Giorno: 24 Aprile 2022

STORIE IN PELLICOLA:
Giardini in equilibrio

 

I giardini dei film sono tanti. E spesso parlano di un equilibrio che solo loro sono in grado di trovare. I giardini sono luoghi di riflessione ma spesso di comunicazione fra voci che non trovano dialogo, fra essere umani che cercano un orientamento.

Ecco allora a riproporvi una bella pellicola del 2008, Il giardino di limoni, di Eran Riklis, avvolti dalla storia della quarantacinquenne palestinese Salma Zidane (Hiam Abbass), che vive in Cisgiordania, dopo essere rimasta sola. Il marito è morto e i suoi figli sono emigrati in America. Qui sopravvive grazie ai suoi limoni, coltivando un giardino ereditato, appartenente alla sua famiglia, mai coinvolta in azioni terroristiche, da svariate generazioni.

Un giorno, il Ministro della Difesa israeliano, Navon (Doron Tavory) s’insedia nella protetta abitazione limitrofa e, per ragioni di sicurezza, ordina lo sradicamento delle piante della vicina, proponendole un adeguato risarcimento in denaro. Triste giorno perché da qui inizierà una battaglia legale, ingaggiata dalla donna, che sarà lunga e stremante, con il rifiuto categorico di un risarcimento che solo il Ministro considera adeguato, perché per Salma quella terra è tutto ciò che le rimane, tutta la sua vita fatta di duro lavoro, di solitudine, di amore e di ricordi. Aiutata da un giovane avvocato in carriera, divorziato e immaturo, a tratti egocentrico e ambiguo, Ziad Daudv (Ali Suliman), con cui avvierà anche una relazione sentimentale, la donna intraprende una battaglia che la porterà fino alla Corte Suprema dello stato ebraico. Salma troverà, inaspettatamente, anche il supporto di Mira (Rona Lipaz Michael), la moglie del Ministro, che, stanca della sua vita solitaria per i continui e numerosi impegni del marito, prende a cuore il caso della sua vicina di casa palestinese.

È una storia semplice, quella di questo film del regista noto per “La sposa siriana”, quella di una donna e dei suoi alberi, di vicini di casa che possono essere davvero molto “invadenti”, di una storia che, nella sua semplicità, prova a parlare, sommessamente, delle complesse e intricate relazioni tra i popoli in Medioriente (non solo tra Israele e Palestina), coi suoi drammi, le sue contraddizioni, le sue tragedie, la difficoltà totale al dialogo. Non si vede violenza (che resta fuori e sullo sfondo), se non quella psicologica, una lotta e una resistenza che si tentano di portare avanti con la strenua disobbedienza civile, un normale trascorrere delle vite precluso a causa di ataviche controversie politiche. Lo spettatore è coinvolto in un impegno verso la questione irrisolta del conflitto arabo-israeliano di cui il volto di Hiam Abbas, così come la sua condizione di cittadina israeliana di etnia araba, sono interpreti ideali. Ci sono poi gli affetti familiari, le tradizioni, il legame con la propria terra, la dignità e l’autodeterminazione dei popoli, il clima di sospetto reciproco e di paura a cercare di parlare. E un’altra donna, alla fine, la sola, che s’interessa al dramma della vicina cercando di superare il confine storico-politico oltre che fisico. Un ponte di amicizia, pace e coraggio che si cerca di costruire, con fatica. Una narrazione che avvolge intorno a un giardino.

Non c’è l’happy end, anzi il finale lascia un po’ d’amaro in bocca (gli alberi di limone non sono abbattuti ma sono mozzati, resi inutili, decimati dalla sentenza e dalla stupidità degli uomini); non c’è un vero vincitore, alla fine, perché ognuno perde qualcosa nel gioco assurdo dei confini imposti, in una vita dominata da soprusi e da soverchierie gratuite e inutili. La disputa su quel giardino profumato di limoni diviene la metafora della contrapposizione tra ciò che si vorrebbe veramente e quello che ciascuno è invece costretto a vivere nella quotidianità, stupido retaggio di un passato fatto di lutti e sofferenza. Dietro a un imponente e infinitamente lungo muro grigio che non lascia molte speranze.

E poi, ricorda il regista, il limone è una pianta semplice e leggiadra, dai frutti bellissimi ma che praticamente non si possono mangiare e, soprattutto, non è carica del significato morale e storico dato all’olivo (e i film che raccontano della situazione tra Israele e Palestina trattano spesso il tema della devastazione del territorio e dello sradicamento degli olivi…).

