazione di aree e territori.
Si può fare qualcosa? Si può rompere la catena di questo circolo vizioso?
Forse sì. Almeno un piccola cosa, che possiamo fare tutti: allungare il più possibile la durata di vita di ogni bene prodotto (riuso) e impiegare qualsiasi bene-rifiuto quale risorsa per un nuovo processo (riciclo) e utilizzo.
Ogni volta che riutilizziamo qualcosa, stiamo risparmiando risorse naturali, evitiamo la produzione di beni inutili e ulteriori rifiuti, risparmiamo energia, evitando la produzione di gas climalteranti.
Se mi dite che è poco davanti a un sistema economico che sarebbe da ribaltare da cima a fondo, rispondo che – aspettando la rivoluzione e il sol dell’avvenir – l’impegno per il riciclo e riuso è comunque un atto politico. Una atto consapevole di rifiuto di una società che sfrutta persone, animali, beni comuni e minaccia la sopravvivenza del pianeta Terra.

Right place, right time

Parlare di “posto giusto al momento giusto” in quest’epoca è un azzardo: il mondo a cui eravamo abituati si sta sgretolando a una velocità improvvisa, ed è difficile vivere la quotidianità con la stessa leggerezza di qualche anno fa.

Tuttavia, ho trovato un po’ di conforto nella semplicità e nell’immediatezza di Right Place Right Time, ultimo singolo degli Stereophonics. Si tratta di un’autobiografia soul-pop del cantante e compositore Kelly Jones, la cui voce scartavetrata si mette al servizio di una melodia dall’andamento cadenzato e avvolgente. Al di là del testo, la formula è più o meno la stessa della famosissima Maybe Tomorrow (2001) e di altre ballate della band gallese.

Forse, è proprio quest’affinità con Maybe Tomorrow – e quindi l’irriducibilità stilistica degli Stereophonics – a rassicurarmi: nonostante il mondo stia cambiando drasticamente, la musica che ho imparato ad amare da adolescente è ancora qui ad alimentare le mie illusioni e i miei ricordi, esattamente come vent’anni fa. Persino il video è un déjà vu di quel periodo, con lo stesso Kelly Jones nei panni dell’innamorato Andrew Lincoln in Love Actually (2003).

Insomma, in un momento in cui il futuro è sempre più sfocato e inafferrabile, possiamo pur sempre aggrapparci alla spiritualità delle nostre comfort zone musicali. Quello sì che è il posto giusto al momento giusto: un luogo in cui disconnetterci, almeno per un po’, dall’attuale flusso di notizie.

Marco-Bechis

Marco Bechis: “La solitudine del sovversivo”
Storia di un sopravvissuto al carcere argentino

 

C’ero anch’io ad ascoltare Marco Bechis [Qui] alla Sala Estense lunedì 7 marzo, intervenuto a presentare per la rassegna Esercizi di memoria il suo recente La solitudine del sovversivo, il libro uscito nella primavera del 2021, in cui egli racconta la sua storia personale di sopravvissuto alla detenzione in un carcere argentino nel 1977 e insieme la dittatura militare a Buenos Aires e la piaga dei desaparecidos.

Ero insieme a un centinaio di studenti del Liceo Ariosto e alle docenti che li hanno coadiuvati nell’organizzazione dell’incontro, ad altri colleghi della scuola (alcuni in pensione come me) venuti per interesse verso un evento come questo. Risucchiata dentro alle attività del progetto di lettura che ho contribuito a fondare nel 2003 al Liceo e a cui ho lavorato fino alla pensione nel 2020.

Il progetto si chiama Galeotto fu il libro e Galeotti si chiamano tutti coloro che vi partecipano, gli studenti che scelgono di iscriversi al gruppo di lettura e i docenti di alcuni dipartimenti di materia, non solo insegnanti di Lettere. Perché ho dovuto ripercorrere il perimetro di questa attività che non ho mai lasciato e da cui sono stata letteralmente conquistata anche lo scorso lunedì?

Perché ancora una volta ho provato uno straordinario senso di inclusione. Me l’hanno fatta sentire le colleghe e amiche, che mi hanno accolta come se fossi ancora dentro la scuola e lavorassimo ancora insieme.

garage olimpoMe l’hanno accordata subito le ragazze rimaste a pranzo con noi insegnanti e il nostro ospite: davanti a un piatto di cappellacci con la zucca e tra un commento e l’altro all’incontro appena finito, tra una domanda a Bechis su cosa sta preparando ora, se libro o film (risposta: “un film”) e il progetto di incontrarci di nuovo per vedere insieme il suo Garage Olimpo del 1999.

