Giorno: 28 Marzo 2022

4 leggi di iniziativa popolare per cambiare la Politica Ambientale in Regione:
dal 1 aprile si raccolgono le firme nelle piazze.

 

Dai primi giorni di aprile si potrà firmare ai banchetti in tutta la nostra Regione per rendere possibile la presentazione di 4 leggi di iniziativa popolare regionale promosse dalla Rete per l’Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna e da Legambiente regionale.
4 proposte di legge su questioni decisive rispetto alle politiche ambientali e di contrasto al cambiamento climatico: acqua, rifiuti, energia e consumo di suolo.

La genesi di questa scelta proviene da un percorso lungo, i cui presupposti stanno nel Patto per il lavoro e il clima promosso dalla Giunta regionale nel dicembre 2020 e sottoscritto da più di 50 tra Organizzazioni e Associazioni, a partire da quelle sindacali e imprenditoriali.
Quel Patto indicava obiettivi ambiziosi – il passaggio alle energie rinnovabili al 100% nel 2035 e l’azzeramento delle emissioni climalteranti al 2050 – ma, al di là del fatto che essi erano semplicemente enunciati e non supportati da interventi coerenti e cogenti, ancor più sono continuamente contraddetti dalle scelte del governo regionale.

Prevale, infatti, una logica economicista e produttivista, per cui l’importante è che ci sia una forte crescita quantitativa del PIL, senza verificare cosa ciò comporti per il benessere dei cittadini e per la salvaguardia delle risorse naturali ed ambientali.
Si continua a pensare che per tale sviluppo quantitativo è fondamentale attrarre investimenti, anche stranieri, al di là del loro impatto ambientale e anche delle ricadute sulla qualità e quantità dell’occupazione. Si ragiona sulle Grandi Opere, a partire da quelle autostradali, come leva per lo sviluppo, in continuità di un modello di mobilità basato sui veicoli privati e ignorando ciò che questa scelta comporta in termini di consumo di suolo.
Ancora: si prosegue con le privatizzazione di servizi pubblici, come quello idrico e della gestione dei rifiuti, che garantiscono la gestione di beni comuni fondamentali e si ripropone un’idea di produzione e distribuzione centralizzata e verticistica dell’energia, che ha come conseguenza quella di privilegiare le fonti fossili rispetto a quelle rinnovabili.

Una politica regionale in sintonia con quella del governo centrale, che, peraltro, utilizza la stagione terribile di guerra in corso in Ucraina per proporre ulteriori politiche regressive, in particolare in tema di energia, quando, a proposito di autonomia delle fonti, anziché puntare ad uno sviluppo rapido di quelle rinnovabili, si avanza l’idea di estrarre più gas e, addirittura, di far tornare in auge le centrali a carbone! Oppure quando, con il disegno di legge delega sulla concorrenza, attualmente in discussione in Senato, si prova ad estendere ulteriormente le privatizzazioni a tutti i servizi pubblici, da quello idrico ai rifiuti e alla sanità.

Le 4 proposte di legge di iniziativa popolare si muovono in direzione contraria e alternativa.
La proposta di legge sull’acqua
(e anche quella sui rifiuti) sposta l’intervento decisionale in materia più vicino ai cittadini e agli Enti Locali, superando l’attuale gestione centralizzata in Regione e riportandolo a livello territoriale e mette l’accento sul ruolo fondamentale della gestione pubblica.
La proposta di legge sui rifiuti si pone l’obiettivo di ridurre fortemente la loro produzione e quella dei rifiuti non riciclati, rendendo per questa via possibile l’uscita dal ricorso all’incenerimento nei prossimi anni.
La proposta di legge sull’energia è imperniata sull’idea della pianificazione regionale e territoriale degli interventi per arrivare sul serio alla copertura del 100% del fabbisogno energetico da fonti rinnovabili entro il 2035, alla riduzione del 32% dei consumi lordi finali al 2030 e del 55% di emissioni climalteranti al 2030, passando ad un nuovo modello basato sulla produzione e sul consumo decentralizzato e democratico.
La proposta sul consumo di suolo, dando priorità al riuso e alla rigenerazione urbana, anche attraverso un censimento degli edifici e delle aree dismesse, indica la prospettiva del consumo di suolo zero come quella da realizzare concretamente.

