Giorno: 25 Luglio 2022

Sul ponte non sventola bandiera bianca
Quanto ci costa la guerra in Ucraina

 

Ci sono molti costi che Italia e italiani sono chiamati a sostenere per il conflitto iniziato il 24 febbraio tra Russia e Ucraina, strettamente legati al sostegno che il governo Draghi ha assicurato a quest’ultima seguendo l’esempio di quasi tutti gli altri paesi europei, oltre che le richieste statunitensi.

I costi sono sostanzialmente di tre tipi: quelli legati alle sanzioni, quelli per gli aiuti militari e per i profughi, quelli eventuali per l’ingresso nell’UE e per la ricostruzione dell’Ucraina.

Le sanzioni scatenate dal tentativo di isolamento della Russia hanno provocato una diminuzione nelle quantità di gas e petrolio importato e contemporaneamente un aumento dei prezzi. L’aumento dei prezzi delle materie prime ha fatto da volano per l’aumento di tutti i beni correlati a vario titolo, dalla benzina alla pompa, ai trasporti, ai generi alimentari fino alle vacanze. Questo aumento dei costi, si badi bene, da importazione, ha causato un aumento dell’inflazione come non si vedeva da decenni. Di conseguenza, a parità di salario siamo tutti più poveri.

Giusto per aprire una parentesi ma rimanendo in tema, l’inflazione sarà combattuta con l’aumento dei tassi da parte delle banche centrali, il che farà aumentare il costo del denaro e quindi dei nostri mutui. E’ stato calcolato che già il primo aumento dei tassi deciso il 21 luglio dalla BCE di 0,50 punti porterà su un mutuo già contratto a tasso variabile di 200.000 euro un aumento di 60 euro al mese. Aumenti che dovranno essere sopportati anche da coloro che accenderanno nuovi mutui a tasso fisso.

Federconsumatori ha calcolato che il costo aggiuntivo medio in campo energetico e alimentare sarà di 1.228 euro a famiglia. La Cgia di Mestre calcola invece che il calo del Pil per il 2022 sarà di circa 24 miliardi e questo si tradurrà in una perdita media per ciascuna famiglia italiana di 929 euro.

Di fatto ci sono aumenti nel costo della vita che possiamo calcolare anche senza l’aiuto delle associazioni di consumatori, visto la loro incidenza sulla nostra vita quotidiana. La benzina a luglio 2021 costava mediamente 1,650 euro contro i 2 euro di oggi, le bollette del gas sono quasi raddoppiate sia per famiglie che imprese, prenotare una vacanza costa tra il 15 e il 20% in più come costa notevolmente di più fare la spesa al supermercato.

Ci sono poi i costi affrontati, e che stiamo continuando ad affrontare e pianificare, per il sostegno ai profughi ucraini e per gli armamenti. Si intendono sia le spese per le armi che inviamo direttamente sul posto, sia le spese per il mantenimento dei nostri militari in prima linea ai confini del “nemico” russo.

Draghi aveva dichiarato ad aprile che l’Italia aveva speso per gli aiuti umanitari 610 milioni di euro, di cui 110 inviati direttamente a Kiev. Il sole24ore aggiornava il 10 maggio la cifra a 990 milioni di euro, siamo a luglio ed è facile presumere che abbiamo superato il miliardo. Per la cronaca, Il fatto quotidiano denunciava il 30 giugno che lo Stato non aveva ancora assolto i suoi doveri nei confronti dell’80% dei privati che avevano aderito all’appello e avevano accolto cittadini ucraini.

L’invio di armamenti viene invece effettuato attraverso il nuovo strumento European Peace Facility (EPF) al quale l’Italia partecipa seconda la sua quota UE, ovvero il 12,5%. Lo stanziamento iniziale per il finanziamento dell’operazione di sostegno bellico all’Ucraina era di un miliardo, ma dovrebbe arrivare a un miliardo e mezzo. Per l’Italia il contributo impegnato è di 125 milioni, che arriverebbe a 187,5 milioni di euro se verrà deliberata l’ulteriore tranche ipotizzata.

Con questo strumento si supportano anche altri paesi nei quali sono in corso conflitti. Nel corso del 2021 sono stati spesi quasi 259 milioni di euro per forniture militari e supporto militare di vario genere a Paesi africani (85 milioni alla Somalia, 44 milioni al Mozambico, 35 milioni al G5 Sahel, 24 milioni al Mali e 10 milioni a Camerun, Chad, Niger e Nigeria), alla Georgia (12,75 milioni), alla Bosnia (10 milioni), alla Moldova (7 milioni) e all’Ucraina (31 milioni in ospedali da campo, sminamento, logistica e cyber-difesa). L’Italia ha fatto la sua parte sempre per il 12,5%.

