Giorno: 24 Marzo 2022

“Contro Ventotene”:
ma la capriola storica del prof. Somma sbaglia il bersaglio

 

Alessandro Somma, del quale ho avuto modo di apprezzare l’impegno di studioso e cittadino durante la permanenza ferrarese, presenta a Ferrara (il 25 marzo presso la libreria IBS, Ndr) un suo libro dal titolo ributtante “Contro Ventotene. Cavallo di Troia dell’Europa neoliberale”. Lo fa in dialogo con un amico, che pure stimo.

L’inizio della prefazione è promettente “Per uno studioso la messa in discussione dei miti, e al limite la loro demolizione, è un imperativo categorico: è così che il sapere avanza, resistendo alla forza attrattiva dell’immobilismo intellettuale e offrendo nuovi materiali sui quali esercitare lo spirito critico e il culto del dubbio”. È opera particolarmente necessaria giacché “Il solo tentativo di gettare uno sguardo meno osannante su quella vicenda, se non mira semplicemente a chiarire i punti oscuri del Manifesto al fine di metterne a fuoco la valenza di testo sacro del pensiero federalista, identifica invece lo sparuto gruppo dei cattivi nazionalisti o peggio sovranisti.

“Sparuto gruppo”, verrebbe da aggiungere,  con sfumature dal grigio al nero, al governo nella nostra città e in testa in tutti i sondaggi di intenzione di voto, in Italia.
Apprendiamo che all’autore non bastano le critiche da sinistra, esemplificate da un simpatico romanzo “La macchina del vento”, perché “Da queste critiche non discende però una condanna dell’europeismo in quanto tale, bensì della sua declinazione attuale, ovvero della sua complementarità rispetto al progetto neoliberale”. Per polemizzare con la deprecata conversione al neoliberismo della sinistra storica non trova di meglio che prendersela con il Manifesto, che sarebbe altrimenti già dimenticato, oltre che con la personalità confusa e irrisolta di Spinelli.

Prosegue Somma: “Non è dunque un caso se il Manifesto di Ventotene, dopo una iniziale limitata circolazione, è sostanzialmente caduto nell’oblio in Italia e soprattutto negli altri Paesi europei. Se da noi è stato riscoperto in tempi relativamente recenti, è solo perché la sinistra storica se ne è servita per confezionare retoriche buone a spargere una cortina fumogena sulla sua imbarazzante conversione al neoliberalismo. Se così non fosse stato, Spinelli sarebbe ora ricordato semplicemente come personalità confusa e irrisolta, o più probabilmente lo si sarebbe dimenticato”.

In numerosi saggi, in lunghe interviste sul web, Somma ha anticipato i contenuti del libro. Le critiche a cosa è divenuta l’UE sono motivate e spesso condivisibili. Al centro è però l’idea che il ring più opportuno, nel quale condurre il conflitto redistributivo tendente alla giustizia sociale, sia lo stato nazionale sovrano. Sovrano all’interno e pure all’esterno, nei limiti previsti dall’art.11, che non autorizza cessioni di sovranità, ma solo limitazioni. Niente Europa dunque e men che meno federale, salvo si dimostri che in quel ring, da costruire, i lavoratori avrebbero maggiori opportunità e tutele.

Trovo singolare, per non dire altro, l’idea che al potere sovrastante dei mercati possano meglio rispondere Stati nazionali e non la loro unità federale, questa sì da costruire.

Ricordo spesso Lelio Basso che, mezzo secolo fa annota: “nonostante Marx avesse lanciato il famoso appello ‘proletari di tutti i paesi unitevi’ i proletari se ne sono dimenticati, e i capitalisti se ne sono ricordati”. Così “La democrazia appare sotto assedio. Un pugno di manager di immense multinazionali fa e disfa quello che vuole. Gli altri miliardi di uomini sono complici o schiavi. Se si rifiutano, nella migliore delle ipotesi, sono emarginati e non contano niente”.