Pur dopo l’intervento della Consulta statutaria regionale, ispirata da una logica perlomeno restrittiva e poco incline a favorire la partecipazione dei cittadini, che  ha dichiarato inammissibili alcune norme contenute nella stesura iniziale delle proposte di legge, che intervenivano con ancora maggior cogenza sui contenuti sopra delineati, le 4 proposte di legge mantengono una forte valenza per cambiare radicalmente le politiche regionali finora perseguite su quelle questioni.
Ancor più, le proposte di legge vanno viste anche nella logica che le connette: infatti, mettere insieme e cambiare radicalmente il paradigma che riguarda i temi dell’acqua, dell’energia, dei rifiuti e del suolo significa non solo considerarli beni comuni da sottrarre al mercato, aggredire il complesso delle politiche ambientali, ma anche proporre un’idea alternativa dell’attuale modello produttivo e sociale. Lo stesso modello che provoca le crisi economica, sociale e ambientali in cui siamo immersi.

E’ necessario sottolineare che la promozione di leggi di iniziativa popolare, con la raccolta delle firme necessarie per presentarle, è una scelta che, volutamente, intende basarsi sulla partecipazione consapevole dei cittadini e sull’espansione della democrazia. E questo non solo perché ci troviamo di fronte alla gran parte della politica che sembra sempre più caratterizzarsi per essere distante dalle istanze delle persone e autoreferenziale, anche nella nostra Regione.
Basta pensare a quanto è stato fatto in tema di affidamenti del servizio idrico, che, con una legge regionale e con una modalità che hanno impedito una vera discussione pubblica, sono stati tutti prorogati alla fine del 2027. Decisione che, anche grazie all’iniziativa del movimento per l’acqua pubblica, è stata impugnata dal governo e ora è sotto esame da parte della Corte Costituzionale.

In realtà, puntare sulla partecipazione e su quanto si muove nella società, nonostante tutto, compreso ciò che è accaduto negli ultimi anni che ci hanno visto far fronte alla pandemia e ora alla guerra, potenti fattori per disincentivarla o perlomeno per far pensare che siamo sovrastati da eventi su cui non possiamo influire, non è un atto di “ottimismo della volontà”, ma si dipana dalla consapevolezza che solo così si possono determinare scelte che vanno in direzione dell’affermazione di un mondo che abbia un futuro, e che esso possa essere più giusto. Per non lasciarlo in mano ai potenti e a chi, per convinzione o ignoranza, li sostiene.

A Ferrara I primi banchetti in sono in Corso Martiri Libertà 55
venerdì 1 aprile ore 10-12,30 – sabato 2 aprile  ore 10-12,30 e 16-19 domenica 3 aprile ore 10-12,30

Per leggere tutti gli articoli di Corrado Oddi è sufficiente cliccare sopra il suo nome, anche sotto ogni suo articolo 

UN DIVANO A TUNISI
commedia terapeutica

 

Tempo di relax, ce ne serve un po’, anzi direi molto di questi tempi bui e cupi. Se, allora, volete staccare da tutto e avete voglia di una commedia distensiva, a tratti esilarante e comunque assolutamente terapeutica, nel vero senso della parola, questa settimana vi consigliamo Un divano a Tunisi, un divano davvero strano quello del film della regista francese di origine tunisina Manele Labidi Labbé, cui è andato il premio del pubblico delle Giornate degli Autori del Festival di Venezia 2019.

Ispirata alla commedia all’italiana, la pellicola inizia e termina con due bellissime canzoni di Mina, rispettivamente “Città vuota” (1963) e Io sono quel che sono” (1964). Accompagnati da queste note, ci troviamo di fronte alla scapigliata e radiosa Selma Derwich (interpretata dall’attrice franco-iraniana Golshifteh Farahani), psicanalista trentacinquenne, che lascia Parigi per aprire uno studio nella periferia di Tunisi, dov’è cresciuta. Una giovane in bilico fra due culture e un rientro in un paese cambiato, dopo la Primavere araba, dove i personaggi del film iniziano a fare i conti con una nuova libertà e l’apertura a usi e costumi occidentali decisamente avanti per un Paese confuso, ancorato alle usanze del passato.

