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La città e le sue necessità

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La città e le sue necessità

“ Aiutiamoli al loro paese!” La perentoria frase del governo giallo-verde risuona lugubremente mentre Zoro alias Diego Bianchi mostra le condizioni della popolazione nel Congo o dei paesi che una volta così si chiamavano nel suo reportage “Propaganda Live” e della funzione svolta da Medecins sans frontieres in quei paesi o città che pretendono di avere questo nome. E’ difficile scordare gli occhi di quei bambini negli ospedali da loro gestiti ma è difficile soprattutto trattare da quasi farabutti (vero Salvini?) chi opera in quel contesto.

La città dunque e chi se ne deve fare responsabile.

Leggo sull’Espresso del 18 settembre la testimonianza di uno scrittore Christian Raimo che è diventato assessore alla cultura nel terzo municipio di Roma dove abitano 210 mila persone, quasi privo di servizi culturali e dove si erge un << centro commerciale ciclopico, Porta di Roma, un cubo enorme, un asteroide, una cattedrale nel deserto, in cui ogni anno entrano 14 milioni di persone>> mentre una fabbrica l’impianto Tmb per il trattamento meccanico biologico dei rifiuti appesta l’aria del luogo.

E’ questo il destino delle città quando si calcola che nel prossimo futuro la struttura della città attirerà la metà e più della popolazione mondiale?

Come riportare alla sua funzione reale la città?

Negando negli editti emanati ieri dal governo la possibilità di intervenire sulla riqualificazione delle periferie? O continuare a ignorare un miglioramento che per la sindaca Raggi di fronte ai miasmi della TMB sostiene sia un disagio temporaneo? Bene ha fatto il sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani a citare in giudizio il governo e l’architetto Roberta Fusari assessore all’urbanistica della città a spiegare tra il dolente e l’indignato il rifiuto del governo a finanziare il bellissimo progetto che avrebbe riqualificato un’ intera area di Ferrara tra l’ex Mof, il Museo dell’Ebraismo e il corso d’acqua del canale. Ma siamo poi sicuri che le decisioni della ‘sinistra’ si siano rivelate abbastanza coraggiose o lungimiranti o semplicemente politiche per ostacolare la trionfante ascesa della Lega?

Questa puntata del mio ‘Diario in pubblico’ doveva trattare di uno degli episodi culturalmente ed eticamente importanti che si sono svolti nella città estense in questo periodo: la proiezione in strada tra le spallette del Castello dove furono fucilati nel 1943 importanti personaggi ferraresi come ritorsione all’attentato che uccise il federale Ghisellini senza dubbio provocato dagli stessi fascisti e la farmacia ‘Barillari’ che si affaccia su quel muretto. Quel luogo ha prodotto un racconto edito nel 1956 nelle Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani, Una notte del’43 che diventa il soggetto del film di Vancini: La lunga notte del ’43. In questo luogo, Corso Roma al tempo degli avvenimenti, ora Corso Martiri della libertà il film di Vancini è stato proiettato con grande affluenza di pubblico, oltre un migliaio, che ha assistito con un silenzio partecipato all’evento.

Avrei quindi dovuto rifarmi allo splendido saggio di Guido Fink, Le tre notti del ’43 che introduce il volume edito per l’occasione e che riproduce la sceneggiatura originale del film fatta da Ennio De Concini, Pier Paolo Pasolini , Florestano Vancini ( La Carmelina, Ferrara 2018) con i contributi di Paolo Micalizzi, Anna Maria Quarzi e dello stesso Vancini. L’edizione è stata patrocinata ed effettuata dall’Istituto di Storia Contemporanea, dall’Assessorato alla cultura del Comune di Ferrara con il contributo del Comitato Nazionale Celebrazioni del centenario della nascita di Giorgio Bassani che ha messo in rilievo l’eccezionalità dell’avvenimento che si pone tra i migliori risultati dell’attività triennale del Comitato delle Celebrazioni bassaniane.

Avrei dovuto dunque ripercorrere con Fink quei momenti che mi videro inconsapevole testimone qualche anno dopo quella terribile notte quando, come ho raccontato in altre occasioni, fui testimone e partecipe di una delle prime produzioni letterarie di Guido e del riflesso che s’irradiava dalla difesa consapevole dell’amico che raccontava di un padre in viaggio che gli mandava tanti regali mentre il suo nome era scritto in quella lapide in via Mazzini dove si leggono i nomi delle vittime dell’Olocausto proprio fuori dalla porta in cui abitava, tra cui quella del padre e di parte della sua famiglia.

Avrei dovuto ricordare l’ospitalità romana negli anni Settanta offertami da Fabio ed Elvira Pittorru affinché potessi sostenere agiatamente il concorso per le scuole che si teneva a Roma. E le serate in pizzeria da ‘Piscia piano gioia mia’ e gli incontri con la colonia ferrarese a Roma tra cui Massimo Felisatti in primis ma anche talvolta Vancini e il seriosissimo e silenzioso Antonioni; poi ancora le vacanze a Lussinpiccolo con Gianni Buzzoni sposo di una sorella Vancini e gli incontri con i nipoti che imparai ben presto a conoscere nelle mie trasferte ferraresi.

Tutto si riconduceva alla protagonista principale delle storie ovvero quella F. che poi divenne Ferrara e al suo romanzo opera omnia del magistero letterario di Giorgio Bassani le cui frequentazioni fiorentine in quel decennio formarono noi giovani intellettuali raccolti attorno all’insegnamento di due ferraresi: Lanfranco Caretti e Claudio Varese.

Una città dunque da cui parte e si sviluppa un episodio che Bassani sigla con l’indeterminativo ‘una’ e che per il regista diventa ‘la’ lunga notte del barbaro eccidio.

Non sarà poi un caso che lo scandalo prodotto nasca non tanto dal racconto di Bassani ma dal film che osava mettere per la prima volta sulla scena quella che si configurerà poi come la guerra civile tra un popolo non più combattente contro lo straniero ma tra di loro come ricorda la testimonianza di Anna Quarzi. Una visione che costò parecchie difficoltà al regista e alla produzione, addirittura la negazione dei contributi ministeriali, come racconta lo stesso Vancini che parlò del film come un episodio di non resistenza <>. Quell’atteggiamento che lo stesso Bassani denunciò nella più bella delle Cinque storie ferraresi, Una lapide in via Mazzini cioè la volontà di dimenticare dei ferraresi come esemplificazione di tutti gli italiani, al ritorno di Geo Josz dall’inferno dei campi di concentramento.

Tutto questo era implicito come il silenzio davvero commosso che è sceso tra gli astanti nel momento in cui il film mostra quei poveri corpi caduti l’un sull’altro e che ci si rendeva conto della barbarie di quel gesto fratricida mentre dall’alto Barillari osserva e si ritrae.

La città dunque centro della Storia che dimostra la realtà e anticipa il futuro.

Quel futuro che ora si fa presente negli ospedali del Congo o nella scelta della realtà virtuale del terzo municipio romano.

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