Giorno: 23 Aprile 2022

Sventurata è la Terra che ha bisogno di eroi (altrui)

 

Dopo la tredicesima stazione della Via Crucis con la croce portata insieme, nel silenzio, da Irina e Albina, due infermiere amiche, una ucraina, una russa (quale fosse ucraina e quale russa non aveva e non ha la minima importanza); dopo questa spoglia e muta rappresentazione di cosa è il calvario dei nostri giorni, un ossimoro pensando all’impossibilità, resa possibile da Papa Bergoglio, di celebrare la Passione in modo muto e spoglio dentro una cornice urlante e gladiatoria (il Colosseo), dentro una Chiesa magniloquente e corrotta; dopo questo, non sarebbe decoroso scrivere di guerra.

Dopo questo, tutto il chiacchiericcio inane sulla guerra combattuta dai divani suonerebbe irritante, oltraggioso; blasfemo, aggettivo che fatico a pronunciare a causa della mia difficoltà nel riconoscere la religione, ma che per Papa Francesco mi lascio sfuggire dalle labbra senza pudore. Anche perché lui ha fatto un gesto spudorato: un gesto di pace, e la pace non esiste, esiste solo una tregua, come scriveva Primo Levi. Eppure, allo stesso tempo, in questi giorni è impossibile sfuggire alla terribile fascinazione della guerra, così come lo era sfuggire alla temibile fascinazione della pandemia. La cifra comune di queste due onnivore narrazioni è sicuramente la paura. Ormai la narrazione del mondo è un romanzo distopico scritto a più mani, alcune sapienti, altre penose.

Ho paura per la sofferenza del mondo, che nella mia mente non è un concetto astratto, ma molto concreto: il posto in cui vivo io e vivranno i miei discendenti. Ho paura che la situazione bellica sfugga di mano, che per errore o disperazione omicida si inneschi una situazione che comprometta il futuro delle prossime generazioni. Ho paura che l’incertezza di questo tempo si trasformi nella certezza di sofferenze e di sacrifici. Ho paura di lasciare un luogo peggiore di quello in cui sono nato, un luogo devastato, saccheggiato, avvelenato. Una natura ostile, resa tossica e vendicativa dalle nostre scelleratezze.

Un miracolo della creazione trasformato in un pessimo posto in cui vivere, talmente rovinato da non sapere più dove scappare. Ho paura dell’avverarsi della profezia di Albert Einstein, che la quarta guerra mondiale l’avremmo combattuta con le clave. All’ombra di questi fantasmi si nasconde la orribile sensazione di avere fallito come individuo che pretenderebbe di avere una coscienza sociale, oltre al livido sospetto di stare fallendo come specie umana.

Un’ altra grande paura è quella di essere chiamato ad eseguire degli ordini manifestamente criminosi. Non li eseguirei mai, di questo sono sicuro. Sarei però terrorizzato (e lo sono già) dal clima nel quale sarebbe piombato il mio spicchio di mondo per istigarmi a questo, e avrei certamente timore delle conseguenze della mia renitenza. Penso molto in questi giorni agli uomini ucraini e russi che nel loro paese sono accusati di tradimento perché si rifiutano di combattere, perché scappano o disertano. Mi riconosco nei loro sentimenti e nelle loro scelte. Questi uomini non hanno più paura di morire di quanta ne abbiano di uccidere. Ogni essere umano non accecato dal fanatismo dovrebbe seriamente fermarsi a riflettere su questa scelta.

Quando sento parlare di “eroica resistenza degli ucraini” da parte di qualche scribacchino o politico nostrano che pensa di essere in un gioco di ruolo, penso che Brecht avesse ragione: sventurata è la terra che ha bisogno di eroi. Quando poi ha bisogno di importarli, gli eroi, la tragedia si screzia con le sfumature della farsa.

Quando sento dire “sono loro che ce lo chiedono“, mi viene in mente una citazione dal fulminante “Estensione del dominio della lotta” di Michel Houellebecq: “su un muro della stazione Sèvres-Babylone ho visto uno strano graffito: Dio ha voluto ineguaglianze, non ingiustizie, c’era scritto. Mi sono chiesto chi potesse essere quella persona così bene informata sulle intenzioni di Dio“.

