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Senza mai arrivare in cima
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Eccolo un altro scrittore di qualità, anche lui come Marco Balzano nato a Milano nel 1978. Si tratta di Paolo Cognetti, giovane e dalla scrittura intensa, che ora vive per lo più in montagna in una baita a 2000 metri di quota. L’amore per la montagna lo ha portato a compiere una scelta di vita; lo ha portato a vincere il premio Strega nel 2017 con il romanzo Le otto montagne e poco dopo lo ha spinto ad andare in Himalaya, in un lungo e faticoso viaggio di 300 chilometri nel Dolpo, un distretto del Nepal al confine con il Tibet. Il reportage di quest’ultima impresa ha dato origine a un bel libro uscito nel 2018, dal titolo Senza mai arrivare in cima.

L’ho scelto tra le novità esposte nella biblioteca comunale di Poggio Renatico, quando sono andata su appuntamento lo scorso mercoledì. E l’ho già letto. Perché è un libro piccolo di appena 100 pagine, ma soprattutto perché mi ha appassionata e condotta nelle atmosfere della montagna. Quest’anno non vado come al mio solito in Alta Badia e allora ci pensano le parole di Cognetti a portarmici.

Precisiamo, io sono un’escursionista come tanti, che amano i sentieri tra i boschi e si arrampicano raramente tra le rocce oltre i duemila. Tuttavia certe solitudini in mezzo alla natura le cerco da almeno trent’anni, ogni anno riducendo i percorsi, ma volendo mantenere la fatica delle salite e col senso di rigenerarmi, avendo negli occhi le cime e le valli delle Dolomiti. Il punto di vista di Cognetti mi offre uno sguardo inusitato sulle mie montagne: Senza mai arrivare in cima è stato scritto da chi conosce meglio di me le Alpi e ormai le considera “abbandonate e urbanizzate”. Per questo è andato alla ricerca di un ambiente incontaminato: “Volevo vedere se da qualche parte nel mondo esiste ancora una montagna integra, vederla coi miei occhi, prima che scompaia”. L’antica cultura tibetana sopravvive solo in una piccola area del Nepal; il viaggio per raggiungerla è arduo, ma il premio che si consegue è straordinario ed è la purezza di pensiero.

Sui sentieri senza fine, che si abbassano dentro le vallate e poi risalgono su altopiani deserti e privi di nuvole, il pensiero si fa essenziale, si nutre dei ritmi della natura e della loro circolarità atavica, si libera del peso della cultura occidentale, incontrando la preghiera e la spiritualità semplice di monaci, uomini e donne e bambini del luogo. Credo di poter dire che per Cognetti essa costituisca uno stato di grazia, incontaminato ma fragile. Basta poco per smarrirlo, basta avvicinarsi ai confini con la Cina scendendo a 3.900 metri per trovare Saldang, una cittadina adagiata nel fondovalle tra campi coltivati e pascoli, dove già si riconoscono i segni della aggressione del progresso: “le parabole e i pannelli solari, i rifiuti di plastica gettati ovunque, la bandiera nazionale su un tetto”. La purezza è perduta, quella adesione totale agli elementi che il viaggiatore ha provato lassù, oltre i 5.000 metri.
Se questo è il tenore delle riflessioni del nostro viaggiatore-scrittore, risulta chiaro come il lettore possa esserne affascinato. In certe pagine ho potuto quasi sentire la forza del vento e il rumore che fa il ghiaccio nello screpolarsi all’arrivo del sole.

Ma non è solo questo ad avermi trascinato mentre procedevo nella lettura. E’ stato il rapporto tra il viaggiatore e il suo libro-guida, il doppio binario su cui è dipanato il suo viaggio, tra cammino e rilettura di un testo magnetico di Peter Matthiessen, Il leopardo delle nevi, uscito nel 1978 che è anche l’anno di nascita di Cognetti. Da questa rilettura dei pensieri di Peter, dall’incanto delle sue pagine il nuovo viaggiatore riceve conferme e suggestioni che danno spessore alle sue faticose giornate sui sentieri del Dolpo. Egli vede per la prima volta gli scenari delle montagne che si aprono davanti a lui, in realtà ri-vede gli spazi dove Peter è passato quarant’anni prima e non può fare a meno di consultare le pagine del suo libro, di sentire la sintonia profonda con l’ansia di autenticità che si sprigiona da frasi come: “Il segreto delle montagne è che esistono, semplicemente, ed esistono con semplicità, non come me. Le montagne non hanno significato, esse sono significato; le montagne sono. Io risuono di vita e così le montagne e quando riesco a sentirlo c’è un suono che condividiamo”.

A Peter non è toccato in sorte di incontrare il leopardo delle nevi, “senza dubbio il più misterioso delle grandi fiere”, che pochi hanno avvistato sui versanti di queste valli. Ma poco importa. Alcune orme, che potrebbero essere le sue, vengono avvistate dalle guide che accompagnano Cognetti, ma niente di più. Questo viaggio continua a insegnare quanto sia più importante il cammino che si fa, passo dopo passo, rispetto alla conquista del traguardo. La visione del Dhaulagiri con i suoi ghiacciai e le sue creste, il calore del fuoco e i compagni di viaggio con le loro voci e la loro tenacia, i saluti a impresa finita sono il valore che appaga. Insieme al fumo odoroso del ginepro del Dolpo.

Della lettura come viatico, dei pensieri di Remigio che è l’amico di Cognetti venuto con lui dalle Alpi a conoscere queste montagne. Della polifonia delle voci di chi è vivo e condivide lo stesso tempo e di quella di Peter che non c’è più, ma vive nelle parole che ha scritto. Della forza della letteratura, che scavalca il tempo e il significato biologico della morte per riunire tutti intorno allo stesso fuoco. Di tutto questo può nutrirsi il lettore, se il libro è di questo tenore.

Nella lettera scritta all’amico Francesco Vettori* per descrivergli le giornate dell’esilio da Firenze nel suo poderetto di campagna, Niccolò Machiavelli dice che il momento più bello è indubbiamente la sera, quando può lasciare le incombenze pratiche della giornata. Dopo che ha cenato ed è tornato  all’osteria per giocare “a triche-tach” con l’oste, il macellaio, il mugnaio e due fornai, finalmente si rifugia nel suo “scrittoio”. Stavolta da solo? Nient’affatto, la compagnia è delle migliori. Sono i libri “degli antiqui uomini” per i quali si è spogliato della “veste cotidiana, piena di fango et di loto” e dai quali riceve il cibo della lettura “che solum è mio, et che io nacqui per lui”: poco prima nella lettera ha nominato Dante e Petrarca, Tibullo e Ovidio come se fossero vivi.

Nella tenda di Cognetti, cinquecento anni dopo, quando il sonno tarda a venire il libro di Peter è “un vecchio amico” che tiene compagnia, il viatico custodito nel tepore del sacco a pelo, perché le pagine non si sciupino. Così pone fine alla sua giornata il nostro giovane viaggiatore: “Riuscivo a sentire le voci dei portatori nella tenda cucina. Chissà cosa si dicono, pensai… Con queste voci che non capivo, il mio amico a un palmo di distanza, le poche cose a cui tenevo strette a me dentro il sacco a pelo, sapevo già come sarebbe stata la nostalgia del Dolpo. Ultimi cinquemila, pensai. Poi mi dissi di smetterla con tutti quei pensieri, altrimenti non sarei più riuscito a dormire”.

*Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori. Firenze, 10 dicembre 1513

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