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Il cavaliere di Calvino alla Biblioteca Popolare Giardino

DI MERCOLEDI’
Il cavaliere di Calvino alla Biblioteca Popolare Giardino

Tempo di lettura: 9 minuti

Giovedì 15 ottobre alla Biblioteca Popolare Giardino si terrà un reading in ricordo di Italo Calvino, nato in questo stesso giorno e mese anche se di lunedì nel 1923, e non a Ferrara ma a Santiago de las Vegas, presso L’Avana.

Mi è stato chiesto di partecipare a questa giornata delle lettrici e dei lettori, ho detto subito sì. Mi è stato indicato di scegliere una pagina che per me è speciale, ho scelto immediatamente un capitolo da Il Cavaliere inesistente, il numero quattro. Rido sempre nel rileggerlo, rido di gusto. Perciò perché non condividerlo in una occasione tanto ghiotta: saremo tutti lì a ricordare la penna forse più straordinaria del nostro Novecento, proprio nel giorno del suo novantasettesimo compleanno (in realtà Calvino è mancato nel settembre del 1985, senza arrivare a compiere sessantadue anni) e forse suscitare ilarità con la lettura ad alta voce è un buon modo per toglierlo dall’imbarazzo, se ci sente da lassù. Poche settimane prima di morire aveva ribadito a Claudio Romanini, uno dei curatori dei Meridiani Mondadori dedicati ai suoi romanzi e racconti, di avere un rapporto difficile, addirittura “nevrotico” con l’autobiografia; proviamo a sorridere allora. Farà bene a tutti.

Il Cavaliere, uscito nel 1959, è un romanzo breve e si compone di dodici brevi capitoli: insisto sulla brevità, perché come lettrice mi ha colpito la proporzionalità inversa tra quantità delle pagine scritte e qualità della narrazione. Il capitolo che ho scelto lo dimostra ampiamente, tanto che dovrò selezionarne solo alcune componenti, quelle che rivelano uno spassoso gioco letterario.

Siamo nell’Alto Medioevo, al tempo della guerra tra l’esercito di Carlo Magno e gli Infedeli, che sono risaliti dalla Spagna fino alle porte di Parigi. Rambaldo di Rossiglione è venuto apposta a combattere tra le fila cristiane per vendicare la morte del padre, il marchese Gherardo, caduto a Siviglia per mano di un pezzo grosso tra i mori, l’argalif Isoarre.

Ora mi concentro su questo giovane e impetuoso cavaliere, tralascio di scrutare chi è il narratore nel quarto capitolo, come sono i paladini che Rambaldo sta conoscendo nelle ore che precedono la battaglia, e in particolare il cavaliere Agilulfo, quello che ha già dato tante indicazioni al nostro giovane mostrando di sapere tutto sulla vita dell’accampamento cristiano. Agilulfo però ha una caratteristica unica, non c’è. Dentro la sua armatura immacolata non c’è nessuno. A dargli consistenza sono stati inizialmente gli atti di coraggio e le gloriose imprese da paladino, ora sono le mansioni da lui svolte, con pignola perfezione, dentro al campo.

Ecco metto a fuoco Rambaldo, che è al suo primo combattimento e guardo con i suoi occhi cos’è la battaglia.  Il testo dice: ”Il segno che era cominciata la battaglia fu la tosse. Vide laggiù un polverone giallo che avanzava, e un altro polverone venne su da terra perché anche i cavalli cristiani s’erano lanciati avanti al galoppo. Rambaldo incominciò a tossire; e tutto l’esercito imperiale tossiva intasato nelle sue armature, e così tossendo e scalpitando correva verso il polverone infedele e già udiva sempre più dappresso la tosse saracina. I due polveroni si congiunsero: tutta la pianura rintronò di colpi di tosse e di lancia”.

Non ho le parole per dire quanto sia comica questa scena, nel senso che dovrei usarne troppe, facendole accavallare le une sulle altre. Di sicuro questa descrizione della battaglia che comincia è uno straordinario esempio di straniamento e davvero tutti noi lettori la vediamo come fosse la prima volta. Di sicuro fa ridere l’abbassamento repentino del racconto dalla dimensione epica del combattere a quella comica e quotidiana della tosse provocata dal polverone agitato da cavalli e uomini in movimento. Poi ci ritrovo figure retoriche a iosa, una meravigliosa tecnica della ripresa cinematografica in soggettiva alternata al campo lungo della veduta oggettiva finale. Un’alternanza efficace dei canali sensoriali della vista e dell’udito, ma si direbbe anche del tatto attraverso il disagio fisico del tossire.
Potrei scovare anche altro in questo passo, ma mi chiama una altro punto del capitolo, collocato verso la fine.