Ecco, io mi chiedo chi possa essere quella persona così bene informata sulle intenzioni di ogni ucraino. Combattere con le armi non è obbligatorio. Uccidere in guerra non è obbligatorio. Certo, può essere disposto da uno stato di legge marziale, ma la paura delle conseguenze non ci toglie il libero arbitrio.

Pensate se ogni chiamato in guerra in nome della Patria, sia dalla parte dell’aggressore sia dalla parte dell’aggredito, si rifiutasse di farla. Pensate se non ci fossero dita disposte a premere un grilletto, a spingere un bottone, a pilotare un aereo che deve sganciare una bomba sulla popolazione. Purtroppo la responsabilità di una tirannide, di una dittatura sanguinaria, di un’aggressione bellica non è solo del tiranno, ma di tutti coloro che eseguono i suoi ordini. E in nome di cosa? Di una nuova religione: la Nazione, la Patria. Proprio la religione laica in nome della quale Putin manda i suoi giovani a uccidere e morire in un paese fratello.

Ancora una volta: la mia nazione e la mia patria non sono un’astrazione. Sono le mie radici, i miei affetti, i miei legami, i miei interessi e le mie passioni. Io non muoio per loro, io vivo per loro. Se qualcuno li vuole spazzare via con la violenza, la mia opzione sarà sempre di portarli al sicuro da qualche parte, dove possano rimanere vitali o rinascere, magari in altre condizioni. Non sarà mai di mettermi a sparare, che significa ammazzare gente abbastanza “colpevole” da meritare la morte per mano mia, ammesso che io fossi mai capace di infliggerla.

In questa allucinata contabilità dei morti di guerra, sia i sostenitori dell’eroismo altrui sia i cosiddetti (con spregio) pacifisti tendono a ragionare per grandi numeri: io invece mi domando come si faccia a parlare, dalla poltrona di casa, di mille persone morte in più o in meno, quando ogni persona morta è la distruzione di una storia, di una memoria, di una famiglia, di una madre, di un padre, di un fratello, di un amico, di un amante, di un futuro.
Che cos’è la Patria se non questo? Che cos’è una Nazione se non questo insieme di storie irripetibili, uniche, preziose, fragili? E come facciamo a non comprendere che chi ammazza per un’ idea di nazione sta ammazzando tutto ciò di cui è fatta una nazione?

Non venitemi a parlare di resistenza dalle vostre poltrone. La Resistenza è un fenomeno storicamente determinato, legato alle vicende dell’invasione nazifascista dell’Italia. “Ora e sempre resistenza” è un motto che mi provoca irritazione. La resistenza, in termini psicologici, è un atteggiamento deleterio. Non è resistendo alle cose che ci accadono che usciamo da un problema, ma assumendole come un dato di realtà, e riposizionandoci rispetto ad esse. Riposizionarsi può essere su un’altura, come hanno fatto i partigiani, o in un altro paese, come fanno gli esuli. Se l’altura non è raggiungibile, meglio la fuga che farsi ammazzare.
Avreste preferito che Luis Sepulveda morisse in carcere? Il suo popolo e l’umanità sarebbero stati meglio con lui morto cinquant’anni fa? Io no. Quindi non venitemi a parlare di resistenza dalle vostre poltrone. Andate a combattere, o tacete.

Infine. Non venitemi a dire che “per negoziare bisogna essere in due”. Se c’è una cosa che conosco, in tutte queste di cui ho parlato  – le altre non le conosco: le immagino o le percepisco, come tutti voi – è la trattativa. E’ diventato il mio mestiere. In un negoziato c’è sempre una parte più forte e una più debole. Se bastasse questo, non ci sarebbe mai alcuna trattativa. Una trattativa si fa concedendo qualcosa anche al bastardo (perché è un bastardo, solo che noi lo sapevamo, altri ci hanno fatto un sacco di affari) che se l’è presa con la forza.
Nel caso specifico potrebbe essere uno status di neutralità del paese, una autonomia amministrativa e linguistica di alcuni territori. Per caso qualcuno ha ricevuto un mandato dalla Nato o dal presidente ucraino per negoziare su queste basi? Se lo conoscete, presentatemelo. Diciamo piuttosto che per trattare bisogna che ci sia almeno uno che lo vuole realmente fare.