Nell’ambito delle spese militari per il “contenimento” della Russia rientrano anche altri 78 milioni di euro necessari per mantenere in Romania un massimo di 12 caccia militari (inizialmente erano 4, attualmente sono 8) e 260 uomini, in Lettonia più di 200 alpini della Brigata Taurinense con decine di carri armati ruotati Centauro e cingolati da neve nell’ambito della missione NATO ‘Baltic Guardian’. Ci sono poi da conteggiare circa 200 marinai sulla fregata Fremm ‘Carlo Margottini’ e sul cacciamine Viareggio necessarie alla missione della forza navale permanente della NATO, cui la Marina Militare attualmente partecipa per le operazioni di contrasto nel Mar Nero e nel Mediterraneo orientale.

Ai costi cui stiamo già partecipando attivamente si potrebbero aggiungere quelli di un eventuale ingresso dell’Ucraina nell’UE. Come si sa l’Italia, insieme a Germania e Francia, è uno dei Paesi che rimette all’Unione più di quanto riceve. E’ un contributore netto, come si dice. Questo è dovuto principalmente all’ingresso dei paesi dell’Est come Polonia, Ungheria e Romania e a cui si aggiungerà, eventualmente, l’Ucraina che già prima della guerra era uno dei paesi più poveri d’Europa e che quindi sarebbe ovviamente un nuovo percettore netto di contributi italiani via Unione Europea.

A questo si aggiungerebbero i costi della ricostruzione. Sono costi davvero ipotetici, ma si consideri che a Lugano, in Svizzera, è andata in scena la “conferenza per la ripresa dell’Ucraina” dove il presidente Zelensky ha presentato un piano decennale per la ricostruzione da 750 miliardi di euro. Certo le bombe cadono ancora, ed è difficile immaginare quanto possa essere realistico un piano del genere. Tuttavia già molti nostri politici si sono fatti avanti, dichiarando che ovviamente l’Italia sarà in prima linea nella ricostruzione.

La terza alba
…un racconto

La terza alba
Un racconto di Carlo Tassi

Un luogo bellissimo, una terra incantata. Ogni cosa intorno si rivela in tutto il suo insolito fascino: crepuscolare, plumbeo, tenebroso… come piace a me.
Farsi attrarre dagli anfratti più bui e misteriosi per il gusto temerario dell’ignoto, e quel piacevole, titillante brivido al richiamo di un pericolo nascosto, imminente, circostante.
Tutto questo è l’Isola di Drüme. Brulla, desolata, remota. Nessuno ci vive… a parte me.
Nessuno vorrebbe mai abitarci. La paura ne è la ragione. Ed è certamente giustificata direi!

Quando ho deciso di trasferirmi quaggiù, tentarono di dissuadermi in ogni maniera.
“Tu sei pazzo! Come puoi fare sul serio?” mi dicevano.
Molti m’avevano accennato di storie tragiche e poco chiare, successe tanto tempo fa proprio su questo roccioso costone affiorante tra le morbide dune liquide dell’oceano, quando ancora gli uomini l’abitavano. Tutti conoscevano la reputazione infausta dell’isola e alcuni ne avevano fatto le spese. E fu proprio quando ho avuto la prova della fondatezza di queste dicerie che ho scelto di venire in questo posto.
Il giorno della mia partenza, l’ultima voce umana che sentii alle mie spalle mi gridò: “Pazzo, torna indietro finché puoi!”

Un villaggio, un tempo florido e popolato da famiglie di pescatori coraggiosi, dominava il centro dell’isola che spuntava in mezzo a un mare tempestoso per gran parte dell’anno. Ma ai pescatori questo non importava, perché erano acque ricche e pescose e ogni giorno regalavano un grasso bottino di pesci, molluschi e crostacei. All’alba i pescatori partivano con le loro barche per ritornare a tarda sera, stanchi ma soddisfatti. Ogni giorno sfidavano le grandi onde, le secche improvvise e le forti correnti per rincorrere i branchi argentei dei pesci che proprio in quelle acque facevano tappa nelle loro incessanti migrazioni. Tutti i giorni, per tanti anni.
Poi un mattino comparve una nebbia fitta, un muro grigio e profondo. Così l’intera isola si trovò come immersa in un limbo spettrale, una bambagia umida e impalpabile che rendeva invisibile tutto quanto, vicino o lontano che fosse.
E il mare stesso s’intuiva soltanto dal rumore della risacca.

