Giorno: 3 Aprile 2022

marc chagall la casa blu

L’ultimo ebreo di Cork

 

Dublino. Una sera di dicembre a Cork, qualche anno fa. Le giornate finiscono presto e alle cinque è già notte. Esco dall’ufficio e decido di tornare a casa a piedi. La nebbia sale dal fiume e dai campi attorno alla città, bagna le strade e gli edifici, attenua la luce gialla dei lampioni. Prendo la strada che passa dietro al porto e si dirige verso il centro. La zona degli “Hibernian Buildings”, chiamata anche Marina. Piccole case in mattoni cotti a due piani, tutte uguali, tutte attaccate una all’altra. Le strade lunghe e strette sono deserte, passa solo qualche auto veloce. L’impressione di essere in un quartiere fantasma. Poi un particolare ti colpisce. Le luci dei magazzini sul fiume si riflettono sui muri bagnati e noti un candelabro a sette braccia (menorah) dietro ad una finestra. Dall’altra parte della strada un negozietto, forse un ciabattino, con l’insegna “Shalom”. Il tutto sembra prendere un aspetto surreale, quasi magico. Poi d’un tratto inizia a piovere, ed ora voglio solo tornare a casa in fretta.

Giro l’angolo e imbocco South Terrace street. Ancora dieci minuti e sono arrivato. E lì, l’ultimo tassello del mosaico. Alla fine della strada, al civico 10, stretta fra un condominio ed un garage vedo la Sinagoga. La stella di Davide sopra la porta di ingresso. Da buon ferrarese intuisco di avere attraversato il ‘ghetto’ (che a onor del vero, come vedremo poi, qui non c’è mai stato), o quanto mai un piccolo quartiere ebraico. Piccole immagini immagazzinate nella memoria di una sera di dicembre, mentre accelero il passo e penso distrattamente a cosa prepararmi per cena.

Solo anni dopo, durante un trasloco, mi ritrovo a vivere in quel condominio di fianco alla Sinagoga, a due passi dal quartiere di strade strette dalle piccole case in mattoni cotti. E dalla bottega “Shalom” che nel frattempo non c’è più, ha chiuso. E lì, uscendo una sera da casa, noto che la porta della Sinagoga è aperta. Una lunga fila fuori, vi è una presentazione della storia della comunità ebraica di Cork. Mi accodo, sono curioso di vedere l’interno dell’edificio. Mi viene dato un kippa da appoggiare sulla testa e mi siedo sulla balaustra al secondo piano, spazio che un tempo era destinato alle donne durante la funzione religiosa.

La presentazione è breve ma interessante: la prima piccola comunità ebraica arriva a Cork verso fine ‘700. Poche famiglie portoghesi di origine sefardita, una quarantina di persone, di cui si sa poco, che probabilmente si integrano negli anni con la comunità protestante locale, tramite matrimoni misti, fino a scomparire. Il loro piccolo cimitero fu scoperto, proprio dietro l’attuale sinagoga, durante i lavori di ristrutturazione delle fondamenta di un edificio.

La seconda comunità arrivò in città a fine Ottocento. Questa volta da est, di origine ashkenazita; partirono dalla zona di Kaunas in Lituania, probabilmente con l’intenzione di arrivare in America. Qualcosa però sembra sia andato storto durante il viaggio in nave: invece di arrivare a New York scesero a Cobh (che allora era un porto importante, l’ultimo toccato dal Titanic nel 1912 prima di affondare), nella zona di Cork. La leggenda dice che fu un errore di comunicazione. Gli ebrei parlavano solamente Yiddish e sentendo “Cobh” credettero di essere arrivati a (New) “York” (i nomi delle due città hanno un suono molto simile in inglese).

Percorsero a piedi i venti chilometri fino a Cork e si installarono nella zona della Marina, dietro al porto. Leggenda o memoria che si tramanda, si dice che una folla di irlandesi curiosi circondò i nuovi arrivati. Un prete fu chiamato in fretta e furia per rassicurare i locali, evitare un incidente diplomatico e spiegare che si trattava di una comunità ebraica arrivata dalla Russia (al tempo Kaunas era parte della Russia zarista), di lasciarli tranquilli e tornare tutti ai propri affari. Fu così che i nuovi arrivati lentamente si insediarono, altre famiglie seguirono dalla Lituania rassicurate che in Irlanda vi era tolleranza religiosa e la popolazione locale fondamentalmente amichevole. I Pogrom sarebbero stati solo un ricordo. Fu creato il cimitero.

Con il passare degli anni venne fondata l’attuale Sinagoga, la scuola (mi sorprendo a sapere che prima di diventare un condominio, il palazzo in cui vivo ospitava due scuole ebraiche), le società sportive: vi erano a Cork due squadre di calcio ed un tennis club. La comunità si estese e raggiunse un totale di quasi 500 membri nel periodo tra le due guerre. E poi il lento declino; il dopoguerra e, negli anni a seguire, la decisione di molte famiglie di lasciare Cork per il nuovo stato di Israele o per l’America. Le funzioni in Sinagoga sempre più rare, per la difficoltà crescente di raggiungere il quorum minimo (minian) di dieci maschi adulti per la preghiera pubblica ebraica.