Io continuerò a fare un tifo sconfortato per Papa Bergoglio, purtroppo l’unico soggetto politico con la lucidità e l’autorità morale per orientare le sorti di questa guerra – no, forse solo per mostrarla nella sua nuda follia. Infatti improvvisamente sembra che il Vaticano non sia nemmeno più all’interno del territorio italiano, e lui sembra parlarci da una distanza lontanissima, altissima, siderale. Ed è solo.

Villa Tiberio Sperlonga

Dietro le recinzioni

 

Passeggiare lungo la Riviera di Ulisse, e fermarsi a visitare il Museo archeologico di Sperlonga. Gioiellino del sud pontino, che racchiude reperti archeologici venuti alla luce dopo gli scavi del ’57. Quegli scavi che con la costruzione della Litoranea, lungo l’antica via Flacca Valeria, hanno reso più agevole ai turisti del post boom italiano, il collegamento da Terracina a Gaeta. Mio nonno materno contribuì nel ritrovamento dei reperti, da semplice capo-cantiere con la sensibilità che un ingegnere, non avrebbe mai avuto. Neppure a quei tempi. L’ignoranza di molti restauratori improvvisati, impedì un più attento risanamento dei reperti. Tra le perle recuperate: oggetti d’arte, gruppi marmorei, vasellame, teste, busti, ornamenti dell’allora villa dell’imperatore Tiberio. I temi richiamano la storia di Ulisse, in accordo con le leggende legate al luogo; in lontananza si scorge il promontorio del Circeo (si credeva fosse l’isola della maga Circe).

Questo sito è tenuto molto bene, ma fa pensare anche a tutto il resto. Un’Italia che prima di essere guerrafondaia è piena di cultura; di buona o cattiva manutenzione del nostro patrimonio storico-artistico. E benché di tutto questo ne abbiano da tempo più prove, resta l’amarezza di quello che si sarebbe potuto fare e che si potrebbe ancora fare. Come sempre. Ma le sovvenzioni più spesso vanno ad aziende e a progetti dal profilo poco chiaro. Che dire se ultimamente si preferisce incentivare la produzione di armi invece che di strutture del genere? Se neppure invertire la rotta della disoccupazione e della crisi rimane tra le priorità del governo Draghi?

Nulla di nuovo. Ormai è quello a cui noi tutti siamo abituati da anni. Tra un governo tecnico e l’altro. Un’infinita partita di calcio, il rimpallo continuo, con un solo buon allenatore: Mattarella. Però in tutto ciò balza agli occhi un’altra bruttura, come se non ce ne fossero abbastanza. Le transenne, le inferriate, i cancelli, i lucchetti, le recinzioni, le aree videosorvegliate, i sorveglianti, a delimitare gli spazi, a organizzarli, a restringerli, a ordinarli, a chiuderli, a privatizzarli, ancora e ancora una volta. Come in questa foto, c’è una vista stupenda di un paesaggio marino inquinato da una prigione di ferro; la segregazione delle menti, della vista e della cultura. Sarebbe bello se bastasse questo a conservare e preservare. Fosse così, si riuscirebbe anche ad accettarne la bruttura.

albicocco fiori neve primavera

PRESTO DI MATTINA
Don Primo Mazzolari, nel 63° anniversario della sua morte

La Pasqua, nostra ostinazione

Il 10 aprile è stato il 63° anniversario della morte di don Primo Mazzolari [Qui]: «Camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro! E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. È il destino dei profeti» (Paolo VI).

Così sono andato a rileggere un articolo del mio parroco, don Piero Tollini, su don Primo, suo parroco di elezione, ed ho pure riletto la lettera, in realtà poche righe, che gli scrisse quando fu ordinato sacerdote.

Eccole: «Egregio don Mazzolari, sabato nella Cattedrale di Ferrara sarà ordinato un sacerdote di 32 anni, venuto su ed entrato nel sacerdozio colle idee e col cuore di “Adesso”. Solo a lei, dopo che a Gesù, devo la volontà di vivere l’impegno sacerdotale come una pura testimonianza, sulla “via crucis del Povero”, della passione attiva – perciò redentiva – di X.to. Le sono stato vicino nell’amore per la povera gente dal giorno che sul treno di Suzzara ho sentito alcuni poveri di Bozzolo parlare del Parroco… Ho letto “Adesso” con cuore largo perché mi sembrava si puntasse all’essenziale nella applicazione del X.mo; poi dal suo silenzio ho imparato come si serve e si ama la Chiesa».