La famiglia fatica a comprendere le motivazioni di una scelta tanto strana: perché mai tornare in quella complessa realtà, da una città scintillante come Parigi (dove però c’è troppa concorrenza) e con un progetto tanto strampalato, e a loro avviso irrealizzabile, oltre che inutile? Selma, che da Parigi porta con sé un divano e un ritratto di Sigmund Freud abbellito da un fez rosso, è un’inguaribile ottimista sulla sua missione, quella di sdraiare sul lettino i suoi connazionali e di rimetterli al mondo all’indomani della rivoluzione; ma deve scontrarsi con la diffidenza locale, l’amministrazione indolente e un poliziotto invadente che la boicotta.

A Tunisi, dove la gente si confessa nelle vasche dell’hammam o sotto il casco del parrucchiere, l’indipendente, libera e tatuata Selma offre una terza via, un luogo protetto, la sua casa dal terrazzo che guarda il cielo, per prendersi cura di sé e prendere il polso della città in mutazione e un po’ schizofrenica. Ad ogni seduta sfila un personaggio a dir poco stravagante, una galleria esilarante: un imam depresso che ha perso la “fede” e la moglie, un panettiere che ama vestirsi da donna, Baya, un’esuberante proprietaria di un salone di bellezza (Fériel Chamar) che ha un rapporto difficile con la madre, un paranoico che sogna di baciare presidenti e dittatori, un’adolescente ribelle, la cugina Olfa (Aïsha Ben Miled), pronta a tutto pur di lasciare la Tunisia (anche a sposare un gay pur di avere un passaporto), un poliziotto, Naim (Majd Mastoura), reazionario (ma affascinante).

Momenti comici ma anche malinconici, molti interrogativi esistenziali. In una società silenziosa che fatica a parlare e aprirsi, Selma ascolta passare sul divano i malesseri di un mondo combattuto tra tradizioni religiose e bisogno di parlare per ricostruirsi. Da vedere.

 

 

 

Un divano a Tunisi, di Manele Labidi, con Golshifteh Farahani, Majd Mastoura, Hichem Yacoubi, Moncef Ajengui, Ramla Ayari, Amen Arbi, Feryel Chammari, Francia, 2019, 88 min

Trailer 

LO STESSO GIORNO
Il mondo piange la morte del primo uomo nello spazio

28 marzo 1968
il mondo piange la morte di Jurij Gagarin, primo uomo nello spazio

“Un astronauta, figlio di un carpentiere Juri Gagarin, figlio dell’Ottobre Rosso”
(Banda Bassotti)

Un giovane, bello e coraggioso che riuscì a portare tra il buio dello spazio il sacrificio e i sogni dei proletari di tutto il mondo.
Nato il 9 marzo 1934 in un piccolo villaggio nel centro della Russia, la sua istruzione viene bruscamente interrotta dalla guerra nel 1941. Terzo di quattro figli, con il padre falegname e la madre contadina già dai 16 anni comincia a lavorare in acciaieria. Le umili origini del giovane lavoratore non rappresentano  un problema in Unione Sovietica, e durante il lavoro riprende gli studi in una scuola serale.
Dopo una brillante carriera accademica, nel 1955 Gagarin viene accettato nella scuola aeronautica di Orenburg. In pochi anni il figlio del carpenterie si fa notare per le sue grandi abilità nel volo e il suo interesse per l’esplorazione spaziale. Nell’ottobre del ’59 la sua domanda per il programma spaziale sovietico viene approvata e trasmessa al tenente colonnello Babushkin, colui che diventerà il mentore di Gagarin.
Il 12 aprile 1961, a soli 27 anni, Jurij Gagarin riscrive la storia mondiale delle esplorazioni spaziali: è il primo uomo ad andare nello spazio.
Sono le 9.07 (ora di Mosca) quando Gagarin, dopo aver pronunciato il famoso “Andiamo” , alla velocità record di quasi 28 mila km/h percorre l’orbita in 89,1 minuti e alle 10:55 atterra presso un villaggio della regione di Saratov. Sdraiato supino su Vostok 1, la tuta arancione e la scritta CCCP sull’elmo, Gagarin ha conquistato lo spazio.
Diventa subito simbolo tanto delle vittorie scientifiche quanto di quelle sociali dell’Unione Sovietica, esempio per il proletariato mondiale. Due giorni dopo  viene accolto come un eroe da più di un milione di persone nella piazza Rossa di Mosca. Sfila con la macchina in mezzo alle strade ricoperte di persone e bandiere rosse. Il popolo acclama Gagarin e l’Unione Sovietica, è giorno di festa, la forza della Rivoluzione d’Ottobre del 1917  si esprime di nuovo.