Colpa di Ventotene? Consiglio la lettura di “Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto” (in rete è possible scaricarlo dal sito della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli). È breve. È un testo, non sacro ma straordinario, del 1941, clandestinamente diffuso già quell’anno, portato fuori dall’isola dalle mogli dei confinati, Ada Rossi e Ursula Hirschmann. È altro dalla caricatura che ne fa Somma, preoccupato così di difendere il potere dei lavoratori. Lo stampa, per una più ampia diffusione, nel 1943 Eugenio Colorni, il cui contributo al progetto di manifesto è poco ricordato, rispetto agli estensori Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi.

Vent’anni prima, nel 1923, quando il fascismo difende gli italiani dalla prepotenza dei mercati, Giacomo Matteotti, che ha a cuore, almeno quanto Alessandro Somma, il potere dei lavoratori, scrive nelle Direttive al Partito;  “L’Internazionale socialista mira invece a difendere e sostenere sempre la comune causa del lavoro, contro il parassitismo e la speculazione sfruttatrice dei diversi capitalismi. Dovrà quindi tentare o favorire ogni iniziativa che dirima i conflitti tra i popoli, li associ con vincoli pacifici, eviti o faccia cessare le opposte violenze e minacce. Dovrà favorire il formarsi di una vera Lega delle nazioni, e più immediatamente degli Stati Uniti d’Europa, che si sostituiscano alla frammentazione nazionalista in infiniti piccoli stati turbolenti e rivali”.
E in Parlamento “Sollecitiamo ardentemente con l’opera nostra, che è nazionale e insieme internazionale, sollecitiamo la formazione degli Stati Uniti di Europa, non rimandandola idealmente dopo il socialismo, ma affrettandola praticamente, perché essi costituiscono un anticipo sul socialismo, un avviamento al socialismo, un riconoscimento e un affratellamento fra i diversi lavoratori di tutte le nazioni, eliminando tante deviazioni e contrasti apparentemente nazionali, ma sostanzialmente capitalistici”.

Per me ha più ragione Matteotti. Garanzie non ce ne sono, ma una speranza c’è e va nel superamento dei cosiddetti stati nazionali.  Il bersaglio di Somma è, per me, sbagliato.  Mi basta la prefazione. Non acquisterò quest’opera, come non acquisterei un suo… “Pro Mein kampf. Misconosciuta difesa del nazionalismo sovrano”.

Cover: Isola di Santo Stefano (Ventotene) – Wikimedia Commons

Per leggere tutti gli articoli e gli interventi di Daniele Lugli, clicca sul suo nome.

La guerra ai tempi dell’infodemia

Gli ultimi due anni hanno accelerato quell’inarrestabile flusso di informazioni che, volente o nolente, è il segno distintivo di quest’epoca: gli aggiornamenti sulla pandemia e sulla guerra in Ucraina ci accompagnano ovunque, stimolando un’inevitabile discussione. Tuttavia, è probabile che l’effetto destabilizzante di eventi del genere ci faccia andare dietro a conclusioni perlopiù condizionate dalla nostra bolla – il luogo in cui cerchiamo conferme, anziché spunti di riflessione – o dal nostro vissuto.

Gli aggiornamenti servono ad avere un quadro più ampio della situazione, ma non per questo esaustivo; d’altronde, è più o meno impossibile farsi un’idea ben definita di una guerra in corso, e discuterne sulla base di sensazioni o sospetti può essere pericoloso: c’è il rischio di un ulteriore cortocircuito mediatico. Nonostante ciò, l’abitudine di alcuni media a polarizzare e a stuzzicare ancor di più il dibattito pubblico persiste, lasciando dietro di sé degli strascichi con cui probabilmente faremo i conti durante la prossima campagna elettorale.