Ma anche quel mattino i pescatori non si arresero alla perfidia del tempo. Con coraggio e fiducia andarono alle loro barche e salparono, attraversarono il muro di bruma e subito scomparvero alla vista di chi restò a terra.
Quel giorno il villaggio rimase immobile nell’attesa. Per ore la gente non fece nulla se non aspettare il ritorno dei figli, dei mariti, dei padri. Alla sera la febbre dell’inquietudine salì inesorabile quando iniziò a far tardi e nessuna barca era ancora giunta al porto.
Per tutta la notte le donne del villaggio stettero a vegliare il buio, con lo sguardo a quel mare invisibile e la disperata speranza a scalciare nel petto.
L’alba seguente, la nebbia era entrata nell’anima stessa del villaggio, nelle case, nelle stanze, ovunque. Un silenzio tombale era sceso sull’isola, nemmeno gli uccelli marini si udivano, solo il lento, ipnotico sciabordio della risacca restava l’unico ovattato sottofondo.
Tutta la vita superstite era sospesa, tra angoscia e rassegnazione.
Arrivò la seconda notte d’assenza e d’attesa. Alcune donne vagavano con occhi smarriti tra le vie del villaggio a cercare ragione di tanto strazio. Altre, più anziane, restavano in casa a pregare il dio della misericordia. Le spose più giovani inveivano contro quel mare che le circondava e che le condannava all’infelicità e alla solitudine.
La terza alba, nel villaggio bagnato di nebbia e lacrime, s’udì il suono di un corno. I cuori sussultarono, le donne corsero al porto e videro le barche spuntare dal muro fosco. Una dopo l’altra approdarono tutte, e tutti i pescatori a bordo, esausti e assetati, giunsero a terra sani e salvi.
Poco dopo la nebbia si diradò e, da est, un sole potente cominciò ad asciugare le pietre delle case, a scaldare le anime che le abitavano. Tutto tornò a illuminarsi e a colorarsi di nuovo: prima il cielo e il mare, poi gli sguardi e i sorrisi della gente…

Questo accadde tanto tempo fa.
Ora l’isola è diventata uno scoglio deserto, frustato dalle burrasche d’inverno, avvolto dalle nebbie d’estate, evitato dagli uomini tutto l’anno.
Io ne ho fatto casa mia. Da qui posso contemplare la sublime crudeltà dei suoi elementi. Posso espiare i miei peccati godendo della più perfetta solitudine. In attesa, casomai, di qualcosa che arrivi dal mare, di un riscatto, dell’anima che ho perso…
In attesa della mia terza alba.

Spectral Mornings (Steve Hackett, 1979)

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SUPERBONUS E SUPERCAZZOLE
Una ricerca di Nomisma smentisce Draghi

 

Sono recentemente apparsi su queste colonne due interventi – a firma di Francesco Monini [Vedi qui] e di Nicola Cavallini [Qui] – che a conclusione dell’esperienza del Governo Draghi ne tracciano un consuntivo alquanto problematico, molto molto diverso da quello prevalente sul cosiddetto mainstream.

L’obiettivo del presente intervento è quello di corroborare le perplessità espresse nei citati articoli, attraverso l’analisi di un aspetto specifico citato in entrambi: la gestione che l’Esecutivo ha attuato del cosiddetto Superbonus 110%, misura introdotta dal secondo governo Conte il 19 maggio 2020. L’analisi che segue si giova dei risultati di un’interessante ricerca sugli effetti ottenuti dalla misura in questione, condotta da Nomisma e riferita dal Corriere della Sera il 14 luglio [leggi Qui]

Corriere e Nomisma non sono esattamente due centrali grilline, ma sintetizzando al massimo i risultati esposti si arguisce quanto segue:

