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Declino demografico e immigrazione: che fare?

di Andrea Gandini

“Uno spettro si aggira per l’Europa, anzi due”: il declino demografico e l’immigrazione.
Due fenomeni che fanno paura ma, se ben governati, possono portare a nuovo sviluppo e, paradossalmente l’uno (immigrazione) è la soluzione dell’altro (spopolamento).
Le persone nel mondo sono sempre più mobili: i viaggiatori hanno superato 1,2 miliardi all’anno. Le spese per i trasporti degli italiani sono raddoppiate in 50 anni e sono prossime a quelle per alimenti e bevande. L’aeroporto di Bologna ha un traffico passeggeri doppio del valore del Pil dell’economia della città, è cresciuto anche negli anni della grande crisi e dal 2019 allargherà la pista e attiverà una navetta (people mover) per la stazione ferroviaria. Insomma, muoversi è diventato importante quanto mangiare. E tra qualche anno le spese per trasporti supereranno quelle per l’alimentazione. Si muovono innanzitutto i più ricchi e i cittadini dei paesi ricchi, e non solo per viaggi, ma come residenza: basti pensare che nel biennio 2017 e 2018 300mila italiani si sono trasferiti all’estero (più del il doppio dei 119mila immigrati sbarcati nel 2017).
E’ un fenomeno mondiale: in Gran Bretagna (forse la meta più ambita) quelli che se ne vanno sono la metà di quelli che entrano, in Francia sono equivalenti. In Spagna, invece, sono più quelli che escono di quelli che entrano come immigrati (proprio come per l’Italia). Gli italiani, peraltro, hanno una lunga storia di emigrazione. Dopo molti anni in cui l’emigrazione italiana si era ridimensionata attorno alle 50mila unità annue, ora sta crescendo per l’attrazione esercitata da tutti i paesi europei anch’essi in declino demografico e con un grande fabbisogno di giovani. E’ comprensibile che molti dei nostri figli vadano all’estero non solo attirati da salari e lavori migliori, ma per molte altre ragioni: per imparare una lingua, studiare, fare un’esperienza, incontrare altre culture.
Invece gli immigrati e rifugiati che cercano di arrivare in Europa lo fanno perché scappano da situazioni quasi sempre drammatiche: guerre, violenze, miseria. In genere impiegano più di un anno, rischiano moltissimo e devono pagare spesso somme ingenti ai trafficanti di esseri umani. La strategia di bloccare l’immigrazione illegale funzionerà nei prossimi anni solo se si attiveranno flussi regolari e legali di immigrazione di cui abbiamo bisogno. La storia, infatti, insegna che bandire il traffico di alcolici (o droga o prostituzione…) produce un traffico illegale. L’Italia dal 2012 non ha più flussi regolari e ha ormai un fabbisogno consistente di manodopera esterna stimato attorno ai 200-250mila immigrati all’anno .
E’ un problema diffuso in tutta Europa. Se si escludono Regno Unito, Francia e Olanda, quasi tutti i paesi europei perderanno fino al 2030 un milione circa di abitanti all’anno, ma per l’esiguo numero di giovani nati che si presenteranno sul mercato del lavoro, si stima un fabbisogno di manodopera esterna da 2 a 3 milioni all’anno.

La denatalità colpisce in modo più acuto l’Italia: i nati nel 2017 sono stati 458mila (-21% sul 2008) . La causa fondamentale è lo stile di vita, il lavoro di entrambi i genitori, la mancanza di tempo, il crescente benessere che produce ovunque una diminuzione di figli (anche nei paesi in via di sviluppo). Incide anche la crescente infertilità (specie maschile) dovuta a stress e inquinamento.

