Giorno: 23 Luglio 2022

FANTASMI /
Animula vagula blandula

Animula vagula blandula*
confessione di un daimon

“Quando tutte le anime si erano scelte la vita secondo ciò che era loro toccato, si presentarono a Lachesi. A ciascuna ella dava come compagna il daimon che quella si era assunto, perché le facesse da guardiano durante la vita e adempisse il destino da lei scelto. E prima di tutto il daimon conduceva l’anima da Cloto: sotto la sua mano e al volgere del suo fuso, il destino prescelto viene ratificato. Dopo Cloto il daimon conduceva l’anima alla filatura di Atropo per rendere irreversibile la trama del suo destino. Di lì, senza voltarsi, l’anima passava davanti al trono di Necessità.”
[Platone, Repubblica, X, 620 d-e]

cendere o salire – non saprei dire, dipende dai punti di vista, o dalla vostra filosofia, ma io di queste cose non mi sono mai curato, per me non c’è alcuna differenza tra scendere e salire – salire o scendere mi è sembrato un lampo, una frazione di tempo, o neppure questo, il tempo non sono riuscito ad avvertirlo. Per me il tempo non passa, non esiste, perché io vengo prima del tempo, e durante e dopo il tempo. Io sono prima ancora di nascere e dopo ogni vostra morte. Io sono in eterno. Devo solo svolgere il mio incarico, assolvere il mio compito: quando me lo ordinano io scendo (o salgo) là dove mi è stato indicato. Faccio il mio dovere, ma non è neppure un dovere, questa parola non ha nessun significato per me, né mi diverto a farlo, perché neppure il piacere io conosco. Salgo (o scendo) seguendo la mia natura, perché è questo che da sempre la natura ha apparecchiato per me, ciò che il supremo essere ha disposto.

Platone nella Repubblica parla bene di me, il daimon, o se volete, il genio, l’ispirazione, il soffio che guida ogni destino verso il suo compimento. Come tutte le entità a voi invisibili mi sono guadagnato molti nomi, qualcuno mi ha voluto anche con due ali sulle spalle e mi ha chiamato angelo. Platone non si discute, è tutto vero, o almeno verosimile quello che di me lui dice. Ma dimentica tanto altro. Dimentica l’ansia e la fatica del mio eterno lavoro, e la noia e il buio dell’attesa, la breve ebrezza di un trionfo e il masticare amaro di una sconfitta. Io, il daimon, devo accompagnare, devo suggerire; e interrogare, istillare dubbi, infondere coraggio. Devo orientare l’anima del corpo che mi ospita verso il bersaglio già scritto dal principio. Già scritto, ma che occorre riconoscere, incarnare, compiere. E non è cosa semplice, nient’affatto, è una faticaccia come direste voi.

Ricordo – sì, anche io ho questa cosa che voi chiamate memoria, che è in ogni essere e che lo distingue dal non essere – ricordo che ero in fila con gli altri. Una fila lunghissima sapete, come a voi capita andando a vedere una mostra di un pittore eccelso. Ero in fila e aspettavo, aspettavo di essere chiamato. Se la mia natura assomigliasse alla vostra – ma proprio questo devo fare, fingere di essere come voi, come posso altrimenti spiegare, raccontare, farmi capire? – immaginatemi dentro questa fila senza termine e senza principio, lassù, in alto, come su un ponte sopra tutte le città del mondo. Immaginatemi in una qualche forma e sostanza, anche se io non aderisco a nessuna forma, o a tutte, e contengo tutte le sostanze e le possibilità. Pensate voi a darmi una forma e una materia, un volto se volete. E datemi un corpo, un sentimento. Immaginatemi mentre aspetto, aspetto per un tempo infinito, e parlo sottovoce con i miei vicini, e cerco di guardare là in fondo dove inizia la fila – non c’è un inizio ma voi dovete immaginarlo – dove Lachesi sta seduta nel suo scranno. La prima delle tre Moire finalmente mi guarda. E io fremo e prego e spero di essere chiamato.