Mi torna in mente questa storia oggi, mentre in un momento di noia trovo un’intervista a Fred Rosehill. Una faccia già vista, mi ricordo di quell’uomo anziano mentre presentava la storia della sua comunità in una sinagoga gremita al culmine, una sera di qualche anno fa. E mai avrei pensato che fosse l’epilogo di una storia, o almeno della storia di questa particolare comunità partita più di cento anni fa dalla Lituania. Perché Fred Rosehill è il capostipite dell’ultima famiglia ebrea rimasta a Cork, l’ultima delle famiglie partite più di cento anni fa da Kaunas.

Una storia che sta per chiudersi, e che mi piace chiudere con le parole che Rosehill ha pronunciato durante un’intervista alla trasmissione Irlandese Nationwide l’anno passato:
Per anni, per più di 80 anni, ho partecipato alle funzioni religiose nella Sinagoga di South Terrace. Ho delle memorie molto belle, memorie di amici, matrimoni, nascite. Momenti felici ed anche momenti infelici. E (Cork) è la sola città che conosco: dopo la morte di mia moglie ho provato a viaggiare ma mi sono scoperto essere uno straniero a Londra, uno straniero a Tel Aviv, uno straniero a Miami. C’è solo un posto al quale appartengo. Sono nato e cresciuto qui. Sono un irlandese”.

Questo articolo è già stato pubblicato su queste pagine nel settembre del 2014.

Aggiornamenti, marzo 2022
Per maggiori informazioni visitare il sito [vedi]
Il referente della comunità’ – Fred Rosehill –  e’ venuto a mancare nel 2016 [vedi]
La Sinagoga non c’e più,  e’ stata chiusa e lo stabile venduto sempre nel 2016 [vedi]
Gli arredi storici (tra cui L’Arca che conteneva le tavole della TORAH) ed altri oggetti sono stati donati ed e in esposizione permanente al Cork Public Museum [vedi]
Cover: Marc Chagall, La casa blu,1917
cancello cimitero

La prima sfida
… un racconto

 

Come tanti bambini avevo paura del buio della notte. Bastava un’ombra scura, l’eco d’un passo o il fruscio del vento tra le foglie per sentire i brividi, per accelerare i battiti del cuore e aumentare il ritmo della camminata. Quel buio, però, mi affascinava. Era il mistero, l’al di là sconosciuto, la sfida a se stessi e al desiderio di crescere in fretta.

Ero attratto e intimorito, spaventato e incuriosito dai racconti della vita notturna dei vampiri, dei fuochi fatui che spuntavano dalla terra per seguire le persone che passavano, dai morti viventi che, sotto i raggi di una malefica luna, si svegliavano per conquistare il mondo dei vivi.

Condividevo con i miei compagni di gioco questi contrapposti sentimenti, ma ognuno di noi ostentava coraggio per darsi delle arie da grandi. Fu così che una sera, giocando con questa profonda paura, ci inventammo una gara.

Chi era veramente coraggioso doveva dimostrarlo. Sfidando la notte e la morte, doveva raggiungere il cancello di ferro del cimitero cittadino e legare alle sue sbarre, come prova dell’azione compiuta, un laccio di corda.

Recuperammo una vecchia corda. La tagliammo. Ognuno prese il suo pezzo. Gli occhi socchiusi, in segno di sfida, nascondevano tutte le nostre paure. Ci voleva coraggio ad affrontare il buio, il lungo viale di cipressi, a toccare quel cancello un po’ arrugginito che custodiva i defunti. Ci dileguammo tra i vicoli delle case, convenendo che si sarebbe visto il mattino dopo, dal numero di lacci legati al cancello, quanto si era coraggiosi.

Nessuna corda fu trovata allacciata alle sbarre del cancello del camposanto. Ognuno di noi restava un fanciullo, nonostante la voglia di bruciare le tappe e di diventare grande in fretta.

Passarono diversi anni. Ormai sedicenne, durante le vacanze estive, avevo cominciato ad aiutare mio padre nei lavori di muratura, anche per racimolare un po’ di risorse utili a proseguire gli studi.

Un giorno, sul finire dell’estate, mia madre mi svegliò presto. Ricordo che era ancora buio. Dovevo raggiungere mio padre e aiutarlo a svolgere un lavoro urgente di muratura nel cimitero del paese. Lui era già partito da un’ora per mettere avanti il lavoro. La parola “cimitero”, pronunciata da mia madre subito dopo avermi svegliato, richiamò tutto il timore rimasto assopito in quegli anni e la vecchia sfida che, né io né i miei compagni, avevamo saputo onorare.