È opportuno quindi non fossilizzarci su una delle possibili e innumerevoli cause scatenanti, né tanto meno su una singola dichiarazione. È altrettanto opportuno distinguere tra aggressore e aggredito, tra propaganda e informazione, tra opinioni e fatti. Insomma, c’è bisogno di uno sforzo interpretativo: oggi più che mai, informarsi è come essere al supermercato e dover scegliere il cibo più salutare in mezzo a etichette fuorvianti, operazioni di greenwashing e packaging ammiccanti.

Se l’attuale infodemia non ci dà il tempo necessario a elaborare gli sviluppi di una guerra, ce lo dobbiamo ritagliare: che siano cinque o trenta minuti, l’importante è farlo con un approccio attivo. Infatti, “elaborare gli sviluppi” non vuol dire necessariamente stare in silenzio e accontentarsi di ciò che passa il convento, bensì provare ad approfondire le informazioni man mano che arrivano, scegliendo con calma i pezzi più idonei a formare il puzzle.

l social media e gli abbonamenti online ci danno la possibilità di avere accesso, ad esempio, ai giornali più autorevoli al mondo, ad agenzie stampa quali Reuters, Associated Press e Bloomberg, nonché alle testimonianze di chi si è recato sul posto [Qui] o dei civili che vivono quotidianamente la realtà della guerra. Ci sono poi degli ottimi “raccoglitori” di tutte queste fonti, sia sugli stessi social media che nel giornalismo italiano: prendiamoci del tempo per cercarli, valutarli e farne un uso consapevole. Il nostro futuro dipende anche da questo.

Sanità, Zappaterra (Capogruppo Pd): “I medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta sono fondamentali per una medicina territoriale”

“Nell’ottica di una sanità come quella delineata dal Pnrr – che riporta al centro la medicina del territorio e la domiciliarità con la presa in carico dei pazienti – diventa fondamentale capire quale coinvolgimento la Regione e le Asl (nei distretti socio-sanitari) intendano attivare affinché i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta possano essere soggetti attivi della nuova organizzazione”. Partono da questa considerazione i consiglieri regionali del Pd Palma Costi, la capogruppo Marcella Zappaterra, Pasquale Gerace e Francesca Maletti per chiedere, tramite un’interrogazione, se la Giunta intenda “coinvolgere i medici di medicina generale e le loro rappresentanze nella costruzione del nuovo modello assistenziale territoriale e delle Case di Comunità”. ‘La carenza ormai cronica dei medici di medicina generale – è la riflessione di Zappaterra – va di pari passo con l’indebolimento delle reti territoriali di assistenza sanitaria, acuito dall’emergenza pandemica. A questo si è aggiunto un dibattito pubblico sulla modifica/superamento del rapporto convenzionato (comunque di competenza nazionale), ad oggi senza soluzioni condivise. Tutto ciò ha creato un malessere che rischia di ripercuotersi sul sistema sanitario e rallentare processi di innovazione come quelli sulla medicina territoriale, dove queste figure rimangono fondamentali”. “Per questo – spiega la Capogruppo dem in Regione – insieme ai consiglieri Pd, interroghiamo la Giunta per conoscere la volontà di riaprire un confronto con le rappresentanze dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta, per renderli protagonisti della nuova sanità territoriale, apportando quelle innovazioni, anche organizzative oltre che tecnologiche, ormai non più rinviabili e, semmai, costruendo linee guida che permettano omogeneità territoriale”.
“Chiediamo anche alla Giunta – aggiunge – se intenda dare direttive affinché le Direzioni generali, tramite i direttori di distretto, procedano a un coinvolgimento, in ogni singolo territorio, dei  professionisti che vi operano, al fine di trovare nuove soluzioni assistenziali anche grazie alle Case di Comunità, oltre che alla presenza capillare sui territori” . Un lavoro di costruzione, “anche dal basso, in ogni distretto sociale sanitario, in grado di realizzare una nuova consapevolezza di salute tra cittadini e risposte adeguate ed appropriate” conclude.