La risposta di don Primo non fu meno incisiva: «una prima Messa, la tua, mi restituisce la freschezza di un giorno tanto lontano ma sempre presente. C’è una perennità di offerta e di cuore nel nostro incontro, preparato segretamente da Colui, che ha avuto pietà di me e di te, consacrandoci al servizio dei poveri nella sua Chiesa. Non c’è nulla di amabile in questa divina realtà che congiunge il momento del Figlio di Dio e del Figlio dell’Uomo: eppure, questo soltanto è l’Amore come noi lo possiamo toccare. In questi giorni la fedeltà al Povero mi è sembrata più costosa dell’ordinario: stamane, però, l’abbraccio su tutte le resistenze, che mi hanno spaccato il cuore, è tornato sereno e larghissimo» [Qui]

Nel suo articolo don Piero racconta di come nacque la vocazione di don Mazzolari: «Sulla porta della “cascina” nonno e nipote guardano oltre il fossato, sullo stradello polveroso, il funerale che si snoda con inconsueta frettolosità; nessuno sembra pregare, il prete, pure lui frettoloso dietro la croce che il chierichetto porta come fosse l’asta di una bandiera, biascica i salmi in un inaccessibile soliloquio.

Nonno, perché vanno così in fretta? Perché c’è un solo prete e non canta? L’altro giorno erano tanti preti e cantavano e procedevano adagio, adagio. Quello, risponde il nonno, era il funerale della Contessa; oggi portano al camposanto il nonno di Tonino, il Boaro della Ca’ Rossa. Il piccolo Mazzolari è contrariato: “se la Contessa e il Boaro sono tutti e due nelle mani di Dio perché debbono avere un così diverso trattamento? “Io, nonno, quando sarò ‘arciprete’, andrò adagio anche al funerale dei bovari e farò venire anche tutti i curati e canteremo fi no al cimitero”.

Questa “cascina”, questa terra, questa … gente, queste situazioni, sono la matrice dell’inconsueto impegno pastorale di don Primo Mazzolari, il parroco più conosciuto in Lombardia, da molti contestato, da alcuni perfino ritenuto inopportuno, ma che Giovanni XXIII indicò come la voce dello Spirito Santo della Pianura Padana». (Voce di Ferrara, 5 (1979), 3)

 

L’ostinazione mite del Risorto

«Ogni cosa che muore – scrive don Primo – come ogni cosa che incomincia a vivere nella morte, è un aspetto della Pasqua. Le donne, sull’albeggiare quando nessun Discepolo vi pensa, s’avviano con gli aromi verso il sepolcro per “imbalsamare Gesù”, omaggio pietoso verso un perduto amore, ultima testimonianza di una fede che la morte aveva cambiato in ricordo.

A nessuna delle tre, mentre camminano verso il sepolcro, canta in cuore, sia pure celato, l’alleluja della grande speranza: nessuna osa guardare di là della tomba. La pietra non era per essere l’ostacolo alla vita, ma l’impedimento per l’ultima devozione alla morte. Nessuna voce Lo chiama dal di qua: nessun grido lo invocava: neanche la Maddalena, che pur non avrebbe dovuto dimenticare le certezze affermate dal Maestro sulla tomba di Lazzaro.

Tutti avevano bisogno di vita, e nessuno s’appellava al Vivente: tutti avevano bisogno ch’Egli fosse e nessuno osava credervi. La morte era più sigillata nei cuori che nel sepolcro di Lui. L’Alleluja è nato spontaneamente dall’infinita bontà del Signore, che, invece di guardare alla nostra mancata attesa, pose il suo sguardo pietoso sul nostro bisogno di vita, come sulla croce, “per amare fino alla fine” aveva guardato “coloro per i quali moriva, non quelli che lo facevano morire”» (La Pasqua, Vicenza, 1964, 51).

