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Dialogo con Baratella sui massimi sistemi dell’arte. E sulla vita

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Essere artista oggi è forse un ossimoro culturale, una contraddizione in termini? Me lo domando sempre più spesso. Forse dovrei girare la domanda a coloro i quali avevano innalzato l’opera umana all’altezza della Creazione divina ed essi stessi, confondendosi, si sono creduti esseri superiori in grado di competere con l’Ente supremo. Confusione estrema quando la religione usò questi personaggi per cantare le lodi del signor Dio, ché, se non l’avessero fatto, sarebbero stati cacciati direttamente all’inferno senza sepoltura consacrata: artisti maledetti li chiamavano. Oggi, comunque, il pericolo è scongiurato. Di chi vuoi mai cantare le lodi? Forse gli unici destinatari sono i signori del mercato, oggi è tutto mercato, I libri sono merce, le opere d’arte sono merce, se non chini la testa accettando la nuova divinità sei fuori, nessuno più ti prende in considerazione, sei finito, sei nulla. Non sono più riuscito a scacciare questi sgradevoli pensieri dopo aver visto, alla Fondazione Banca del Monte di Lucca, la mostra intitolata “Compianto” di Paolo Baratella, il vecchio fratello di teoretica con il quale da decenni mi sono abituato a confrontarmi. Ma non credi che tutto sia finito, che l’arte sia morta, che noi stessi siamo morti viventi. persone alle quali rimane soltanto di aprire la bocca che escono parole e ragionamenti preconfezionati? Non credi Paolo? E, se così è o fosse, che significato ha dipingere o scrivere se l’opera che confezioni è soltanto merce?
La risposta di Baratella è immediata e addolorata: “Se dovessi star dietro al clamore della sofferenza avrei già smesso di dipingere”. Senza volere e, soprattutto, senza insolenza, Paolo Baratella è salito sul piedistallo dell’arte per portare più in alto il male di vivere, un male straziante, talmente grande da diventare persino stupido, un’ingiustizia che chissà per quale ragione ci viene imposta così crudele. Nessuno sa, ma, peggio, nessuno cerca di trovare un rimedio, siamo ormai troppo vecchi e troppo esperti per credere alle moine vergognosamente insulse e false della politica: ognuno vuole vincere la competizione, la gara comincia presto, dai banchi di scuola e prosegue sempre più cruenta e che vinca non il migliore ma il più protervo, la regola è questa.

Per lunghi periodi, dico al Baratella, forse per anni, hai denunciato la violenza dell’uomo sull’uomo e, nel movimento della “Nuova figurazione”, ti sei ritagliato, anni Settanta, un posto importante: una nota critica a te dedicata dall’enciclopedia Garzanti afferma che il tema della condizione umana – tra mito, storia e cronaca quotidiana – ha continuato a essere al centro della tua pittura, “caratterizzata da un realismo visionario carico di simbologie e di citazioni”. Ora, dopo un lungo periodo rivolto al pensiero filosofico, in cui hai enfatizzato la ricerca niciana a cominciare dall’affermazione “Dio è morto”, sei tornato alla denuncia, violenta e commossa, della sopraffazione del potere sull’individuo. Scrive nella presentazione al catalogo della mostra Marco Palamidessi: “Non basterebbe venire al mondo più e più volte… per numerare, e perché no catalogare, gli enigmi che hanno scatenato, fecondato, afflitto, illuminato, turbato, scosso, plasmato lo spirito orgoglioso e le gesta di Paolo Baratella”. Ragione: soprattutto il Baratella “ha pensato”, mestiere difficile pensare, riesce a pochi. Eletti? Forse, ma sfortunati, niente di peggio al mondo che pensare.

Che cosa può fare oggi l’artista? si chiede Baratella, pittore migrante (Ferrara, Milano, Monferrato, Lucca). Risponde con una sua poesia: “Il tempo è scaduto/ Il mare è aperto/ Dove andare dunque?/ Mi sporcherò le mani di colore/ Chiedo una zattera/ L’onda anomala m’insegue/ Tutto si fa pittura/ Fino al più lontano orizzonte/ Nel radioso apparire di Pan/ Io sono”.
Dunque, tutto si fa pittura: la risposta è questa, per Paolo Baratella questa è sempre stata la risposta, sporcarsi le mani di colore e dipingere. Ha sempre dipinto con intelligente testardaggine, il mondo vada io dipingo: “che cosa dovevo fare – si chiede ora – dopo che Duchamp, precursore di quasi tutto, ma in primo luogo del nulla che andava predicando, ogni oggetto è opera d’arte? Fargli il funerale, come fecero Arroyo e Recalcati?” Domanda retorica; Baratella (sai Paolo?, gli confido) ha bisogno di dipingere, perché la sofferenza sia completa, si faccia colore, perché dipingere è cullare il proprio dolore, perché dipingendo si può piangere e la commozione è uno degli atti veri dell’uomo, ai quadri bisogna pur donare un’anima, non è vero ciò che ha scritto il premio Pulitzer Cunningham, secondo cui l’artista riproduce la nostra umanità nascosta, l’arte deve volare in un cielo tutto suo, anche se le gambe sono piantate per terra. Come dimostra questa mostra “Compianto – quattordiciquindicidiciotto la grande guerra”, dove è protagonista il fantaccino Bruno Baratella, zio del pittore, uscito dal macello voluto da politici assassini con il cervello colpito, spiega Paolo, da “trauma da esplosioni”. Il viso e il corpo minuto del fantaccino Bruno compaiono in ogni grande quadro, attonito spettatore delle esplosioni, degli scontri aerei, della morte che ti sta accanto muta e invincibile, nera nel mare di colori a volte corruschi, talaltra cupi, sempre traboccanti, un caos che soltanto la sapiente pittura baratelliana è riuscita a domare, o, almeno, a contenere. Paolo, gli dico, da questa mostra sono uscito commosso, era tanto tempo che non mi succedeva. E forse questa è la risposta, l’unica, che si può dare alla mia domanda iniziale. Commozione.

P.S. Una mostra così grande e importante non dovrebbe venire a Ferrara, alla vigilia dell’inizio della guerra di cent’anni fa?, chiedo ai politici della cultura.

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