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All’Ospedale Maggiore in compagnia di Gadda e Svevo

DI MERCOLEDI’
All’Ospedale Maggiore in compagnia di Gadda e Svevo

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Sono rimasta due ore all’interno dell’Ospedale Maggiore di Bologna in compagnia di  una anziana parente, che chiamo Zia. Abbiamo atteso a lungo che chiamassero il suo nome, e intanto abbiamo condiviso un’esperienza di autentico disagio.

Ho dato il meglio standole accanto a dirle l’orario, a ripeterle il nominativo chiamato da un’infermiera efficace e dolce, per fortuna. A rassicurarla che sarebbe toccato a lei molto presto, pur sapendo bene che entrare in quell’ambulatorio sarebbe stato non il privilegio del momento, ma la traduzione in fenomeno delle sue paure. Non essere chiamati in una situazione così emargina, ci si sente dimenticati ingiustamente dal sistema, o maltrattati. Agire, d’altra parte, alzarsi in piedi, rispondere “Sono io” e seguire l’infermiera fin dentro la stanza numero 41 è una compromissione, l’esserci dentro fino al collo. A ottantanove anni la compromissione è paura ancestrale.

La Zia è stata a suo modo eroica. Ha tentato di scherzare in un paio di occasioni sulla propria fragilità, ma si capiva quanto il mondo fosse cattivo con lei in un caldo pomeriggio d’estate, senza la sua casa e con la propria nudità da esibire, con la salute in discussione. La vita quotidiana, la vita messa a rischio. Siamo tornate verso casa sua con un foglio in mano, tre righe di referto per me sibillino, letto e riletto a voce alta con tono neutro, per dimostrarle che non conteneva le parole brutte che tutti conosciamo.

Se la presa d’atto del referto è un momento difficile, non lo sono meno le fasi precedenti. E’ lì, infatti, nei meandri dell’ospedale che si consuma la lotta: quella della Zia consisteva nel rimanere eretta e dignitosa in un ambiente sconosciuto e animato da leggi ignote, come quello di un grande ospedale. La mia, fingere leggiadria, nel momento in cui abbiamo chiesto informazioni sul percorso da seguire per raggiungere l’ambulatorio numero 41. Dovevo ridurre il margine di errore, comprendere e mettere in pratica le indicazioni ricevute, non dimostrare di avere dubbi (e se possibile non averne) davanti a biforcazioni improvvise, che facevano vacillare lo schema mentale appena tracciato per arrivare al nostro traguardo. Sapevo cosa c’era in gioco. Per la generazione della Zia il bene e il male si fronteggiano nei fatti quotidiani, per cui è bene arrivare senza errori al proprio traguardo, è male commettere anche solo un errore di percorso. Alla minima indecisione lei si scusa per essere imbranata, cerca di giustificarsi, dà la colpa alla sua età avanzata, alla vita che conduce e sembra davvero non volersi perdonare.

Io, dal mio canto, ho ricevuto un’educazione simile alla sua e ricordo bene con quali parole venivano stigmatizzati i miei comportamenti. Se andavano classificati di qua, dalla parte delle malefatte, o dall’altra parte, a destra suppongo, se avevo agito bene. Però ho poi incontrato altri sistemi di riferimento. Ho incontrato me stessa e valorizzato sempre più la naturalità dei desideri e delle decisioni che ho maturato. Ho esperito come tutti la complessità, quella così radicata nella vita da rendere inutile e obsoleta ogni riga tirata sopra una lavagna, con il positivo da una parte e il negativo dalla parte opposta. Studiando letteratura, e mi riferisco in particolare agli studi universitari, ho trovato riscontro a mie convinzioni maturate empiricamente, dalle maglie più larghe e flessibili. Ho incontrato autori, che mi hanno guidata a raggiungere punti di vista collocati in alto, inquadrature sulla realtà che somigliano ai campi lunghi nel cinema.