Per don Primo “la Pasqua è per tutti”, è un “impegno preso”, poiché “è la Pasqua la vita dell’uomo” e “nessuno e niente la può fermare”. Per questo è soprattutto invito a cambiare se stessi.

L’attualità del suo pensiero sta nel fatto che in esso urge l’invito a una nuova testimonianza. Vi si percepisce ancora vibrante la sua vita credente e sacerdotale, il vangelo del Regno reso al vivo nella sua persona, per dirla con Paolo. È sempre di nuovo, anche oggi, una questione di testimonianza: occorre far vivere la fede, prima di proclamarla, “Poiché la fede è vita – e quale vita! – una testimonianza convincente non può esserci data che dalla vita”.

Nella visita di papa Francesco a Bozzolo nel giugno del 2017 egli riprende tre immagini: Il fiume, La cascina e La pianura:

«Il fiume è una splendida immagine, che appartiene alla mia esperienza, e anche alla vostra. Don Primo ha svolto il suo ministero lungo i fiumi, simboli del primato e della potenza della grazia di Dio che scorre incessantemente verso il mondo. La sua parola, predicata o scritta, attingeva chiarezza di pensiero e forza persuasiva alla fonte della Parola del Dio vivo, nel Vangelo meditato e pregato, ritrovato nel Crocifisso e negli uomini, celebrato in gesti sacramentali mai ridotti a puro rito.

Don Mazzolari, parroco a Cicognara e a Bozzolo, non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente, che lo ha plasmato come pastore schietto ed esigente, anzitutto con sé stesso. Lungo il fiume imparava a ricevere ogni giorno il dono della verità e dell’amore, per farsene portatore forte e generoso…

La cascina. Al tempo di don Primo, era una “famiglia di famiglie”, che vivevano insieme in queste fertili campagne, anche soffrendo miserie e ingiustizie, in attesa di un cambiamento, che è poi sfociato nell’esodo verso le città.

La cascina, la casa, ci dicono l’idea di Chiesa che guidava don Mazzolari: “Per camminare bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più; e occuparsi e preoccuparsi anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare. Il cristiano si è staccato dall’uomo, e il nostro parlare non può essere capito se prima non lo introduciamo per questa via, che pare la più lontana ed è la più sicura. […] Per fare molto, bisogna amare molto”.

Così diceva il vostro parroco. La parrocchia è il luogo dove ogni uomo si sente atteso, un “focolare che non conosce assenze”.

Don Mazzolari è stato un parroco convinto che «i destini del mondo si maturano in periferia», e ha fatto della propria umanità uno strumento della misericordia di Dio, alla maniera del padre della parabola evangelica, così ben descritta nel libro La più bella avventura.

Il terzo scenario è quello della vostra grande pianura. Chi ha accolto il Discorso della montagna non teme di inoltrarsi, come viandante e testimone, nella pianura che si apre, senza rassicuranti confini. Gesù prepara a questo i suoi discepoli, conducendoli tra la folla, in mezzo ai poveri, rivelando che la vetta si raggiunge nella pianura, dove si incarna la misericordia di Dio (cfr. Omelia per il Concistoro, 19 novembre 2016).

Alla carità pastorale di don Primo si aprivano diversi orizzonti, nelle complesse situazioni che ha dovuto affrontare: le guerre, i totalitarismi, gli scontri fratricidi, la fatica della democrazia in gestazione, la miseria della sua gente».

 

“La pace nostra ostinazione”

Tra le parole tipicamente mazzolariane (poveri, lontani, umiltà, obbedienza, impegno, coscienza, carità, laici, vocazione) troviamo quella della pace. Egli così scriveva sul quindicinale Adesso negli anni Cinquanta: «Per la Pace, più che parteggiare, direi che bisogna “agonizzare”, poiché essa è un bene uno e indivisibile come la Carità. E se uno la vuole per sé, deve domandarla per tutti: per gli stessi che non la vogliono, anche per coloro che ne sono indegni». La pace nostra ostinazione era questo il titolo di una rubrica della stessa rivista, quasi un proclama e un programma.