Il cosmonauta figlio dell’ottobre rosso perde poco tempo a festeggiare. Continua a coltivare la sua passione per il volo e si allena in continuazione per nuove missioni, nonostante l’impossibilità per lui di tornare nello spazio. Di esercitazioni ne fa tante in quegli anni, con modelli sempre diversi tra loro.
Durante un normalissimo volo di esercitazione su un MiG-15 precipita a causa di un guasto meccanico. Con accanto il direttore dell’addestramento Sereghin rimane a bordo del velivolo fino all’ultimo per evitare che l’aereo in avaria si schiantasse su un villaggio. I due piloti che non abbandonano l’aereo muoiono entrambi nell’impatto.

È il 27 Marzo 1968. Yuri Gagarin, l’uomo che per la prima volta batté la gravità, muore tra i rottami in fiamme di quell’aereo. La notizia gira in fretta in tutto il mondo.
Il 28 Marzo 1968 migliaia di persone scendono in strada a Mosca e si radunano in quella stessa piazza dove 7 anni prima sfilava come un eroe. Gagarin viene sepolto lì, nella Necropoli delle mura del Cremlino, in piazza rossa, con tutto il mondo a guardare. Sono in milioni, davanti a schermi in tutto il mondo, a piangere l’eroe sovietico.

Gagarin oggi resta impresso nella memoria per la sua impresa, la sua storia, il suo sorriso e la meraviglia che ha riportato sulla Terra, le statue e i francobolli, il centro di addestramento dei cosmonauti alla Città delle Stelle e il nome al cratere sulla Luna dove sognava di mettere piede.
Ed è rimasto un simbolo, un esempio di speranza per il proletariato mondiale, per chi teme di non avere prospettive, di chi viene da famiglie umili ma sogna in grande. Il “figlio del popolo” che poté arrivare ai massimi onori e riconoscenze grazie a una società capace di garantire a chiunque il necessario per i propri bisogni, e allo stesso tempo ricevere da ciascuno rispetto le proprie capacità.

Oggi, l’associazione statunitense Space Foundation, tentando inutilmente di riscrivere la Storia, ha privato  Gagarin del suo titolo e dei suoi onori di “primo cosmonauta”, in quanto astronauta sovietico. Ma tutto il mondo ricorda il suo primato, e ricorda le parole immortali pronunciate da Jurij, guardando la Terra per la prima volta attraverso quell’oblò: “Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini.”

Ogni lunedì, per non perdere la memoria, seguite la rubrica di Filippo Mellara Lo stesso giorno. Tutte le precedenti uscite [Qui]

Una mattina partirò
…un racconto

Una mattina partirò
Un racconto di Carlo Tassi

Aria fresca nei polmoni questa mattina. Lascio il cuscino e mi vesto.
Un sole velato fa capolino dalla finestra. Ancora una mezzoretta e il cielo si ripulirà dalle scorie della notte.
Il mondo è più leggero… decisamente interessante!

Poi una nuova voglia: voglia di andare, di respirare, di assaggiare. Di scoprire ciò che non ho mai visto prima.
È il momento. Chiudo la porta e scendo. Uno zaino di ricordi sulle spalle e qualche carezza rimasta nelle mani.
La priorità è cancellare il tuo viso, i tuoi occhi dai miei, la tua voce dai rumori del silenzio.
Via da queste quattro mura, calde di certezze incartate, zuccherate. Basta mal di denti e mal di testa perenni, pillole e caramelle, acidità di stomaco e film già visti, commedie e commedianti.
Prendo la moto: il metallo è di razza, il motore è caldo e il serbatoio è pieno.
Sotto le ruote sento il ruvido e il secco della strada. Parto e via senza voltarmi!

Seguirò l’istinto del lupo, oltre la collina e il suo bosco. Poi altre colline e boschi fino alle montagne del nord. Attraverserò ponti e confini, la strada non finirà mai.
Il cielo sarà mio fratello e veglierà su di me.

Starò da solo, io e i miei segreti. Libero di perdermi e di scomparire.
Scamperò alle trappole del cuore. Nessun controllo, nessun programma, nessun orario, nessun appuntamento e nessun dolore.
Soltanto aria per respirare, acqua da bere e terra per riposare.

Ecco il mio viaggio: andare avanti, lontano e altrove.
Andare via e non tornare più.

Drops of Jupiter (Train, 2001)


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