BPER Banca, 11 borse di studio a studenti meritevoli di Ferrara

Si è svolta oggi pomeriggio al BPER Banca Forum Monzani di Modena la cerimonia di consegna delle borse di studio fondazione 150° di BPER Banca. Quest’anno sono stati premiati 267 studenti provenienti da 42 province italiane che si sono distinti nell’anno scolastico 2019-2020: 85 di loro hanno ricevuto un
assegno da 700 euro, altri 182 un assegno da 500 euro. Un folto gruppo di premiati ha partecipato di persona all’evento che è stato anche trasmesso in streaming.
Tra i vincitori, Andrea Iaccheri di Mesola, Matilde Canella di Ferrara, Sofia Rossi di Codigoro e Lucrezia Gilli di Dodici Morelli si sono aggiudicati un assegno di 700 euro; 500 euro per Ilaria Benasciutti di Argenta, Chiara Ferro di Jolanda di Savoia, Riccardo Bartolini di Vigarano Mainaro, Giada Diversi di Cento, Agata Bresadola di Riva del Po e Carolina Cantelli di Mesola e Gaia Bellonzi di Ferrara.
Per BPER Banca sono intervenuti la Presidente Flavia Mazzarella e il Chief Human Resources Officer Giuseppe Corni. Erano inoltre presenti il Presidente del Tribunale di Modena Pasquale Liccardo, il Magnifico Rettore dell’Università di Modena e Reggio Emilia Carlo Adolfo Porro, l’Assessore all’Istruzione del Comune di Modena Grazia Baracchi, e il Tenente Colonnello dell’Accademia
Militare di Modena Enrico Gasparini. Il Premio, giunto alla 55esima edizione, è stato istituito nel 1967 in occasione del centenario della Banca Popolare dell’Emilia Romagna, fondata nel 1867 con la denominazione di Banca Popolare di Modena. L’iniziativa è un’ulteriore testimonianza dell’attenzione che l’Istituto riserva ai territori, con particolare riguardo al mondo della scuola e della cultura giovanile.
Nel corso dell’evento la Presidente Flavia Mazzarella ha affermato: “Le studentesse e gli studenti che hanno scelto di puntare sulla cultura vanno premiati. Con queste borse di studio BPER Banca vuole ringraziarli per l’impegno e le capacità che hanno dimostrato. La Banca porta avanti da tempo numerosi
progetti per valorizzare il talento giovanile: iniziative didattiche con Accademie, Università e scuole, oltre a premi per gli studenti più meritevoli. Il nostro sostegno è in linea con la proclamazione del 2022 come ‘Anno Europeo dei Giovani’. Una scelta che presuppone un impegno preciso nei confronti delle nuove generazioni, per dare loro più opportunità in termini di istruzione, partecipazione, formazione e lavoro”.
Giuseppe Corni, Chief Human Resources Officer di BPER Banca, ha a sua volta dichiarato: “In futuro sarà necessario disporre di sempre maggiori competenze e conoscenze specialistiche. Il mondo del lavoro sta cambiando rapidamente e con esso le aspettative verso i nuovi professionisti, ma è certo che verrà sempre riconosciuta la capacità di evolvere. Per farlo c’è bisogno di impegno, curiosità e intraprendenza. Siamo orgogliosi di premiare gli studenti che si sono distinti nel loro percorso scolastico: saranno loro la classe dirigente di domani e siamo sicuri che lavoreranno nel miglior modo possibile per il benessere del Paese”.

SPAZIO CREMA – comunicato stampa per mostra collettiva

Spazio Crema ospiterà, dal 25 al 27 marzo, nella sala mostre al piano terra, “STREET PHOTO”, terza edizione della Mostra Collettiva che raccoglie i lavori di fotografi italiani ed internazionali, appassionati del genere fotografico  denominato “Foto Street”.
Le immagini sono scattate nell’ambiente urbano e riprendono soggetti in situazioni reali e spontanee,  evidenziando aspetti della società nella vita quotidiana. Le foto di questo genere mirano a cogliere attimi particolari ed originali di ciò che ci circonda, con l’obiettivo di offrire visioni personali che possano essere interessanti e di stimolo per chi le guarda.
In parete saranno esposti 45 lavori di appassionati fotografi (per complessive oltre 200 foto !), con stampe e relativi cataloghi.