Nel suo libro Tu non uccidere (Vicenza 1985, 25) si legge: «Il cristiano è un “uomo di pace“, non un “uomo in pace“: fare la pace è la sua vocazione. Ogni vocazione è un seme. Il seme può cadere lungo la strada, tra le spine, in luogo sassoso o in buon terreno. C’è in ognuno di noi, indipendentemente dalla nostra fruttuosità, una pace seminale, la quale può aprirsi un varco attraverso qualsiasi resistenza. E allora, anche se i miei piedi non si muovono verso la pace, sono uomo di pace: anche se pecco contro la pace, fino a quando non rifiuto il Vangelo di pace, la pace è in agonia dentro di me».

Credere alla pace è lo stesso che credere al Vangelo, sperare nella pace è lo stesso che sperare nella Pasqua, vivendo in se stessi la novità di vita del Risorto, comunicarne i suoi segni nella forma della testimonianza.

È questa la condizione per aprire la strada e per arrivare alla pace: «Noi cristiani abbiamo fretta di vedere i segni della Pasqua del Signore, e quasi gli muoviamo rimprovero di ogni indugio, che fa parte del mistero della Redenzione.

I non-cristiani hanno fretta di vedere i segni della nostra Pasqua, che aiutano a capire i segni della Pasqua del Signore. “Un sepolcro imbiancato, che di fuori appare lucente, ma dentro è pieno di marciume”, non è un “sepolcro glorioso”.

“Chi mette insieme pesanti fardelli per caricarli sulle spalle degli altri, senza smuoverli nemmeno con un dito”, è fuori della Pasqua.

“Chi fa le sue opere per richiamare l’attenzione della gente”, invitando stampa e televisione, non vede la Pasqua.

“Chi chiude il Regno dei Cieli in faccia agli uomini” per mancanza di misericordia, non sente la Pasqua.

“Chi giura per l’oro del Tempio e non per il Tempio” non ha ancora buttato via le “trenta monete d’argento”.

“Chi paga le piccole decime e trascura la giustizia, la misericordia e la fedeltà”, rinnega la Pasqua.

“Chi lava il piatto dall’esterno, mentre dentro è pieno di rapina e di intemperanza”, non fa posto alla Pasqua.

Oggi è Pasqua, anche se noi non siamo anime pasquali: il sepolcro si spalanca ugualmente, e l’alleluia della vita esulta perfino nell’aria e nei campi; ma chi sulle strade dell’Uomo, questa mattina, sa camminargli accanto e, lungo il cammino, risollevargli il cuore?

Una cristianità che s’incanta dietro memorie e che ripete, senza spasimo, gesti e parole divine, e a cui l’alleluia è soltanto un rito e non la trasfigurante irradiazione della fede e della gioia nella vita che vince il male e la morte, dell’uomo, come può comunicare “i segni della Pasqua?”». (La Pasqua, 64-65)

Mi è parsa pure una ostinazione santa anche quella di Bertolt Brecht [Qui], comunicata attraverso i versi di una sua poesia. Nel gesto sacramentale di prendersi cura di un raggelato albicocco il mattino di Pasqua, una pietà originata dal sentire del figlio; parole testimoni di una piccola pietà, il gesto di una piccola risurrezione ma ostinata e audace, l’inizio sorgivo per far argine ad un’altra ostinazione: quella insensata ed empia di chi vuole la guerra.

Così in quel gesto di pietà è da riconoscere il sacramento pasquale: «Il nostro sacramento pasquale scrive, don Mazzolari, è ancora una volta un atto di pietà, come se il Signore avesse bisogno di piccole pietà: i morti vogliono la pietà, il vivente vuole l’audacia. «Non vi spaventate. Gesù è risorto, non è qui», (ivi, 52).

La piccola pietà: la Pasqua dell’albicocco

Oggi, mattina di Pasqua,
un’improvvisa tempesta di neve è passata sull’isola.
Tra le siepi già verdi c’era la neve. Mio figlio
mi ha portato verso un piccolo albicocco lungo il muro di casa
strappandomi a un verso in cui puntavo il dito contro coloro
che stanno preparando una guerra che
può cancellare il continente, quest’isola, il mio popolo,
la mia famiglia e me stesso. In silenzio
abbiamo messo una tela di sacco
sopra l’albero che raggelava.

(Bertolt Brecht, Primavera 1938, Raccolta Steffin, cit. in M Petazzioni, La poesia degli alberi, Luca Sossella ed. Trento 2021, 132).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

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