Dopo – non so dare una durata a quel dopo – quando è arrivato il mio turno ho provato un’emozione fortissima (anche se siete voi a immaginare questa emozione). Mi succede sempre così quando è l’ora di partire, di scendere o salire fino alla mia meta. Ecco, finalmente sono in cima, il primo della fila, e davanti a me, posso quasi toccarla, in cima alla fila opposta, la prima dell’infinita fila che fronteggia la mia, sta la predestinata. Così ho guardato quella piccola anima, quell’animuccia leggera e spaurita, proprio lei avrei dovuto accompagnare passo passo, dentro un corpo e dentro la vita.

Questa è una confessione: voglio, devo essere sincero: mi aspettavo qualche cosa di meglio, di più grande, di meraviglioso.  Invece, da un’anima così male in arnese, anche con tutto il mio impegno, con tutta la mia fede, con tutta la mia esperienza non avrei potuto ricavare granché. Se anche le anime sono infinite perché a me doveva capitarne una di scarto? Ma già Cloto, la seconda sorella, filava il suo fuso, scorrendo tutta la vita terrena. e Atropo conduceva la minuscola anima alla filatura per deciderne il termine e rendere irreversibile la trama del suo destino. Ecco, ora il daimon e la sua anima gemella sono finalmente sposi. A me spetterà condurre quell’anima al compimento del destino scritto per lei.

Ecco, sentite questo grido acuto? Non conosco i sentimenti, non so se sia un urlo di dolore oppure la gioia, la sorpresa di venire al mondo. Per questo bambino è la prima volta, mentre per me non c’è e non c’è mai stata una prima volta. Io sono dal principio, da prima del principio. Io conosco tutto e questo piccolo non conosce nulla. Lui è nuovo e ignorante, io sono antico e sapiente. Eppure non credete che io parta avvantaggiato. E’ sempre la stessa lotta che combatto. E mentre salgo, mentre scendo dentro questo bambino, mentre saluto con un cenno d’intesa la sua animuccia tremante, in questo momento sento una cosa a cui io non so dare un nome, ma che voi chiamate paura e tenerezza. Non so ancora se riuscirò nell’impresa, sono un semplice daimon, ma prometto, giuro: come un soldato fedele, come una mamma premurosa, come un artigiano innamorato del suo mestiere, come un amico fraterno, come un amante appassionato, lo prometto e lo giuro. Scorterò questa animuccia durante i suoi giorni, vigilerò sul suo sonno e sui suoi sogni, sarò accanto a lei, senza distrarmi, nella buona e nella cattiva sorte, per orientare la sua freccia nel centro esatto del bersaglio.

* Animula vagula blandula (Animuccia tenera e smarrita) è il primo verso di una breve lirica dell’imperatore Publio Elio Traiano Adriano. Adriano si prepara a congedarsi dalla sua anima e si rivolge ad essa salutandola, quasi come fosse sulla soglia che separa la vita dalla morte e si apprestasse a separarsi da una cara compagna. Gli splendidi bersi sono anche nel capolavoro di Marguerite Yourcenar “Memorie di Adriano”

Un’altra nota: questo mio breve racconto, dettato dal mio amore per Platone, è probabilmente dovuto anche alla lettura di alcuni libri di James Hillman, il seguace più noto di Gustav Jung, e in particolare a “Il codice dell’anima” edito in Italia da Adelphi.

sorelle marta maria

PRESTO DI MATTINA /
Marta e Maria di Betania

 

Marta e Maria di Betania

«Ti benedico, ospite mio, mio invitato – dice il santo rabbino – poiché il tuo nome è: Colui che cammina. Il cammino è nel tuo nome. L’ospitalità è crocevia di cammini» (Edmond Jabès [Qui], Il libro dell’ospitalità, Milano 2017, 11).

Due sorelle e un fratello, Lazzaro, gli amici di Gesù. Un piccolo e povero villaggio il loro, tanto che uno dei significati del nome Betania è “casa di povertà”. Posto sul versante orientale del Monte degli Ulivi, a circa mille metri dalla città santa, sulla strada che porta dalle alture di Gerusalemme agli sprofondi di Gerico.

Casa dell’amicizia ospitale, potremmo dire anche della loro casa. Per Gesù luogo delle confidenze, di intimità fraterna coi discepoli, di sororità e di famiglia; un luogo in cui riposare, una sosta lungo il cammino che stava compiendo verso il suo destino a Gerusalemme.

Queste due donne, Marta e Maria, pensate, sono state scelte dai vescovi quale icona evangelica per ispirare, orientare, accompagnare il secondo anno del cammino sinodale della chiesa italiana.