Dopo aver bevuto il caffè e raccolto il sacchetto con la colazione, salii in bicicletta e mi avviai nel fresco delle prime ore del giorno, ovattate nel silenzio che ancora regnava sul paese. Mancava poco all’alba, i cipressi neri lungo il viale si stagliavano alti contro il cielo blu scuro che, lentamente, si faceva trasparente. Mi sembrava che, da dietro il tronco d’ogni albero, potesse improvvisamente spuntare un’ombra pronta a sbarrarmi il passo. Col cuore che, inconsapevolmente, aumentava il ritmo dei battiti, accelerai la corsa spingendo con forza sui pedali, la testa bassa. Pensavo che sarebbe stato difficile prendermi se andavo veloce.

Dopo alcuni interminabili minuti ero davanti al cancello di ferro. Era socchiuso. Tra le sbarre intravidi una miriade di piccole luci tremolanti contro il bianco quasi fosforescente dei marmi. Con tutti i muscoli del corpo in tensione, i denti serrati, la bocca rigidamente chiusa, scesi dalla bicicletta. Volsi di nuovo il mio sguardo al cancello. Le punte di metallo puntavano il cielo. Pensai: “…vediamo se adesso riesci a superare la tua prova…”.

Spinsi con una mano il cancello che s’aprì, come nei classici film dell’orrore, con un sinistro cigolio. Entrai quasi in punta di piedi. L’eco dei miei passi sulla ghiaia del sentiero rimbalzava da un punto all’altro del muro di cinta. Non capivo se qualcuno mi seguisse o, invisibile, mi stesse venendo incontro. Se erano in tanti o fosse uno solo a minacciarmi. E allora mi fermavo in vigile ascolto e tutto tornava silenzioso.

Fui felice d’intravedere la figura di mio padre che, sotto il lume di una lampada appesa ad un’asta di legno, aveva già preparato l’impasto di calce necessario ad avviare il lavoro. Anche il cielo s’era fatto più chiaro e il sole, con la sua benefica luce, stava ormai per spuntare.

no guerra

Cambiare le parole con dolcezza

 

Filologicamente, ho imparato a cercare l’origine delle parole, il loro significato culturale e sociale. La facilità con cui nel tempo uno stesso ‘lemma’ può cambiare significato; per ampliamento o restringimento di campo, per uso dovuto ai parlanti, per contesto o semplicemente perché alcuni accadimenti possono far slittare il significato da un luogo a un altro, da un paese ad un altro. I sociolinguisti la sanno lunga, ovviamente è il loro campo. Ma senza entrare troppo in tecnicismi, la foto di questa settimana mi ha fatto pensare anche all’esatto opposto. E cioè, l’uso di diversi ‘lemmi’ per lo stesso significato.

Può accadere durante una lezione in compresenza di una V elementare: la scuola di un paese in provincia di Bologna, un cambiamento di ‘significante’ e non di significato.
Le circostanze. L’arrivo di una bambina ucraina nella classe, e lo studio delle guerre puniche. La parola modificata è stata ‘guerra’, rimpiazzata da una più leggera e quasi giocosa ‘sfida’ con tutti i suoi derivati: ‘guerrieri’ in ‘sfidanti’ ecc. ecc. Non sto a sottolineare la dolcezza del gesto. È facilmente intuibile il motivo per cui la maestra, e tutti i compagni, abbiano voluto dimostrare delicatezza nei confronti di una bambina di 8 anni. Il cambiamento era giustamente motivato.

E mi ha dato modo di pensare anche ad altro. Quanto questa bambina possa superare il trauma della guerra vista con i propri occhi, o della separazione dal proprio paese, dagli amici e parenti, semplicemente non ascoltando più una parola? Non lo so, ma di certo il gesto è stato di estrema empatia nei confronti della nuova compagna di classe. Mi ha colpito, fino a commuovermi quasi.

I cambiamenti della lingua ci insegnano anche tanto altro. Ci insegnano che qualcosa sta cambiando nel pensiero sociale collettivo, mutazioni interne di una cultura e un paese. Purtroppo anche la ‘retorica’ ci ha insegnato fin dai tempi della Grecia antica, che le parole possono essere usate per confondere, persuadere, conquistare un consenso acritico. Accade spesso nei telegiornali e in alcuni programmi, ipocritamente e politicamente schierati. La cosa fa ribrezzo.

Ecco. La delicatezza del gesto scolastico, molto apprezzata sicuramente dalla bambina, per quanto non guaritrice delle bruttezze viste o subite, cozza decisamente con quanto succede viceversa nei tg, dove l’espressione ‘missione di pace’ spesso sostituisce – e occulta – la parola ‘guerra’.

Morale: impariamo dalla dolcezza e delicatezza dei bambini, non dall’ipocrisia degli adulti.

PER CERTI VERSI
Prima declinazione: Le rose. La Rosa

PRIMA DECLINAZIONE:
LE ROSE. LA ROSA

Ma se tutte le rose
Si riprendessero
Il loro profumo
Quasi estinto
Dai troppi trapianti
Sarebbe ridare
Anima
Alle persone
A noi tutti
Un po’ cose
Un po’ merci
Senza profumo

C’è una Rosa
Che accende
La madonnina
In fondo alla via

È la tua luce
Senza più nessuno

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