Home > IL SETTIMANALE > Del rispetto: lettera aperta a un ultras
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Ciao amico,
sono un ragazzo di 21 anni cresciuto a pane e pallone, come tanti altri coetanei. Stiamo parlando di uno sport che, preso nel suo complesso, a mio parere è fra i più completi dal punto di vista fisico, tecnico, tattico e psicologico. L’intensità, l’agonismo, l’astuzia o il “semplice” (quanto disarmante a volte) talento innato sono caratteristiche di uno degli spettacoli sportivi più seguiti e apprezzati in tutto il mondo.

Non mi è mai capitato di giocare a calcio a buon livelli e, se dobbiamo dirla tutta, neanche a quelli più “bassi”. Di certo non per voglia, ma per altri motivi che non ti racconto, ti annoierebbero. Quindi non ti so dire quali sensazioni si provino ogni volta che ci si reca al campo d’allenamento e non si ha minimamente voglia di allenarsi dopo una giornata negativa, non so quanto ci si riduca male dopo un allenamento nel fango e non so nemmeno quale sia il rumore dei tacchetti prima dell’ingresso in campo.

Ho avuto però, la fortuna di frequentare un liceo a indirizzo sportivo. Uno dei miei prof di educazione fisica dei primi anni, un giorno ci disse: “Non dovete infoiarvi per il calcio, dovete viverlo come un qualcosa di più leggero. Non dovete diventare delle iene, roba da non viverci per giorni se perdete. Apprezzate il lancio lungo di un calciatore che termina sui piedi di un suo compagno a 20 metri di distanza. Siate sbalorditi da un certo tipo di calcio dato al pallone per imprimergli un effetto tale che si infili in quel determinato angolo della porta. Applaudite la giocata di chi si diverte, senza sbeffeggiare, ma con il massimo del rispetto. Il rispetto è fondamentale”.

Vedi amico, io ho avuto fortuna. Quelle parole, ce le ho stampate in testa e penso che non me le scorderò più. Parlava di rispetto il prof, fra un elogio a un colpo di genio e un’applicazione della tecnica. Non prendermi per perfetto, non lo sono nemmeno io! Però ci sono certi atteggiamenti che mi piacerebbe discutere con te che vivi il calcio in maniera diversa dalla mia. Fumi? Puoi, siamo all’aria aperta e giustamente non sono nessuno per negartelo. Fumi qualcosa di più pesante? Beh, ti dico che probabilmente non è la cosa migliore da fare nella vita, ma è comunque un qualcosa che fa male a te direttamente e se questa è la tua scelta…
Introduci all’interno dello stadio un accendino? Eh beh, la sigaretta te la dovrai pur accendere! A patto che quest’accendino poi lo rimetti in tasca, non lo lanci in testa al giocatore avversario in campo, mi raccomando. Introduci striscioni arrotolandoteli intorno al corpo abusivamente? Son belli gli striscioni (qualcuno ci ha pure fatto una rubrica satirica, che risate!) soprattutto quelli che inneggiano al proprio idolo: me ne ricordo uno che da bambino vedevo sempre con scritto: “Furia Ceca” in onore di Pavel Nedved. Fai cori? Anche qui i ricordi mi riaffiorano in mente “Siam venuti fin qua, siam venuti fin qua… per vedere segnare Kakà”. Belli i cori, che supporto incredibile deve essere per chi sta giocando. Però ricordati sempre una cosa: c’è chi ha perso qualcuno in questo mondo, chi ha un colore della pelle diverso dal tuo o semplicemente viene da zone d’Italia diverse dalle tue. Vuole semplicemente vedersi anche lui la partita, come te! Perché gliela vuoi rovinare?
Ti piace fare a botte con i tifosi – no scusa – gli ultras delle altre tifoserie? Qua parli tu amico: dimmi che ci trovi di divertente. Ti senti più forte, più “tifoso”, più vivo? Cosa ti spinge a questo? Rischi solo di tornare a casa con tanti lividi e qualche costola fratturata, a che ti serve? Vuoi sfogarti? Urla, sbraita, emozionati, sii smodato, ma con criterio! Allo stadio ci sono stato pure io sai? Ho preso anche insulti perché avevo al collo la sciarpa della squadra rivale. Vuoi sapere se ho picchiato chi mi ha preso a male parole? No, non l’ho menato. Ho esultato come se non ci fosse un domani al gol della mia squadra, non l’ho nemmeno degnato di uno sguardo quel signore. Ero contento così.
Pensa che tuoi “colleghi” lanciano bombe carta verso i settori ospiti, altri hanno preso a sassate il pullman della squadra in trasferta che si stava dirigendo allo stadio. Ma che vogliono fare? Che modo di vivere il calcio è mai questo? Pensano che con un morto sulla coscienza staranno meglio? E ai familiari di quegli occhi che sono di fronte a loro, ci avete mai pensato? Ai loro genitori che sì, di questo sono sicuro, si sono tanto impegnati per dargli un’educazione, ci hanno mai pensato? Sarebbero fieri di loro?

Intona cori, salta, applaudi, meravigliati di ciò che alcuni campioni possono fare con il pallone tra i piedi.
Esulta per un’onesta scivolata che interrompe un’azione di gioco, ridi se qualcuno scivola o festeggia insieme a chi ha segnato il gol della vita, alzati in piedi e applaudi la squadra che con un’azione corale ha fatto un bel gol. Essere sportivo non deve essere segno di inferiorità o debolezza, è segno di cultura, sportiva in questo caso. Vuoi mettere intonare insieme a tutto “Anfield” “You’ll never work alone” o far parte di una coreografia a “Celtic Park” piuttosto che fare a botte con qualcuno? Dai, lascia stare! Goditi il momento, assaporane suoni e odori, scatta qualche foto e vivi la partita con passione, ma fai il bravo. Non sei solo, fai passare anche a chi c’è vicino a te un pomeriggio spensierato seguendo lo sport che ama.
Ecco, questa è la mia visione del calcio.

Voglio, pretendo ed esigo di poterci andare a cuor leggero allo stadio – tifando certo – ma non rischiando la vita. Non voglio correre il rischio di morire per un pallone che rotola e non voglio nemmeno privarmi di un tale spettacolo perché qualche idiota come te ha deciso di “divertirsi” a modo suo. E ti dico pure che “da grande” mi piacerebbe portare mio figlio a vedere una partita, ad una condizione: che tu, amico mio, sia cambiato.

Ci vediamo allo stadio, ti tengo il posto

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