I cantieri di Betania: così hanno chiamato queste prospettive e riflessioni pastorali, nate – ci tengono a sottolinearlo – dalle interrogazioni del popolo di Dio, dalla consultazione delle comunità cristiane, e le loro risposte e i quesiti ne costituiscono il background, l’ordito testuale.

Come a dire: si costruisce la sinodalità solo a partire da un ascoltarsi ospitale. Così è emerso che questa ospitalità ha lo stile e i tratti di due donne postesi alla sequela di colui che si fa ospite per poter ospitarci.

Ancora oggi egli si fa ospite e pellegrino in mezzo a noi. E camminando egli svela il suo nome; accolto, ci fa conoscere il nostro nome nascosto, segreto. Egli è così colui che è sempre atteso perché «cammino è il suo nome».

Per quanto duri la notte la luce è sempre attesa così anche se avrà un lungo cammino davanti a se l’itineranza di un nomade non sarà privata dell’ospitalità: «Alla tua destra, il posto lasciato vuoto per l’arrivo dello straniero è sempre libero. Pazienta. Chi muove verso di te troverà libera la via».

Non importano le difficoltà ch’egli troverà nel cammino: «A un certo momento giungerà, poiché egli sa d’essere atteso, sinceramente. Davvero ospitale è, fino in fondo, l’attesa» (ivi, 23).

E alfine «il maestro disse, spostando la poltrona su cui sedeva: – È ora. Bisogna che parta. Mi lascerò guidare dai vostri pensieri. Di ciascuno rifarò il cammino. Continuerò così a vivere in voi. – E tu in noi, risposero i discepoli» (ivi, 82).

È appena di domenica scorsa la lettura di questo vangelo di Marta e Maria. A introdurlo la prima lettura dalla Genesi; il racconto di un’altra ospitalità, quella di Abramo alle querce di Mamre resa a tre forestieri nell’ora più assolata e calda del giorno.

La seconda lettura, che ha la funzione di attualizzare le scritture nell’oggi, ci ricordava con Paolo che il discepolo diviene lui stesso dimora di speranza quando ospita con ostinata determinazione dentro di sé la Parola di Dio: «Cristo in voi speranza della gloria», completando in se stesso i patimenti e le ferite di Cristo che continuano ad essere inflitti al suo corpo che è l’umanità:

«Auschwitz, cancellazione del Nulla, estrema cancellazione… Trema la mia voce, disse il vecchio. La parola umana e quella divina hanno preso atto allo stesso tempo della loro fragilità e della loro nascosta potenza.

Una parola di dieci lettere è il territorio dell’ospitalità. Abbi cura di ognuna d’esse, poiché dappertutto è inferno e sangue e morte. E il bambino s’asciugò le lagrime per sorridere al vecchio, che s’era nel frattempo un poco riconfortato. Razzismo. Antisemitismo. Esclusione. Tre sono le ferite. Tre le determinazioni» (ivi, 28-29).

In questo brano evangelico Luca ci presenta dunque un primo fotogramma: Gesù in cammino verso Gerusalemme. Seguiranno poi quelli all’interno della casa.

Attraversando strade e villaggi lui e i suoi discepoli hanno sperimentato ora il rifiuto, ora l’accoglienza, una volta vengono allontanati con sospetto, minacciati di morte pure, un’altra abbracciati da gioiosa gratitudine. A Betania sarà cosparso di preziosissimo unguento: una libbra di purissimo nardo.

Anche entrando a Gerusalemme avrà una grande accoglienza, da messia regale, ma poi ritornerà a Betania dai suoi amici.

Quasi subito, appena pochi giorni da quell’ingresso, gli osanna saranno mutati in grida: crocifiggilo, crocifiggilo; rifiutato da molti, misconosciuto e abbandonato dai discepoli, perfino tradito.

Troverà lacrime di ospitalità solo dalle donne, solo un velo di donna ad asciugare le sue sulla via della croce. E un cireneo, poi, costretto ad ospitare sulle sue spalle la sua croce sin sul Golgota. Là ai suoi piedi Giovanni e sua madre, chiede loro di restare ospitali, di accogliersi l’un l’altra come figlio e madre.