Il fenomeno riguarda anche la provincia di Ferrara che detiene quasi un record (negativo) in Italia, avendo uno dei più bassi tassi di figli per donna (1,2).
Sul piano più generale dello spopolamento, però, all’interno della nostra provincia ci sono situazioni molto differenziate. Da un lato ci sono i Comuni dell’Alto ferrarese in forte crescita come Cento che dal 2002 ad oggi è cresciuto del 21%, o Poggiorenatico che beneficia nel trovarsi sulla linea ferroviaria con Bologna (+27%), ma anche Vigarano è cresciuto (+10%), Terre del Reno (+5,9%). L’unico comune in crisi demografica dell’Alto ferrarese è Bondeno che ha perso 1500 abitanti (-9,5%).
In forte crisi sono quasi tutti i Comuni del Basso ferrarese, in particolare Berra (-19,1%), Ro (-15,3%), Jolanda (-15%) . Per questo è stato avviato uno specifico progetto della Regione sul Basso Ferrarese con un finanziamento di 12 milioni di euro. Una crescita hanno avuto, invece, Comacchio (+9,2%) e Lagosanto (+10,5%), il primo in quanto capitale del turismo sui lidi, il secondo per la presenza dell’ospedale del Delta.
Ferrara città, nonostante la perdita di popolazione dovuta ad un saldo naturale in cui ogni anno i morti sono circa 2mila e i nati circa 7-800, ha avuto una piccola crescita demografica (1%) dovuta alla economia terziaria del capoluogo che attrae lavoratori. La popolazione nativa ferrarese , come abbiamo visto, è comunque in forte calo.
Su 132mila residenti, gli stranieri sono 13.616 (10,3%). ma gli immigrati dal sud Italia e da altre regioni sono ormai 30mila. Nel giro di 30 anni si stima che i ferraresi nativi diventeranno la metà della popolazione residente..
La capacità di crescita totale (che somma il tasso naturale –molto negativo- a quello esterno –molto positivo-) di Ferrara città (+2%) si colloca al 30° posto in Italia (sui maggiori 120 Comuni). E’ una posizione molto buona, considerando il forte calo naturale. Significa che la città è molto più dinamica e attrattiva verso l’esterno di quanto normalmente non si pensi, perché la residenza è un indice predittore di sviluppo. Non a caso ai primi posti in Italia per crescita totale troviamo città come Milano (+10,8), Treviso, Parma (+6,5), Bergamo, Trento (+4,9), Bolzano, Rimini, Modena(+3), Padova, Reggio e Bologna (+2,3). Si consideri che la crescita demografica è sempre stato uno dei maggiori fattori di sviluppo economico e paesi come Regno Unito, Germania, Francia, Olanda, Canada, Stati Uniti sono cresciuti molto in passato in quanto hanno sfruttato la forte immigrazione che hanno ben governato facendo dei lavoratori “stranieri” (oggi in gran parte loro cittadini) una base eccezionale della crescita della produttività del lavoro .
Se quindi la crescita demografica fa ben sperare per la prosperità dell’Alto ferrarese, della città capoluogo e di Comacchio, ben diversa è la situazione di alcune Aree interne (7-8 ne ha indicate anche la Regione) dove i residenti si riducono ogni anno in grande quantità con il rischio che, giunti al di sotto di una certa soglia, avvenga un vero e proprio “collasso” con l’abbandono di interi paesi, il che pone gravissimi problemi di sicurezza e manutenzione del territorio. Già oggi la popolazione anziana (con più di 65 anni) è salita ad oltre un quarto e nel 2046 la quota di anziani su bambini passerà da 166 a 238 ogni 100.
Come è già successo negli oltre 3mila Comuni italiani in via di spopolamento sugli Appennini, sulle Alpi e nelle aree interne del Sud, il declino demografico porta alla chiusura di asili, scuole elementari, negozi, servizi. Ma c’è una minaccia più grave, proprio perché invisibile, che è determinata dalla mancanza di giovani che si offrono sul mercato locale del lavoro e che siano in grado (per numerosità e qualificazione) di far fronte anche al solo turn over di chi va in pensione.Qualcuno potrebbe azzardare che avendo quasi tre milioni di disoccupati si potrebbero impiegare questi, ma non si fanno i conti che già esiste un milione di posti di lavoro che non vengono occupati da questi tre milioni per varie ragioni .
Un’altra soluzione sarebbe aumentare il tasso di natalità degli italiani, come in parte tentano di fare giustamente le politiche degli ultimi Governi, ma da un lato gli studi internazionali dicono che l’incentivo economico alla natalità ha sempre sortito scarsi effetti, dall’altro qualora avesse effetti significativi, si tradurrebbe in lavoratori dopo…almeno 20 anni.L’Italia con 23 milioni di occupati che pagano oneri previdenziali tutti gli anni per 16 milioni di pensionati (destinati a diventare 20 nel 2030) ha di fronte a sé due sole alternative: a) aumentare gli oneri previdenziali ogni anno in rapporto alla crescita (certa) dei pensionati e quindi aumentare il costo del lavoro; b) aumentare l’occupazione, il che può avvenire solo con una immigrazione legale dell’ordine di circa 150-200mila immigrati all’anno .
Per quanto riguarda Ferrara ogni politica di aiuto alla natalità e che favorisce le giovani coppie è più che benvenuta, ma è probabile che gran parte dei problemi della mancanza di offerta di lavoro che lamentano già le imprese sarà risolta con i giovani meridionali che vengono a Ferrara a studiare all’Università e da una quota residuale di immigrati.
Ciò pone all’ordine del giorno l’importanza di avviare quanto prima (come hanno fatto all’estero) buone politiche di accoglienza ed inserimento al lavoro per lo sviluppo locale, oltre che per evitare tra Ferraresi e “stranieri” (dei quali c’è necessità) conflitti di ordine sociale.

