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Il semi-vaccinato: notizie dal fronte

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Il semi-vaccinato: notizie dal fronte

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E finalmente, nonché orgogliosamente, mi presento alla Fiera per ricevere l’agognata prima dose di vaccino anti-Covid. L’organizzazione è perfetta, aiutata anche dal rispetto che i giovani medici, infermieri, assistenti sanitari, laureandi professano nei confronti dei ‘fragili’ vecchietti. L’infermiere che mi pungerà mi accoglie con un sonoro: “Buonasera, Gian Antonio!” e alla risata che accompagna la mia sorpresa ad essere chiamato così rispondo che il pomposo doppio nome da decenni è sostituito dal più pratico Gianni. Mi sento dentro un po’ troppo radical chic nel distinguere tra il nome affibbiatomi dalla levatrice Carolina – mamma consenziente – e il nom de plume più pratico e meno ‘artistico’.

Nella sala di attesa, dopo la vaccinazione, corrono veloci le ultime notizie, tra cui quella della presenza del celebre presidente di Ferrara Arte, venuto ad ispezionare la zona dove verrà collocata l’enorme installazione di Gaetano Pesce della poltrona-donna trafitta dalle frecce, regalata dall’artista alla nostra città; ma invano si tenterà di estorcermi qualsiasi giudizio sulla Maestà sofferente. Si ha diritto anche alla privacy del giudizio.

A casa, sentendomi in forma, senza quei piccoli disturbi che di solito accompagnano, si dice, la somministrazione del vaccino, mi sistemo in poltrona, pronto a sfidare la riprovazione dei miei amici culturalmente più schizzinosi e quindi a vedere ed ascoltare il Festival di Sanremo e da quel momento…. mi si prospetta una visione del mondo che mai avrei saputo immaginare. Una specie di gigante che, mi dicono, sia un grande giocatore di calcio pronuncia detti da terzo millennio con un sorriso malvagio e immediatamente si sviluppa una discussione se il numero delle sue scarpe sia il 46 o non invece il 47! Rattristato dalla mia docta ignorantia tendo l’orecchio al canto di personaggi che raccontano al nulla la loro esperienza di vita. Uno poi agita una treccia lunga metri con una vaga rassomiglianza con la mia adorata Mina.

Poi ecco arriva LEI. Meravigliosa. Una apparizione avvolta in sete e lustrini dove tutto è tondo: viso, corpo, vestiti e ricami. È la splendida Orietta Berti, che porta con somma grazia le cappe sante ricamate dovunque, quasi fosse appena tornata dal cammino di Compostela o dal Mont Saint-Michel. Canta una canzone dedicata all’amore della sua vita, il mitico Osvaldo, e immagino la lacrimuccia che spunta sulle ciglia della casalinga di Voghera, come avrebbe commentato il sublime Arbasino. Poi, tra le spiritosaggini del nasuto Amadeus e del suo compare di lazzi Fiorello, si apre un commento apparentemente serio tenuto dalle signore dell’informazione: Giovanna Botteri e Barbara Palombelli. Una serie di banalità tutte condivisibili. E in un momento privilegiato eccola, la grande, immensa Ornella Vanoni. Il volto è una maschera orrenda dove s’aprono due occhi che trafiggono; la bocca una pompa di reflusso, che nulla ha di umano. E un apparente modesto vestito nero fa intravvedere, velato, un maestoso seno di ottantenne che raggiunge agevolmente l’ombelico. Ma appena intona il suo canto ecco che la magia ritorna e quella voce racconta e ci dice che non sono solo canzonette.

Oggi, festa della donna, vado al mercato in compagnia di Lapo, un delizioso peloso che sempre più mi rende difficile e quasi insopportabile l’assenza di un’altra, Lilla. Ma la realtà implacabile si fa strada: alla nostra età non possiamo permettercela. Quasi disperato saccheggio lo stand dei fiori e fresie, margherite, tulipani, giacinti invadono la casa. Fra pochissimo il tempo scandirà un altro anno di vita reale e, incalzato a scegliermi un regalo, cerco invano tra libri, dischi, cachemire e scarpe qualcosa che possa contrastare l’effetto pandemico. Invano.

La crudele giornata si conclude con ciò che temevo di più. Il grande congresso pavesiano che si terrà a Parigi non può essere fatto né in presenza né in autunno, bensì ad Aprile, perciò mi si invita mestamente ad accettare le regole della ‘distanza’ e parlare in piattaforma.

Peccato.

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

In copertina: Ornella Vanoni, Raffaella Carrà e Orietta Berti, 1960 (Wikimedia Commons)

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