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Imitazione e verità
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Ricordo in tempi paleolitici un intervento di Pasolini che, commentando la cadenza locale dei presentatori televisivi che avrebbero dovuto superare l’imperante toscanismo e fiorentinismo, poneva in guardia sulla inevitabile vittoria della cadenza romana. Cosa che si è puntualmente avverata.
Leggo oggi uno spassosissimo intervento di Aldo Grasso sul Corriere dal titolo Meloni e i draghi che stanno sulla luna, dove si commenta la performance della Meloni che si è esibita nelle vesti di Daenerys Targaryen, l’eroina di un programma Games of Thrones. Recitato nella parlata romana di cui è regina. “Sono Daenerys, nata dalla tempesta. I vostri padroni vi hanno mentito su di me o forse non vi hanno detto niente. Non importa. Non ho niente da dire a loro. Parlo solo a voi.”, che nella mia traslitterazione così suonerebbe “Zono Daenerys nada dalla dembesda. I vostri Badroni vi hanno mendido su di me o forse non vi hanno deddo niende. Non imborda. Non ho niende da dire a loro. Barlo tzolo a voi…”.

Ma ormai la cadenza regionale è diventata fondamentale, quasi un segno di riconoscimento. E se il ministro Franceschini ha saputo correggere il suo ferraresismo con una contaminazione romana, per cui le ‘essce’ ferraresi sono quasi diventate neutre ‘esse’, la violenta natura sgarbiana nella sua incidenza ferrarese e nell’atteggiamento dello spalancamento della bocca produce un ibrido non male esaltato, anche dalla tonalità rauca della emissione vocale.
I miei tentativi poi di evitare la pronuncia ferrarese nella patria della ‘zeta’ perfetta – vale a dire Firenze – hanno prodotto un misto non piacevolissimo, in cui nel luogo in cui mi trovo, sia la Toscana o l’Emilia, sembra nella maggioranza dei casi pronuncia artefatta.

Ma in questo momento pandemico colui che riesce a imitare ogni pronuncia dal Nord al Sud ovviamente è l’inimitabile Crozza, che andrebbe eletto a rappresentante vocale dell’Italia intera. Che imiti Zaia o De Luca, Conte o il Papa Bergoglio è credibile e perfetto. Quanto a Locatelli o a Zangrillo o a Galli chiunque potrebbe prenderlo per veritiero.
L’imitatio, figura fondamentale della retorica antica, è dunque quella che regge l’intero universo esplicativo della pandemia. Si imita tutto perché tutto è imitabile e tutto è replicabile. Allora nasce dal profondo dell’io una specie di scoramento sul problema della verità. La verità è imitabile: quindi l’imitazione è la realtà.
E non è un pensiero confortante.

Cerco di nuovo risposte dai libri; ma non mi rispondono. Anzi sembrano eludere la ricerca. Poi mi immergo in un testo che mi procurava sospetto L’uomo dalla vestaglia rossa di Julian Barnes. Un libro che parla d’arte e dei suoi favolosi protagonisti, in un tempo che venne chiamato la Belle  Époque e che secondo illustri critici anticipa i tempi attuali, che dal mio punto di vista sarei propenso a chiamare quella di oggi la Mauvaise Époque. Manca ogni possibilità di rapportarsi a personaggi che ne caratterizzino il tempo e il senso. Chi sarebbero oggi gli autori che ne possono sostenere il confronto nella musica, nelle arti, nella scrittura?

Comunque non è il tempo di deprimersi nonostante le furiose polemiche che scuotono la piccola città. Ricordate la canzone di Guccini?
“Piccola città bastardo posto
Appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi
Mi spinse via
Piccola città io ti conosco
Nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo.”
Ecco il mio rapporto con la Ferrara che ho vissuto e che poco mi ha dato e a cui ho dato molto. Sembra ora che l’intreccio imprevedibile le famose ‘combinaison :che non sono le combinazioni della biancheria intima (ma forse lo sono in senso metaforico).

E allora giù Ovadia, Pazzi, Sgarbi, Fabbri, Resca, e pure Lodi e dietro di lato in fondo, o in avanzamento le truppe corazzate dell’intellighenzia locale.
Però ci potrebbe essere qualcosa di peggiore. Ad esempio un coronavirus modificato in agguato.

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

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