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Destabilizzare per stabilizzare: Gianni Flamini racconta la storia segreta dell’Italia repubblicana

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Destabilizzare per stabilizzare: Gianni Flamini racconta la storia segreta dell’Italia repubblicana

Chissà se un ventenne di oggi sa chi era Salvatore Giuliano e a cosa si riferisca il toponimo Portella della Ginestra. Che risposte riceveremmo se chiedessimo a un giovane trentenne chi sono il principe Junio Valerio Borghese e Licio Gelli, il commissario Luigi Calabresi o il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli? E la strategia della tensione o gli anni di piombo?

“Dovete sapere che ci sono due storie: quella ufficiale, piena di menzogne, che insegnano a scuola, la storia ad usum delphini; e poi c’è la storia segreta, quella che contiene le vere cause degli avvenimenti, una storia ignominiosa”, questa frase da “Le illusioni perdute” di Honoré de Balzac ci introduce a “La Repubblica in ostaggio. Diario italiano di politica criminale (1943-1993)” (Castelvecchi, 2016) e ci fa subito capire che bisogna prepararsi a rimestare nell’ambiguità, non ci saranno bianco e nero, ma tanto grigio e tanto rosso: il grigio dei non detto, dei misteri e dei segreti di Stato e il rosso delle stragi che si susseguono nella nostra storia repubblicana.
È strano pensare a quanto la storia segreta italiana sia ripercorribile attraverso una geografia, che è sotto i nostri occhi, ma che bisogna appunto saper leggere per ritrovare vicende e personaggi e trasformarla in una geografia della memoria: da Portella della Ginestra a Piazza Fontana a Piazza della Loggia fino a via Caetani, alla stazione di Bologna e a via dei Georgofili. A farci da guida lungo questo percorso a ritroso nel tempo e nei luoghi della storia della nostra Repubblica attraverso la lente dell’eversione è il giornalista Gianni Flamini, classe 1934, “uno dei più profondi conoscitori della stagione dello stragismo italiano” e non solo, come lo ha definito Gian Pietro Testa in apertura della presentazione del volume mercoledì alla libreria Ibs-Il Libraccio. Insieme a lui lo stesso Flamini e Leonardo Grassi, presidente di sezione della Corte d’Assise d’appello del tribunale di Bologna che in passato si è occupato, fra gli altri, dei casi giudiziari relativi alle stragi dell’Italicus e della stazione di Bologna.
Per Testa – a sua volta giornalista non nuovo a queste vicende, negli anni Settanta inviato speciale del Giorno e poi all’Unità – “La Repubblica in ostaggio” è “la nostra storia, quello che abbiamo fatto e non abbiamo fatto dal 1943 in avanti”.
Il Diario è una descrizione cronologicamente ordinata degli episodi di criminalità politica – attentati, stragi, progetti eversivi – ma anche episodi politici non criminali registrati in quanto ricadenti nelle attività volte a condizionare la democrazia: una ricostruzione degli anni della Repubblica richiamandone i momenti di aggressione, di mortificazione del diritto e della sicurezza pubblica, di fraudolenta collusione con ambienti e comportamenti politici. Fonti di Flamini: gli atti giudiziari, i materiali accumulati da alcune Commissioni parlamentari d’inchiesta e le cronache dei giornali.
Secondo il giudice Grassi in queste poco meno che 100 pagine c’è il “distillato di un lavoro che copre forse la vita intera”, si affronta un tema costante mente eluso e che spesso non trova spazio anche negli ambienti accademici: “di fronte all’evidenza di un colpo di Stato come in Cile o in Grecia, non si può sfuggire, il negazionismo diventa difficile. Qui da noi non c’è stato un vero e proprio colpo di Stato, a causa della nostra posizione geografica, ma una guerra a bassa intensità, come viene definita nei manuali dei servizi statunitensi”.

Dallo sbarco degli alleati in una Sicilia dominata da fermenti separatisti all’utilizzo della mafia in chiave anticomunista, dalla loggia massonica P2 con il suo “Piano di Rinascita Democratica” al terrorismo nero e rosso, all’attentato di via dei Georgofili. Sono tutti fili che intrecciandosi, secondo Flamini, vanno a comporre un unico disegno organico: “destabilizzare ai fini di stabilizzare”. Proprio qui secondo il giornalista sta l’errore principale: “il terrorismo è la prosecuzione della politica con altri mezzi, è uno strumento della strategia politica. Perciò se non si neutralizza il disegno politico non si può sconfiggere il terrorismo”. Quello che è mancato e che ancora manca a suo parere è un’analisi d’insieme: “il terrorismo non è mai stato affrontato in modo organico, come per esempio è stato fatto da Falcone con la mafia” e dunque non si è mai trovata la ‘cupola’ della strategia eversiva in Italia.
Nemmeno “La Repubblica in ostaggio”, per ammissione dello stesso Flamini, ha la pretesa di colmare questa lacuna, quello che fa è descrivere e collegare fra loro 70 anni di episodi eversivi nel nostro paese: “70 anni sono tre generazioni – ha sottolineato l’autore – e il ricordo di questi eventi è esposto al rischio di ossidarsi e diventare un unico nebuloso conglomerato” difficilmente decifrabile soprattutto dai più giovani.

Alla fine dell’incontro di mercoledì a preoccupare non è solo il fatto che Flamini e il giudice Grassi temono rispettivamente che la “storia della politica criminale di questo paese non è ancora finita” e che “ora i metodi sono più raffinati e meno cruenti, ma lo scopo è sempre mantenere il potere nelle mani di una ristretta oligarchia”, oppure alcune inquietanti somiglianze fra il Piano di rinascita democratica di Gelli e alcuni must della politica italiana dell’ultimo periodo, come “la contrazione dei diritti sindacali, l’innalzamento dell’età pensionabile, la separazione delle carriere dei magistrati”. Preoccupante è anche e, forse soprattutto, la mancanza di ventenni e trentenni fra il pubblico: la storia non è una serie di date che si impara a memoria sui banchi di scuola, la storia è l’insieme delle storie, un susseguirsi di persone, un intreccio di cause ed effetti che bisogna leggere e interpretare se si vuole capire il presente in cui si vive e agire per cambiarlo.

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