MSRCELLA ZAPPATERRA

Ferrara-Mare, interrogazione di Fabbri e Zappaterra (Pd): “Ci risiamo, Anas mette a dura prova la pazienza di residenti, turisti e operatori”

“Sembra che Anas si risvegli ogni primavera per cercare di sabotare i residenti e gli operatori turistici e commerciali di Comacchio e dei Lidi. Con delusione abbiamo visto l’avvio di cantieri sul raccordo Ferrara-Porto Garibaldi e appreso delle comunicazioni di lavori per i prossimi mesi, sempre a ridosso dell’avvio della stagione balneare” lo affermano i consiglieri regionali Pd ferraresi Marco Fabbri e Marcella Zappaterra, che hanno prontamente presentato una nuova interrogazione sulla questione, per sapere come possa rapportarsi la Regione Emilia-Romagna ad Anas per evitare che i lavori interferiscano con la stagione balneare alle porte. “Continuiamo a depositare atti formali per provare a sensibilizzare Anas riguardo alla programmazione dei lavori nei tratti che portano alla costa. Sappiamo che la Regione e gli Assessorati al Turismo e ai Trasporti sono dalla nostra parte nel confronto con la Società” ribadiscono Fabbri e Zappaterra. “Nel corso dell’autunno e dell’inverno passato, come ormai consolidato negli ultimi anni, ci sono state condizioni ottimali per realizzare le opere necessarie in momenti più consoni date le temperature invernali sopra alla media e la quasi totale assenza di precipitazioni. Non comprendiamo quindi le motivazioni per cui, in altri cantieri analoghi, Anas organizzi i lavori anche in orari notturni, mentre sul nostro raccordo autostradale tale opzione sembri sempre essere stata ignorata. – affermano rammaricati i consiglieri dem, che concludono – È un dato di fatto che la costa comacchiese conti oltre 2,5 milioni di presenze ma che negli anni sia stata ripetutamente danneggiata dai cantieri estivi che disincentivano molti villeggianti a scegliere i lidi come meta per le loro vacanze”.

rosso zona rossa labirinto

Parole a capo
Maria Borio: “Dal deserto rosso” – cinque frammenti

“La solitudine è indipendenza: l’avevo desiderata e me l’ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri.”
(Hermann Hesse)

Sono un punto solo nel deserto rosso:
oggi è questa la mia dimensione, un punto
che non ha lunghezza, larghezza, profondità,
caduto dalla parte più alta del cielo su una terra
piena di silenzio e pura improvvisamente.
Ti scrivo da una zona rossa, ed è questa la verità:
i confini sono tracciati, il rosso ha riempito lo spazio,
vuoto, neutro, senza uscita, e tutti sono come me,
punti soli, senza illusione, nella prima primavera
del millennio che al tempo sta cambiando la faccia.
Ti scrivo e da questa stanza sussurro che se un punto
non ha dimensioni è perché forse le ha unite tutte in sé?
Pensarsi è unirsi – mentre la notte e il giorno
hanno un unico colore e impariamo a pensarci –
e un bene, come mai, nuovo?

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Osservi le persone, allontani un sentimento –
il deserto rosso, la scena, fermo-immagine.
Oggi il cielo aveva l’azzurro di un affresco
sopra le teste in fila davanti al supermercato:
soli, in proporzioni, distanza e silenzio,
si sgranava qualcosa, una polvere, lapislazzulo.
Era il cielo che si scioglieva? Ma il senso?
Così ha detto, così ho spinto, la polizia e tutti,
mani nel lattice, bocca nel cotone – forse
una divisa da restauro per salvare il cielo
dalla corrosione – e gli uomini da che cosa?
Nel carrello il cibo rimbalza, la plastica scricchiola,
le confezioni scontate sembrano la stessa riserva
di cose pulite della pubblicità. Nel deserto
solo un lampo – bianco e alto l’albero del pane.