 

la solitudine del sovversivoChiara mi presta la sua copia di La solitudine del sovversivo; è un libro che ho letto solo per le pagine iniziali e avere ascoltato la conversazione dei ragazzi con l’autore mi spinge ulteriormente a conoscerlo. Sempre Chiara non riesce a prestarmi il canovaccio con le domande preparate per oggi, perché deve consultarle se vuole scrivere sul suo blog il resoconto di questa giornata.

Ci scambiamo i numeri di cellulare e al mio rientro a casa trovo il suo whatsapp con il link del blog; in risposta le invio un mio Di Mercoledì risalente all’estate scorsa, che ho dedicato a Fabio Genovesi e al suo Il calamaro gigante [Qui].

Genovesi verrà a scuola la prossima settimana e Chiara, che ha letto il libro, partecipa anche a questo gruppo di lavoro. In quell’occasione potrò restituirle il libro di Bechis. Domani intanto potrò leggere sulla stampa locale l’articolo scritto sull’incontro di oggi dalle giovani giornaliste galeotte.

Che dire di un rapporto così? Della lunghezza d’onda comune ritrovata nel giro di una tarda mattinata e di un pranzo? Della facilità con cui si conversa a tavola, della tenerina al cioccolato mangiata a metà con Bechis, mentre ancora gli chiediamo dei suoi lavori e personalmente dico che sento l’urgenza di leggere il suo libro nei prossimi giorni, mentre ancora ho chiaro in mente il suo volto, le inflessioni della voce e la generosità con cui ha dato risposte dirette alle domande incalzanti dei ragazzi.

Ho finito poco fa di leggerlo. È un libro di grande qualità narrativa ma soprattutto è un libro-specchio, in cui chi ha scritto ha voluto con onestà totale porsi davanti a se stesso. Per una rivisitazione analitica e insieme sintetica degli ultimi quaranta e oltre anni di vita, per un senso che si rende ancora possibile afferrare e restituire alla parabola del vissuto.

Tra il vuoto del dopo-prigionia e i pieni della vita come uomo e come padre, come regista e scrittore da una parte, come cittadino dall’altra. Cittadino del mondo: Bechis è uno che non può esistere senza viaggiare, uno che ritiene arcaico il concetto di identità nazionale e si è fatto la propria con le abitudini e i tratti culturali che ha metabolizzato in una moltitudine di paesaggi e di paesi, alloggi comunitari e case, in cui ha vissuto e vive con le persone care.

Il suo libro costituisce un atto artistico e un atto politico; come è stato per i film che ha girato, anche la scrittura lo ha aiutato a uscire dal “carcere mentale” in cui è vissuto dopo la liberazione dalla prigione sotterranea al Club Atletico di Buenos Aires nel 1977, quando aveva poco più di vent’anni.

Le esperienze artistiche sono cominciate un anno dopo il rientro a Milano: Bechis si sposta a Parigi per un servizio fotografico nei caffè cittadini del primo ‘900 e in quella occasione comprende quanto rigore e intransigenza occorrano per costruire un’opera d’arte, quanto l’opera  debba coincidere con la vita.

Alla pagina 215 del libro leggo le riflessioni di allora “L’arte non può fare a meno della politica, sto iniziando a coniare una mia personale maniera di fare arte e quindi politica, l’azione artistica è intrinsecamente politica, altrimenti non è.”

Il suo è un libro non solo sulla memoria come esercizio introspettivo e di bilancio sul passato individuale e collettivo, ma anche come intersecazione col presente e col futuro. Come le domande degli studenti lo hanno indotto a spiegare, è un libro sull’essere eroi e traditori al tempo stesso, sul senso di colpa dei sopravvissuti alle torture dei militari argentini, sul vuoto incolmabile che è scavato dentro.

Il vuoto che la giustizia dei tribunali non ha colmato nel lungo dibattimento conclusosi a Buenos Aires nel 2010 con severe condanne ai diciassette aguzzini ancora in vita, ritenuti rei di crimini contro l’umanità.

Il loro è stato per tutta la durata del processo un “silenzio violento”: nessuno di loro ha confessato alcunché, non i nomi dei torturati, non il luogo delle sepolture, non le circostanze dei voli della morte per gettare i prigionieri nell’oceano.

figli/hijosNon le famiglie dove vivono i bambini strappati appena nati alle giovani madri poi fatte scomparire, come Bechis ha raccontato nel film Figli/Hijos del 2001. Senza dare la possibilità alle madri di elaborare una assenza che le ha segnate per sempre.