  1. la misura è stata finora finanziata per 38,7 miliardi di euro (compresi i deplorevoli abusi che ne hanno dirottati, secondo gli ultimi dati, 5.8) ma, se si considerano i maggiori introiti fiscali derivanti dal valore economico generato, il costo netto per le casse dello Stato scende a soli 811 milioni di euro;
  2. si può dunque ragionevolmente dedurre che se le azioni amministrative di prevenzione e di repressione delle truffe fossero state maggiormente efficaci, la misura avrebbe addirittura prodotto un attivo, oltre che un ulteriore miglioramento di tutti gli indici che seguono;
  3. la misura ha generato un valore economico di 124,8 miliardi di euro, pari al 7,5% del PIL: viene da chiedersi come starebbe oggi la nostra economia, senza questa robusta iniezione di risorse;
  4. la misura ha prodotto maggiore occupazione per 643.000 unità;
  5. dal punto di vista ambientale, la misura ha consentito – soltanto grazie alle opere realizzate fino a oggi – un abbattimento delle emissioni di CO2 pari a 242.000 tonnellate, con un risparmio medio annuo in bolletta di 500 euro a unità immobiliare.

Insomma, sintetizzando ulteriormente, il superbonus avrebbe prodotto praticamente a costo zero – e anzi, potenzialmente, con un attivo per le casse dello Stato – un notevole incremento di PIL, una significativa ripresa dell’occupazione e un beneficio ambientale e per la bilancia commerciale di rilevanti dimensioni.

Se così fosse, non si tratterebbe, in tempi di recessione e di crisi energetica, della misura anticiclica perfetta?

Naturalmente, ogni ricerca può cadere nell’errore e i dati finora riferiti potrebbero essere smentiti.

Probabilmente, il Governo Draghi, poi dimissionario, ne aveva di diversi, visto che ha condotto una lotta senza quartiere contro la misura ereditata dal precedente (vedi ad esempio [Qui]).

Nel caso, sarebbe bene che condividesse tali dati con gli italiani, dato che le ragioni finora addotte a sostegno dell’ostilità (vedi l’intervento di Draghi a Strasburgo il 4 maggio scorso) hanno a che fare con aspetti certamente deplorevoli – l’aumento dei costi e le truffe – ma non connaturati all’orizzonte di politica economica del provvedimento. Piuttosto, legati a manchevolezze nella predisposizione e nell’attuazione di forme di controllo.

Le truffe e gli abusi, infatti, si combattono attraverso azioni di contrasto mirate. A chi verrebbe in mente di chiudere gli ospedali perché vi si verificano delle malversazioni? O di eliminare le pensioni d’invalidità perché una certa parte di esse sono fasulle?

Non si butta via il bambino con l’acqua sporca, si dice. E, soprattutto, non si getta il bambino conservando l’acqua sporca, come sembra commentasse Federico Caffè quando, più di quarant’anni fa, si vollero separare i destini del Tesoro e della Banca d’Italia, in modo tale che il collocamento dei titoli di Stato non potesse automaticamente contare su un prestatore di ultima istanza, con l’intento dichiarato di frenare la spesa pubblica e di arginare di conseguenza la corruzione ad essa connessa.

Come sia andata, è noto. Proprio come temeva Caffè, il bambino della crescita economica è progressivamente finito nello scarico, mentre l’acqua sporca della corruzione dilaga sempre più nel Paese.

Così, se i risultati della ricerca di Nomisma fossero attendibili, la metafora di Federico Caffè – del quale Mario Draghi, prima di rinnegarne l’insegnamento, era ritenuto l’allievo più brillante – risulterebbe quanto mai attuale.

Allora, un dubbio appare lecito: non sarà che le ragioni reali dell’ostilità radicale di Draghi e amici verso il superbonus sono esattamente quelle per le quali esso potrebbe essere stato uno dei migliori atti di governo da quarant’anni a questa parte?

La ragione ultima dei benefici economici apparentemente indotti dal provvedimento è, infatti, abbastanza semplice: la cessione del credito costituisce una cospicua immissione di strumenti di pagamento ‘freschi’ nel tessuto economico, creazione di moneta (sotto la forma di moneta fiscale) destinata a dare ossigeno al mondo produttivo e ai lavoratori.

Si tratta, chiaramente, di un’eresia contro il vangelo neoliberista. Di un peccato assolutamente mortale secondo i Comandamenti della BCE.

Non è così? L’ostracismo draghiano verso il superbonus non è stato ideologico e strumentale, ma si basava su ragioni di merito?
Chiuso il loro mandato, Draghi e i suoi ministri avrebbero il dovere di chiarirle, con qualche argomento un po’ più consistente di quello, demagogico e populista come pochi, delle truffe e degli abusi (che certamente qualcuno avrebbe dovuto prevenire e reprimere). Dopo quarant’anni di acque sporche, sa tanto di supercazzola.

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