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In un sonno lunghissimo, mentre il silenzio intorno
alla zona rossa si allarga, ho sognato di essere un delfino
che risaliva il Rio delle Amazzoni, entrava in una vena
segreta e alla bocca del Tevere tornava, affondava, apriva
le onde nell’Hudson, nel Reno roteava. La sorgente
del Tamigi e la baia di Wellington erano affluenti,
di corso in corso la forza del mare si allenava,
il Fiume Giallo riscaldava la Neva, e su zattere di pino
i morti scomparivano, nudi, e sentivo freddo ma c’erano
le stelle, perché nello spazio bruciano ma non riscaldano,
e potevo toccarle senza morire. Ho sognato tanti corpi,
i codici, i caratteri, la logica del profitto ancora impressi
nelle rughe. Poi c’era una cosa più lontana, una scintilla,
un volto, un sogno lucido: il cambiamento? Il delfino salta
molto più del perimetro di una zattera, ogni secondo.

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Lei andava in una notte bianca, le porte
automatiche dei negozi si aprivano,
le cellule fotosensibili la riconoscevano,
dall’alto i led rossi espandevano la faccia.
Lei camminava in una forma nera, vuota –
dove è stata, dove sarà, l’acqua ora che scende
nella doccia, in un transfert autoindotto,
memoria di cose comprate, plastica, parole –
le persone, quante sono, si toccano? -, lei che scivola
in un linguaggio inesistente millimetro per millimetro
scorre nel cortocircuito: ha spento la casa, la collina,
i fari delle auto, i cani ti cercano – inodore e insapore.
Esce bagnata, beve un bicchiere. Cosa da niente:
quando ha incontrato qualcuno per amicizia? Ti scrivo
a piedi nudi, la nuca fredda. Lei è la luna, e sola.

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La stanza è un eden selvatico. Ti scrivo?
Non so dove cresce il grano. Nell’aria di aprile
una forma, il campo in lontananza, le labbra.
Ma com’era la bocca sulla pancia, le punte
si piegavano nell’inguine? Il grano cresceva
sulle labbra, verde, minerale, denso – dico
altro? Non ho, non io, non sento – cerco
la schiena, stringo le ginocchia: cosa salva
le persone autentiche? Desideri un mondo
verde, minerale, denso – chiedi solo cura?
Allora ascolta aprile, ovunque, com’è caldo,
pazzo, violento, rimuovi ogni mancanza.
Resisti a occhi chiusi, non respirare, pensa
un deserto…non me, non ho, non sento
il grano fuori nel vuoto che lotta immobile.

“Oltre al riferimento alla nuda geografia marziana e al più recente vissuto individuale e collettivo legato alla pandemia, il titolo della plaquette – ci avverte Maurizio Cucchi dalla breve Prefazione – ne contiene un altro, che rimanda al film del 1964 di Michelangelo Antonioni, intitolato appunto Deserto rosso, la prima pellicola a colori del regista. La vicenda narrata nel film ruota attorno al tormento esistenziale di una figura femminile, Giuliana, e a un tentativo di reciprocità sentimentale con un uomo, Corrado.” (in Giulia Cittarelli, Spazializzare il valore. Su “Dal deserto rosso” di Maria Borio, La Balena bianca, rivista online di cultura militante, 08/03/2022).