La lotta di Salma in difesa dei suoi limoni assume una valenza universale. La sua è la lotta di ogni popolo oppresso, di chi si batte per la libertà e per il futuro. Instancabilmente.

Un film che non fa miracoli, che non racconta nulla di nuovo, per i territori occupati, che non ha messaggi politici, perché non si schiera da una parte o dall’altra o non manipola le diverse realtà, ma che si concentra solo sull’uomo, sul suo dramma esistenziale nei conflitti e la sua voglia di sopravvivere in serenità. Un bel messaggio, bello proprio perché universale.

 

 

 

 

Il giardino di limoni, di Eran Riklis, con Hiam Abbass, Ali Suliman, Rona Lipaz Michael, Doron Tavory, Tarik Copty, Amos Lavie, Amnon Wolf, Smadar Yaaron, Ayelet Robinson, Danny Leshman, Israele, Germania, Francia 2008, 106 mn.

Articolo pubblicato su Bioecogeo

La metamorfosi dei Wilco,
vent’anni fa

Faccio un po’ fatica a fidarmi di quella storiella secondo cui diamo il meglio di noi in mezzo alle avversità. A ben guardare, gli ingredienti sono gli stessi di altri luoghi comuni o slogan motivazionali: bias cognitivo, retorica dal sapore confortante e un piccolo fondo di verità, il quale andrebbe soppesato e contestualizzato con molta cautela.

Tuttavia, uno degli album indie-rock a me più cari, nonché uno dei più apprezzati e influenti degli anni ‘10, è il frutto di innumerevoli avversità: dal licenziamento di due membri della band alla vicenda legale che ne allungò i tempi di uscita, passando per le emicranie del leader Jeff Tweedy. La band in questione sono i Wilco, l’album è invece il chiacchieratissimo Yankee Hotel Foxtrot, pubblicato esattamente vent’anni fa.

Le difficoltà del quintetto di Chicago sono ben visibili in un documentario diretto dal regista e fotografo Sam Jones [Qui], il cui l’utilizzo del bianco e nero aggiunge drammaticità all’estenuante battaglia legale con la casa discografica Reprise e al conseguente slittamento della data di uscita del disco. Tra l’altro, l’ex giornalista di Billboard Chris Morris ha definito quel documentario “uno dei migliori film sull’inevitabile scontro fra arte e mercato”.

Sta di fatto che Yankee Hotel Foxtrot è un album stralunato e difficilmente inquadrabile. Sin dai primi secondi di I Am Trying To Break Your Heart, l’intento di Jeff Tweedy è piuttosto chiaro: il già atipico country-folk dei Wilco viene destrutturato e spogliato di qualsiasi cliché, e ciò che ne resta si fonde a più riprese con il prog-rock, il gospel e un po’ di musica ambient.
Tra interferenze dissonanti e voci soffuse, il senso di smarrimento è dietro l’angolo, specialmente al primo ascolto: lo stesso smarrimento che devono aver provato i Wilco nel realizzare, e poi pubblicare, quei benedetti 52 minuti di musica.

Quindi, l’esperienza dei Wilco conferma che c’è bisogno di un ostacolo, di un antagonista o di un dramma per eccellere? Può darsi, ma non facciamoci prendere la mano. Nel caso di Yankee Hotel Foxtrot è andata più o meno così; d’altronde, in War On War è lo stesso Jeff Tweedy a ripetere, quasi come se fosse un mantra, le seguenti parole.

“You have to lose
You have to learn how to die
If you want to be alive”

PER CERTI VERSI
La dittatura, la liberazione e noi

LA DITTATURA, LA LIBERAZIONE E NOI

Mio babbo
Mi ha raccontato
Ancora
Del Fascismo
Mi fa vedere
Il suo atlante
Di geografia
Razzista
Povera Africa
Spartita
I bianchi…
Poi la guerra
L’ultima cartolina
Dello zio
Dalla Yugo
Lo zio in Russia
Morto assiderato
Poi le bombe
Il rifugio
Pippo
Un solo coniglio
Se no fame
Ma era un coniglio?
Il partigiano
Licurgo Fava
Trascinato
Per Medicina
Torturato
Fucilato
Davanti alla Chiesa
Medaglia d’oro
Grazie Licurgo
A te e a tutti
Quelli e quelle
Come te
Come voi…
Poi
La Liberazione
Suo nonno esce
Dal rifugio
I cecchini fascisti
Lo freddano
L’ultima vigliaccata…
Lo portano al cimitero
Con una carriola

Chi parla di dittatura
Oggi
L’ha solo letta
Non sa cosa sia
Me compreso
Abbia cura
Di certe parole
Premura
Ricordi
Che cosa è stato

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