Giorno: 4 Luglio 2022

LO STESSO GIORNO
La rivolta delle operaie della Val Bisenzio

4 luglio 1917
Le donne della Val Bisenzio marciano contro la guerra e per il pane

Nel 1917 l’Italia era già in guerra da due anni. L’economia del paese risente del massiccio invio di uomini al fronte, così nelle fabbriche vanno le donne rimaste in patria. Intanto il paese è soffocato da una feroce carestia, i viveri vengono razionati, il grano e il pane scarseggiano, tanto che il governo è costretto ad alzare i prezzi del pane giorno dopo giorno. Se nel 1914 una famiglia di cinque persone spende per nutrirsi 20 lire e 84 centesimi, tre anni più tardi, per le stesse necessità, servono 39 lire e 50 centesimi. La crescente inflazione erode i salari, specialmente quelli dei nuclei familiari a reddito fisso, e il razionamento del pane porta i cittadini rimasti in patria a insorgere.

Nel luglio del ’17 la società civile, i giovanissimi e le donne scendono in strada organizzando oltre 500 manifestazioni contro la guerra e per il pane.
A queste rivendicazioni si legano anche la lotta contro l’inasprimento di una legislazione liberticida e per il miglioramento delle condizioni di lavoro, ovviamente peggiorate ulteriormente in periodo di guerra.

In un paese già allo stremo, la goccia che fa traboccare il vaso arriva a fine giugno, quando vengono chiamati al fronte i ragazzi del 1899, ragazzi che all’epoca avevano solo diciotto anni. Le prime a muoversi sono le operaie delle fabbriche. Avevano visto morire i propri padri e fratelli ed ora non hanno intenzione di veder morire anche i propri figli.

Le donne dei piccoli comuni della Val Bisenzio, un’area a nord di Prato, sono tra le più coinvolte. Questa Valle, caratterizzata dalla presenza di numerose fabbriche legate alla produzione tessile, è tra le zone più colpite dalla carestia, dalla mancanza di pane. Molte delle aziende presenti sul territorio nel corso del conflitto lavorano esclusivamente per l’esercito, arrivando a produrre milioni di metri di panno grigio-verde.

I movimenti di protesta in realtà erano già cominciati anni addietro. Già nel 1915 numerosi scioperi e manifestazioni bloccano le produzioni tessili della Val Bisenzio. A capo di questo movimento c’era la socialista e capo della lega sindacale laniera di Vaiano Teresa Meroni.  A seguito delle proteste, il governo decide di trasformare le quattro maggiori fabbriche dell’area in ‘ausiliarie’, ossia indispensabili ai fini bellici.
Questo significava la ‘militarizzazione’ delle maestranze e ritmi produttivi insostenibili. Si arrivava a lavorare fino a tredici, quattordici ore al giorno.

A metà del 1917 però la protesta riesplode, e questa volta lo fa con tutta la sua forza. Preoccupate ed arrabbiate per l’arruolamento dei giovanissimi e per le requisizioni forzate del grano, stremate da lavoro ed inflazione, le donne della valle si mobilitano in massa.
Le proteste cominciano nel borgo montano di Lucciana, mosse da contadine e mezzadre, seguono quelle di Vernio che chiedono una divisione più equa del grano, non in base al reddito. Solo successivamente è la volta delle operaie di Vaiano e di tutti gli altri comuni della bassa valle, che a partire da questo stesso giorno, il 4 luglio 1917, entrano tutti insieme in sciopero.

I carabinieri non riescono ad arginare la folla di migliaia di donne inferocite; persino l’arrivo dei cavalleggeri da Prato non è sufficiente a fermare la rivolta.
Dopo giorni di lotta, il 6 luglio le donne aggirano il blocco dei militari e si mettono in marcia attraverso i campi lungo il fiume Bisenzio, in direzione di Prato. Il corteo delle operaie in sciopero si ingrossa chilometro dopo chilometro, paese dopo paese, ed entra nella città di Prato. Le donne invitano tutti a partecipare, chiedendo agli esercenti di chiudere le botteghe e abbassare le serrande.
La marcia delle donne della Val Bisenzio giunge finalmente sotto il municipio di Prato, dove avvengono numerosi scontri con la polizia, e tante scioperanti vengono arrestate.
Lo sciopero termina pochi giorni dopo, il 9 luglio 1917, e viene seguito da una dura repressione. Ciò nonostante alcune delle rivendicazioni di quei giorni verranno accolte dalle autorità.

La nuova Cortina di ferro
la Nato si allarga contro il “Regno di mezzo”

Il vertice NATO in Spagna ha raggiunto tutti gli obiettivi americani per l’attuazione del new order europeo. L’alleanza militare atlantica stava perdendo significato dopo la caduta del muro di Berlino e qualche Paese aveva avanzato l’idea di poterla sostituire con qualcosa di diverso, tipo una forza di intervento europea. Il pericolo di una simile evoluzione sarebbe stata la perdita di presenza e quindi di potere da parte di quelli che ci avevano salvato da Hitler e dal nazismo. Pericolo rientrato.