“La metafora della “zona rossa” va oltre i due anni passati. La zona rossa era quella della poesia del mio librino “Dal deserto rosso” (Stampa2009) – nel ricordo della fragrante Monica Vitti sullo sfondo del film omonimo. Giulia Cittarelli l’ha letta come una strategia per ripensare il valore dello spazio, antropologico e biopolitico: “mediare quella reciprocità di rapporti senza la quale non si è, di fatto, in nessun luogo”.
Ma considerando quanto abbiamo vissuto e stiamo vivendo: non è vero che, in poesia, il confine tra biopolitica e geopolitica può essere quasi invisibile?
Oggi la metafora della zona rossa è una sfida geopolitica del linguaggio. Accade al confine est dell’Europa che il linguaggio sia privato della possibilità di esistere e sia censurato, accade ovunque che siano troppe le parole sulla guerra (e sinonimi…) e poche quelle su una cultura di pace. Forse il deserto rosso è realmente lo spazio di trasformazione di quest’epoca (la chiamano Antropocene) dove non si tratta di far vincere o perdere la ‘democrazia’, ma di capire come indirizzarci non in modo preistorico a un nesso direi frattale, tremendamente preistorico: ‘potere-paura-guerra’.”(Maria Borio)

La plaquette di Maria Borio (“Dal deserto rosso”, I quaderni de La collana, a cura di Maurizio Cucchi, Stampa 2009 – 2021) è composta di due parti: “Ti scrivo da una zona rossa” (formata di quindici frammenti lirico-epistolari) e il poemetto “Millennio di primavera”. In questo numero di Parole a capo abbiamo scelto alcuni dei frammenti della prima parte di questa sua ultima produzione letteraria.
Maria Borio è poetessa e saggista. Dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea, cura la sezione poesia di Nuovi Argomenti. In precedenza ha pubblicato Trasparenza (collana “Lyra giovani” a cura di Franco Buffoni, Interlinea 2019) in uscita in traduzione negli USA. L’altro limite (pordenonelegge-lietocolle 2017) è stato tradotto in Argentina. Vite unite (in XII Quaderno di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2015). Il suo ultimo libro di saggistica è Poetiche e individui (Marsilio 2018). Fra i premi di cui è stata vincitrice, il Mauro Maconi e il Città di Fiumicino. È redattrice del sito culturale “le parole e le cose”. Fondatrice del festival europeo “poesiæuropa”, collabora con i programmi di Radio 3 Rai e con la cattedra di letteratura italiana contemporanea dell’Università di Perugia.

La rubrica di poesia Parole a capo curata da Gian Paolo Benini e Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su Ferraraitalia. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

La guerra del reporter

 

Sono coraggiosi, hanno un profondo senso del ruolo, una lucidità e uno slancio particolare che li accompagna, li sostiene nel loro agire, permette loro di muoversi agilmente in una delle maggiori catastrofi della storia umana: la guerra.
Sono i corrispondenti, gli inviati speciali in situazioni di conflitto bellico, i fotoreporter: professionisti uomini e donne che vivono la guerra per descriverla e riportarne tutti gli aspetti militari, politici, geopolitici ma anche economici, diplomatici, umanitari, alla ricerca di informazioni, testimonianze, scenari e conferme in territori dove pericoli, minacce, rischi sono una assurda normalità.

Seguono l’evento bellico attraversandone ogni dettaglio, le operazioni militari, l’evolversi o l’involversi delle azioni, il destino dei civili, i bruschi cambiamenti ambientali. Le difficoltà che incontrano non riguardano solo le cannonate, i missili, le mine, i droni e le bombe intelligenti ma anche il mettere insieme le tessere di un mosaico che ogni istante può cambiare.  Ci vuole fegato e curiosità, tanta preparazione, intraprendenza e visione, contatti giusti, sangue freddo e acume, per affrontare tutto questo.

Cinema, letteratura, immaginario popolare hanno creato un alone mitico attorno alla figura del giornalista di guerra, attribuendogli spesso le caratteristiche dell’eroe che, a modo suo, combatte con la  scrittura e le  immagini accanto al soldato. Nella realtà dei fatti, più che di eroismo generico da celebrare si deve parlare di vita in tempo di guerra, dove ogni azione diventa un azzardo e ogni giornata è sospesa in attesa della seguente, seguendo gli esiti degli interventi armati e i tentativi di sopravvivenza della gente comune: in epoche passate come oggi, con la penna di ieri e con le tecnologie attuali.