Tutto questo è incredibile che possa stare dentro una sola persona, la stessa che a tavola conversa con bonomia e ha la leggerezza di assaggiare una piatto nuovo col sorriso e di voler vedere la Rotonda Foschini, che sa essere insieme al Teatro comunale uno dei gioielli di Ferrara.

La stessa che, facendo precisi riferimenti alla guerra in atto in Ucraina, ha richiamato i ragazzi ai valori fondamentale del rispetto e della libertà, che li ha spinti a esercitare il diritto al voto appena avranno diciott’anni, che li ha esortati non a sperare e basta ma a domandarsi “cosa posso fare”?

Alla domanda “Lei come vede la nostra generazione?” ha risposto senza esitazioni e senza alcuna ombra di protagonismo “Avete un compito difficilissimo in un mondo come questo in cui tutto è più invisibile”.

Nota biblio/filmografica:

  • Marco Bechis, La solitudine del sovversivo, Ugo Guanda Editore, 2021
  • Marco Bechis, Figli/Hijos, 2001  (Italia, Argentina)
  • Marco Bechis, Garage Olimpo, 1999 (Italia)

In copertina: il regista Marco Bechis, Ph Marie Hippenmeyer

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica di Mercoledì, clicca [Qui]

biglietto pacifista stracciato

La pace non si straccia

 

L’immagine di questa settimana non è una sola, ce ne sono molte altre da mostrarvi. Perché, in questo caso, vanno fatte vedere, e più ce ne sono, più fiducia potremo avere nel futuro. Si tratta di volantini sparsi e incollati un po’ ovunque, per la città di San Pietroburgo, la città considerata ancora oggi il centro culturale di tutta la Russia. Le sue mostre, dalle icone ortodosse alle opere di Kandinsky, l’opera e il balletto, il famoso Teatro Mariinsky con i suoi spettacoli, le tante iniziative culturali lo stanno a dimostrare.

traduzione: Pace e bene (un saluto dai francescani)

Sì, perché la Russia è anche cultura, e non dobbiamo dimenticarlo, soprattutto di questi tempi. Queste foto sono state pubblicate su facebook da una cara amica (naturalmente non farò il suo nome), conosciuta proprio durante un incontro culturale gemellato con la Russia. Lei è russa di San Pietroburgo, traduttrice dal russo all’italiano. Un ragazza giovane e bella che non ha mai visto la guerra. Passeggiando per la città, ha fotografato questi biglietti, attaccati sui muri, dai pacifisti russi.  Aveva manifestato per la pace. Ora è scappata in Serbia. Molti suoi amici stanno ancora manifestando in piazza, rischiando multe salate e l’arresto da parte della polizia russa. Rischiando botte e abusi di potere ogni giorno.

traduzione: Fin tanto che siamo lontani da spari e medaglie, ricordate che Dio è amore

Lei è amica dell’Italia e soprattutto dell’Ucraina. Proprio con una sua cara amica ucraina, aveva pensato che questa primavera, sarebbe stato il momento giusto per partire e fare il cammino di Santiago. Dopo una pandemia è quello che sognano molti giovani; un viaggio che possa rimanerti dentro per la vita e scacciare via le paure, ricominciare a vivere. Invece il suo viaggio è stato verso la Serbia per mettersi al sicuro. Mentre l’amica è dovuta rimanere a Kiev, intraprendendo tutt’altro viaggio nell’orrore. Dalla Serbia scrive ancora, dice che alcuni volantini sono stati stracciati; come molte parole che la diplomazia internazionale cerca di mettere in campo.

Dalla Serbia, lei mi manda traduzioni, le poesie ucraine della sua amica di Kiev. Vuole conoscere e far conoscere, che ci sono tante Russie e tante Ucraine. Mi dice della sua preoccupazione per i suoi cari amici, che si nascondono nelle metropolitane di Charkiv, e non sa quando potrà rivedere. E di un’altra amica, maestra elementare a Kiev, che sfida la guerra continuando a fare lezione ai suoi bambini.

traduzione: Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio

Questi biglietti parlano. Parlano di una generazione di giovani russi che è contraria a questa guerra indecente; nuove generazioni che si sentono parte di un mondo intero e non di una sola nazione. E anche se nel 2022 le guerre imperversano ancora, non solo in Ucraina, ma in molte parti del globo: c’è ancora speranza nel futuro, c’è ancora il nuovo e il bello,  per creare invece di distruggere. Un mondo giovane che combatte senza imbracciare le armi, ma solo le parole. Sarà poco, ma Gandhi, sicuramente, avrebbe sorriso.

 

 

 

 

 

 

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