In Spagna si è riaffermata la missione difensiva della NATO grazie al rinvenimento di un nemico che la storia aveva già allontanato verso Est di qualche migliaio di chilometri. Si è creata una nuova cortina di ferro che include i confini finlandesi che, con la Svezia, vanno a rinforzare quella che qualche analista ha chiamato la “NATO Baltica”, con il conseguente accerchiamento di Kaliningrad, e ad aumentare le tensioni nei mari freddi del nord Europa.

In Polonia sarà inaugurata una nuova base militare permanente USA, la prima in un paese ex Patto di Varsavia, a sottolineare l’importanza crescente di questo Paese che sta prendendo la guida dell’Est contro l’invasore russo allontanando dalla prima linea Germania, Italia e Francia.

Svezia e Finlandia sono state invitate nella NATO grazie al fatto che Erdogan ha tolto il veto dopo aver ottenuto da loro, come lui stesso ha precisato, “quello che voleva”, cioè che i curdi siano definitivamente considerati terroristi e quindi uno stop alla tolleranza nei loro confronti da parte dei paesi nordici. Insomma, oppositori e dissidenti curdi saranno i primi a pagare a caro prezzo gli accordi per la nuova NATO. Ma la Turchia ha ottenuto anche altro, nuovi armamenti dagli USA come gli F16, di rientrare nel programma F35 e di poter anche liberamente comprare missili dalla Russia. Tutto questo fa di Erdogan un grande negoziatore, rafforza l’idea di una presenza nell’Alleanza Atlantica strumentale agli interessi nazionali e ne accresce l’importanza come potenza e interlocutore privilegiato degli USA, anche a discapito del ruolo che dovrebbe ricoprire l’Italia nel Mediterraneo e nei Balcani.

L’Italia non ha mai saputo ritagliarsi nessun ruolo oltre all’essere pronta ad intervenire a chiamata dove, come e quando le viene chiesto. Questo fa di noi esclusivamente un fedele gregario. Siamo il Paese che subisce più di tutti le pressioni delle sanzioni contro la Russia, ma invece di pretendere qualcosa in cambio o tutelare in primis i nostri interessi strategici ed economici, come hanno fatto la Turchia e l’Ungheria, oppure bilanciando meglio dichiarazioni di prassi e acquisti di gas seguendo l’esempio della Germania, accettiamo e mettiamo in atto pedissequamente; salvo poi andare in giro per il mondo cercando di rimediare altrove “il gas perduto” e chiedere interventi concertati dell’Europa unita.

Insomma, dei bravi scolaretti, decisamente poco furbi.

Se si guarda la nuova cartina europea si vede quanto siano diventati importanti, nell’ottica di difesa russa, i confini bielorusso e ucraino, ad oggi gli unici che la dividono da installazioni e basi americane o NATO. Con l’ingresso della Finlandia si concretizza quel senso di accerchiamento che ha sempre caratterizzato l’immaginario russo. Le grandi potenze nella storia, e l’impero romano insegna, avevano sempre degli stati cuscinetto che contribuivano a rendere i loro sonni più tranquilli. Oggi abbiamo creato dei blocchi pericolosamente confinanti con una trincea moderna fatta di battaglioni rotazionali e aerei in grado di trasportare armi nucleari tattiche per attacchi veloci ad alta intensità.

In ogni caso sembra che nessuno voglia fare davvero la guerra a Putin, stando alle dichiarazioni che si concentrano su difesa e deterrenza. Di conseguenza si capisce che l’intenzione è quella di approfittare della guerra in Ucraina, da molti vista come la conseguenza di una vera e propria provocazione da parte americana e inglese, per ottenere una serie di risultati strategici.

Gli Stati Uniti hanno un impero da difendere basato su una moneta che è moneta di riserva e che oramai è sostenuta più dalla potenza e presenza militare che dall’economia. Per mantenere lo status quo per qualche altro decennio e allontanare nel tempo il declino (la storia degli ultimi 500 anni insegna che fu lo stesso per il fiorino e l’Olanda, poi per la sterlina e la Gran Bretagna) hanno bisogno di aumentare il controllo sulla colonia più importante, l’Europa. Quindi devono aumentare la presenza militare e ribadire l’influenza che cominciava ad essere messa in dubbio, e per farlo stanno utilizzando le ragioni e le paure dei paesi dell’Est. Per compattare un’alleanza militare serve trovare un nemico, una minaccia oppure rinvigorire un vecchio nemico che in questo caso è lì, pronto al bisogno e allo scopo. Nel nuovo concetto strategico della NATO si legge che la Russia è “la minaccia più significativa e diretta alla sicurezza dei suoi Paesi membri” e che la Cina è “una sfida sistemica”, non tanto sul piano militare, quanto su quello tecnologico.

Quindi la vera strategia prevede che la Russia debba indebolirsi consumandosi dietro a questa guerra per indebolire, di conseguenza, il potenziale asse sino-russo. Una volta sistemato questo fronte, si potrà tornare a occuparsi a pieno titolo della sola Cina, la vera sfida all’impero dominante. Zhongguo, “il paese di mezzo”, come la chiamano i cinesi. 

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