La battaglia finisce per Rambaldo, che è provato dalla fatica e si allontana dal campo per cercare riposo e ristoro in un boschetto, il locus amoenus che non può mancare in un romanzo che parla di guerra e di battaglie. In realtà vuole rimanere sulle tracce di un cavaliere che lo ha appena aiutato a difendersi dall’imboscata che gli hanno teso due saracini, ma non ha voluto presentarsi. Vorrei parlare del suo cavallo colpito a morte, di Rambaldo rimasto appiedato mentre continua a cercare il cavaliere dall’armatura color pervinca che, non svelando il proprio nome, gli ha recato una grave offesa, una delle tante del cavilloso codice cavalleresco. Ma corro anch’io ad assistere alla scena che si verifica tra le fronde del bosco: finalmente Rambaldo scorge il cavaliere sconosciuto nei pressi del greto di un fiumicello, si apposta per osservarlo e lo vede correre scalzo sugli scogli. Sembra “un crostaceo”, con la corazza e l’elmo nella parte superiore del corpo e con la nudità del ventre e delle gambe. Colpo di scena: “Rambaldo non credeva ai suoi occhi. Perché quella nudità era di donna: un liscio ventre piumato d’oro, e tonde natiche di rosa, e tese lunghe gambe di fanciulla”. E cosa fa la plastica fanciulla? “Si mise tranquilla e altera a far pipì. Era una donna di armoniose lune, di piuma tenera e di fiotto gentile. Rambaldo ne fu tosto innamorato”.

Noi che leggiamo e ci siamo appostati con Rambaldo per osservare la figura misteriosa siamo straniati per la seconda volta in poche pagine. La sorpresa di vedere una fanciulla e non un uomo è grande: ancora non lo sappiamo, ma anche chi ci racconta la storia non è un narratore univoco e alla fine dovrà svelarci il suo vero volto. La sorpresa che si tratta di una donna ci fa scattare il raffronto con altre donne guerriere della nostra tradizione epica. Ma non basta: quando anche riprendessimo a leggere le imprese di Bradamante e di Clorinda nei poemi usciti dal nostro Rinascimento ferrarese potremmo delineare solo una parte di questa figura di donna. Perché la fanciulla che ha fatto innamorare Rambaldo e che ha appena smesso di combattere arditamente, ora fa una cosa inusuale, mai vista prima, fa pipì. Di conseguenza anche il fulmineo innamoramento di Rambaldo non si è mai visto prima. Nella nostra tradizione letteraria “alta”, quella che si studia alla scuola superiore, nessuno si è mai innamorato di una donna senza vederla in volto. E che figure hanno le Donne che ci sono consegnate dai testi poetici dalla Scuola siciliana di metà XIII secolo in poi: hanno la pelle candida e i lineamenti angelici, i capelli sono lunghi e biondi, l’incedere regale e armonioso al tempo stesso, la voce soave e soprattutto il loro cuore è gentile.

Da Calvino ce lo potevamo aspettare, e infatti proprio lui che è stato un grande estimatore del nostro Ariosto e che nei suoi romanzi e racconti ha tracciato un denso filone di storie fantastiche, piene di parodia e di leggerezza nel giocare con la tradizione letteraria, proprio lui ci spiattella un innamoramento avvenuto così. Niente incedere elegante e pudico della Donna tra la gente, niente gioco di sguardi che incatena l’uomo alle gioie e alle pene d’Amore.

Sto parlando di gioco letterario e mentre scrivo conto le implicazioni che esso produce sulla organizzazione del testo del Cavaliere. Per non disperdermi in tanta ricchezza narrativa riprendo la figura di Rambaldo: dunque egli ha conosciuto i piani di battaglia, noiosissimi e ripetitivi: gli è stato detto di prendere posizione nell’esercito schierato e andare sempre dritto, fino al momento in cui la sua lancia cozzerà contro l’argalif Isoarre, che combatte sempre nello stesso punto. Poi ha preso parte alla battaglia, che è quella dei due polveroni giallastri che si vanno incontro. Ancora, non ha incontrato subito Isoarre per un errore strategico, le fila dei soldati sono sfasate e i cavalieri così non si incontrano; ha intercettato invece l’argalif Abdul e solo grazie all’intervento di uno degli interpreti (indispensabili quando si affrontano eserciti che parlano lingue differenti) non lo ha infilzato; infine ha provocato l’uccisione di Isoarre solo indirettamente, avendogli mandato in frantumi gli occhiali. E’ proprio il caso di dire: “A Rambaldo successe tutto diverso da come gli avevano detto”.

E anche a noi lettori sono stati portati via i temi della guerra e dell’amore come li ha codificati la nostra narrazione epica medievale e moderna. Via l’immagine monumentale dell’eroe guerriero (i paladini che re Carlo passa in rassegna nel primo capitolo appaiono sudaticci e annoiati dentro le armature, sotto l’elmo nascondono principi di calvizie). Via soprattutto l’apparato concettuale e le forme dell’amore cortese, con gli amanti trepidanti e la donna angelicata.

Questo per quanto riguarda il rapporto che Calvino instaura con la tradizione. Manca ancora la parte del suo discorso rivolta all’uomo contemporaneo, a cui rimandano i tratti così inusuali di Agilulfo, un Cavaliere che non esiste se non per ciò che fa, un personaggio che si “cosifica” nel mansionario quotidiano dentro al campo cristiano.
Sarebbe intrigante parlarne, magari succederà un’altra volta.

 

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