Le modalità di un’accoglienza che porti all’integrazione sono note: si tratta di programmare flussi legali in base ai bisogni delle nostre imprese. Più che un singolo paese, può farlo molto meglio l’Unione Europea, in quanto sarebbe un negoziatore molto più forte e autorevole al fine di selezionare le migrazioni e fare contemporaneamente accordi coi paesi per il reinserimento dei clandestini in Italia ed Europa, dopo una prima fase in cui converrebbe (anche per i costi) tentare l’inserimento di quelli già presenti con percorsi organizzati, lasciando aperta la strada del rimpatriato assistito per altri.

Il Regno Unito, la Germania, la stessa Polonia e l’Ungheria, proprio come l’Italia, non hanno alcun futuro senza immigrazione. Nell’ipotesi (teorica) di bloccare ogni immigrazione le nazioni si troverebbero in pochi anni in recessione dovendo poi tagliare pensioni, welfare e diritti creando un caos sociale.
Occorre quindi organizzare flussi regolari di immigrazione finalizzati alle professioni di cui abbiamo bisogno, con selezioni che favoriscano coloro che hanno i titoli, la conoscenza della lingua, privilegiando le famiglie sul modello del Canada. Per i rifugiati andrebbero rafforzati i ‘corridoi umanitari’, inventati, peraltro, dagli italiani.
Ciò dovrebbe azzerare il traffico di essere umani. Sarà forse impossibile impedire completamente una modesta immigrazione illegale, ma è questo un prezzo da pagare finché non si aiuteranno in modo consistente i paesi Africani. Si consideri che il piano Marshall americano del dopoguerra che aiutò tutta l’Europa fu pari a circa l’1,2% del Pil Usa all’anno e durò 4 anni: 88% furono aiuti e solo 12% prestiti. Il 70% dell’aiuto venne dagli Usa, 12% da Canada, 7,7% dall’America Latina, altri con 6,2%. Una notevole distanza dall’aiuto attuale dell’Italia alla cooperazione internazionale che è pari allo 0,3% del Pil annuo.

La sfida migratoria ci stimola anche a cambiare il modello di apprendimento scolastico basato solo sull’Istruzione e non anche sulla Sperimentazione. Gli Istituti Professionali raccolgono gli studenti che hanno maggiori debolezze nelle “intelligenze” logico-matematiche e sono le principali agenzie formative di quella fascia di operai e tecnici di cui hanno un grande fabbisogno le imprese manifatturiere. Molti di questi studenti hanno altre forme di intelligenza e necessitano di un apprendimento basato su una parte prevalente di laboratori, apprendimento da sperimentazione e alternanza scuola-lavoro. Riforme che hanno avviato da decenni molti paesi europei (ma anche il Trentino Alto Adige) e che dovremmo applicare in tutta Italia, Ferrara compresa.

Tratto da: ANNUARIO SOCIO-ECONOMICO FERRARESE 2019, a cura del Cds di Ferrara

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