E’ una strana fatalità che questa figura professionale sia nata proprio in Crimea con William Howard Russell (1820-1907), giornalista irlandese, definito “L’uomo che inventò le corrispondenze di guerra”, il padre dei reporter di guerra.
Dopo varie esperienze giornalistiche a Dublino, venne assunto a Londra dal Times, il giornale più prestigioso e diffuso dell’epoca, con le sue 20.000 copie vendute, dove si occupò di servizi che riguardavano l’attività parlamentare con competenza, affidabilità e indipendenza di giudizio. L’occasione di passare agli onori della cronaca arrivò nel 1854, quando venne mandato in Crimea dal direttore John Delane che aveva ottenuto l’autorizzazione ad inviare un giornalista al seguito del corpo di spedizione inglese per la guerra in quei luoghi, combattuta dal 1853 al 1856 dall’Alleanza tra Impero ottomano, Francia, Gran Bretagna, Regno di Sardegna, contro l’Impero russo zarista, per il controllo dei Balcani e del Mediterraneo.

Quella del direttore del Times era un’iniziativa senza precedenti e, come scrive lo storico Oliviero Bergamini in Specchi di guerra. Giornalismo e conflitti da Napoleone a oggi : era infatti la prima volta che un quotidiano inviava un proprio dipendente fisso, e per di più giornalista di fama, a seguire con continuità un’operazione militare”.

Nella penisola di Crimea, Russell non poté contare sulla protezione dei militari inglesi e si scontrò con l’attrito degli ufficiali che non gradivano avvicinamenti  e collaborazione con il corrispondente perché, come scrive Bergamini : “la sua presenza al seguito delle truppe era un fatto del tutto nuovo, non avevano ancora elaborato alcun metodo organizzativo per far filtrare e controllare l’informazione”. William Russell doveva provvedere completamente al proprio sostentamento,  gli alloggi sicuri, gli spostamenti, aggirandosi negli accampamenti autonomamente per osservare, chiedere, rilevare fatti e testimonianze.

L’inviato scriveva delle condizioni  di vita miserabili dei soldati inglesi, le difficoltà dei trasporti, le condizioni climatiche insostenibili a cui non erano abituati e le condizioni igieniche delle truppe così carenti da provocare una violenta epidemia di colera. Nella sua cronaca di guerra, William Russell manifestava preoccupazione per i problemi logistici e organizzativi sempre più pressanti che ricadevano sui bisogni dei soldati al fronte. Ma fu la sua descrizione della disfatta militare del “600”, la brigata leggera dell’esercito inglese decimata dalle cannonate russe a Balaclava –  base dei rifornimenti britannici nei pressi di Sebastopoli – a suscitare scandalo e critiche nella madrepatria, dove arrivavano gli scritti, spesso unico mezzo di trasmissione delle informazioni mancando qualche volta il telegrafo, sui quali l’unico filtro operato era quello del direttore.

Le sue corrispondenze, tuttavia, non subirono alcuna censura sostanziale e a Russell rimane il merito di aver documentato e raccontato un conflitto dal punto di vista di “giornalista, prima che cittadino di un Paese che era parte in causa nella guerra, anteponendo la verità dei fatti al patriottismo”.
William Howard Russell ridusse le distanze tra i lettori e i campi di battaglia facendo conoscere più da vicino la straziante realtà della guerra e l’impatto dei suoi articoli sulla politica fu dirompente. Oggi i giornalisti di guerra continuano a raccontare ciò che sta succedendo dai teatri di macerie, il suono costante delle sirene d’allarme, i bunker, le code della povera gente per il pane e l’acqua, le donne e i bambini in fuga, le colonne di carri e quel cielo violato dai lampi dei missili.

“Se le tue foto non sono abbastanza buone, non sei abbastanza vicino.” (citato in Randy Kennedy, The Capa Cache)
(Robert Capa)

In copertina: Robert Capa, Indocina ,1954 (Wikimedia Commons)

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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