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Diamoci tregua per capire dove stiamo andando

Abbiamo tutti bisogno di tregua. Che non significa oziare, perdere tempo e occasioni, immobilizzarci e perdere mordente; significa piuttosto rallentare, sospendere per un attimo tutto ciò che ci sta fagocitando, respirare ossigeno che ci disintossichi, riprenderci. Rabbia, rancore, paura sono stati d’animo che a volte, per alcuni spesso, prevalgono nella vita del quotidiano, nelle azioni, negli incontri, nei progetti, nei ricordi del passato, nella realtà del presente, nelle aspettative del futuro.
Siamo mossi da un’ansia interiore compulsiva, incontrollabile, presente nelle nostre vite come una seconda veste, insinuandosi in ogni nostra scelta e azione, sensazione, emozione. “Mors tua vita mea” è diventato lo slogan che ci accompagna, l’antidoto egoistico a una condizione di sofferenza di cui non ci rendiamo sempre conto, una corazza nella quale ci sentiamo apparentemente al sicuro, perché se tocca agli altri noi possiamo assistere indenni a ciò che sarebbe potuto accadere anche a noi. Schemi fasulli, fatti di cartapesta e illusioni, perché sappiamo fin troppo bene che quel “noi” è fatto di tutti. Abbiamo più che mai, in tempi di incertezza, incognite, punti interrogativi, dubbi e false certezze, di quel tempo sospeso che ci permetta di fermarci per un attimo, resettare pensieri venefici, liberarci da quel sottile disagio accumulato simile a una catena che ci impedisce di essere creature libere, gioiose, vere.
“Tregua” è un termine di origine tedesca che deriva da “trauen” – “fidarsi”; il riflessivo “sich trauen” significa osare, azzardare, avere il coraggio. Con questo verbo le antiche popolazioni germaniche, definite da noi ‘barbariche’, chiedevano al nemico di cessare le ostilità, di sospendere i massacri delle guerre, imploravano la tregua per onorare i caduti e bruciare sulle pire i loro morti, per riposare, recuperare onore e umanità, ricomporre la loro identità tribale e chiamare a raccolta i loro valori culturali dispersi.
La “tregua” interviene nella Storia ogni volta che emerge il bisogno di disegnare uno spartiacque tra lutti, morte, violenza, sangue, e la necessità fisiologica di pace, riposo, ripresa, recupero degli aspetti umani dimenticati. Nel Medioevo, la cosiddetta “Tregua di Dio” era l’appello più profondo all’Altissimo, la cui autorità doveva impedire, almeno nel periodo tra Quaresima e Avvento, uccisioni, stupri, rapine e ogni sorta di aberrazioni.
La “tregua” è sempre stata una specie di liberazione provvisoria da una condizione coercitiva, dolorosa, insostenibile, disumana. E’ proprio nel grande romanzo “La Tregua” di Primo Levi (1962), che troviamo l’interpretazione più drammatica di questa condizione: per l’autore è soltanto una parentesi fondata sull’illusione destinata a spegnersi nel breve raggio di tempo. Levi racconta del lungo viaggio da deportato ebreo liberato ad Auschwitz, dopo l’arrivo dell’Armata Rossa sovietica, intrapreso per tornare nella sua città natale di Torino. Racconta il ritorno in patria dopo il lager, del sollievo di aver scampato l’olocausto e la morte nelle camere a gas, del rientro alla vita quotidiana ritrovata. “Ora abbiamo ritrovato la casa, il nostro ventre è sazio. Abbiamo finito di raccontare. E’ tempo. Presto udiremo ancora il comando straniero: ”Wstawac!” – l’ordine di alzarsi all’alba di ogni giorno che i deportati sentivano urlare dai loro aguzzini –“. Levi suggerisce come la tregua, sebbene necessaria, non sia altro che una liberazione temporanea dalla tensione della tragedia che continuerà a pervadere l’esistenza umana. Un ciclo senza soluzione di continuità.
“La tregua” (1960) è anche un romanzo di Mario Benedetti, poeta e scrittore uruguaiano, uno dei grandi autori della letteratura latino-americana del ‘900. Martin, un uomo di 49 anni, vedovo con tre figli ormai grandi, conduce una noiosa vita da impiegato di commercio: assiste al trascorrere del tempo con disillusione, rassegnazione e fatalismo. Viene assunta la giovane Avellaneda, timida e chiusa, che stravolgerà la sua vita dando avvio a un amore insperato e con questa relazione clandestina il tempo, quel tempo che prima non trascorreva mai, viene rimesso in movimento con una sferzata di vitalità. Non era felicità, era solo una tregua, ammette il protagonista, la parentesi in cui tutto viene sospeso rispetto il prima e il dopo. La giovane verrà a mancare e lui si ritroverà nuovamente solo. “Una vita che prende il vento a gonfie vele per poi, caduto il vento, tornare nella quiete della bonaccia.”
Abbiamo bisogno di tregua per capire dove stiamo andando, per orientarci meglio. Abbiamo bisogno di dare una tregua ai nostri sensi di colpa per concedere loro il beneficio del perdono. Abbiamo bisogno di tregua per vedere con sguardo nitido ciò che ci circonda. Che la “tregua” di Capodanno sia per ciascuno di noi un momento di respiro profondo, rigenerante, che permetta di proseguire il cammino con sana energia e calore umano.

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