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Dipingere la musica
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Sui programmi Rai Riccardo Muti prova Beethoven con i giovani della sua orchestra. Più che ascoltare le spiegazioni tecniche del Maestro o i suoi consigli di musica (e di vita) vale la pena di guardare i visi dei ragazzi e delle ragazze: rapiti allorché il suono risulta confacente alla lettura del direttore, sconfortati se, dopo molti tentativi, non si è ancora giunti a quel risultato che da loro ci si aspetta e che giustamente viene a loro affidato. Un modo di svolgere il compito didattico e interpretativo, pervaso di responsabilità democratica, di qualcosa di così preziosamente vero che definitivamente affossa il terribile (e magnifico) film di Fellini “Prova d’orchestra”, con quell’ atroce finale che vede il direttore riprendersi il potere senza più nulla concedere di libertà e di concordia ai musicisti.
Al Teatro Comunale di Ferrara uno straordinario concerto del norvegese Ensemble Orchestrale di Stavanger, che suona insieme al più grande, o tra i più grandi, violoncellisti del nostro tempo: Clemens Hagen.
Nel concerto la musica si fa pittura. Entrano le ragazze, bellissime, in abito da sera, ognuna un colore diverso, suonano in piedi: i violini a sinistra, le viole a destra. In mezzo un giovane fratello dai capelli rossi. Suona il violoncello. Dietro di lui, un barbablu dalla folta barba grigia maneggia il contrabbasso. Seduti pure due violoncellisti: a sinistra una ragazza in pizzo beige, a destra un più maturo padre. In prima fila nel campo delle viole una matrona in tunica romana nera, che duetterà magnificamente con il direttore nella Suite di Grieg, si tiene accanto un pallidissimo ragazzo quasi affranto dalla posizione in piedi. Entra il babbo direttore con pancia rispettabile in camicia e pantaloni neri. Il cromatismo delle vesti si fonde con quello della musica e dà una specie di scintillio evidentissimo alle Danze popolari rumene di Bartók. Danzano le gambe del direttore che confidenzialmente s’avvicinano al violoncellista di destra, che sprizza gioia e allegria nel duettare, nel sentirsi unito a chi nel rito della musica scopre finalmente realtà sublimi.

Non sono ovviamente un tecnico che possa giudicare la qualità o meno dell’esecuzione, ma sono felice perché la musica mi trasmette qualcosa che nessuna perfetta riproduzione può darmi. Sono persona tra persone e il mio ascolto può e deve realizzare la musica. Senza io che ascolto, senza i corpi, gli strumenti, i vestiti e gli atteggiamenti di quei ragazzi, so che perderei la bellezza, unico ristoro ai mali del mondo, come diceva un poeta che se ne intendeva, quella bellezza violata dal terremoto che distrugge implacabile la Storia e l’Arte, ma che quella tensione alla platonica bellezza-bontà farà risorgere. Tra un mese, tra un anno, tra un secolo.
Fioccano gli applausi e il sorriso dei giovani e dei meno giovani si allarga a partecipare dell’entusiasmo; poi, dopo l’intervallo, l’orchestra si dispone  in modo diverso, ma sempre in piedi ad ascoltare la voce dello Stradivari di Hagen nel concerto per violoncello n. 1 di Haydn sulla pedana in mezzo.
I ragazzi si sono cambiati la camicia: azzurra il ragazzo violoncellista, grigio chiara quello che suona la viola. Neri invece Hagen e il direttore. Il viso del grande musicista si atteggia in una smorfia, quasi di disgusto poi, mentre un silenzio totale accompagna il grande a solo il viso si distende, gli occhi tenuti sempre chiusi si aprono in un lampo di felicità, la bocca imbronciata accenna a un sorriso. Una scarica, come un filo elettrico sfiorato, passa dai visi dei ragazzi alle mani del Maestro e nel teatro scende un silenzio stupefatto. Intatto. Primordiale. La bellezza ha svelato il suo potere, che è la verità nel suo stato più profondo. Senza infingimenti. Per chi lo crede è la visibilità del divino.

Qui non si tratta di assistere a una performance importante o meno; qui un grande si accompagna e si vuol accompagnare a discepoli nel rito intatto del ‘far musica’ insieme. Spiace che, come accade in altri teatri meno conformisti, non si siano invitati coloro che riempivano il loggione a scendere e occupare i posti privilegiati rimasti vuoti. Sì perché la notte di Halloween tiene lontano dal teatro e trascina tutti tra zucche e bevutine a rispettare il conformistico precetto della rinascita di streghe e morti. Occasione unica per ripetere miti ormai stanchi o perversi, come dimostrano le immagini spaventose che ci giungono dalle riprese di Piazza Verdi e della zona universitaria di Bologna devastata dall’alcol e dalla droga, mentre solo dopo ore si dà soccorso a una poveraccia svenuta per troppo bere o per troppo di tutto. E’ questo che si vuole? Divertirsi in situazioni estreme? Ma questo porta economia, porta denaro fresco, porta consumo dei nostri beni-petrolio accomunati nel segno della Bellezza dicono gli intendenti. Sarà.

Eppure qualcosa ci salva. Sono poi persone vere quelle che trasportano le spaventate suore a braccia fuori dai loro conventi distrutti; che intervengono a mettere in sicurezza persone, animali, cose. Oggi nelle zone pericolanti del cimitero di Cento i volontari in giubbotto e casco gialli trasferiscono fiori e piante sulle tombe dei morti, proibite alla carezza di chi resta. Con gentilezza, con affetto.

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