E il ladrone disse a Gesù: «Non merito l’ospitalità che ti devo. Accettala. Saprò che m’hai perdonato» (ivi, 18): inaspettatamente, proprio alla fine, sulla croce sarà riconosciuto e ospitato nella fede dell’altro appeso con lui al legno, e così non potrà, a sua volta, non accoglierlo pure lui dicendogli: «oggi sarai con me in paradiso».

Si risveglieranno entrambi tra le braccia del Padre, la loro nuova casa; e il centurione, senza saperlo, trapassando il costato di quel corpo morto, lascerà la porta di quel giardino per sempre aperta.

 

Betania, casa dell’obbedienza ospitale

«Maria, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi» (Lc 10,38-42). Nel commento al vangelo Origene [Qui] scrive: «chiunque è di Betania, è amico di Gesù in quanto diventa intimo con l’obbedienza».

L’ascolto è la polla sorgiva da cui scaturisce ogni ospitalità. È nota la derivazione sia greca che latina della parola ‘obbedienza’: un ascolto in profondità, di colui che si abbassa fin alla radice dell’interiorità, come di discepola/o accovacciati ai piedi del maestro.

Maria, discepola che fa spazio, che fa tacere le sue parole, lasciando entrare le parole dell’ospite tenendole in grembo, adagiandole in quelle intimità senza limiti che sono le viscere di misericordia:

«Quale definizione potrebbe andar bene per l’ospitalità? – chiese il più giovane dei discepoli al maestro. – Ogni definizione è, di per sé, una riduzione e l’ospitalità non sopporta nessuna limitazione – rispose il maestro. Non chiedere la strada a chi la conosce, ma a chi, come te, la cerca» (ivi, 62).

Per accogliere bisogna uscire, da se stessi, dalle proprie parole, dai propri schemi e ragionamenti, non essere intenti alle cose, rivolti a se stessi; in un parola non essere noi al centro, come Marta, ma porre al centro colui che si accoglie.

La prima e più essenziale ospitalità, quella da considerarsi veramente buona, non è quella che ospita l’altro in casa, sotto il proprio tetto, o a tavola nel servizio della mensa, ma quella che accoglie dentro di sé, nella dimora che siamo noi.

La disponibilità all’ascolto profondo «ha come sbocco l’ospitalità», che è come dire tiene aperta l’aspettativa, la stessa speranza della vita: «- Hai il potere di prolungare la vita?, chiese un saggio a un altro saggio. – Ho il potere di prolungare la speranza, gli rispose costui» (ivi, 72).

 

«Il criterio è l’ospitalità»

L’ospitalità è misura smisurata di umanità; essa ci rende degni della nostra umanità, compie la nostra libertà come amore. L’ascolto dell’altro è la prima e fondamentale forma di ospitalità, che genera e alimenta ogni altra forma e servizio di accoglienza.

L’ascolto è come il lievito nella pasta di ogni servizio ospitale. Non c’è Maria senza Marta, come non c’è lievito senza pasta e pasta senza lievito. L’ascolto fa lievitare il bene di ogni diaconia e servizio proprio nella comunità cristiana.

Colui che ascolta impara lingue nuove, conosce nuovi mondi, si misura con linguaggi altri che acuiscono in lui l’arte dell’interprete, della mediazione per il desiderio di comunicare la gioia dell’ospitalità, che è gioia evangelica.

Di più: «L’ospitalità va letta come una buona notizia» (ivi, 84). Un vangelo non è solo per se stessi ma, come l’ospitalità, dono rivolto a tutti: «Se varco la soglia della tua casa, a chi offrirai ospitalità? Al tuo maestro o allo straniero del quale non sai nulla? – Come potrei non offrirla al mio maestro che m’ha fatto l’onore di venire da me? –

Il tuo maestro – disse allora il saggio – non ha bisogno di questo segno di rispetto. Il viaggiatore smarrito, invece, che bussa alla tua porta, spera con tutte le sue forze in questo segno, poiché non lo richiede soltanto per sé» (ivi, 66).

Al cuore dell’ospitalità sta dunque un vangelo nascosto, una buona notizia di liberazione, sia per chi ospita che per chi è ospitato. È la libertà stessa del vangelo generativa di fraternità.