Ho cominciato da una certa età in poi a dire bugie e ancora le dico. Consapevolmente. Le ultime oggi, stando con la Zia: che l’ospedale è nuovo e gradevole in maniera inaspettata, che non sono per nulla stanca e che non perdo il treno anche se dobbiamo aspettare mezz’ora in più il suo referto. E come sono naturale nel risponderle ogni volta: una brava allieva di Zeno Cosini, che si sente in colpa per il pomeriggio trascorso con la giovane amante, poi reagisce, dicendo a se stesso che smetterà di frequentarla e allora “tutto era presto dimenticato in un bagno di salute e di buoni propositi”. Molte altre volte avviene che la moglie Augusta lo elogi e lo faccia sentire di nuovo buono e leale. Qui però ho fatto tutto io, senza ricorrere a un’altra persona che mi risani, come accade a Zeno, al quale occorre il punto di vista della moglie per accantonare il proprio. E così scopro una volta di più, che fingere indifferenza per il treno che perderò mi aiuta a superare l’irritazione che provo inevitabilmente.

Adesso mi soccorrono le parole di un grande, un grandissimo della nostra letteratura: Carlo Emilio Gadda. Le ritrovo nella edizione del 1974 della sua Meditazione milanese, che risale agli anni Venti, quando era in ballo la scelta tra la professione di ingegnere e quella di scrittore. E’ il libro più difficile che ho affrontato in vita mia; e sì che l’ho letto negli anni Ottanta, dopo essermi già laureata. E’ stata la prima lettura fatta in vista della tesi del perfezionamento in Filologia Moderna, dopo sei anni di Università insomma. Riapro il volume e scorro l’indice. Fascinoso il succedersi dei titoli, ma devo gettare ancora una volta la spugna e limitarmi a comprendere qualche flash. Ritrovo alcune coordinate di fondo del testo: la coscienza della complessità  come assunto di base, le riflessioni sul metodo per acquisire la conoscenza e sulla perenne deformazione del reale nel suo essere un sistema che include altri sistemi interrelati; il ricorso alla geometria e all’etica in un discorso intrecciato sul bene e sul male. Mi interessa quest’ultima parte. Il capitolo, che ha per titolo Il male, mi dà subito la definizione che ricordavo: “Il male è una coesistenza eticamente periferica del bene”. La estraggo dalla pagina, a rischio di semplificarne e alterarne il senso e la porto con me. L’ho fatto anche la prima volta: ho portato via da questo libro due frasi e le ho applicate come chiave per leggere molte delle mie esperienze. L’altra proviene dal capitolo I sensi e dice: “Conoscere significa deformare”. Nella mia professione di insegnante mi è servita spesso per incoraggiare i ragazzi, riconoscendo con loro che è difficile crescere, nella conoscenza come nella vita, perché si deve essere disponibili al continuo cambiamento. Quanto sforzo occorre per superare l’inerzia, anche nel significato scientifico del termine; bisogna alterare uno stato di equilibrio, o meglio un sistema che ha trovato il proprio equilibrio ed essere disposti a rimettere in gioco tutte le relazioni dentro quel sistema, facendolo ascendere verso una nuova e più ricca configurazione. Gadda mi dovrà perdonare, ho agito così sulle parole del suo testo. E se non intervenisse Pennac, come potrei sopportare il senso di colpa? Pennac agisce su di me col suo decalogo dei diritti del lettore e mi risana. Di Gadda ho letto La meditazione milanese, senza comprenderla appieno e ho letto solo a metà La cognizione del dolore, dunque mi sono avvalsa del diritto n.3, “Il diritto di non finire un libro”, e proprio oggi del numero 8, “Il diritto di spizzicare”.

Saluto affettuosamente la Zia e riconosco che il brutto ospedale che è stato al centro di questo pomeriggio di sole è ora di ricacciarlo alla periferia dello spazio che noi siamo. Lo spero per lei e per me. E’ tempo di tornare nelle nostre case.

Le edizioni a cui si fa riferimento nel testo sono:
Italo Svevo, La coscienza di Zeno, Milano, Principato, 1985
Carlo Emilio Gadda, Meditazione Milanese, Torino, Einaudi, 1974
Daniel Pennac, Come un romanzo, Milano, Feltrinelli, 2013

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