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La cultura dell’insulto e il suo rovesciamento

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La cultura dell’insulto e il suo rovesciamento

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Tiene banco – e non è un caso – la polemica sull’insulto che invade aule parlamentari, che viene servito al tè, che nei casi più raffinati si esercita commentando le liste delle spese presentate dal sindaco di Roma Ignazio Marino mentre gli esegeti più dotati culturalmente lo sprecano alle buvette delle Istituzioni quando vengono interdetti dall’aula. Si veda al caso felpetta Salvini, il boccoluto Grillo, e il senior ormai accademico Bossi, entrare di diritto nel vocabolario della Crusca nella sezione de “le male parole” . Tutt’attorno il coro di Prefiche ma anche di Menadi che saltabeccano sui banchi del Senato o del Parlamento ripetendo a iosa gesti e vocaboli un tempo prezioso patrimonio della suburra o degli angiporti. Se ignaro passi per le vie della movida la meglio gioventù sorgente dall’ipnosi di smartphone o telefonini t’accoglie con saluti amicali anche questi suddivisi equamente fra i due sessi: le donne rigorosamente interloquendo con “c…o” gli uomini gioiosamente accogliendoti con “vaffa…”.

Purtroppo però manca quel quid di altissima cultura che solo un grande studioso e romanziere nonché filologo sa e può dare. Chi legga Umberto Eco nella sua Bustina di Minerva sull’”Espresso” commemorativo dei sessant’anni troverà una straordinaria analisi dell’uso e della dizione dell’insulto. Già l’evoluzione dei tempi è premessa necessaria per capire la preziosità di quei lemmi dedicati all’insulto di cui non si ha più traccia e che con grande munificenza intellettuale Eco ci fa dono:
“Una volta gli adulti evitavano le parolacce, se non all’osteria o in caserma, mentre i giovani le usavano per provocazione, e le scrivevano sulle pareti dei gabinetti della scuola. Oggi le nonne dicono “cazzo” (verissimo!!! n.d.r) invece di “perdirindina”¸ i giovani potrebbero distinguersi dicendo “perdirindina”, ma non sanno più che questa esclamazione esistesse”

Eh sì! L’ignoranza anche delle brutte parole è un segno della povertà dell’inventiva linguistica di oggi. Se valesse ancora la regola aurea manzoniana che la qualità della lingua è determinata dall’uso ci troveremmo in una situazione di crisi linguistica assai evidente,

Tra le magnifiche parole insultanti riportate da Eco ne trascelgo alcune banali come “imbolsito, balengu, lavativo, burino, lasagnone (nella versione dialettale “lasagnon” apprezzatissimo da mia nonna che lo usava nei confronti di mio fratello), impiastro, ciarlatano, cazzone, salame,gonzo,puzzone, gaglioffo”.

Altre legate a un momento storico: “coatto,cecè (il vanitoso che frequentava il caffè chantant, suppongo), frichettone,flippato, tanghero, fregnone.”

Altre invece di una qualità strepitosa che anche agli addetti ai lavori non sempre sono chiare come “papaciugo, pischimpirola, piciu zanzibar, bartolomeo, lucco, scricchianespuli, buzzicone, gandùla, pituano, pisquano”

Devo dire che quello che ho assunto come mia divisa linguistica dell’insulto è “magnafregna” che risulta offesa paternalistica a significare ragazzotto, un po’ scemo e sempliciotto. Perciò impunemente da rivolgere ai politici che usano l’insulto come arma di predominio. Pensate che bello. Arrivare in Parlamento o in Senato in mezzo alla bolgia della discussione isterica di molti e molte e dire tranquillamente: “ Siete proprio dei Magnafregna!”
Strepitoso.

Potrebbe esserci un’antitesi alla cultura dell’insulto?
Traggo da una piccola esperienza personale una convinzione che mi dimostra come non tutti i miei compatrioti siano “itagliani”.
L’altra sera alzando gli occhi per vedere dove s’annidava il colombo scagazzone che aveva già imbrattato il muro, mia cognata s’accorge che una tegola sporgeva dal tetto e minacciava di cadere per strada. Da buon cittadino chiamo il 115. Mi risponde il vigile del fuoco addetto e mi domanda con gentilezza e proprietà di cosa si trattasse. Esposto il problema un rassicurante “siamo lì tra dieci minuti” mi lascia incredulo. Eppure dopo cinque minuti la polizia municipale è sul posto a deviare il traffico ed esattamente dopo dieci minuti l’enorme macchina arriva con quattro ragazzi. Come in un film hollywoodiano un faro s’accende sulla minacciosa tegola ( mai proverbio fu più appropriato: “mi è caduta una tegola sulla testa”) e comincia la scalata. Il pronipote Checco che quel giorno compiva 16 anni è tutto eccitato. Il prozio Gianni chiacchera e richiacchera con il capo-vigile che dopo aver fatto gli auguri al sedicenne gli spiega che quella era una macchina del ’71, che l’altra dell’anno scorso ha un cestello dove far salire gli infortunati terrorizzati dal fare gli scalini della scala aerea finché arriva il ragazzo-vigile scalatore che consegna la tegola incriminata nelle mani di mia moglie. Sta per partire un applauso appena trattenuto dalla – per loro – lieve entità dell’intervento e tra sventolii di mani e decine di grazie l’enorme macchina riprende il suo cammino.

State sicuri che a nessuno di loro sarei capace di rivolgere l’insulto “magnafregna” e mentre l’indignazione montante di questi giorni mi fa prospettare di lasciare l’”Itaglia” ecco che un gesto consapevole e normale vanifica la politica dell’insulto.

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