In ogni ospitalità, come nella casa di Marta e Maria, è lui che incontriamo e ci dice: “ero forestiero e mi hai ospitato”: «Lo straniero forse capirà d’esser giunto nel paese, desolato delle sabbie, dove l’ospitalità è pegno di sopravvivenza”, insegnava ancora. E aggiungeva: “È il libro, questo paese”» (ivi, 96) e «smisurata è l’ospitalità del libro» (ivi, 108).

 

Ospitalità crocevia di cammini

Sinodalità si declina con ospitalità. Nel testo a più mani dei vescovi si ricorda dunque che per essere sinodali occorre essere ospitali. Le nostre chiese dovranno di nuovo uscire dai propri schemi e porsi con più decisione in ascolto.

Ascoltare è attraversare le frontiere dell’io del noi, queste barriere hanno i nomi di clericalismo e mondanità spirituale. Entrambi non conoscono ospitalità. Inospitale perché egotico è il primo, pone se stesso sopra tutti, abusando del suo potere; mortifica la dignità battesimale, la santità, vocazione, del popolo di Dio e il senso della fede dei battezzati.

Ma inospitale è pure la mondanità spirituale, perché vive al di fuori della vita reale, in un suo mondo a parte – come in una fiction – ridicolizza l’incarnazione e rifugge dal prendere dimora tra gli umili e i poveri, dall’abitare nel deserto sotto una tenda come Yhwh;

esalta l’esteriorità, vendendo l’effimero come fosse moneta sonante; vive sul pinnacolo del tempio una ritualità e liturgia vuote del mistero della fede; ama invece le piazze e i sagrati come luoghi delle sue ostentazioni ed esternazioni; confidando solo nelle proprie forze.

La mondanità spirituale non conosce l’abbandono alla grazia, il cuore fatto ardente, l’urgenza mite dell’annuncio, che la pone sulla strada samaritana, che è strada della prossimità compassionevole, del servizio, della corresponsabilità.

Il fatto che Marta svolga dei servizi, ma che li porti avanti ansiosamente e affannosamente è perché non li ha innestati nell’ascolto dell’altro, ma su se stessa, a misura del suo bisogno. Un servizio che manca dell’ascolto crea risentimento, dispersione, preoccupazione e agitazione.

Nel documento consegnato alle chiese locali «la centralità delle figure di Marta e Maria richiama esplicitamente il tema della corresponsabilità femminile all’interno della comunità cristiana»: l’ospitalità come crocevia di genere.

«Marta e Maria non sono due figure contrapposte, ma due dimensioni dell’accoglienza, innestate l’una nell’altra in una relazione di reciprocità, in modo che l’ascolto sia il cuore del servizio e il servizio l’espressione dell’ascolto».

Pertanto, dall’icona dell’ospitalità evangelica riproposta nel documento, emerge la necessità ancora disattesa di «curare l’ascolto di quegli ambiti che spesso restano in silenzio o inascoltati… prestare ascolto ai diversi “mondi”, in cui i cristiani vivono e lavorano, cioè “camminano insieme” a tutti coloro che formano la società.

Innanzitutto il vasto mondo delle povertà: indigenza, disagio, abbandono, fragilità, disabilità, forme di emarginazione, sfruttamento, esclusione o discriminazione (nella società come nella comunità cristiana);

poi gli ambienti della cultura (scuola, università e ricerca), delle religioni e delle fedi, delle arti e dello sport, dell’economia e finanza, del lavoro, dell’imprenditoria e delle professioni, dell’impegno politico e sociale, delle istituzioni civili e militari, del volontariato e del Terzo settore.

Sono spazi in cui la Chiesa vive e opera, attraverso l’azione personale e organizzata di tanti cristiani, e la fase narrativa non sarebbe completa se non ascoltasse anche la loro voce».

L’invito di Marta e Maria? «Scoprite che la fraternità ha un volto e l’ospitalità una mano». Anche senza gli incentivi del 110 per cento teniamo aperti i cantieri di Betania: il cantiere della strada e del villaggio, quello della chiesa come casa ospitale e il cantiere in essa delle diaconie e della formazione spirituale.

 “Quando la nostra responsabilità è messa alla prova”.
“Prendere la parola.
“Per quel ch’essa è.
“Per quel ch’ essa può.
“Far ricorso ad essa.”
A colui che parla abbiamo il diritto di chiedere
in nome di che cosa egli parla.
“E allo stesso modo chi ci interroga ha il diritto
d’aspettarsi da noi una risposta.
(ivi, 34)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

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